martedì 20 novembre 2018

Perché la sinistra ha perso il suo popolo

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Nel mentre l'ancien régime perde il controllo della società, la sinistra perde il suo popolo. Ma quest'ultima di quale parte sociale e di quali processi economici si è fatta carico?
La spaccatura sociale e la decadenza del Paese generate dalla globalizzazione. Come la rivendicazione delle vecchie politiche si associa all'accanita difesa dell'esistente.
Per spiegare «l'avanzata populista-sovranista» che «da tempo caratterizza l'intero scenario continentale», ma «in Europa occidentale solo l'Italia vede un governo di questo tipo», poco più di un mese fa Ernesto Galli della Loggia1 scriveva che il «popolo piccolo borghese» è sfuggito al controllo politico e si è preso un ruolo che in passato gli era stato negato.
Ernesto Galli della Loggia
Così all'improvviso ricompariva nelle analisi della politica la piccola borghesia, categoria un tempo assai evocata e da anni caduta in disuso. Di identità sempre indefinita e pencolante tra classe della piccola proprietà, della “roba”, raramente dei mezzi di produzione, e “ceto medio” di consumo o più compiutamente di status, secondo l'approccio sociologico. Della sua vaga determinazione non si sentiva la mancanza, tantomeno del suo utilizzo come insulto (piccolo borghese!), quando le discussioni interne al popolo della sinistra si facevano animate.
Ciò nonostante, la sua sola chiamata in causa guadagna il merito non irrilevante di voler stabilire una connessione tra svolgimenti politici e classi sociali. Una connessione alla quale si deve guardare, se si vuole evitare di prendere lucciole per lanterne.
Fuori controllo
Vanno compresi i motivi per i quali la sinistra ha perso il suo popolo, fatto di operai, braccianti, impiegati, disoccupati, precari, poveri giovani e vecchi, non solo di piccola borghesia.2
Per quali ragioni il malcontento popolare non trova più da tempo nella sinistra adeguata corrispondenza?
Forse perché la sinistra, almeno nella sua parte prevalente, ha rinunciato sia alla lotta di classe che alla prospettiva socialista, che sin dall'ottocento sono state le architravi della sua esistenza?
Se addebitare tutto a questa rinuncia fosse esaustivo, sarebbe bastato contrapporre una “vera autentica sinistra” a quella falsa o troppo annacquata, secondo interpretazioni più o meno radicali del suo mutamento, per riprendere legami sociali e consensi elettorali. A maggior ragione in presenza di un contesto “favorevole”, nel quale la crisi capitalistica ha prodotto povertà e concentrato ricchezza.3 Alle recenti elezioni politiche, per esempio, il voto popolare avrebbe dovuto premiare sia LeU che Potere al Popolo. Il che non è avvenuto.4
Il malcontento delle classi povere ed impoverite si è indirizzato,5 invece, verso il M5S e la Lega di Salvini, allargandone la base di consenso o, come si usava dire, secondo una scolastica desueta, la “base di massa”.6 Più complessivamente tale base è fuori controllo e, a dispetto dei prevalenti mezzi di comunicazione tradizionali (carta stampata e TV) e del vasto schieramento dei centri di potere, l'ancien régime non riesce a condizionare la maggioranza popolare in modo decisivo. Sia al momento del voto, sia nella formazione quotidiana dell'opinione rilevata dai sondaggi.
In effetti, per quale parte economico-sociale ha operato quella sinistra, negli anni della “lotta di classe senza la lotta di classe”, come ebbe a dire Luciano Gallino, quando imperversava la restaurazione liberale e liberista, sino alle ultime elezioni politiche del 4 marzo 2018?
Forse dovremmo prendere atto che le componenti maggioritarie della sinistra si sono applicate proprio contro le classi sociali di loro storico riferimento e radicamento. Di conseguenza ogni schematica interpretazione dei comportamenti politici, secondo il paradigma destra-sinistra, mostrerebbe di essere incapace di rendere conto della realtà sociale e culturale sottostante.
Lo spazio della mediazione
In occidente il sistema liberal-democratico poggia su una certa disponibilità statale di ricchezza (data dalla fiscalità generale), senza la quale non è possibile “correggere” la dinamica economica “naturale” di mercato, per limitare lo svantaggio dei gruppi sociali che ne sono penalizzati ed esclusi.
Da tale disponibilità dipende buona parte della perequazione distributiva, nella mediazione di interessi che tendono “spontaneamente” a divergere e confliggere. Senza questa disponibilità il sistema liberal-democratico non può ovviare alla mancanza di democrazia insita nell'economia capitalistica. Quest'ultima traeva stabilità proprio dalla mediazione, sicché la sinistra istituzionale ha vissuto nei trent'anni postbellici di questo specifico spazio politico, correttivo e riformista rispetto a quello meramente di mercato e, per così dire, di soverchiante potere della proprietà e del danaro.
A quel tempo il ricco Occidente viveva la “minaccia sistemica”, costituita dall'Est comunista e dal Sud in liberazione nazionale. Sventata la minaccia ed affermatasi l'ondata liberista e globalizzante, abbiamo assistito all'annullamento progressivo di questo spazio di mediazione, per decenni presidiato dalla socialdemocrazia europea variamente denominata.
In questo processo si situa la sua perdita di popolo.
Quasi tutto il ceto politico della sinistra ha ritenuto di poter salvare se stesso evitando di ostacolare questo divenire, ritenuto prima inevitabile e poi irreversibile, facendosene direttamente carico. Ma motivando di doverlo fare per salvare il salvabile, a riduzione del danno per i settori sociali di storico riferimento.
Senonché la crisi del 2007-2008 ha messo a nudo la sostanziale inconsistenza delle motivazioni addotte, a giustificazione dei propri comportamenti, e lasciato sotto gli occhi solo la sua totale adesione, financo ideologica, al liberalismo ed alla mondializzazione.
Non a caso oggi ricorre la disputa se il Paese sia ricco di fiscalità sufficiente per potersi permettere la mediazione politica. Oppure, causa l'ingente indebitamento dello Stato,7 debba rinunciare a farlo, evitando di finire in default e di far saltare le banche italiane con la pancia piena di bonds italiani.
Essendo le banche organo essenziale al funzionamento del corpo finanziario italiano (dai più definito “bancocentrico”), la prevalente sinistra è finita nelle file patrizie di... Menenio Agrippa. Mutatis mutandis, essa aderisce al suo celebre apologo – come fossimo ancora nel 494 a. C. - forse credendo in questo modo di fare rientrare l'attuale “secessione delle plebi” (le membra), attratte da “populismo e sovranismo” che opererebbero a loro danno perché minerebbero il “ventre” sistemico.8
La secessione delle plebi
L'apologo
di Menenio Agrippa
fu un discorso pronunciato da quest'ultimo nel 494 a.C. Ai plebei in rivolta che, per protesta, avevano abbandonato la città e occupato il Monte Sacro (più probabilmente il colle Aventino) per ottenere la parificazione dei diritti con i patrizi. All'epoca, Agrippa Menenio rivestiva la carica di senatore di rango consolare.
Agrippa spiegò l'ordinamento sociale romano metaforicamente, paragonandolo ad un corpo umano nel quale, come in tutti gli insiemi costituiti da parti connesse tra loro, gli organi sopravvivono solo se collaborano e, diversamente, periscono; conseguentemente, se le braccia (il popolo) si rifiutassero di lavorare, lo stomaco (il senato) non riceverebbe cibo ma, in tal caso, ben presto tutto il corpo, braccia comprese, deperirebbe per mancanza di nutrimento.
Grazie alla mediazione di Menenio Agrippa la situazione fu ricomposta ed i plebei fecero ritorno alle loro occupazioni, scongiurando così la prima grande rottura fra patrizi e plebei.
https://it.wikipedia.org/wiki/Apologo_di_Menenio_Agrippa
D'altro canto, non è la prima volta che il liberalismo si trova in antagonismo con la democrazia.9 Anche se mai come in questo momento è apparso così chiaramente espressione dei gruppi oligopolistici finanziarizzati, fautori della globalizzazione contro una democrazia, alla quale sottrae la sovranità in forza della quale può di fatto esercitarsi.
Il sottostante
A questo punto ritornare al tema iniziale, sollevato dal ritorno in auge dell'analisi del sociale che sta sotto la superficie politica, è indispensabile.
In questa direzione, un contributo alla riflessione ci viene dalle pubblicazioni di Domenico Moro. Mi riferisco all'analisi sviluppata nel libro edito nel 2015, significativamente intitolato “Globalizzazione e decadenza industriale”,10 che lo porterà a trarre drastiche conclusioni sulla nostra partecipazione alla moneta unica, espresse nel suo più recente libro comparso nel 2018.11
L'autore spiega la globalizzazione come insieme di risposte (cause antagonistiche) alla “caduta tendenziale del saggio di profitto”, prevista da Marx ne “Il Capitale” e già oggetto di uno classico studio di Henryk Grossmann, uscito nell'anno della grande crisi del 1929, pochi giorni prima del crollo di Wall Street.12 Da questo punto di vista la globalizzazione non è che una riorganizzazione capitalistica su scala mondiale, a seguito della crisi manifestasi negli anni '70.
Le politiche condotte dai governi europei conservatori e progressisti, di destra e di sinistra, si sono indistintamente indirizzate a favorire sia la globalizzazione, sia la messa in opera su scala continentale di particolari meccanismi ordinativi che hanno comportato una pesante penalizzazione dei lavoratori (fino alla emarginazione di alcuni strati). Il tutto a vantaggio dei gruppi oligopolistici finanziarizzati.
Rimandando coloro che sono interessati alla lettura delle specifiche argomentazioni dell'autore,13 preme qui sottolineare che l'impatto sulla realtà sociale nazionale è risultato piuttosto devastante. Dalla disamina di Moro emerge un interessante film della decadenza italiana [vedi finestra “Decadenza italiana”] e della spaccatura sociale in atto nel nostro Paese, ragione sostanziale della perdita di controllo politico da parte delle élites dominanti su settori numericamente maggioritari della popolazione.
Decadenza italiana
«Oggi, più che davanti a una vera e propria decadenza industriale come quella del passato, ci troviamo dinanzi ad una riorganizzazione dell'accumulazione capitalistica in Italia (…) che è coerente con le trasformazioni dovute al passaggio da una fase nazionale a una fase compiutamente globalizzata. La riduzione della produzione, nel numero delle imprese, dell'occupazione industriale e dei salari non è dovuta al mancato adeguamento alla globalizzazione, ma paradossalmente proprio all'adattamento alle trasformazioni in atto dovute all'intreccio di crisi e globalizzazione.
Ovviamente, non stiamo dicendo che non ci sia un decadimento e che questo decadimento non investa la società italiana nel suo complesso. Stiamo dicendo che che c'è chi, una minoranza ristretta, beneficia delle trasformazioni e chi, la maggioranza, sperimenta il peggioramento. I primi sono i settori vincenti del capitale, cioè il grande capitale industriale e finanziario globalizzato, che controlla di fatto la gran parte dell'economia italiana, delle esportazioni, del capitale. La classifica dei primi gruppi con sede in Italia stilata da Mediobanca è esemplificativa. Il peso dell'estero sul fatturato e sui profitti è cresciuto. Dopo undici anni di primato di Eni, il primo gruppo italiano è Exor, i cui ricavi sono saliti a 122 miliardi (+7,5 per cento), ma di questi 62,5 miliardi provengono da Crysler. Fra i primi venti gruppi sette sono di proprietà estera, ma il loro numero è destinato a crescere, mentre sono fuori della classifica, perché hanno sede all'estero, Techint che occuperebbe la sesta posizione, Ferrero che si situerebbe al tredicesimo posto e STMicroelectronics che sarebbe al ventesimo posto. Accanto a questa élite capitalistica c'è la borghesia delle nuove élites professionali, tecnico-scientifiche e manageriali, coloro i quali hanno competenze professionali per stare su un mercato più tecnologico e più internazionalizzato.
Invece, tra coloro i quali rimangono penalizzati dalla riorganizzazione dell'accumulazione, vanno annoverati in primo luogo i lavoratori del settore manifatturiero, i lavoratori italiani e stranieri occupati nei servizi a più basso valore aggiunto e la crescente massa dei disoccupati. Ma tra quanti sono stati colpiti dalla riorganizzazione troviamo anche i settori intermedi della società, buona parte dei lavoratori dipendenti statali, i giovani laureati e non, le micro e medie imprese, e anche le medie e alcune grandi imprese che non si sono internazionalizzate o che non sono riuscite a inserirsi nelle catene internazionali del valore, e che non beneficiano di alcun monopolio. Ciò a cui si assiste è il rialzo dei profitti del vertice capitalistico, sempre più integrato con il capitale internazionale, al prezzo del peggioramento delle condizioni di vita della maggior parte della società e della stagnazione di lunga durata dell'economia. Ne sono dimostrazione i dati Istat, (...)»
Da Domenico Moro, “Globalizzazione e decadenza industriale”, Imprimatur, 2015, pagg. 209-211.
Appunti sociali
In particolare vorrei osservare che:
  1. il forte livello di disoccupazione e sotto-occupazione, di precarizzazione dei rapporti di lavoro;
  2. la penalizzazione dei lavoratori del settore manifatturiero e lo spostamento dell'occupazione nei servizi a più basso valore aggiunto;
  3. l'allargamento del gap tra meridione ed isole rispetto al resto d'Italia;
hanno fatto dilagare la povertà e le distanze territoriali, colpito anche una parte dei ceti intermedi di consumo, generando in questi ultimi una propensione “forzata” al risparmio di autotutela, sicché nel complessivo il mercato interno ne è uscito depresso.
Nella parte superiore della “pera sociale”, invece, riscontriamo una accentuata divaricazione interna alla borghesia imprenditoriale, tra quella finanziarizzata e legata alla globalizzazione (non a caso devota all'attuale assetto europeo) e quella “nazionale”, legata alle produzioni territoriali ed al circuito interno del mercato, costituita da gran parte delle piccole e medie aziende.
D'altro canto, il passaggio delle proprietà delle imprese in capo a società transnazionali, che ricorrono sistematicamente alle delocalizzazioni produttive, rende il contesto sociale ancora più instabile e privo di “futuro”. Un futuro di cui non si smette di parlare, proprio perché è quanto mai divenuto incerto ed insicuro.
Appunti politici
Si inasprisce lo scontro politico sia contro, sia all'interno dell'attuale governo, frutto di un contratto di compromesso tra M5S e Lega di Salvini, che proprio nelle contese in seno al governo promettono di divenire reciprocamente alternativi. Come alternative sono le rispettive strutture organizzative, poiché il Movimento è basato sulla ricerca di un assetto partecipativo tramite le nuove tecnologie della Rete, mentre la Lega è ancorata alla militanza amministrativa dei territori, alla maniera della prima Repubblica.
La Lega in questi mesi ha fatto il pieno di consensi del fu centro-destra, ergendosi a paladina xenofoba securitaria contro gli immigrati. Tuttavia, i suoi legami con gli affaristi delle privatizzazioni autostradali, delle grandi opere (vedi TAV) e degli inceneritori di rifiuti, le cui fortune dipendono dalle committenze di Stato, appaiono sempre più evidenti, anche quando difende la prescrizione infinita, ereditata dai governi a cui ha partecipato nel recente passato.
Il M5S fatica ad imporsi sia sui temi della giustizia, sia sulle grandi opere, dovendo al tempo stesso avviare un modello di sviluppo basato su nuove tecnologie più ambientalismo ed attuare alcune riforme sociali (reddito di cittadinanza e pensioni) dalle quali dipende l'ampiezza del suo consenso.
Il bersaglio principale di tutto l'establishment è il M5S, che sperimenta la validità di un giovane personale politico, selezionato secondo metodi ancora da affinare. Mentre si avvicinano le elezioni europee, il vecchio regime politico-economico mostra apertamente di preferire al successo dei pentastellati quello dei leghisti.14 Unico grande ostacolo all'inclusione completa della Lega di Salvini nelle proprie fila, rimane per ora (e non è poco) la sua ostilità all'attuale Unione europea ed all'euro.
Rovesciamenti
Rifiutandosi di prendere atto della spaccatura sociale a cui ha fattivamente contribuito e dei motivi reali del proprio fallimento, il PD insiste nel rivendicare le proprie vecchie politiche, riproponendole e non disdegnando, alla bisogna, repentini rovesciamenti di passate posizioni e di realtà presente.
Di posizione politica, quando, con motivazioni non dissimili da quelle di Forza Italia, si schiera contro la limitazione dei tempi di prescrizione dei processi, in una sedicente “battaglia di libertà”, alla quale si sono associati financo LeU ed alcune voci “no borders”.
Della realtà, quando pretende che la difesa della libertà di stampa, di cui sono rimaste poche vitali tracce, consista nel difendere il coro unico dei grandi media tradizionali,15 usati dai loro proprietari per condizionare la politica e favorire il proprio specifico core business. Editori spuri che costituiscono oramai un oligopolio collusivo, dai tratti più liberticidi che “illiberali”. A questa farsa in difesa della libertà di stampa non si sottrae nemmeno la corporazione dei giornalisti, tanto supina agli interessi ed agli orientamenti dei rispettivi padroni, quanto inattiva di fronte al vergognoso sfruttamento a cui viene sottoposta la massa dei giornalisti precari ed esternalizzati.
Dulcis in fundo
In seno alla sinistra, solo alcune voci, piuttosto isolate, come quelle di Stefano Fassina e, per alcuni versi, di Marco Revelli, cercano faticosamente di sviluppare una critica alla manovra economica che tenga conto delle ragioni del favore popolare di cui gode il governo “populista e sovranista”.
Di assai difficile comprensione è poi la posizione di Potere al Popolo espressa da Giorgio Cremaschi.
Una volta rilevato che la manovra dell'esecutivo è “tecnicamente non espansiva” e, sul piano degli investimenti, alquanto insufficiente per porsi in grado di invertire la rotta economica e sociale da decenni intrapresa dai precedenti governi, ci si aspetterebbe una conseguente presa di posizione.
Se, nonostante le sue contraddizioni ed i suoi palesi limiti, essa è tenacemente contrastata dalla Commissione europea e dall'establishment tutto, ricevendo invece un consistente appoggio popolare di “aspettativa”, agitarsi tenendosi fuori dall'agone, garantirà la “purezza” ma condanna alla ininfluenza ed alla marginalità. Il continuo attacco alla sovranità democratica italiana dovrebbe indurre, perlomeno, ad una ferma risposta in sua difesa, come ha fatto Jean-Luc Mélenchon di France Insoumise. In caso contrario, la montagna critica, seppure ben argomentata, finisce per partorire un misero topolino politico, visto che manca della conseguente richiesta di fuoriuscita dal sistema euro e si limita a deprecare l'Europa dei Trattati, senza indicare il modo concreto per soppiantarli.
Non si può fare a meno di concludere che ciò accade perché manca una visione della questione sociale connessa a quella nazionale, di cui anche questo estremo lembo della sinistra sembra incapace, avendo sostituito l'internazionalismo con la globalizzazione cosmopolita.
Tema del quale tratterò in uno dei prossimi articoli.

Note:
1 Ernesto Galli della Loggia, “La sinistra e il popolo 'tradito'”, Corriere della Sera, 8 ottobre 2018.
2 Galli della Loggia non definisce nell'articolo citato cosa intenda per piccola borghesia.
3 Rapporto Bankitalia del 12/03/2018: il rischio povertà è salito dal 19,6% del 2006 al 23% del 2016, al Nord dall'8,3% al 15%; il 30% della ricchezza è detenuto dal 5% più ricco, mentre il 30% più povero detiene appena l'1% della ricchezza complessiva.
4 Assai al di sotto delle attese il risultato di Liberi e Uguali, mentre Potere al Popolo ha raccolto circa la metà dei suffragi a suo tempo destinati all'Altra Europa per Tsipras.
5 Basti pensare a come hanno votato i quartieri popolari delle grandi città rispetto ai quartieri ricchi, nei quali il PD ha riscosso un notevole successo.
6 La scolastica marxista distingue tra “base sociale” per indicare l'appartenenza di classe di una forza politica e sua “base di massa”, per denominare il fronte di adesione ampio, di più soggetti sociali, che quella forza riesce a raccogliere intorno a sé.
7 Del come e perché lo Stato si sia via via indebitato o si sorvola o si mente, per nascondere responsabilità e contromisure.
8 Ironicamente Marx commentò che Agrippa non aveva spiegato come, riempiendo la pancia dei patrizi, si potessero nutrire le braccia dei plebei.
9 In questo Blog l'argomento è stato ripetutamente trattato, ricordando, per esempio, il connubio tra liberali e primo decennio del ventennio fascista.
10 Domenico Moro, “Globalizzazione e decadenza industriale”, Imprimatur, 2015.
11 Domenico Moro, “La gabbia dell'euro. Perché uscirne è internazionalista e di sinistra”, Imprimatur, 2018.
12 Henryk Grossmann, “Il crollo del capitalismo – La legge dell'accumulazione e del crollo del sistema capitalistico”, Mimesis, 2010 (1929).
13 Nel testo citato da pag. 95 a pag. 119.
14 Il primo ad optare esplicitamente per la Lega, come “cavallo di riserva”, è stato Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria.
15 La RAI merita un discorso a parte, reduce com'è da una stagione di totale renzizzazione.

mercoledì 31 ottobre 2018

Sovranità vo' cercando

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Le posizioni di Steve Bannon e della traballante leadership europea. Depistaggi, falsi dilemmi e scelte reali nel “passaggio” post-liberista. Visioni alternative di sovranità.
I sostenitori della sovranità nazionale sono assai diversi tra loro, eppure i prevalenti media fingono che siano uguali, facendo di ogni erba un fascio.
C'è l'erba di Steve Bannon, stratega della campagna elettorale di Donald Trump ed ora impegnato in Europa a fianco di Salvini & C. Ci sono poi le erbe dei no global, di Alessandro Di Battista del M5S e di France Insoumise. Sicché metterle tutte nello stesso fascio risponde solo al desiderio di presentare gli avversari, soprattutto se avversari delle logiche egemoniche, come un unico velenoso “fascio nemico”.
Benché questo atteggiamento si nutra dell'illusione di vincere in un sol colpo e gli uni e gli altri, le possibili conseguenze possono essere assai pericolose.
La maggiore tra queste consiste nel mistificare le posizioni in campo per depistare l'opinione pubblica. Non ne deriva una minore aspirazione popolare alla sovranità. Indebolisce solo le forze democratiche, socializzanti e cooperative che ne reclamano il ripristino. Non guadagna consenso agli organismi sovranazionali: regala solo spazio al sovranismo nazionalistico aggressivo1. Un regalo che esso accetta talmente volentieri da condividere la rappresentazione dello scontro politico in atto con il vecchio establishment europeo.
Sembrano in accanito contrasto tra loro, ma si specchiano e rispecchiano, incentivandosi a vicenda contro ogni reale cambiamento.

Steve lo scippatore
Steve Bannon è stato oggetto da parte del connazionale Michael Moore di una duplice accusa, in apparenza contraddittoria.
Per il regista di Bowling a Columbine”:2
«Bannon ha scippato alla sinistra la bandiera della rivoluzione populista.»
Aggiungendo tra l'altro:
«Ho parlato a lungo con Steve Bannon, e mi ha fatto capire che l’obiettivo del suo movimento in Europa è resuscitare il fascismo, sotto mentite spoglie.»
In altri termini, il tentativo anche in Europa di resuscitare il fascismo, pur sotto altre sembianze, si avvale della bandiera della “rivoluzione populista”, che la sinistra si è fatta scippare, perché, per così dire, “in altre faccende affaccendata”.
A darcene involontariamente conto è lo stesso Steve Bannon.
In una recente intervista a Federico Fubini,3 fervente difensore dell'Unione europea, il buon Steve sostiene che l'Italia è al centro dell'universo politico ed un modello per la ridefinizione della politica in questo secolo. Mostra una certa conoscenza dei problemi italo-europei, quando respinge l'idea che l'avversione di Bruxelles alla manovra economica del governo italiano sia originata dalle dimensioni del deficit piuttosto che dalla «sostanza di quello che fanno: le pensioni, queste cose.»
Dopodiché, contraddicendosi, auspica imprecisati “aggiustamenti di bilancio” e che il governo si prenda cura del problema dell'economia, anche in vista dell'appuntamento delle prossime elezioni europee, ritenuto essenziale.
La scelta taroccata
È a questo punto, sulla scelta posta davanti all'Europa, che Bannon palesa una inaspettata e sospetta ignoranza dei fatti e della storia più recente della costruzione dell'Unione.
Non tanto per la risposta all'accusa di volere indebolire l'Europa per conto di Washington, sulla quale dissimula, quanto per la connotazione degli schieramenti posti a cospetto degli elettori europei:
«C'è il progetto franco-tedesco, gli Stati Uniti d'Europa: più integrazione, più burocrazia che detta le regole. Salvini, il leader ungherese Viktor Orbán e altri sono il contrappeso. Le Europee sono una scelta tra Stati Uniti d'Europa o un'unione di nazioni sovrane.»
Federico Fubini si guarda bene dall'approfondire l'argomento ed in quel che segue sarà chiaro il perché.
Appare impossibile che un intellettuale americano, presentato come un fine analista seppure “di parte avversa”, sia all'oscuro dei fatti:
- l'Ue detta sì le regole ma in assenza di un reale processo di unificazione politica (dopo alcuni tentativi andati miseramente falliti) e, soprattutto, in presenza di un processo inverso all'integrazione, ovvero di conclamato distacco economico tra Paesi del centro a guida teutonica e Paesi periferici per lo più mediterranei;
- la traduzione su scala continentale della globalizzazione liberista (Unione ed Eurozona) è stata realizzata nel segno della supremazia tedesca e del suo nazionalismo egemonico.
Il verme nella mela
Poiché Bannon non è uno sprovveduto, anche lui, al pari dei difensori dell'attuale Unione europea, Eurozona compresa, gioca sui due lati della contraddizione, proponendone una rappresentazione di comodo.
In primo luogo, deve rendere secondaria la questione sociale che invece è principale. Il M5S nel governo Conte non può eluderla con aggiustamenti di budget rinunciatari, come lascia intendere Bannon, pena il venir meno dell'appoggio delle classi impoverite dall'austerity europea.
In secondo luogo, per quanto Washington si professi amica dell'Europa, certamente non gradisce, al pari di Londra, un'Unione sotto egemonia tedesca. Ma Bannon non può affermarlo apertamente.4 Altrimenti dovrebbe ammettere di esprimere il punto di vista del nazionalismo statunitense (America first), il quale avversa la globalizzazione libero-scambista solo ora che non può più avvantaggiarsene, come ha fatto per decenni dopo la svolta internazionale voluta dal duo Reagan-Thatcher.
E pure il supposto antidoto, rappresentato da una Unione di stati sovrani, dovrebbe fare i conti con un nazionalismo di supremazia, il quale per forza di cose ingenera un nazionalismo di autodifesa per la riconquista della sovranità espropriata. Se scompare l'Unione non scompaiono d'acchito le contraddizioni che ne hanno generato la crisi.
A parti invertite, il dilemma proposto da Bannon s'attaglia perfettamente alla rappresentazione politica del traballante establishment continentale: anch'esso vorrebbe che fossimo posti di fronte alla scelta tra un'Europa sul modello federativo Usa, di cui non esistono i presupposti minimi, ed una unione di nazioni sovrane, assolutamente impossibile qualora tra esse continuasse ad persistere il nazionalismo egemonico, tanto più se divenisse aggressivo sul piano politico per sopperire alla perdita dei privilegi economici.
In realtà non è difficile prevedere che, come han fatto gli Stati Uniti di Trump verso il mondo, farebbe la Germania Federale verso l'Europa, nel momento in cui il suo neo-mercantilismo non potesse più godere dei vantaggi asimmetrici, surplus esportativo in testa, di cui ora indebitamente gode.
Si scoprirebbe così il verme nella mela dell'Unione (il nazionalismo teutonico), come si è scoperto quello nella mela della globalizzazione liberista (il nazionalismo yankee).
Polany moment5
Nonostante per alcuni importanti aspetti la situazione sia piuttosto diversa da quella analizzata da Karl Polany, molte sono le analogie che ci aiutano a comprendere per grandi linee l'attuale “passaggio” post-liberista.
Come acutamente scrive Sergio Cesaratto [vedi finestra “Ordoliberismo e Polany”] attraverseremmo un “momento Polany”, cioè saremmo alle prese con i contro-movimenti della società verso lo sfascio provocato da anni di laissez faire liberista.

ORDOLIBERISMO e POLANY
«Identificherei due componenti dell'ordoliberismo. La prima è di fiducia estrema nei meccanismi di mercato affermati dalla teoria neoclassica dominante. Sebbene tale fiducia non distingua gli ordoliberisti dal tradizionale pensiero liberista anglosassone, quest'ultimo è certamente più pragmatico e delega a un ipotetico “lungo periodo” certe virtù del mercato, ammettendo in pratica una gestione più keynesiana della politica economica. La seconda componente, che distingue l'ordoliberismo dalla scuola austriaca di Friedrich von Hayek e Ludwig von Mises (con la quale condivide la fede indiscussa nel laissez faire), è nell'idea che il mercato non sarebbe una creatura naturale, ma richieda per affermarsi la tutela dello Stato che se l'assume come compito primario. L'ordine economico si fa ordine costituzionale (rimando per questo al bel libro di Alessandro Somma, 2014). Come giudicare questa posizione, ovvero il mercato come istituzione imposta alla società umana, che curiosamente accomuna gli ordoliberisti a uno studioso agli antipodi come il celebre antropologo Karl Polany (1886-1964)? Quest'ultimo vedeva nell'imposizione del laissez faire sfrenato la distruzione delle relazioni comunitarie, a cui la società avrebbe reagito a sinistra (con i movimenti socialisti) oppure a destra (col nazifascismo) chiedendone la fine. Molti hanno richiamato il pensiero di Polany a proposito delle reazioni popolari di questi anni alla globalizzazione. “Polany moment” l'ho definito (…). Polany giudicherebbe dunque un errore l'idea ordoliberista di uno Stato che impone i principi del laissez faire, invece che porsi come barriera democratica allo strapotere del mercato (Storey, 2017, p.4).»
da Sergio Cesaratto,
Chi non rispetta le regole? - Italia e Germania, le doppie morali sull'euro”, Imprimatur, 2018, pagg. 70-71.

Sebbene la Germania pratichi la cosiddetta “economia sociale di mercato”6 e abbia condotto la costruzione europea secondo i precetti dell'ordoliberismo, una sorta di liberismo ordinato (Ordnung) dallo Stato, nondimeno ci ritroveremmo dinnanzi ad un “momento Polany”.
In altri termini, la fascistizzazione, pur sotto mentite spoglie, non sarebbe che uno dei possibili sbocchi allo sfascio generato dalla globalizzazione liberista, che avrebbe come unica alternativa una ripresa del binomio democrazia-socializzazione, la quale a sua volta presuppone una ripresa della sovranità nazionale.
Sovranità alternative
Su posizioni nettamente divergenti, rispetto a Steve Bannon, è il messaggio che dal Guatemala lancia Alessandro Di Battista7 del Movimento 5 Stelle, che echeggia il discorso no global di inizio millennio.

Il DiBa” mette in evidenza il problema di fondo agro-alimentare di Paesi come il Guatemala: l'accesso alla terra dei contadini indigeni; il diritto di coltivarla e di goderne i frutti economici.
In un ambito più complessivo che coinvolge anche l'Italia, sostiene:
«La battaglia del secolo sarà tra chi si vuole riprendere quote di sovranità e chi invece continua a volerle cedere a organizzazioni sovranazionali che stanno distruggendo i diritti economici e sociali della popolazioni.»
Sulla stessa lunghezza d'onda, pur collocandosi nel classico schema destra-sinistra, si è espresso Jean-Luc Mélenchon, leader di France Insoumise [vedi finestra dedicata] che alle ultime elezioni politiche ha raccolto quasi il 20% dei suffragi.
Come France Insoumise ha reagito
alla bocciatura dell'Italia
da parte della Commissione europea
«Io preferisco difendere la sovranità popolare e il governo italiano. Per la prima volta la Commissione se la prende con il budget votato dal Parlamento di uno Stato che rispetta i trattati. Si capisce che è una espropriazione della sovranità dei popoli. Possiamo condannare le scelte politiche degli italiani, ma non il diritto di decidere quello che è il bene del loro Paese.»
Jean-Luc Mélenchon, leader di France Insoumise
(da Il Fatto Quotidiano, 25 ottobre 2018)

Al contrario di una sinistra italiana tanto inconsistente nei consensi quanto sottomessa, France Insoumise ha sentito l'obbligo non di sottili distinguo, ma di assumere sulla sovranità nazionale democratica una posizione netta, indicandola come prioritaria rispetto ai contenuti stessi della manovra economica del governo italiano.
D'altro canto, se la democrazia non può esistere senza sovranità, mentre quest'ultima può affermarsi facendo a meno della democrazia, l'unica reale alternativa alla deriva preconizzata da Bannon risiede nel coniugare la ripresa di sovranità nazionale con l'affermazione del binomio democrazia+socializzazione per una effettiva cooperazione continentale ed inter-nazionale.
Note:
1 Distinguendolo dal patriottismo o nazionalismo di autodifesa, con diretto riferimento alla Resistenza italiana. Essa divenne in pieno lotta patriottica, quando fu chiaro che il fascismo, sostenitore sin dalla sua nascita del nazionalismo più aggressivo (bellico), si era reso protagonista del peggiore disastro nazionale, nonché servo dell'occupazione tedesca dell'Italia settentrionale. In sintesi: antitaliano.
2 Paolo Mastrolilli, La Stampa, 17 settembre 2018.
3 Federico Fubini intervista Steve Bannon, “L'Italia è un modello. Ma il governo ora aggiusti il bilancio”, Corriere della Sera, 22 ottobre 2018.
4 Nella citata intervista, all'accusa di Fubini di voler indebolire l'Europa, Bannon risponde: «No. L'America guarda all'Occidente giudeo-cristiano come a un blocco di nazioni indipendenti. Ma l'amicizia profonda con l'Europa è molto solida. Pochi in America capiscono la Ue. Capiscono la Germania, la Francia, l'Italia.»
5 Parafrasi del “momento Minsky” relativo ai meccanismi di collasso dei mercati finanziari, indagati dall'economista americano Hyman Philip Minsky (1919-1996).
6 Gli ordoliberisti tedeschi incollarono l'etichetta “sociale” sulla loro politica economica, il classico verme per fare abboccare all'amo tutti i benpensanti ai quali basta la parolina politicamente corretta. Sull'argomento vedi anche Luciano Barra Caracciolo, “La Costituzione nella Palude”, Imprimatur, 2015, pag. 184.
7 Alessandro Di Battista, “Guatemala, in viaggio con un guerrigliero”, Il Fatto Quotidiano, 13 ottobre 2018.

mercoledì 17 ottobre 2018

Assassinio sull'italian spread - Appendice

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Francia, 1957, estratti da un discorso di

Pierre Mendès-France all'Assemblea nazionale

Pierre Mendès-France (1907-1982) 

nume tutelare del socialismo francese


I nostri partners (europei) vogliono conservare il vantaggio commerciale che hanno su di noi determinato dal loro ritardo in materia sociale. La nostra politica deve continuare a resistere costi quel che costi, per non costruire l'Europa nella regressione a detrimento della classe operaia. […]
È previsto che il Mercato comune comporti la libera circolazione dei capitali. Se l'armonizzazione delle condizioni concorrenziali non è realizzata e se, come attualmente, è più vantaggioso installare una fabbrica o costruire una data produzione in altri paesi, questa libertà di circolazione dei capitali condurrà a un esodo dei capitali francesi.[...]
I capitali hanno la tendenza a lasciare i paesi socializzanti e la loro partenza esercita una pressione nel senso dell'abbandono di una politica sociale avanzata. Si sono visti casi recenti dove governi stranieri hanno avversato progetti di leggi sociali insistendo sul fatto che la loro adozione provocherebbe delle fughe di capitali. […]
L'abdicazione di una democrazia può prendere due forme, sia il ricorso a una dittatura interna attraverso il conferimento di tutti i poteri a un uomo della provvidenza, sia la delega di questi poteri a una autorità esterna, la quale, in nome della tecnica, eserciterà in realtà il potere politico, giacché in nome di una sana economia si viene facilmente a dettare una politica monetaria, di bilancio, sociale, in definitiva “una politica”, nel senso più largo della parola, nazionale ed internazionale.1

1 Pezzo tratto da Fédéric Lordon, “La Malfaçon” - Monnaie européenne et souveraineté démocratique – Babel 2014. Pagg. 136-137. Traduzione mia.

Assassinio sull'italian spread

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Assassinio sull'italian spread


Il governo Conte sotto accusa per la manovra economica. Uso informativo dello spread. Un gioco pericoloso. Modi per assassinare la svolta politica. La scelta.



Invocando lo spread
Il governo giallo-verde è sotto accusa per l'annunciata manovra economica.
Sorretto dai maggiori quotidiani e dalle televisioni più importanti è stupefacente il fuoco di fila. Dall'Ufficio parlamentare di bilancio alla “indipendente” Banca d'Italia,1 dalla Commissione di Bruxelles al Fondo monetario internazionale, tutti a dare giudizi negativi sulla Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza (DEF) del governo o per supposti errati conteggi di entrate ed uscite2 o, più direttamente, per l'indirizzo economico intrapreso e l'aumento della spesa in deficit volta a finanziare reddito e pensione di cittadinanza, riforma della Fornero, prime misure di flat tax, investimenti pubblici e quant'altro. Anche il presidente dell'Inps Tito Boeri paventa sfracelli sui conti pensionistici. Nel prossimo futuro all'appuntamento non vorranno mancare le agenzie di rating (di cui non si ricordano warning d'allarme prima dei crolli del biennio 2007-2008).
In sé lo scostamento di deficit sul Pil, dal 1,6% promesso da Gentiloni al 2,4%, non è affatto drammatico, soprattutto se si considera l'inespresso potenziale economico dell'Italia, condannata dalla politica economica sin qui seguita al ruolo di fanalino di coda nella crescita Ue. Accuse e conseguenti allarmi, pertanto, vanno fatti risalire ad altre motivazioni, ossia allo scontro tra interessi ed indirizzi politici oggi divergenti a livello continentale.
Le élites dominanti in Europa non accettano che l'Italia intraprenda una politica economica in contrasto con l'austerità imposta dal Fiscal Compact, il Patto di stabilità posto a garanzia del loro potere. Infatti, gli allarmi non sono semplicemente rivolti ad avvertire dei rischi, ma inverano il rischio che paventano, perché provocano l'innalzamento dell'italian spread,3 ossia, in termini pratici, degli interessi da pagare sul nostro debito pubblico. Nel 2017, nonostante il Quantitative easing della Bce, furono di oltre 65 miliardi.
Affamare la “bestia” (lo Stato)
A proposito del debito vale la pena ricordare che:
  • è detenuto da residenti all'estero per circa un terzo, in prevalenza enti finanziari francesi e tedeschi, in grado di influire fortemente sugli orientamenti dell'insieme del mercato finanziario;

  • a differenza del Giappone, il cui debito in rapporto al Pil (253%)) è ben superiore al nostro, ma interamente nelle mani di residenti in patria, l'elevata collocazione all'estero ci espone al giudizio di rischio del mercato globale ed ai suoi condizionamenti;
  • l'esplosione del debito pubblico è dovuta, storicamente, all'aumento dei tassi d'interesse passivi seguito al divorzio tra Tesoro e Bankitalia,4 nonché alla perdita della sovranità monetaria sin dalla fase di gestazione (Sme) della moneta unica;
  • fu una scelta politica per tenere in scacco le istanze popolari tramite l'indebitamento pubblico (affamare la “bestia”), sottraendolo al governo politico e sottoponendolo, di converso, al giudizio “inappellabile” dei mercati finanziari;
  • nonostante l'Italia abbia tagliato il welfare, chiudendo per anni bilanci primari (al netto degli interessi) in avanzo, comunque gli ingenti interessi passivi continuano a spingere l'accumulo di debito;
  • le banche italiane detengono più di un quarto dei titoli di debito pubblico; l'innalzamento dello spread premia le nuove sottoscrizioni, ma i vecchi titoli già “in pancia” tendono a deprezzarsi; già minacciano di restringere il credito a imprese e famiglie, togliendo fiato alla ripresa.
I mercati informati5
La zona euro vive una palese contraddizione: la moneta è unica ma ognuno è titolare in solitudine di un proprio debito pubblico; ciò genera diversi tassi d'interesse, secondo un differenziale misurato (lo spread), oggetto di speculazione finanziaria. Inoltre, pretende di disciplinare il comportamento di ciascun governo titolare di debito e della stessa democrazia politica nazionale all'andamento dello spread sentenziato dai mercati finanziari, ma stimolato alla bisogna opportunamente a minacciare.
VIENE DA DIRE: MAGARI!!
("Il Sole-24ore" - 4/10/2018)
Se è vero che tecnicamente lo spread non è nient'altro che la misura della febbre e prendersela col termometro appare piuttosto stupido, è altrettanto vero che l'innalzamento della temperatura è provocata dalle informazioni politiche di allarme, lanciate verso un mercato di per sé costantemente in ansia per la tenuta dell'euro, ritenuta non a torto una moneta assai gracile. Perciò lo spread si traduce nella misura della paura che l'euro fallisca.
Per “informare” i mercati dell'incombente pericolo sono stati fissati dei parametri sui bilanci annuali e sul rapporto tra Pil ed indebitamento statale, della cui “scientificità” è superfluo discutere. Sono sentinelle che servono esclusivamente a chiedere inflessibili sanzioni di mercato per i soliti Paesi, i cui governi, a loro dire, sono incapaci di infliggere ai propri popoli l'austerità che appianerebbe i debiti.
Sennonché il gioco può sfuggire di mano ai suoi stessi artefici: chi può garantire in modo assoluto che, come nel caso della Grecia, alla fine l'Italia sottostia al ricatto e si sottometta adottando supinamente le misure volute dalla Troika? Chi può essere certo che lucrare sul nostro debito pubblico, una volta sfondato un certo limite dello spread (400 punti?) non metta a rischio l'esigibilità stessa dei crediti detenuti delle banche francesi e tedesche?
Prudenza virtù cardinale
Anche sulla scorta di minime considerazioni politiche, oltreché di quelle economiche dette poc'anzi, si fa strada all'interno dell'establishment una linea più prudente, capeggiata dal governatore della Bce Mario Draghi, dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella con l'appoggio del ministro Giovanni Tria.
Mirano ad assassinare nella culla la svolta politica del governo gialloverde, non con un'arma da fuoco, quale sarebbe un forte e rischioso innalzamento dell'italian spread, ma somministrando meno appariscenti dosi di veleno in svuotanti mediazioni. Magari con l'appoggio dei gruppi in seno alla Lega più legati all'affarismo (come i concessionari autostradali e le imprese delle grandi opere) e all'evasione fiscale.
Sono indotti alla prudenza dalla semplice considerazione che al momento non esiste un'alternativa di governo praticabile, come avvenne per il varesotto Monti, nominato “podestà straniero”, in quanto ex commissario europeo mai eletto in parlamento. Inoltre, se costretto ad elezioni anticipate dalle oligarchie italo-europee, il governo ne uscirebbe rafforzato.
Mattarella non può contare nemmeno sul partito da cui proviene, come dimostra l'ultima vicenda al CSM.6 Per imporre mediazioni si barricherà dietro l'articolo 81, che ingiunge il “pareggio di bilancio”, introdotto in Costituzione dai maggiori partiti della II Repubblica che, a loro volta, accettarono di normare a livello nazionale l'impegno sottoscritto nel Fiscal Compact.
Un passaggio obbligato
Per l'Unione europea tira una brutta aria. Non a caso i sondaggi registrano tra gli italiani un calo di gradimento dell'Ue al 38%, mentre, specularmente, il governo Conte è salito al 62%. Si rafforza tra gli strati sociali penalizzati dalla crisi e dalle politiche liberiste la convinzione che per risolvere i propri problemi la via obbligata dell'Italia passi dalla ripresa della propria sovranità nazionale.
Sul concreto agire del governo giallo-verde si possono e si dovranno fare molte severe critiche, comprese quelle che imputano alla Lega di Salvini di nutrire propensioni xenofobe ed autoritarie.
Eppure, per chi vuole stare dalla parte dei poveri, degli sfruttati e dei disoccupati, rinunciare ad esserci in questo passaggio contro l'”Unione-che-c'è”, applicativo della globalizzazione in Europa, può condurre all'abdicazione della democrazia: o per aver assecondato gli attuali poteri oligarchici esterni; o per aver lasciato la spinta popolare alla sovranità nelle mani del nazionalismo più deteriore e fascistizzante.

Note
1 La Banca d'Italia è definito ente “indipendente”, ma non lo è. Ne sono proprietari banche ed istituti privati, con a capo un governatore di nomina politica.
2 I calcoli dei tecnici non sono neutrali. Spesso, in sintonia con l'austerità, dimenticano la cosiddetta “retroazione”, ovvero: in caso di manovra espansiva, il minor deficit percentuale derivante dall'aumento del Pil (vedi governo in carica); in caso di manovra recessiva, il maggior deficit derivante, al contrario, dalla contrazione del Pil (vedi governo Monti). Così accade che troppo spesso sbaglino le loro “previsioni tecniche”.
3 Divario tra tassi d'interesse di Bund tedeschi e di Btp italiani con scadenza decennale.
4 Prima del divorzio, voluto nel 1981 dal ministro Beniamino Andreatta e dal governatore Carlo Azelio Ciampi, l'azione combinata di Tesoro e Bankitalia permetteva di calmierare i tassi d'interesse, tenendo sotto controllo la spesa relativa.
5 Si noti che nel dibattito economico il problema di quali informazioni disponga il mercato è divenuto centrale. In particolare dal momento in cui la critica liberale alla pianificazione socialista sostenne che quest'ultima falliva perché non poteva disporre in modo adeguato di informazioni, a partire da quelle contenute nei prezzi “liberamente” determinati del “libero mercato”.
6 Per la vicepresidenza del CSM, Mattarella aveva chiesto una figura non troppo politicizzata. È stato invece eletto David Ermini, già responsabile giustizia del PD durante la seconda segreteria Renzi.