Un
referendum preliminare
La
rottamazione è un concetto di epoca industriale. Nel senso comune
richiama immediatamente il fine vita di un'auto oramai consumata e,
appunto, da rottamare. Secondo il dettame ecologico post-industriale,
politicamente corretto, alla dismissione deve seguire recupero e
riciclaggio.
Trasferita
nell'ambito politico, la rottamazione renziana ha avuto
un'applicazione particolare. A venire recuperata e riciclata non è
stata, diciamo così, la “carrozzeria”, bensì il “motore”,
rappresentato, nel caso, dal gruppo di interessi lobbistico
dell'energia fossile nazionale ed internazionale, nella persona del
ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan.
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| Pier Carlo Padoan |
Questi, liberista e docente
universitario, era stato direttore della Fondazione Italianieuropei,
il centro di ricerca dedicato ai temi di politica economica e sociale
voluto da
Massimo D'Alema, il “rottamato” per eccellenza. Una
scelta non occasionale e coerente col decreto legge “Sblocca
Italia”, volto a ridare fiato all'economia all'insegna di “non
importa come, purché si faccia”. In questo modo il governo ha
“sbloccato” trivellazioni ed oleodotti, elevandoli al rango
strategico-nazionale e sottraendoli alle prerogative locali; ma,
incontrando l'opposizione di ben 7 Regioni
anche governate dal PD, si sia dovuto ricredere, lasciando comunque
nel piatto la polpetta avvelenata (residuale, se si considera quanto
ha dovuto rimangiarsi) di un solo quesito referendario su cui
rivalersi. L'espediente gli ha permesso la vittoria. Nel referendum
del 17 sulle trivelle ha prevalso l'astensione, ma l'immagine
innovativa ed ambientalista del governo ne è uscita deturpata.
Oltretutto,
è emersa la sua propensione a sottrarre alle Regioni importanti
poteri, accentrandoli a Roma. In questo modo ha offerto
un'anticipazione delle conseguenze pratiche della riforma
costituzionale Boschi, laddove riordina, in particolare sull'energia
e sulle infrastrutture, il rapporto con le autonomie locali a favore
del governo. Un concreto assaggio di cosa significhi la riforma
rispetto alla sovranità popolare sui territori.
Infine,
cosa implica una vittoria conseguita tramite l'invito esplicito, da
parte del governo, a disertare le urne dalle quali istituzionalmente
dovrebbe passare l'esercizio della volontà popolare?
Senza
dubbio si è trattato di un referendum di posizionamento, in vista
del prossimo appuntamento referendario d'autunno sulla Costituzione e
nell'ambito di uno scontro politico di più vasta portata, di cui
vanno indagati i termini reali.
A
cominciare dal modo in cui si è affermato l'esecutivo attualmente in
carica.
Mezzi
giustificati dal fine
Una
rilettura del 2013, più precisamente del periodo intercorso tra le
elezioni politiche e la nascita del governo Renzi,
può indurre a due errori.
O
individuare una specie di “complotto” nel
suo “strano” svolgimento, come se l'esatta concatenazione degli
eventi fosse stata preordinata da una “cupola segreta”; o, per
l'estrema difficoltà di preordinare una così intricata sequenza,
concludere sbrigativamente che fu un “farsi quotidiano”, privo di
una sua trama di fondo e di poteri capaci di tesserla.
Le
elezioni politiche del 2013 si erano tenute secondo il maggioritario
di coalizione della legge Calderoli (Porcellum), non conducendo né
al bipolarismo “destra” versus “sinistra”, né alla
stabilità di governo basata su una maggioranza il cui programma
avesse raccolto il consenso degli elettori.
Questo
fallimento avrebbe potuto portare l'insieme delle forze politiche e
la presidenza della Repubblica a riconsiderare sia il maggioritario
sia le liste bloccate, prima che fosse la Corte costituzionale a
farlo. Tanto più in considerazione del consistente successo del M5S
e dell'assetto “tripolare” assunto dal sistema, segnato da una
“fuga dalle urne” di portata storica.
In
altri termini, avrebbe potuto spingere la “classe politica” a
rinnovarsi, per cercare di rigenerare i legami tra “rappresentanti
e rappresentati”.
Assistemmo,
al contrario, al ripetersi di vecchie logiche di Palazzo, al
precipitoso abbandono dei vantati programmi,
serviti al dunque solo per “acchiappare” consensi, e, poi, ad una
serie infinita di “cambiamenti di casacca” dei parlamentari, da
un partito e da uno schieramento all'altro, quasi sempre in direzione
del governo e del sottogoverno.
Assistemmo
al Patto del Nazareno su riforme istituzionali rispetto alle quali le
due forze contraenti si erano presentate agli elettori su posizioni
antitetiche, salvo poi ritrovarsi in sintonia (con Renzi al posto di
Bersani).
Ma
fu solo il prologo di un'ulteriore torsione in direzione della
“governabilità”, perseguita con ostinazione e attraverso mezzi
anche “non convenzionali”.
Questi
mezzi gettano un'inquietante luce sul fine.
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| Giorgio Napolitano |
Si
pensi sia al modo in cui fu reinsediato pro tempore
Napolitano, sia al modo in cui Matteo Renzi è diventato presidente
del Consiglio. Nel primo caso, la defezione dei 101, che bocciò
Romano Prodi aprendo la via a Napolitano, comportò le dimissioni di
Bersani da segretario del PD. Nel secondo, Renzi divenne premier
su incarico di Napolitano, in quanto nuovo segretario del PD stesso.
Un valzer sorprendente.
Tra
i due avvenimenti, il “governo delle larghe intese” di Letta
appare come il viatico temporalmente necessario per perseguire
l'obiettivo.
Sicché,
stando ai fatti, l'attuale governo e la sua fase ri-costituente sono
stati avviati in base a:
Una
oscura manovra di Palazzo (la predetta defezione dei 101).
Un
cambiamento di programma, di linea e di leadership interna ad
un partito, il PD, determinato da regole sue “private” e non
“pubbliche”, in barba alle elezioni appena svolte.
La
dote di un premio di maggioranza conseguito dal PD, da un lato
grazie al Porcellum ed in violazione della Costituzione, e
dall'altro in virtù di un programma e di una coalizione (di
Bersani) ripudiati.
Quanto
vale un voto
Dagli
svolgimenti dello strano 2013 abbiamo ereditato un duplice peso
specifico arbitrario assegnato al voto dei cittadini: l'uno,
derivante da un voto particolare e parziale, “privato”, nelle
elezioni riguardanti il solo PD (con regole sue autodefinite, ad
hoc), posto al di sopra di quello repubblicano per decisione del
Presidente; l'altro, derivante dal premio di maggioranza conseguito
in base al Porcellum.
Senonché,
la successiva legge elettorale (Italicum)
ha confermato il meccanismo premiale ed accentuato la differenza di
peso specifico assegnato al voto. Per eleggere un rappresentante di
minoranza serviranno ancor più voti di quelli necessari ad eleggere
un rappresentante di maggioranza. La divaricazione, che contraddice
il fondamentale principio di uguaglianza dei cittadini, è
evidenziata dal rapporto tra i due quozienti: un deputato di
minoranza risulterebbe eletto con 3,67 voti o addirittura 4,02,
mentre nel 2013 ne sono bastati 2,75.
Ne
consegue che le opposizioni vengono marginalizzate. Ad esse, pur
godendo tra il 75% ed 65% dei suffragi al primo turno, toccherebbe,
comunque e nel loro insieme, il 45% dei deputati.
Di
converso il futuro governo godrebbe di una base parlamentare ampia e,
tramite il prevalere del numero di “nominati” sui “preferiti”,
docile ed obbediente.
Secondo
l'ideologo renziano della Seconda Repubblica, dovremmo essere felici
di tutto ciò. Già in Francia, ai tempi in cui era commissariata da
Charles De Gaulle in occasione della crisi algerina, il rapporto tra
Parlamento e Governo venne brillantemente risolto a favore di
quest'ultimo, rafforzando la “Europa della decisione” e
sconfiggendo quella della “impotenza”. Colmeremmo semplicemente
un ritardo storico, completando una “transizione” lunga 70 anni.
Efficienze
Veniamo
alla riforma costituzionale Boschi
che, insieme all'Italicum, genera il “combinato disposto”.
Anche
per la riforma costituzionale la motivazione addotta, ovunque
rintracciabile, è di natura pragmatico-funzionale.
Una
volta dismesso il “bicameralismo perfetto” e la relativa “navetta
tra Camera e Senato”, il percorso legislativo sarebbe snellito,
reso più rapidamente “produttivo”, in altri termini più
“efficiente”.
Secondo
argomentate critiche la maggiore funzionalità non sarebbe per nulla
garantita dalla nuova normativa, perché scritta in modo farraginoso
e prefigurante una pluralità di «procedimenti legislativi
differenziati, a seconda delle diverse modalità di intervento del
nuovo Senato.»
Il
persistere di una zona grigia tra le competenze affidate alle Regioni
rispetto a quelle dello Stato, è rafforzata dalla mutevole durata
del mandato dei senatori, non coincidente con quella dei deputati
della Camera, perché dipendenti dalla durata dei Consigli Regionali
in carica. Con il variare della composizione di questi ultimi
cambierebbero le maggioranze politiche al loro interno e, dunque, gli
orientamenti del Senato. Ciò, dato il numero di senatori ed i poteri
loro rimanenti, non destabilizzerà il governo, ma potrebbe
complicare ulteriormente i rapporti tra i due rami del Parlamento,
invece di semplificarli.
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| Michele Ainis |
Sull'efficienza,
dalle colonne del Corriere
della sera,
il costituzionalista Michele Ainis
obietta: «Una maggior concentrazione del potere
dovrebbe assicurarla, però non è detto, dipende dalle complicazioni
della semplificazione. L’iter legis, per esempio: qui danno le
carte soltanto i deputati, tuttavia il Senato può emendare, la
Camera a sua volta può respingere a maggioranza semplice, ma talora
a maggioranza assoluta. Mentre rimangono pur sempre 22 categorie di
leggi bicamerali. Insomma, dalla teoria alla prassi il principio
efficientista rischia di rivelarsi inefficiente. E voi, siete teorici
o pragmatici?»
Poteri
concentrati
Tuttavia,
l'aspetto principale consiste proprio nell'accennata concentrazione
dei poteri, derivante dalla combinazione con la nuova legge
elettorale.
Attraverso
il maggioritario di lista “secca” (coalizioni escluse), i
deputati della lista vincente al ballottaggio, si troverebbero nella
condizione, da un lato, di votare la fiducia al governo e di
legiferare e, dall'altro, di scegliersi il Presidente della
Repubblica, il suo Supplente, un determinante numero di giudici della
Consulta
e di membri laici del Consiglio superiore della Magistratura (Csm).
Ne
esce sconvolto la pluralità dei poteri, dei “pesi” e
“contrappesi”, di governo e di controllo, ma anche il loro
decentramento.
Nello
stesso articolo, Michele Ainis scrive: «Primo: il potere. La riforma
lo concentra, lo riunifica. Una sola Camera politica (l’altra è
una suocera: elargisce consigli non richiesti). Un governo più
stabile e più forte, senza la fossa dei leoni del Senato, che ha
divorato Prodi e masticato tutti i suoi epigoni, nessuno escluso. E
uno Stato solitario al centro della scena. Via le Province, pace
all’anima loro. Via le Regioni, cui la riforma toglie di bocca il
pasto servito nel 2001, sequestrandone funzioni e competenze: dal
federalismo al solipsismo. Perciò il decisionista Carl Schmitt
voterebbe questo testo, l’autonomista Carlo Cattaneo lo
disapproverebbe. Voi da che parte state?»
Oligarchie
 |
| Roberto Scarpinato |
Un
chiarimento a questo proposito ci viene direttamente da un magistrato
in prima linea. Roberto Scarpinato, procuratore di Palermo, in
un'intervista a la Repubblica,
afferma: «Si è avviato un complesso e sofisticato processo di
reingegnerizzazione oligarchica del potere che si declina a livello
sovranazionale e nazionale lungo due direttrici. La prima è quella
di sovrapporre i principi cardini del liberismo a quelli
costituzionali trasfondendo i primi in trattati internazionali e
trasferendoli poi nelle costituzioni nazionali.»
A
questo proposito Scarpinato propone, come esempio cardine,
l'inserimento dell'articolo 81 nella Costituzione, che fissa
l'obbligo del pareggio di bilancio sopra ogni altro diritto sancito
nei valori fondanti.
Quindi
prosegue: «La seconda direttrice consiste nel trasferimento dei
centri decisionali strategici negli esecutivi nazionali, declassando
i Parlamenti a organi di ratifica delle decisioni governative e
sganciandoli dai territori tramite la selezione del personale
parlamentare per cooptazione elitaria grazie a leggi elettorali ad
hoc.»
In
termini più stringenti, le “forze che governano i mercati”,
ossia le oligarchie economico-finanziarie internazionali ed europee,
mirano a creare un sistema politico oligarchico a propria immagine e
somiglianza. Per raggiungere lo scopo devono rendere subalterne le
Costituzioni ai loro interessi e disporre di esecutivi che possano
decidere senza dovere rendere conto ai popoli, ai parlamenti e ad
altre istituzioni dello Stato. Devono esautorare la sovranità
democratica, nazionale e territoriale, per imporre una “nuova”
sovranità dello Stato confacente al loro potere oligarchico.
Come
si vede il problema è sì di efficienza, ma funzionale a poteri
“altri” e opposti a quelli popolari.
Plebiscito
La
riforma Boschi investe più di 40 articoli della Costituzione e muta
la forma di governo: alla Repubblica parlamentare subentra una
Repubblica imperniata sull'esecutivo e sul Capo dell'esecutivo.
Non
è una semplice revisione, prevista dall'art. 138 della Carta del 1°
gennaio 1948. Viene introdotta un'altra Costituzione. Essa ordina
nella normalità la forza decisionale di un accentrato potere
governativo, che è già stato e viene praticato. Ne è la convalida.
Il
premier trasforma il referendum in plebiscito, su di sé
perché si è auto-attribuito l'interpretazione autentica della
volontà popolare: si sente il portatore della “legittimità”
ri-costituente della Seconda Repubblica rispetto alla “legalità”
costituita della Prima.
Al
decisionismo non può che corrispondere, a suggello, un plebiscito
ultimativo. Infatti, il governo Renzi vuole non sia concesso ai
cittadini di convalidare singole parti della riforma Boschi oppure
respingerle: o tutto o niente.
Il
suo carattere ultimativo è nell'aut aut “o con me o contro
di me”, ascrivibile al ferreo dualismo amico-nemico. Il gergo
appare bonariamente calcistico. I nemici sono chiamati “gufi”,
ma, per il loro “tifo” contro il “gioco di squadra” del
governo che “prova a governare”, sono imputati del peggior
crimine politico-morale: di anteporre il proprio tornaconto
particolare e fazioso al bene generale e supremo dell'Italia.
Una
volta ripristinata l'unità di forma e contenuto nella ri-costituita
Repubblica, alla maggioranza del demos e all'esercizio della
sua sovranità resterebbe, sul piano istituzionale, solo l'eventuale
ricorso a strumenti diretti
e, per le rappresentanze all'opposizione, il diritto di tribuna.
Nel
governo, e in capo al premier, si concentrano i poteri della
Repubblica. Rimane in campo una rimaneggiata indipendenza della
Magistratura, sulla quale si vanno concentrando i più furiosi
attacchi.
Tutto
ciò in un Paese già considerato a scarsa libertà d'informazione
cartacea e televisiva, con un personale politico partitico screditato
dalla penetrazione mafiosa e dalla corruzione.
Incertezze
È
ancora incerto se il referendum si svolgerà secondo le intenzioni
del governo, con un Sì/No secco a tutta la riforma Boschi.
La
riforma non ha ottenuto la maggioranza parlamentare dei due terzi,
sicché, secondo le norme vigenti,
la richiesta di referendum può essere presentata da un quinto dei
membri di una Camera, da 500.000 elettori o da cinque Consigli
regionali.
I
parlamentari della minoranza PD non hanno firmato la richiesta
approntata dal governo perché: ”E' giusto che siano le opposizioni
a farlo altrimenti sembra si voglia il plebiscito.”
Pure
la data della consultazione è incerta.
Tempi
e modi influiranno sulla consultazione, spostando l'accento sui
contenuti della riforma o sul “prendere o lasciare” di riforma ed
annesso governo.
Qualsiasi
sia l'esito anche di questa contesa, ritengo che, in caso di vittoria
del Sì, vada preso sul serio l'allarme lanciato da Nadia Urbinati:
«Se finisse nelle mani sbagliate, con un'altra maggioranza, ci
sarebbe da rabbrividire».
Con
un'osservazione aggiuntiva.
Non
mi pare indispensabile paventare il peggio per essere allarmati,
quando si comprenda come è maturata la svolta, in cosa consista la
Seconda Repubblica e quali poteri reali porti con sé.
***
Appendici:
Uno
strano 2013
Porcellum
& Italicum
La
riforma costituzionale