martedì 18 novembre 2014

Krajne e dintorni

Riccardo Bernini - ottobre 2014
Messe a fuoco

Krajne e dintorni

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Territori di confine. Dalle piccole patrie della ex-Jugoslavia all'Ucraina. Guerre d'Europa e NATO. Con l'egemonia USA traballa anche la globalizzazione?


Prima che la crisi Ucraina deflagrasse, l'allora ministro degli esteri dell'Italia in visita a Kiev, Mogherini, ebbe a ricordare che la parola krajna significa terra di confine, non necessariamente luogo di separazione ma possibile territorio di congiunzione. Non muro ma ponte. Forse per questo dovette attendere un po' per essere nominata Alto rappresentante per la politica estera dell'UE (Mrs. PESC). Nomina che avvenne dopo dichiarazioni successive più "rassicuranti".
Confine
Di krajne l'opinione pubblica italiana e occidentale aveva cominciato a sentir parlare qualche decennio fa, quando esplose la crisi jugoslava e, tra le tante autoproclamazioni di indipendenza, proprio la Repubblica Serba di Krajna, proclamata il 1° aprile del 1991 dalla maggioranza serba allora residente1 nelle regioni di Krajna e Slavonia (capitale Knin) della Croazia, non ricevette alcun riconoscimento dalla "comunità internazionale".
Come per un incidente autostradale il problema fu allora "risolto", ripristinando la normale viabilità con il fattivo contributo USA allo sgombero della popolazione serba. Una feroce pulizia etnica tenuta nascosta, essendo assai poco funzionale al racconto atlantico-occidentale per cui le vittime sarebbero state unicamente e inizialmente quelle schierate dalla parte "nostra". Come se la logica delle piccole patrie etniche e confessionali fosse stata solo di Milosevic e non anche di Izetbegovic e Tudjman2 o dell'albanese UCK. Il nemico doveva essere serbo e così, qualche anno dopo (1999), anche l'Italia3, con D'Alema premier, poté partecipare alla guerra umanitaria di Clinton e della Nato in Kosovo. E senza neppure la copertura di un mandato dell'ONU.
Nota: l’Ovest ed il Centro-Nord del Paese vedono una predominanza di popolazione di etnia ucraina o che parla ucraino, mentre il Sud e l’Est hanno una maggioranza russa o russofona.
[Fonte: http://scenarieconomici.it/ucraina-le-mappe-per-capire-la-crisi/]
 


Crimea ed Ucraina
Con la crisi Ucraina sono tornate alla ribalta le vicende jugoslave. A parti rovesciate: ciò che allora giustificò i fulminei riconoscimenti delle autoproclamate repubbliche da parte di governi europei (Italia in prima fila con Austria e Vaticano4), sulla scorta di referendum organizzati manu militari, non vale più. Quale sia la misura minima necessaria, di spazio territoriale abitato dalla prevalente etnia, per ottenere il sigillo di liceità, lo decide, come sempre, il civile occidente. In un simile dibattito, poteva mancare la presa di posizione di un campione degli "europei della libera Europa", che tanta libertà a tutto il mondo ha dato? Bernard-Henry Lévy5 ha sentito immediatamente il bisogno di spiegarci la perfetta ragione delle cancellerie occidentali nel rifiutarsi di riconoscere alla Crimea il diritto di autoproclamarsi indipendente dall'Ucraina per aderire alla Federazione Russa, nonostante la storia.6
Il filosofo francese paragona il caso della Crimea a quello della Repubblica Srpska in Bosnia. Ma, per non contraddirsi, sottilmente distingue: fu giusto negare ai serbi bosniaci il diritto all'autodeterminazione riconosciuto alla Bosnia, mentre quello stesso diritto fu attestato agli albanesi del Kosovo, in quanto pluriennali vittime delle persecuzioni della Serbia. Dimenticando, con rinnovata filosofica disinvoltura, il precedente dell'epurazione dei serbi di Krajna.
Sulla Crimea, inoltre, obiettava: 1) il suo territorio è stato invaso da 30.000 soldati, "accerchiato le sue caserme e terrorizzato le sue popolazioni"; 2) le modalità di indizione e di svolgimento del referendum, "sotto l'autorità di un governo fantoccio", "appare, nel migliore dei casi, come una farsa e, nel peggiore, come un atto di forza"; 3) se l'Europa approvasse avremmo "conseguenze apocalittiche: cosa risponderemmo se, forti di questo precedente, i baschi spagnoli e francesi reclamassero la loro unificazione?"; idem per ungheresi della Transilvania, albanesi della Macedonia, turchi della Bulgaria, russofoni dei Paesi baltici, fiamminghi del Belgio. Nessuna frontiera in Europa sarebbe più sicura.
In forza delle prime due obiezioni finisce per prospettare l'ennesimo intervento militare umanitario a protezione dei popoli minacciati nella loro fisica integrità e contro "il progetto imperialista putiniano". Come fu per il Kosovo. Cotanto elevato pensiero potrebbe indurci a conferire troppo credito al morale, umanitario dovere degli "europei della libera Europa", piuttosto che ai loro interessi materiali e politici, a cui mostrano un secolare e più sicuro attaccamento. Ma è sull'ultima obiezione che occorre porre l'attenzione: il precedente! Il fatto è che avendo seminato a piene mani riconoscimenti e scontri etnici e confessionali, per disgregare ed espandere l'egemonia occidentale a Est, ora se ne temono le conseguenze anche a casa propria. Il virus rischia di contagiare tutto il vecchio continente e oltre.
Intanto a Cernobbio
La frattura inserita a Oriente tra Russia ed Europa è sembrata subito essere più conveniente per gli Stati Uniti che per molti Paesi europei. Negli ambienti del business si è fatto largo il sospetto che dietro l'appoggio ai nazionalisti di Maidan,7 ci fosse un disegno volto a ricreare nelle regioni contese un muro di divisione tra Russia e Unione Europea. La reazione di Putin ad una possibile estensione della Nato alle porte di Mosca era piuttosto prevedibile e prevista. In gioco c'è la politica energetica, il South Stream, gli interscambi commerciali e gli investimenti soprattutto tedeschi.8 Tutto ciò nel momento in cui è in corso la trattativa, tenuta riservata, tra UE e USA per la TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), proposto da Washington.
Nell'ultima assise di Cernobbio l'ex ambasciatore Sergio Romano, già a suo tempo su posizioni eterodosse a proposito della ex-Jugoslavia, si è confrontato sul tema della crisi ucraina con il senatore John Sidney McCain, candidato repubblicano alla presidenza sconfitto da Obama. A giudicare dal consenso ricevuto dall'intervento di Romano, la escalation di sanzioni verso la Russia e le sue conseguenze economiche e politiche non è affatto gradita al mondo imprenditoriale. Il caso ha voluto che, con il quasi contemporaneo scoppio della crisi in Siria-Iraq dovuta all'emergere del pericolo Isis, il senatore McCain fosse chiamato in causa per le sue missioni in Medio-Oriente e proprio per i rapporti con i tagliagole.9 Solo una sottovalutazione dell'ISIS o una "diabolica" coazione a ripetizione della operazione nord-americana relativa ad Al Qaida e Bin Laden?
Ma cosa hanno a che fare la Crimea, l'Ucraina, il fondamentalismo islamico e la ex-Jugoslavia?
Allargamento della NATO 1949-2009 [Fonte: Wikipedia]
Il NO alla guerra in Ucraina
Di fronte alla guerra ucraina alcuni analisti, pur dichiarandosi contrari ad un nostro coinvolgimento militare, stentano a comprendere il nesso tra le diverse crisi.10 È il caso di Aldo Giannuli11 che scrive di un "circoscritto caso jugoslavo", come se in quella guerra, la prima in Europa dalla fine del conflitto mondiale, non siano rintracciabili semi di perniciosa ed attualissima fecondità. Giannuli, professore all'Università Statale di Milano e autore di due interessanti libri sulla crisi,12 avanza l'ipotesi che si voglia andare ad una specie di "prova d'assaggio" rivolta a preparare psicologicamente l'opinione pubblica ad una più estesa guerra. E a conferma cita numerosi precedenti storici. Contrarie alla guerra e favorevoli ad un mondo multipolare, le sue posizioni meritano attenzione.
Non per un puntiglio storico, ma il caso jugoslavo sarebbe stato "circoscritto" se non avesse avuto alcun seguito: eppure proprio la guerra in Ucraina dimostra l'opposto e, a ben vedere, pure il caso del Califfato.
Il caso jugoslavo e oltre
Non voglio prendere in esame il modo come l'Europa si è costruita verso Est, riproducendo su scala continentale la dicotomia tra Centro e Periferie a cui è stato sottoposto l'intero globo. Ciò nondimeno può essere dimenticato il fatto che mentre la Germania si unificava e poneva le premesse per porsi al Centro, la disgregazione della Jugoslavia e di altri Paesi poneva le condizioni inverse, ossia la loro riduzione in Periferie addirittura di seconda fascia (della prima ne fanno parte di cosiddetti PIIGS13).
Che avallare le piccole patrie etniche e confessionali, nonché istigare allo scontro territoriale e nazionalistico, fosse utile solo a breve e in funzione dell'immediato economico, ma lanciasse un boomerang sul medio termine, è una evidenza successiva: il risultato di una scelta politica. Sicché da allora nessuna frontiera in Europa risulta stabile e sicura.
Interessa qui ricordare che la Serbia, nel decennio della crisi jugoslava, ebbe nella Russia uno dei pochi alleati. Nell'iniziazione dello spazio europeo allo scontro interetnico e interreligioso, in un quadro di generale regressione al passato, si resuscitò la tradizione di Mosca capitale del mondo ortodosso e pure il panslavismo ottocentesco. Oltretutto l'Occidente non esitò a favorire in Bosnia l'intervento di bande internazionali islamiste a fianco del riconosciuto governo fondamentalista di Izetbegovic. In quelle bande figuravano gruppi combattenti di Bin Laden (con relative teste mozzate di serbi esibite come trofei davanti alla macchina fotografica!).
Comunque, colpire la Serbia significava già allora puntare sulla Russia. Serve ricordare qualche precedente storico del primo Novecento?
Nei primi anni della guerra jugoslava gli Stati Uniti e la NATO, pur operativi sul campo, si mantennero in posizione coperta e defilata. Bastava attendere che i governi europei, già in ordine sparso, mostrassero tutta la loro impotenza politica, anche come Unione, dopo aver contribuito allo sfascio e innescato il conflitto. Esemplare fu l'eccidio di Srebrenica, perpetrato dalle milizie dei četnici serbi di Karadzic, nonostante la presenza dei caschi blu dell'ONU. Non sapevano "uscirne" da soli e, dunque, gli USA ebbero aperta la via per "mettere i piedi nel piatto", sia militarmente che diplomaticamente. Qualche anno dopo si ebbe il già menzionato intervento nel Kosovo con relativa installazione (Camp Bondsteel) di una base nord-americana a comando NATO.
Dopo Maidan e quello che è stato visto come un colpo di Stato, si ebbe una corrispondente reazione russa. Era nell'aria. Come la mossa, da parte di Putin, di presentarsi agli occhi della propria opinione pubblica quale alfiere dell'identità pan-russa, alla cui riesumazione andavano per altro da anni contribuendo misure discriminatorie verso i russofoni,14 messe in atto dal Baltico al Mar Nero da oltranzisti politici a cui non è mai mancato l'appoggio atlantico-occidentale.
Come accadde nella ex-Jugoslavia, durante gli anni successivi alla caduta del muro, nella crisi ucraina l'Europa si è dimostrata uno spazio politico a "sovranità condizionata" dalla sovrastante presenza della NATO a direzione statunitense. Alleati ma tenuti sempre sotto controllo, con una particolare attenzione alla riunificata Germania. Con il crollo dell'Unione Sovietica il problema degli USA consisteva nel contenere e condizionare il ruolo della Germania in Europa. Poiché la Federazione Russa non fu inclusa né nell'alleanza militare, né nell'UE,15 una così forte espansione della NATO ad Est non poteva non suscitare allarme a Mosca, tanto più se portata ai confini ucraini,16 o a mettere in forse la storica base navale di Sebastopoli in Crimea, connessa strategicamente all'unica base russa nel Mediterraneo, allocata in una Siria in preda alla guerra. Quale modo migliore per inserire una frattura tra Germania-Europa e Russia, nel momento i cui traballa l'egemonia nord-americana sul mondo?
Globalizzazione addio?
Se ne potrebbe anche concludere che Washington, reagendo alla caduta della propria egemonia, stia minando le basi stesse della declamata globalizzazione. Disseminando filo spinato, senza il richiamo pavloviano anticomunista, punta a una riedizione rinnovata della vecchia "strategia di contenimento"? Fatto sta che oltre alla già citata TTIP per l'Europa, Washington propone la Trans-Pacific Partnership (TPP), per chiudere da un lato la Germania e l'Unione Europea verso la Russia e, dall'altra, il Giappone e l'India verso la Cina, nel duplice sottinteso obiettivo: scardinare e dividere i Brics; tenere al guinzaglio i partners nella Triade17. Si tratterebbe di una strategia, non di un effetto conseguente ad un errore di prospettiva; e andrebbe oltre il "debole" Obama.
Siamo oltre il "circoscritto caso jugoslavo". Siamo alla Cool War.18

1 Fu l'impero austro-ungarico nel Cinquecento ad istituirvi una Marca militare (Militärgrenze) insediando contadini serbi armati per meglio difendere il proprio confine dall'espansione turco-ottomana.
2 Nell'ordine, gli allora presidenti di Serbia, Bosnia e Croazia.
3 In violazione palese del dettato costituzionale, all'articolo 11.
4 Papa Wojtyla non fu esente dall'"uso di Dio" che contribuì ad innescare il conflitto nella ex-Jugoslavia.
5 "Corriere della sera", 17 marzo 2014.
6 Nel 1954, la Crimea fu "donata" da Krusciev all'Ucraina nell'ambito dell'URSS, per festeggiare i 300 anni di unione tra Russia e Ucraina.
7 Tra cui gruppi paramilitari neofascisti in prima linea.
8 Dal 2006 al 2009, gli investimenti industriali tedeschi in Russia sono cresciuti del 132%, mentre sono diminuiti del 33% in Gran Bretagna, del 17% in Italia e del 10% in Francia. Fonte: G. Gabellini, Eurasia-rivista.org, La "questione tedesca", 14/3/2014. 
9 Il "Fatto Quotidiano", 11 settembre 2014, pubblica una foto del senatore con Ibrahim al Bradi al Baghdadi, capo del Califfato.
10 Sorprendente è l'assenza di qualsiasi riferimento al caso jugoslavo nel pur pregevole libro di L. Canfora e G. Zagrebelsky, "La maschera democratica dell'oligarchia", Laterza, maggio 2014.
11 Blog di Beppe Grillo, 6/10/2014, No alla guerra in Ucraina.
12 Aldo Giannuli: "2012: la grande crisi", Ponte delle Grazie, 2010; "Uscire dalla crisi è possibile", Ponte delle Grazie, 2012.
13 Acronimo di: Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna.
14 Cristina Carpinelli, Paesi Baltici: tra integrazione europea e "apartheid", CESPI 2013, in http://www.cespi-ong.org/wp-content/uploads/2013/12/Carpinelli.pdf
15 Romano Prodi affermò che un inglobamento della Russia avrebbe trasformato l'Europa in una superpotenza.
16 Mosca dista 460 km dalla frontiera ucraina. Nell'Operazione Barbarossa (attacco all'URSS), l'Ucraina assunse un ruolo strategico per le armate tedesche del fianco Sud, in direzione di Stalingrado.
17 Samir Amin definisce Triade l'alleanza USA-Europa-Giappone.
18 Traducibile in: guerra fresca (tra USA e Cina).

lunedì 17 novembre 2014

Immigrazione

Riccardo Bernini - ottobre 2014
Messe a fuoco

Immigrazione

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Percezione e realtà attuale. Una Grande Contraddizione ci sovrasta. L'interventismo umanitario e l'integrazione fallita. Multiculturalismo. Disgregazioni e nuova identità: il doloroso parto.

Tre momenti diversi di vita quotidiana
A casa della vecchia nonna la TV mostra le immagini di migliaia di persone provenienti dalla coste dell'Africa, salvate din mare aperto e sbarcate in Sicilia. La badante ucraina non riesce a trattenere un moto di avversione: "Cosa vogliono questi negri? Perché non se ne stanno a casa loro?" Alla nonnina italiana, in permanente "attrito" culturale con lei, non par vero di assumere una posizione benevola e universale: "Cosa vorresti che facessimo? Dovremmo lasciarli annegare tutti? E, poi, non sei anche tu una immigrata?" Risposta: Sì, ma europea."
Nel corso di una discussione, da un'amica mi sento dire: "Non dico che dovremmo loro negare il salvataggio in mare, ma certo dobbiamo trovare un modo per arginare questa ondata di flussi. Non siamo in grado di reggerla."
In un dibattito televisivo, talk-show, spunta un'osservazione: "Con minori costi umani ed economici potremmo organizzare un ponte umanitario dai paesi di partenza e trasferire le persone direttamente in Italia, magari con una ripartizione dell'accoglienza a livello europeo."
Nel turbinio di immagini, osservazioni, proiezioni politiche, ci si ritrova spiazzati. Dalla parte dell'umanità più afflitta e maltrattata, attratti dall'idea di piena pacifica convivenza, comprendiamo che "qualcosa non quadra". Cominciamo ad interrogarci sulla rapporto tra la realtà e parole come intervento umanitario, integrazione, società multietnica e multiculturale.

Fonte: ISTAT
Dalle porte di casa
Dall'Ucraina negli anni successivi alla dichiarazione d'indipendenza, correva il 1991, sono emigrate 7 milioni di persone. Di certo la guerra in corso non costituirà un incentivo a restare o tornare, soprattutto per i giovani maschi in età militare. L'espansione europea occidentale verso Est, da Nord a Sud, ha creato una seconda cintura periferica di forte immigrazione, a ridosso della prima cintura, più interna e costituita dai PIIGS.1 Già inglobati o in procinto di entrare, a questa seconda cintura di Paesi periferici interni all'UE si è recentemente candidata la stessa Ucraina.
Questi processi rappresentano la riproduzione su scala continentale delle polarizzazioni mondiali, sicché anche nell'Eurozona si è costituito un centro forte attorno alla Germania e sono stati ridotti a prima periferia i Paesi denominati con la spregiativo PIIGS.2
Inoltre, i flussi dal Nord Africa e dal Medio Oriente, ma pure dal Corno d'Africa, sono fortemente incrementati dai conflitti in corso, a cui non è mancato il solito "apporto" atlantico-occidentale3. Ai migranti che fuggono la miseria si aggiungono coloro che fuggono dalle guerre e dai campi profughi generati dalle guerre.
Nonostante l'Italia sia per molti solo una sponda di approdo per poi raggiungere altri Paesi del continente; malgrado l'inadeguata accoglienza, la detenzione nei CIE,4 ed un sistema che alimenta lo status di irregolari ridotti all'emarginazione e al più spietato sfruttamento, nelle campagne del Meridione come nelle periferie urbane del Nord, la popolazione straniera residente in Italia tende a stabilizzarsi nella crescita.

Emergenza!
La crisi europea non sembra costituire un deterrente per chi è colpito da crisi ben più devastanti.
"Secondo Frontex è proprio l'Italia ad aver ricevuto il maggior incremento delle richieste di asilo nel secondo quadrimestre 2014 con un balzo del 471%. In termini assoluti si parla di circa 45 mila richieste. Insieme a Germania e Svezia, l'Italia ha cumulato il 60% di quelle totali."5
La ragione è la fuga via mare, la stessa che, data la durata del viaggio su tragitti oramai tradizionali, rende estremamente improbabile l'arrivo di casi di infezione da virus Ebola, il quale ha tempi di incubazione minori.
Ad una più attenta disamina l'immigrazione in Italia presenta al momento un quadro così riassumibile: dalla fuga via mare deriva un temporaneo incremento degli irregolari, i quali dal 2011 erano in diminuzione; l'aumento della popolazione immigrata deriva dai tassi di natalità più che dall'affluenza dall'estero.
In un Paese abituato ad inseguire le emergenze, con relative liti dei governi sui costi, dal livello nazionale a quello europeo, l'informazione dimentica spesso non solo di andare alle cause delle guerre e alle responsabilità di chi poi litiga sulle ricadute economiche, ma, soprattutto, alla radice dei problemi.
La grande contraddizione
Presa dall'immediato, l'opinione pubblica è distolta dall'attenzione sul quadro più complessivo, globale, strutturale.
La questione viene posta, con estrema lucidità da un pensatore controcorrente, Samir Amin, che in un libro sulla Crisi dedica un intero capitolo6 al trascurato problema dell'agricoltura, vista nella dimensione più ampia. Il suo ragionamento parte dall'indubbio successo dell'agricoltura familiare moderna in Europa occidentale e negli Stati Uniti, grazie alla quale la produttività per lavoratore/anno (l'equivalente di 1000/2000 tonnellate di cereali) permette al 5% della popolazione attiva di nutrire la parte restante e pure di esportare l'eccedente.7 Come in un subappalto, essa è stretta in una tenaglia: "da una parte l'agro-business (che oggi gli impone le sementi selezionate, domani gli imporrà gli OGM) e la finanza (che gli concede i crediti necessari), e dall'altra i colossi della commercializzazione."
Ne deriva un inquietante quesito: nel momento in cui l'agricoltura del Sud8 del mondo verrà modernizzata per "via capitalistica", come sta avvenendo, quale sarà il destino di circa 3 miliardi di esseri umani che da essa traggono il proprio sostentamento? "Nel giro di cinquant'anni nessuno sviluppo industriale, più o meno competitivo, potrebbe assorbire neppure un terzo di questa riserva, persino nell'ipotesi fantastica di una crescita continua del 7% annuale per tre quarti dell'umanità." Pertanto, allo spopolamento delle campagne corrisponderà sempre più l'addensarsi di milioni di esclusi nelle bidonvilles di immense megalopoli.
Con tutta evidenza, in mancanza di un'inversione di tendenza politica ed economica, con riguardo particolare alla sovranità alimentare e ai rapporti di produzione in agricoltura, la sopravvivenza di queste popolazioni sarà il problema dei problemi. Secondariamente, anche se solo una parte di esse, come già accade, inevitabilmente tenterà di raggiungere i Paesi più ricchi, i flussi migratori avranno un forte ed insopprimibile incremento.
L'interventismo umanitario
Sul piano internazionale i Paesi ricchi, tra cui l'Italia e l'UE, continuano a spingere nella direzione, sin qui seguita, di trasformazione delle agricolture degli altri Paesi a danno delle loro popolazioni rurali e a tutto vantaggio delle "nostre" multinazionali ed oligarchie finanziarizzate. Al tempo stesso, cercano, sul piano interno, di regolare i derivanti flussi immigratori allo scopo di rinfoltire le fila dell'esercito di riserva occupazionale, in misura tale, però, da non perdere il controllo sociale. Un classico loop della mondializzazione: creare sistematicamente squilibri disastrosi, a livello globale, approfittandone a livello locale pur nella pretesa di mantenere "coesione territoriale", stabilità e governabilità.
In questo contesto, i governi nazionali di casa nostra, nel pendolo conservativo delle alternanze bipartitiche o in grandi coalizioni consociative,9 seguono tutti una medesima corrente mainstream. Al cui interno appare prevalente l'ideologia dell'interventismo umanitario, nelle versioni compassionevole o solidaristica.
Senza qui riprendere la controversa questione di quanto sia utile e liberatorio l'aiuto delle ONG o la pratica di relazioni asimmetriche di partenariato, prendiamo atto delle concrete conseguenze delle guerre umanitarie. Alle quali, con pervicace ipocrisia, seguono aiuti e salvataggi umanitari, largamente insufficienti di fronte alle immani tragedie procurate e sui costi dei quali si aprono continue illuminanti dispute.10 Per tacere delle declamate politiche di integrazione.11
Nella corrente mainstream, dai connotati prima ricordati, scorrono anche le posizioni di chiusura. Condividono con le posizioni di apertura l'interventismo militare, lo spirito atlantico-occidentale, di cui inalberano i vessilli di identità culturale, nonché le politiche economiche di stampo liberal-liberista. Ma vi si differenziano parzialmente per teorizzare e fomentare scontri di civiltà e di religioni, caldeggiare muscolari restaurazioni di antiche dominazioni oltre i limes imperiali, sigillando i confini nel controllo repressivo esterno e interno ai propri territori.
Tra ipocrisie umanitarie, regole dettate e disattese, colpevoli inazioni, rimpalli di responsabilità, prende forza la corrente esondativa delle posizioni più estreme, xenofobe, razziste e neofasciste.
Coesione, disgregazione, neofascismo
Un duplice default politico mina la "coesione territoriale" agognata dai governi.
Da un lato mostra la corda l'integrazione, come assimilazione dell'immigrato posto in condizione subalterna verso lo Stato d'adozione, a cui dovrebbe giocoforza adeguarsi. Dopo generazioni è comunque socialmente discriminato. Esemplari appaiono i fallimenti francesi.12
Dall'altro emerge il rovescio dell'idea di una società multiculturale che pretenderebbe convivenza e coesione in una sorta di asettica e distanziata tolleranza tra diseguali, di ognuno per sè, persino in enclavi urbane autogestite. In questo caso sono i fallimenti inglesi ad occupare la scena.13
Le ricette succitate, a cui bisognerebbe aggiungere quella tedesca dell'immigrato lavoratore ospite (Gastarbeiter) e, in quanto tale provvisorio (!), che hanno una loro lunga storia alle spalle,14 si fondano sul presupposto che sia possibile la coesione senza effettiva inclusione e condivisione. Quasi che la sempre più folta presenza di milioni di immigrati, per produrre convivenza, non debba partorire, tra le doglie, nuove comuni identità a sostanziare l'amalgama politico e culturale di un radicale rinnovamento sociale.
Oltre questa siepe può esserci buio pesto, giacché, sotto la pressione di una crisi sistemica e non solo economica, il diktat "ognuno a casa propria", pur essendo praticamente inapplicabile e forse anche per questo, può raccogliere consenso ed imporsi, dando luogo nella disgregazione ad esiti assai più dolorosi del doloroso parto evocato poc'anzi.
Che si restringano nei confini di una patria nazionale (la Francia) o di una piccola patria localistica15 regionale (il Veneto, la Padania), queste forze politiche possono contare su pretesti e motivazioni disparate16 ed allargare la propria base di appoggio, compattando il panico di intere fasce, ed aree territoriali,17 di ceti medi lasciati in balia della crisi, con gli strati più poveri della società su cui sono scaricati i disagi, messi in competizione per il lavoro, gli alloggi, i servizi sociali. è oramai storia di questi ultimi anni: si sono affermate proprio nei quartieri popolari, una volta rossi, di molte città d'Europa. Da Vienna a Marsiglia, a Milano.
D'altronde è proprio la globalizzazione liberal-liberista (alveo mainstream) a generare volutamente disgregazione e, di converso, una reazione di arroccamento e recupero identitario. A ciò va aggiunta la politica deliberata di fomentare nazionalismi, patrie etniche e confessionali per inglobare l'Oriente europeo18 riducendolo a periferia, che ora torna come un boomerang sull'Unione Europea.
Slide tratta da: Immigrazione: Risorsa o Minaccia?
www.Quattrogratti.info,23 agosto 2012
A poco vale ricordare che gli immigrati sopperiscono al calo demografico dei Paesi ricchi e contribuiscono alla ricchezza nazionale più di quanto non ricevano in sostegno e welfare, sorreggendo il sistema pensionistico di paesi come l'Italia. Una reale inclusione comporta il parto di una identità nuova, condivisa, risultante di una profonda trasformazione culturale, politica e sociale interna ed internazionale.
Non si tratta, paternalisticamente, di dare la "canna da pesca" ai Paesi poveri, ma di non continuare a strappargliela di mano. Nell'accettazione di un nuovo sistema di relazioni globali finalmente multipolare, va innanzitutto assicurata la sovranità alimentare di ciascuno e di tutti i popoli.
Bisogna affrontare i problemi del nostro tempo per ciò che realmente sono. Un sistema, un mondo è finito: prima ne prederemo atto, meglio sarà per tutti noi, ai quali si prospetta, in caso contrario, un futuro prossimo assai simile agli anni Trenta dello scorso secolo.

1 Acronimo di: Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna
2 Pigs in inglese significa maiali.
3 Mi riferisco agli interventi militari e non solo, sotto varie denominazioni e coperture ideologiche.
4 Il sistema dei centri per immigrati include: i Centri di identificazione ed espulsione (CIE), i Centri di soccorso e di prima accoglienza (Cpsa), i Centri di Accoglienza (Cda) e i Centri di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati (Cara).
5 Salvatore Cannavò, "Boom dell'asilo politico, ma l'Italia è una tappa", Il Fatto Quotidiano, 22 ottobre 2014.
6 Samir Amin, La Crisi, Punto Rosso, 2009, da pag. 105.
7 In Italia al deficit commerciale del settore agro-alimentare (2013: -6.111 milioni di euro) concorre, tra l'altro, la carenza di produzioni primarie, al 75% del fabbisogno. Quest'ultima è dovuta sia alle restrizioni dell'UE, sia alla politica urbanistica che, dal 1970 ad oggi, ha ridotto la superficie coltivata da 18 a 13 milioni di ettari.
8 Sull'argomento è assai utile la lettura di Jean-Pierre Boris, Le roman noir des matières premières, Pluriel, 2010.
9 Nel caso italiano la distinzione è oltremodo difficile.
10 Come nel caso della richiesta italiana di condividere Mare Nostrum con il resto dell'Unione Europea.
11 Un esempio di pratica dell'integrazione è dato dalla legge sui mini-jobs tedeschi introdotti dal socialdemocratico Schröder.
12 Il disagio da esclusione dei figli e dei nipoti degli immigrati dal Nord-Africa è all'origine delle ribellioni nelle banlieues.
13 Tra i tagliagole dell'Isis forte è la presenza delle seconde/terze generazioni di immigrati islamici provenienti da città come Londra.
14 Per una trattazione più approfondita, può essere assai utile il libro di Annamaria Rivera, "La guerra dei simboli", Dedalo, 2005.
15 In questi casi non si può neppure definire etnica.
16 Per esempio: le delocalizzazioni e la moneta unica.
17 Essendo i distretti produttivi localizzati, la loro crisi diventa crisi di intere aree geografiche.
18 Dalla ex-Jugoslavia all'Ucraina: un lungo sentiero di guerre.

Lavoro: modello tedesco da emulare?

Riccardo Bernini - ottobre 2014
Messe a fuoco

Lavoro: modello tedesco da emulare?

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La funzione dei mini-jobs nella liberalizzazione socialdemocratica tedesca. Il contesto dell'italica imitazione.

Dal momento che il governo Renzi si appresta alla riforma dei rapporti di lavoro, Jobs Act, dichiarando di assumere a riferimento il modello tedesco, appare importante comprendere da vicino in cosa consista e a quale strategia di politica economica corrisponda.

La liberalizzazione del mercato del lavoro tedesco
Viene attuata dal 2002-2003 da parte del governo socialdemocratico di Gerhard Schröder, secondo le indicazioni di una commissione diretta da Peter Hartz, ex capo del personale della Volkswagen. Sono perciò conosciute come riforme Hartz I-IV. Furono concepite nell'ambito di politiche di tagli al sistema sociale (sanità e sussidio di disoccupazione), di innalzamento dell'età pensionabile (portata a 67 anni), di diminuzione delle imposte alle industrie con innalzamento delle imposte indirette e la creazione di un segmento di bassi salari. Tra i provvedimenti più noti ed incisivi figurano i cosiddetti mini-jobs.
Il fenomeno mini-jobs. Dal 2003 ai giorni nostri il numero di coloro che vivono soltanto di un mini-job è rimasto pressoché costante (4,9 milioni) mentre sono raddoppiati i cosiddetti Nebenjobbers1, ossia coloro che sommano un mini-job ad un lavoro a tempo determinato o indeterminato (si tratta di circa 2,7 milioni di persone). Inizialmente, soppiantati dai mini-jobs, sono andati persi circa 340.000 posti a tempo pieno, con una ricaduta negativa sulla cassa malattia. Al tempo stesso sono diminuiti il lavoro nero, la disoccupazione (con il contributo del lavoro interinale e del lavoro part-time) e l'impiego di lavoro immigrato di basso profilo professionale.
Secondo una ricerca dell’Università di Duisburg-Essen i lavoratori dei mini-jobs lavorano più ore percependo uno stipendio inferiore. Sono in maggioranza giovani under 25, stranieri e persone prive di formazione professionale. Per alcune categorie professionali il mini-job rappresenta un’ottima opportunità: per gli studenti, per esempio, l’attività ridotta si può facilmente conciliare con lo studio.
Notoriamente Schröder, in seguito a questa politica, perse le elezioni, essendogli venuto meno il sostegno della sua tradizionale base elettorale. Ma le sue riforme ebbero successo, ovviamente un successo nell'ambito della visione mainstream dell'economia. Infatti, le retribuzioni reali sono cresciute meno della produttività. Di conseguenza: “Fra il 2000 e il 2010 i costi del lavoro per unità di prodotto in Germania sono aumentati del 3,9%, in Italia del 32,5%. I costi dei prodotti tedeschi così sono diminuiti del 18,2 % rispetto agli altri Paesi dell’euro”.2
Ingegneria socio-economica
L'introduzione dei mini-jobs corrisponde ad una sorta di ingegneria socio-economica, in forza della quale:
- le Piccole Medie Imprese sono state spinte ad incrementare l'automazione per impiegare mini-jobber, diminuendo il costo del lavoro;
- casalinghe, pensionati, studenti, sussidiati hanno potuto arrotondare il loro budget mensile senza particolari oneri fiscali;
- il mini-job non consente l'ottenimento del permesso di soggiorno e gli immigrati senza skill non possono competere con il mini-jobber residente che gode di altri sussidi integrativi (vedi riquadro).
La strategia di politica economica
Bisogna dare atto alla élite dirigente tedesca di aver agito con tempestività e almeno una visione a breve-medio termine piuttosto efficace. La Germania era restia ad accettare la moneta unica e, a fronte delle pressioni francesi, pose condizioni assai restrittive in particolare sulle politiche monetarie e fiscali. Ufficialmente non voleva né esporsi all'inflazione né pagare per i debiti contratti da altri, diffidando del lassismo di alcuni governi europei. In pratica si dispose ad approfittare del contesto venutosi a creare anche grazie alle condizioni da essa stessa poste. Varò misure di deflazione salariale e di temporanea stabilità sociale interne per assumere un vantaggio competitivo esterno, soprattutto nell'ambito dell'area dei Paesi aderenti alla moneta unica, l'Eurozona. Oltre al segmento di bassi salari, poteva contare su persistenti dislivelli retributivi tra Länder dell'Ovest e Länder dell'Est, di recente acquisizione. I mini-jobs hanno assunto, pertanto, un ruolo paradigmatico nel modello tedesco: con una base interna di contenimento. dei consumi determinata da una consistente fascia di bassi salari, esso è proteso verso le esportazioni. Da più parti definito neo-mercantilista, scarica sul vicino europeo propri disequilibri.
Nell'ambito della Unione Europea non deve sfuggire un ulteriore aspetto strutturale della strategia tedesca, derivante dalla centralità delle proprie imprese industriali rispetto alle filiere e ai distretti produttivi allocati nei Paesi periferici. L'Italia, ad esempio, è fornitrice di componenti anche di qualità e concorre in posizione subalterna al prodotto finito made in Germany poi esportato. Altri Paesi più periferici assumono un ruolo ancora più subordinato nella dicotomia Centro-Periferie che, pre-esistente nel mondo, è stata riprodotta su scala europea.
Il rovescio della medaglia
Il modello germanico vantava negli ultimi decenni dello scorso secolo un indice di diseguaglianza sociale e di distribuzione della ricchezza inferiore ad altri Paesi ricchi. Ma secondo l’Ocse: “La diseguaglianza dei redditi in Germania è salita rapidamente dal 2000 in poi”. Secondo una ricerca della Conferenza Nazionale sulla Povertà (Nak) presentata nel dicembre scorso, il 10% della popolazione tedesca possiede oggi il 53% della ricchezza, nel 1998 era il 45% e nel 2003 il 49%. Il patrimonio delle classi medie, negli stessi anni, è diminuito dal 52 al 46%, mentre nel 2010 metà della popolazione si divideva appena l’1% della ricchezza. Strano per una nazione che tra il 2007 e il 2012 ha visto crescere il patrimonio nazionale di 1.400 miliardi di euro.3
Un simile andamento contraddice l'economia sociale di mercato a cui la Germania dice di ispirarsi. D'altro canto una politica liberal-liberista di mercato, anche se si avvale di alcune coperture sociali vieppiù indebolite e con ricadute negative spalmate nel tempo soprattutto per i giovani (nel caso dei mini-jobs si tratta delle pensioni da fame e dello svuotamento della cassa malattia), è destinata a perdere ogni carattere "sociale" sia nazionale che europeo. La contraddizione è manifesta pure se la si guarda dal lato delle donne, non a caso rese protagoniste e "ruolizzate" nell'utilizzo dei mini-jobs, o della retorica sull'integrazione dei nuovi immigrati.
Emulazione all'italiana?
A quasi tre lustri di distanza il governo Renzi pensa di ripetere il modello tedesco. Sappiamo già che potrà disporre di minori coperture assistenziali integrative. Inoltre, difficilmente potrà modificare le strutture produttive già consolidate, nelle filiere e nei distretti. Non è indifferente il peso del tempo trascorso: nel frattempo è scoppiata la Crisi e l'Italia vi ha perso un quarto della sua produzione manifatturiera. Poiché, banalmente, all'export dell'uno corrisponde pari import per gli altri, appare materialmente impossibile che ciascun Paese europeo possa perseguire con successo il modello neo-mercantilista tedesco. Il gioco a scaricare sul vicino i propri squilibri sortirà il solo effetto di disgregare l'Euro e l'Unione. Eppure gli indirizzi non mutano, come sostanzialmente non mutano sul piano internazionale, nonostante l'esperienza della Crisi.
Le tutele crescenti promesse ai giovani disoccupati verranno attuate in un quadro, di diritti welfare e salariale, decrescente4 per tutti, giovani compresi. Tuttalpiù l'emulazione italiana potrà portare ad una semplificazione del quadro normativo (il "disboscamento" di leggi e leggine), traducendosi in una imitazione tardiva della Germania, una sua versione "stracciona", per usare un precedente storico di altre tardive italiche imitazioni.
1 Dall'unione delle parole neben (tedesca) e jobbers (inglese).
2 Secondo Roland Berger, consigliere economico di Angela Merkel.
3 Il Fatto Quotidiano, 18 settembre 2013
4 Si tratta in questo caso di "decrescita infelice".

domenica 16 novembre 2014

Chi stampa moneta, chi incassa interessi… ma il cielo è sempre più blu

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Diverse sono le modalità Fed e Bce nell'emissione della moneta e nell'attribuzione degli interessi sui titoli di Stato. Sistema europeo banco-centrico e germanico-centrico.

Chi stampa moneta
Poiché la Banca Centrale Europea stampa euro, concede prestiti, acquista debiti, incassa interessi e li corrisponde, alla fine del "giro" c'è chi guadagna e chi perde. Dal modo in cui ciò avviene si comprende molto del ruolo della finanza e degli assetti di potere in Europa.  
Tra dicembre 2011 e febbraio 2012, Mario Draghi difese mirabilmente l'Euro e l'Europa (nessuno osi separarne i destini!) prestando 1.000 miliardi della BCE alle banche europee all'interesse del 1%. Lo scopo dichiarato era che i soldi, tramite le banche, finissero alla asfittica economia reale. Vennero, invece, investiti in beni e buoni del tesoro dei singoli Paesi, ad interessi tra il 3 e il 6%. Un esito imprevedibile? Una prova di buona volontà disattesa?
Nel 2011 la BCE stampò moneta per comprare titoli di Stato dei Paesi europei periferici in difficoltà e tenere sotto controllo lo spread verso i Bund tedeschi. Con il Security Market Programme (Smp), come fu denominata l'operazione, la BCE acquisì 220 miliardi in titoli degli Stati in difficoltà, di cui 102 italiani.
Recentemente, dopo averne azzerati 50, ha deciso di tenerne in pancia 170. Si tratta di una forma tutta europea di Quantitative Easing (QE), specialità della Fed americana che da anni inonda di dollari il mondo, ma che alla fine di ogni annuale esercizio rimette gli interessi dei titoli acquisiti dal Tesoro USA al Tesoro medesimo.1
Chi incassa interessi
In Europa le cose vanno diversamente e ce lo spiega Marcello Minenna su "Corriere Economia".2 Non esistendo uno Stato dell'Unione Europea, né, ovviamente, un Tesoro europeo, la riconsegna degli interessi avviene "a modo suo": ne trattiene l'8% per sé e il restante 92% lo ripartisce tra le banche centrali dei vari Paesi che partecipano alla BCE, in proporzione (qui sta l'inghippo!) al loro specifico peso nella BCE medesima, dato dalle differenti quote di partecipazione al capitale da parte delle singole Banche Centrali Nazionali. 
Risultato? L'Italia ha pagato 4 miliardi di interessi per i suoi 102 miliardi di buoni del tesoro e non li ha avuti interamente restituiti, avendone la Bundesbank tedesca, per la sua parte, incamerati 1,5 nel solo 2013.
Manca un "tassello"? Un "difetto architetturale"? Il sistema è irrazionale? O, al contrario (ma Minenna non è nemmeno sfiorato dall'ipotesi), è perfettamente e razionalmente pensato per compensare il "rischio" tedesco per la condivisione, tramite BCE, di debiti accumulati dai pigri e spendaccioni Paesi mediterranei? Al lettore la risposta.
Una prima considerazione: che si tratti di una operazione (1.000 miliardi) o dell'altra (170 miliardi) pagano i debiti pubblici ed i contribuenti dei Paesi della periferia europea e, con loro, in rapida inesorabile successione, lo Stato sociale e i servizi da esso erogati, mentre incassano le banche (speculando come si è visto sulla differenza di interessi) e il centro teutonico già forte di suo (in ragione della partecipazione al capitale della BCE). 
L'insieme ha una sua logica
Questa è la seconda considerazione. Si spiega perché la Banca Centrale deve essere "indipendente" dal potere politico, a presidio del ruolo "neutrale" della moneta, in una sorta di Devolution (solitamente intesa come cessione di poteri dal centro alle amministrazioni locali) alla rovescia, dal basso nazionale verso l'alto europeo, a detrimento della sovranità democratica di ciascun Paese. Si spiega a quali scopi impliciti indirizzi le proprie operazioni.
Poi sono degeneri "populisti" quelli che affermano, dati contabili alla mano, che l'intero sistema è asimmetrico, ad un tempo banco-centrico e germano-centrico.

1 Restituzione a cui aveva diritto anche il Tesoro italiano prima del divorzio dalla Banca d'Italia.
2 Inserto del Corriere della Sera, 23 giugno 2014.