giovedì 25 febbraio 2016

Si fa presto a dire bail-in

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Si fa presto a dire bail-in

Crediti deteriorati e crisi bancarie, ma niente bad bank. Vigilanze inerti. Piccoli risparmiatori truffati. Regole europee sul bail-in, ma rischi nazionali. Spolpamenti.
  • Sia il caso delle 4 banche regionali “sanate” per decreto, sia il fallito tentativo di dare vita ad una “bad bank di sistema” hanno evidenziato problemi strutturali tra Italia ed Europa.
  • Le regole dell'Ue impediscono soccorsi di Stato alle banche nazionali in difficoltà, benché non esista nell'eurozona alcun “schema” comune di assicurazione dei depositi.
  • Il significato politico della mozione approvata dal Parlamento europeo a Strasburgo sul valore di Bot e Btp nei bilanci delle banche.
  • Risparmi garantiti sotto i 100mila euro?
[Per i termini inglesi usati in questo articolo, vedi riquadro dedicato.]
Bad bank bocciata
Il sistema bancario nazionale, non solo a causa della recessione, risulta oberato da una montagna di non performing loans pari al 17,1 % del Pil, contro una media europea del 5,6%.1 Sull'ammontare complessivo di di 360 miliardi di crediti deteriorati, 201 sono in stato di più grave sofferenza.
Al nobile scopo di rimettere le banche nelle condizioni di erogare credito alla “economia reale”, il Governo doveva intervenire. Per quasi un anno ha cercato, dall'Unione europea, il nulla osta per scaricare questi crediti deteriorati in una bad bank. Una sorta di grande pattumiera del “tal quale” privato, con retro-garanzia di Stato (bail-out) e, proprio per questo, bocciato dalla Commissione.
Essa, di contro, ha imposto il rispetto del bail-in, una modalità di gestione dei salvataggi volta a:
  • garantire la parità di condizioni nel mercato concorrenziale;
  • escludere l'impiego di risorse esterne alle imprese coinvolte, senza aver prima dato fondo a quelle interne;
  • escludere, di conseguenza e in questo caso, il ricorso a garanzie pubbliche per coprire fallimenti privati.
Il bail-in è stato sottoscritto anche dall'Italia che ne ha condiviso i tempi di entrata in vigore, sin quando non ha impattato sulle sue banche. Per scongiurarlo, a nulla è valso il richiamo ai “precedenti casi” in cui la Germania ed altri Paesi avevano usato la fiscalità generale per soccorrere, a suon di miliardi, le proprie banche dissestate all'indomani del crack finanziario del 2007-2008 [vedi grafico].
Fondi pubblici dei Paesi europei a favore delle banche
Marco Cobianchi,
http://www.panorama.it/economia/numeri-blog/banche-aiuti-di-stato-salvataggi/
Comunque, al grande pubblico il significato delle nuove regole europee è stato reso chiaro dalle conseguenze del decreto governativo per il risanamento di 4 banche locali dissestate.2
Nel mezzo di rimpalli di responsabilità tra enti tenuti alla vigilanza (Bankitalia e Consob), esercitata nell'occasione in modo assai “opaco”, ben 2,6 miliardi euro sono stati accollati a circa 130mila famiglie, tra cui molte di assai piccoli risparmiatori.
Senonché la loro vibrata protesta ha allarmato la finanza ed il governo, soprattutto per il possibile “effetto domino” derivante dal dilagare della sfiducia. Da qui le rassicurazioni sulla “solidità del nostro sistema bancario”, ripetute con un'insistenza inversamente proporzionale alla loro credibilità.
In conclusione il ministro Padoan ha dovuto contrattare con Margrethe Vertager, la commissaria dell'Unione europea alla Concorrenza, un piano alternativo, di smaltimento “della differenziata” stoccata in “ecoballe”.3
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Parole inglesi
Non performing loans
Si tratta di crediti (loans) per i quali la riscossione appare incerta alla loro scadenza e nel loro ammontare, perciò non performanti (non performing).
Bad bank
Quando una banca è in crisi, perché detiene troppi crediti deteriorati, si sdoppia e crea una “cattiva banca” (bad bank) su cui scaricarli.
Bail-out
Se la garanzia su tale operazione relativa a banche private è data dallo Stato si parla di bail (cauzione) out (esterna).
Bail-in
Se le risorse per coprire il buco provengono dall'interno della banca o dal sistema bancario, si parla di bail-in. È quanto impongono le regole europee, oggi in vigore, alle banche italiane privatizzate dagli anni novanta. In pratica, come nel caso delle 4 banche regionali (Etruria, Marche, Ferrara e Chieti) oggetto del decreto governativo del 22 novembre 2015, vengono azzerati nell'ordine prioritario: le azioni; le obbligazioni subordinate; le obbligazioni normali.
Eventualmente si ricorre al prelievo forzoso sui conti correnti superiori alla “soglia protetta” di 100mila euro.
What if
La proposta di prodotti finanziari (p.e.: le obbligazioni subordinate) dovrebbe dai venditori essere esposta ai risparmiatori, prospettando loro i diversi “scenari di rischio” in relazione ai rendimenti. Ossia: cosa succede nel caso in cui … (what if...).
Non sembra proprio che le 4 succitate abbiano ai loro clienti chiarito what if..., in buona sostanza truffandoli.
SPV: Special Purpose Vehicle
Società veicolo, costituita appositamente per operazioni di cartolarizzazione (securitisation). Dalla banca riceve i prestiti in sofferenza e, a sua volta, emette obbligazioni chiamate ABS (Asset-backed security) garantite da quei prestiti.
EDIS: European Deposit Insurance Scheme
Schema di assicurazione europea dei depositi bancari, al quale si oppongono i governi dei Paesi centrali.
Spread
In italiano “differenziale”, con questo termine viene ormai comunemente indicata la forbice di differenza tra il rendimento offerto dal Btp a 10 anni e dal suo omologo tedesco, il Bund.
Quantitative easing (Qe)
Alleggerimento quantitativo”. Si tratta di immissione di grandi liquidità di danaro da parte di una Banca Centrale, coperte dall'acquisto di Titoli di Stato ed altri titoli.
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Vecchie conoscenze
I crediti deteriorati verrebbero suddivisi in fasce, secondo il loro grado di solvibilità, impacchettati separatamente con il marchio della banca di provenienza e ceduti a “società veicolo”. Queste a loro volta emetterebbero obbligazioni da proporre al mercato, con redimenti commisurati al rischio. Il ricavato dalle “società veicolo” ritornerebbe alle banche di provenienza. Basterà a riempire i loro buchi?
Restano anche da chiarire i gradi di garanzia offerti dallo Stato e l'effettivo rischio di denaro pubblico.
Per inciso, va ricordato che le “società veicolo” sono i tristemente noti SPV (Special Purpose Vehicles), vecchie conoscenze della finanza negli anni dell'euforia. Strumenti rivelatisi propagatori più che limitatori (di messa in sicurezza) dei rischi d'insolvenza. Come nel caso dei mutui sub-prime negli Usa, impacchettati e veicolati in SPV.
Tuttavia, non è in questione solo l'affidabilità per l'ambiente economico di queste modalità di smaltimento in “ecoballe”, o, tramontati i tempi dell'euforia finanziaria, la loro reale capacità di raccogliere risparmio dal mercato e dei connessi rischi per le casse statali. In questione è il significato politico generale della soluzione imposta all'Italia e quanto ne consegue.
Apparente paradosso
Un aspetto in apparenza paradossale non è sfuggito al Prof. Bagnai4, il quale ha notato che se l'azionista è pubblico, le sue banche possono essere salvate con denaro pubblico. Si tratterebbe non già di bail-out ma di bail-in, in quanto le risorse di garanzia verrebbero reperite “all'interno” dall'azionista stesso (in questo caso lo Stato). Pertanto, ci converrebbe nazionalizzare il credito come in Germania, al 45% in mano a Landesbanken (banche regionali) e Sparkassen (casse di risparmio), perciò fuori dai radar europei.
Un breve flash-back ci può aiutare a meglio comprendere. Le banche italiane furono privatizzate nei primi anni novanta. Governo e Parlamento diedero il via libera, ma chi decise come, quando e a vantaggio di chi l'operazione dovesse attuarsi fu l'allora direttore generale del Tesoro, Mario Draghi5, poi divenuto capo della Banca d'ItaliaBanca (2005) e della Banca Centrale Europea (2011), dopo un breve e significativo passaggio in Goldman Sachs (2002) in posizione di vicepresidente e managing director.
Al crack del 2007-2008 non seguirono né un bilancio sul binomio privatizzazioni-liberalizzazioni, mai sottoposto al controllo di risultato, né misure di adeguato riordino della finanza, come accadde dopo il crollo di Wall Street del '29.
Salvo poche correzioni, il sistema internazionale è rimasto intatto. La risposta al crack è stata imperniata tutta o quasi sull'emissione, da parte delle Banche centrali, di grandi quantità di danaro (Quantitative easing) con effetti, al momento, apprezzabili solo per gli Stati Uniti, la Fed ed il dollaro nord-americano.
Inoltre, a dispetto dei fatti, l'Eurozona persevera cinicamente, applicando fino alle estreme conseguenze il liberismo teutonico (ordo-liberismo). Ne deriva, da un lato, l'applicazione del bail-in a sistemi bancari nazionali in difficoltà, privatizzati quasi6 per intero come l'italiano, dall'altro, il persistente rifiuto di dare vita ad uno «schema europeo di assicurazione dei depositi (Edis, European Deposit Insurance Scheme), offrendoci, in alternativa, il ricorso alla Troika.»7
Report Balz
A rafforzare l'indirizzo politico ordo-liberista dell'Unione è sopraggiunto il Report Balz. Si tratta di un documento, non di una norma, per la quale occorrerà attendere qualche anno. È stato licenziato il 19 gennaio dal Parlamento europeo riunito a Strasburgo, con il consenso bipartisan del Partito Popolare Europeo (Ppe) e del Partito Socialista Europeo (Pse) e la sola opposizione, per l'Italia, di M5S, Lega Nord e Lista Tsipras. Il report riguarda anch'esso le banche, ma parte dal valore dei titoli di debito pubblico iscritti nei loro bilanci.
Ad occuparsene anche Libero.
«(...) l'idea di fondo è rivedere, rendendoli più stringenti, alcuni parametri dei bilanci delle banche; verrebbe richiesta una garanzia più alta sull'ammontare di Bot e btp comprati dagli istituti di credito, addirittura al 70 per cento del valore nominale.»8
Giacché le banche italiane detengono oggi circa 400 miliardi di titoli pubblici, l'inserimento di questi ultimi tra i titoli “a rischio”, secondo valutazioni di mercato, imporrebbe loro ulteriori accantonamenti per oltre 15 miliardi di euro.
È inutile qui dilungarsi sui possibili effetti: di attesa negativa dei mercati finanziari che accentuano lo spread e la differenza di rendimento tra Buoni tedeschi e Buoni italiani, aumentando l'esborso di interessi da parte del Tesoro; di corsa a disfarsene degli istituti di credito; di difficoltà create al Quantitative easing della Bce, basato sull'acquisto di titoli di Stato al loro valore nominale.
Interessa piuttosto rimarcare il fatto che la mozione incorpora appieno quanto deciso dal Consiglio degli esperti economici di Berlino [vedi riquadro] e dal ministro Wolfgang Schäuble: l'estensione del bail-in dalle banche agli Stati.
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Saggi questi tedeschi

Rapporto del Consiglio degli esperti economici.
«Si legge nel rapporto dei saggi: “È necessaria un’applicazione coerente delle regole di insolvenza per gli Stati, in modo da ridurre i livelli di debito e rendere credibile la clausola che esclude i salvataggi” (inclusa nel trattato di Maastricht, ndr). È il corrispettivo per gli Stati delle norme già in vigore per le banche: sospensione del versamento di interessi e del rimborso dei titoli se un Paese chiede un salvataggio europeo. Ne consegue la richiesta tedesca sugli istituti di credito: “Va posta fine al privilegio concesso ai titoli pubblici nella regolazione bancaria”, si legge nel rapporto.
(…) Per le banche italiane, e il finanziamento del debito pubblico di Roma, l’impatto sarebbe profondo. Sul tavolo c’è l’ipotesi che gli investimenti fatti in titoli di Stato inizino a erodere il capitale delle banche non appena la loro esposizione in debito pubblico del loro Paese supera il 25% del patrimonio. In sostanza, visti gli oltre 400 miliardi di titoli del Tesoro di Roma detenuti, le banche italiane dovrebbero accantonare denaro contro eventuali perdite per circa il 70% del loro portafoglio di titoli di Stato. In alternativa, dovrebbero vendere buoni italiani e magari comprarne di più solidi, per esempio i tedeschi. La svolta sarebbe graduale, ma il mercato non può che anticiparne gli effetti con una stretta al credito.
Per l’economista Peter Bofinger, tutto questo significa sottrarre alle banche dell’Europa del Sud il pilastro sul quale si fonda qualunque istituto al mondo: dei titoli sicuri in bilancio, che non possono fallire. “Può essere dinamite per l’area euro”, dice Bofinger. Ma l’unico esponente degli esperti tedeschi a votare contro il piano è stato proprio lui.»
Estratti da:
"E Schäuble raddoppia la posta. Ora la stretta sui titoli di Stato” http://www.corriere.it/economia/16_febbraio_05/





Wolfgang Schäuble
Dopo le elezioni federali del 2009 è stato nominato Ministro delle finanze nel secondo governo Merkel.
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Pertanto, questi ultimi, non disponendo di moneta propria e della conseguente autonomia di movimento del Tesoro, si troverebbero nella condizione obbligata di applicare le ricette tedesche fino ad accettare la supervisione della Troika.
Schäuble non ha mai fatto mistero delle sue intenzioni di fondo: arrivare ad un'area euro limitata ai Paesi centrali, declassando i Paesi periferici ad un euro subordinato, in un'Europa a differenziate “velocità”. Il che, data la crisi degli accordi di Schengen, calzerebbe alla perfezione con un nuovo regime differenziato delle frontiere.
Se, nel frattempo, i “pigri e sfaccendati” popoli mediterranei accettano, tramite i loro governi e rappresentanti politici graziosamente consenzienti, di venire spolpati, è affar loro.
Come nel caso dell'introduzione dell'euro, la Germania subirebbe “suo malgrado”, ma ne approfitta al presente e si mette al sicuro per il futuro, evitando di condividere rischi in ambito comunitario.9
La battaglia degli “zero virgola”
Con regole comuni e conseguenze a carico di ciascuno, il più forte si rafforza e il più debole si indebolisce. Nel divenire politico ciò significa rendere ancora più profonde le dicotomie strutturali tra Paesi centrali e periferici.
Intanto, non passa giorno senza che le cronache mass-mediali ci informino sulle baruffe tra Renzi e Juncker o tra governo ed “eurocrati” di Bruxelles. La traballante scelta politica di sposare questa Europa condanna ad un'impotenza che induce a pericolosi nervosismi nazionalistici e al cimento in mille litigi e sui “dettagli”, sugli “zero virgola”.
“Zero virgola”, che il Governo Renzi, quando verrebbero a testimoniare la svolta italiana sulla via della ripresa, considera assai “significativi” (per esempio: i dati sul Pil e sull'occupazione). Viceversa, polemizza con Bruxelles quando lesina margini di flessibilità, nell'ordine appunto di “zero virgola”, di sforamento del deficit di bilancio precedentemente promesso.
Non deve sfuggire il nocciolo della contesa.
Ad essa ci riconduce Il Sole-24 ore, che invita il Governo a farsene ragione [vedi riquadro].
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Farsene ragione

«È sacrosanta infatti la disciplina Ue sugli aiuti di Stato come la severità nella tutela della concorrenza nel mercato unico. Ma è almeno altrettanto sacrosanta la stabilità finanziaria della terza economia dell’euro: un suo crack travolgerebbe inevitabilmente quella dell’eurozona. In ogni caso i due piani non possono entrare in rotta di collisione. Tanto più quando sullo sfondo c’è un’unione bancaria europea alle prime armi e nata zoppa, senza il terzo pilastro, la garanzia comune sui depositi al di sotto dei 100mila euro, indispensabile per controllare il panico in coincidenza con l’entrata in vigore delle nuove regole di bail-in. Ma se oggi manca il paracadute psicologico e fisico, è per il ben noto rifiuto dei Paesi del Nord, Germania in testa, a mutualizzare qualsiasi tipo di rischio in Europa.
(…) ogni falla aperta nel sistema italiano è un pericolo per tutto il sistema europeo.
Se l’interdipendenza finanziaria in questo caso può darci una mano, quella stessa interdipendenza ci impone però precisi oneri, in primis massima responsabilità sul fronte debito: questione strutturale e non largamente ciclica come i cattivi crediti. Oggi i tassi bassi di interesse combinati con il generoso quantitative easing della Bce ne facilitano la gestione ma non la riduzione, dal 133% al 60%, come da fiscal compact. E domani?
Per tagliarlo di 20 punti, bisognerebbe mantenere al 2,5% del Pil l’avanzo primario per i prossimi 10 anni. Per toccare il traguardo si dovrebbe salire al 4% annuo, dicono i calcoli di Bruxelles, che ritiene però irrealistica la seconda ipotesi. Ma avverte: “Una contrazione dello 0,5% della crescita nominale e un aumento dei tassi del’1% si tradurrebbero in un incremento di 7 punti del debito italiano”.
Sono questi i numeri della debolezza dell’Italia, gli stessi che spiegano le riluttanze europee a concederle piena flessibilità di bilancio, se non sotto stretta sorveglianza. (...)
Non è facile farsene una ragione. Ma sarebbe suicida pretendere di ribaltare da soli una realtà europea che, per prestare orecchio alle nostre istanze, prima pretende di convivere con un’Italia con carte e cifre in piena regola. Dopodomani il vertice Renzi-Merkel a Berlino, c’è da giurarci, non farà che confermarlo.»
Estratti da:
Adriana Cerretelli,”Le ragioni dell’Italia e quelle dell’Europa”, il Sole-24 ore, 27 gennaio 2016.
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In sintesi, Adriana Cerretelli premette:
  • i due piani, della disciplina Ue sul bail-in e della stabilità finanziaria dell'Italia, non possono entrare in collisione;
  • l'interdipendenza finanziaria se da un lato ci dà una mano, dall'altra ci impone precisi oneri sul fronte del debito pubblico che, a differenza dei cattivi crediti, ha carattere strutturale;
  • la riduzione del debito dal 133% al 60% in 10 anni è impresa temeraria;10
  • sarebbe suicida pretendere di fare da soli.
Le premesse conducono ad una sola conclusione: ragione e forza sono dalla parte di Bruxelles.
Eppure, al di là degli appelli su ciò che dovrebbe essere, i succitati due piani sono in contraddizione.
Inoltre, sono proprio i vincoli europei a conferire al debito pubblico (affatto il nostro problema principale) un carattere strutturale, sottoponendoci ad una sua gestione confacente agli interessi dei “Paesi del Nord”. Sono questi vincoli ad entrare in contraddizione con la necessità nazionale di disporre di una nostra autonoma politica economica e monetaria per uscire dalla crisi.
Infine: suicida per chi? Cosa comporta darsi questa ragione, non tanto per Renzi quanto per coloro che non appartengono alle oligarchie? Di accettare salassi di tipo greco, buoni per rendere esangue il malato?
1, 100, 100mila
Torniamo ai depositi in conto corrente.
Al di sopra dei 100mila, oramai è chiaro, i depositi non sono al sicuro. Al di sotto di tale importo essi sono senz'altro garantiti. Per ora. In Italia esiste, a loro protezione, il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (FITD), nato su base volontaria nel 1987 e reso obbligatorio dal 2011.
Senza allarmismi, si faccia comunque attenzione alla solidità della banca in cui si tengono anche le più piccole somme. Quando essa dovesse venire sottoposta a procedura di salvataggio, tutti i depositi, in attesa di sblocchi selettivi, potrebbero restare congelati per mesi, con grave danno per chi ne ha bisogno per il proprio quotidiano.
Nessuno può augurarsi che l'accesso ai conti correnti venga inibito o limitato. Sono rimaste a tutti impresse le immagini dalla Grecia delle file davanti ai bancomat durante le fasi più acute della crisi del 2015. Stante il dissesto generale del sistema bancario ellenico, la Bce centellinò la liquidità monetaria, generando il realistico sospetto di un ricatto sulle imminenti decisioni del governo Tsipras.
Sarebbe bene, come consigliò Paolo Savona11, disporre di un piano B sulla moneta, per non dover sottostare ad analoghi ricatti degli “amici europei”.
Ma quale affidamento possiamo fare sulle attuali élites dirigenti italiane che, tanto tempestive e “rigorose” quando si tratti di colpevolizzare lavoratori e pensionati, lo siano altrettanto nel proteggere i loro depositi bancari?

1 Dati Eba al 30 giugno 2015.
2 Etruria, Marche, CariFerrara e CariChieti.
3 Fabio Scacciavillani, “Sofferenze, l'incognita prezzo delle ecoballe creditizie”, Il Fatto Economico, 03/02/2016. Nell'articolo sono elencati gli otto passaggi chiave dello smaltimento.
4 Alberto Bagnai, “Banche, nel panico pure le élite. E Berlino ci consiglia la Troika”, il Fatto Economico, 24 dicembre 2015.
6 Fa eccezione, per esempio, BancoPosta.
7 Alberto Bagnai, ibidem.
8 Francesco de Dominics, “Mozione capestro su Bot e Btp – Attacco tedesco alle banche”, Libero,6 febbraio 2016.
9 In modo sistematico: la moneta unica, che produce disoccupazione nei Paesi più deboli, è senza sussidi comuni; il fiscal compact (patto di bilancio) è senza eurobond (titoli pubblici europei); l'unione bancaria è senza garanzia comune sui depositi.
10 Al rispetto del patto di bilancio Schäuble non crede, altrimenti non punterebbe ad estendere il bail-in agli Stati.
11 P. Savona,”La Germania è il vero Paese inaffidabile”, Vita, 13/07/20015. Intervista di Lorenzo Maria Alvaro.  

venerdì 29 gennaio 2016

Regole di casa nostra

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Regole di casa nostra


Breve riflessione su una frase ricorrente che esplicita ciò che bocche più esperte sottendono. Principi costituzionali e nascondimenti funzionali.


 La frase a fianco si può sentire sul tram, in un bar, in un talk-show televisivo. Riflette un punto di vista e va presa sul serio.

Siamo bianchi
Appare scontato: in maggioranza gli italiani lo sono, ma non tutti. Dipende da cosa s'intende per “noi italiani”.
Dal momento che negli ultimi decenni è cresciuto il numero degli abitanti della penisola con la pelle di un altro colore, con caratteri somatici tempo fa localizzati in altre aree del pianeta, si presentano situazioni agli antipodi. Essi possono avere la cittadinanza ed essere nati qui, sentirsi a casa propria, padroneggiare la nostra lingua e parlare con l'accento della regione in cui vivono. O, invece, privi di cittadinanza e persino del permesso di soggiorno, avere difficoltà di lingua ed “integrazione”.

Comunque, “italiano” non coincide con “bianco” e nemmeno con “cristiano”. Banalmente, sia perché un bianco può essere musulmano o buddista o di altra fede, sia, viceversa, perché un cristiano può essere di pelle nera o variamente pigmentata.
Che il problema stia nella pelle? Il ricorso all'identità della pelle cela un non detto: ai caratteri somatici corrisponderebbe anche una diversità di “razza” o, in automatico, una diversa appartenenza culturale.
Razze umane
Sull'esistenza o meno delle “razze umane” non viene mai fatta sufficiente chiarezza.
«Le razze umane non esistono.
L’esistenza delle razze umane è un’astrazione derivante da una cattiva interpretazione di piccole differenze fisiche fra persone, percepite dai nostri sensi, erroneamente associate a differenze “psicologiche” e interpretate sulla base di pregiudizi secolari. Queste astratte suddivisioni, basate sull’idea che gli umani formino gruppi biologicamente ed ereditariamente ben distinti, sono pure invenzioni (…).»1
Anche la nostra Costituzione concorre alla scarsa chiarezza ed alimenta l”equivoco”.
Nell'articolo 3 [Testo nel riquadro]
l'opposizione alla discriminazione di razza viene associata a quella di sesso, lingua, religione, di opinioni politiche e condizioni personali e sociali. Tutte diversità esistenti e reali, ad eccezione della “razza”. Essa è una mera invenzione ideologica2, da molto tempo in campo e ancora molto viva. Ma come tale va considerata. La qual cosa implica non solo e tanto un riferimento alla “comprovata verità scientifica”, quanto e soprattutto il riconoscimento dell'origine storica del razzismo nell'idea di razza.
Nella storia i movimenti politici impegnati nella lotta al razzismo, infatti, non hanno avuto bisogno delle prove scientifiche di comparazione del DNA3 per condurre le loro lotte, avendone svelato il carattere ideologico, funzionale a giustificare, sulla base della presupposta inferiorità delle razze non-bianche, la riduzione in schiavitù e lo sfruttamento del corpo schiavo. Nel lavoro soprattutto.
Infatti, non a caso, la finalità anti-discriminatoria dell'Articolo 3 si esplicita nell'impegno repubblicano a rimuovere gli “ostacoli di ordine economico e sociale” derivanti dalla distinzione di razza, con chiaro riguardo al lavoro e, quindi, nell'affermazione della pari dignità politica fra tutti i lavoratori (oltreché fra tutti i cittadini).
Pur qui rinunciando all'approfondimento critico dell'ideologia del razzismo, della sua storia e genesi, non possiamo prescindere dal suo lascito all'interno della cosiddetta “Civiltà occidentale”. Perché se, per un verso, il razzismo viene solennemente ripudiato, dall'altro, continua ad alimentare il pensiero e le menti, talvolta al di là delle intenzioni.
Ciò avviene quando il pregiudizio si sposta dall'ambito delle sembianze somatiche a quello delle “diversità psicologiche e culturali”, delle quali una “razza”, in quanto tale, sarebbe comunque portatrice, per inesplorate ragioni ereditarie e indipendentemente dall'ambiente culturale in cui una persona (un gruppo) è nata e vissuta. E qui arriviamo alla seconda identità “nostra”: quella cristiana.
Noi cristiani
Benché condizionati dal millenario predominio della cultura cattolica, una specifica variante di quella cristiana europea per alcuni aspetti divergente, molti italiani “bianchi”, al pari degli italiani “non-bianchi” non si sentono né cattolici, né cristiani, né di altra religione. Una parte di loro può nutrire una fede senza chiesa o non nutrirla affatto.
Per appartenere al popolo italiano, d'altronde, non è richiesta l'adesione ad alcuna confessione e nemmeno sarebbe auspicabile che ciascun cittadino, religioso e non, dovesse, per essere tale, dichiarare la propria fedeltà allo Stato laico.4
Allo Stato spetta l'esercizio in esclusiva della forza per affermare il rispetto delle sue leggi, benché, in misura della pratica democratica, sia consentito dissentirne e muoversi sul piano organizzativo e politico per mutarle. A tale proposito, nelle parole conclusive, l'Articolo 3 ci soccorre chiaramente.
Pertanto, di quali regole si parla quando si dice che esse devono essere rispettate dal “musulmano” che viene “a casa nostra”?

Leggi
È evidente che non di un semplice musulmano si tratta, ma di un immigrato musulmano e più precisamente di un immigrato musulmano arabo o, per richiamarci allo spunto iniziale, magari non-bianco.
A questo immigrato viene chiesto il rispetto delle regole di casa nostra. Quando queste regole sono scritte nelle leggi, basta invocarne l'applicazione, se disattesa.
È quanto succede allorché alcune forze politiche predicano una speciale “tolleranza zero” verso le illegalità degli immigrati, a cominciare dal reato di clandestinità.
Non sapendo, poi, come imporla coattivamente.
Allo scopo, lo Stato dovrebbe catturare tutti i “clandestini”, rinchiuderli in appositi centri (come in parte avviene) e sobbarcarsi il costo di rimpatri di massa nei Paesi d'origine, qualora fossero noti e “raggiungibili”5. Essendo l'impresa pressoché impossibile, non rimane allora che cingere il territorio nazionale di barriere di filo spinato, al più riservando l'accoglienza ai soli profughi dalle sole guerre “riconosciute dalla comunità internazionale”. Proprio quanto va accadendo nei Paesi continentali. Ma una penisola, con migliaia di chilometri di coste esposte all'approdo, non può farlo, quand'anche rinunciasse al dovuto soccorso umanitario. Da ciò la divergenza tra Paesi “cristiani” sull'applicazione degli accordi di Schengen...
Regole
In mancanza di volontà e capacità politica di risolvere i problemi, rimuovendone le cause alla radice, si ricorre alle regole morali, comportamentali, in uso prevalente tra la “comunità ospitante”, a cui i nuovi arrivati dovrebbero uniformarsi, nel processo di “integrazione”. E qui il ventaglio si fa molto ampio.
Si va dal modo di vestirsi, se con o senza velo, alla convivenza condominiale, dal diritto alla casa al rispetto delle tradizioni nelle ricorrenze religiose (presepi inclusi), ai rapporti di lavoro e tra i sessi. Per alcuni versi si tratta di contrasti derivanti da diverse abitudini, tipici dell'immigrazione e già sperimentate quando i “terroni” dovettero raggiungere il Nord.
Per altri può essere un problema di convivenza tra usanze “etniche”, risolvibili abbandonando opposti integralismi (anche laici).
Per altri ancora, sottendono conflitti economici, religiosi e di genere, che investono la nostra società alle fondamenta e ben oltre l'eventuale coinvolgimento di immigrati non-bianchi e musulmani. Un esempio per tutti: la violenza contro le donne in Europa, nonostante la rilevanza data ai recenti fatti in Germania, è praticato soprattutto dai maschi autoctoni.
D'altro canto, il fenomeno del terrorismo jihadista collegato alle guerre mediorientali e quello, di più ampia portata, dei grandi flussi migratori ci interrogano su noi stessi e generano paure di cambiamenti a cui possiamo sentirci impreparati.
Bersagli
Insistendo su leggi, regole e difese sicuritarie ed identitarie, nessuno dei nodi essenziali viene in teoria e in pratica seriamente affrontato, spostando ed occultando il bersaglio.
È spostato quando si vuole trasformare ogni contrasto, anche il più banale litigio condominiale, in scontro aperto antagonista tra “etnie”, “culture”, “Civiltà”.
È occultato quando si indica l'albero per nascondere la foresta. A cominciare dalle cause reali dei grandi flussi migratori e dalle guerre spacciate per “locali”, da cui deriva il terrorismo internazionale jihadista. Non si trae bilancio alcuno del fallimento dei declamati processi d'integrazione (vedi Francia). Del procurato disastro delle aree agricole in larga parte del mondo, originato dall'imposizione di modelli economici e sociali subalterni ai Paesi ricchi, generatore dei grandi flussi migratori, non si discute.
Quasi si potesse ripetere, su scala mondiale, quanto fu fatto con il decollo industriale del secondo dopoguerra, su scala nazionale, in Paesi come l'Italia.
Per non parlare della scelta, corrispondente allo spopolamento planetario delle campagne, di allargare l'esercito di riserva, di mano d'opera anche qualificata, in funzione del ricatto occupazionale e salariale.
A casa nostra, appunto.

1 Manifesto degli scienziati antirazzisti, 10/07/2008. Vedi nel Blog Scheda “Manifesti a confronto” con il Manifesto degli scienziati fascisti in difesa della razza, del 14/07/1938.
2 Vedi anche Guido Barbujani, L'invenzione delle razze, Bompiani, 2006.
3 Grazie alle quali le infinitesimali differenze tra “bianchi”, che vivono nello stesso condominio, possono essere talvolta superiori a quelle esistenti tra “neri” e “bianchi” viventi in continenti diversi.
4 A tale proposito vedi in questo Blog “Aut Aut dell'ipocrisia” e la polemica innescata dalle affermazioni di Massimo Gramellini.
5 Anche nel rispetto degli accordi bilaterali sottoscritti dell'Italia con molti Paesi.

Scheda: Manifesti a confronto

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Scheda: Manifesti a confronto


1938 – Manifesto degli scienziati fascisti

Razzismo italiano”

1. Le razze umane esistono. La esistenza delle razze umane non è già una astrazione del nostro spirito, ma corrisponde a una realtà fenomenica, materiale, percepibile con i nostri sensi. Questa realtà è rappresentata da masse, quasi sempre imponenti di milioni di uomini simili per caratteri fisici e psicologici che furono ereditati e che continuano ad ereditarsi.
Dire che esistono le razze umane non vuol dire a priori che esistono razze umane superiori o inferiori, ma soltanto che esistono razze umane differenti.
2. Esistono grandi razze e piccole razze. Non bisogna soltanto ammettere che esistano i gruppi sistematici maggiori, che comunemente sono chiamati razze e che sono individualizzati solo da alcuni caratteri, ma bisogna anche ammettere che esistano gruppi sistematici minori (come per es. i nordici, i mediterranei, i dinarici, ecc.) individualizzati da un maggior numero di caratteri comuni. Questi gruppi costituiscono dal punto di vista biologico le vere razze, la esistenza delle quali è una verità evidente.
3. Il concetto di razza è concetto puramente biologico. Esso quindi è basato su altre considerazioni che non i concetti di popolo e di nazione, fondati essenzialmente su considerazioni storiche, linguistiche, religiose. Però alla base delle differenze di popolo e di nazione stanno delle differenze di razza. Se gli Italiani sono differenti dai Francesi, dai Tedeschi, dai Turchi, dai Greci, ecc., non è solo perché essi hanno una lingua diversa e una storia diversa, ma perché la costituzione razziale di questi popoli è diversa. Sono state proporzioni diverse di razze differenti, che da tempo molto antico costituiscono i diversi popoli, sia che una razza abbia il dominio assoluto sulle altre, sia che tutte risultino fuse armonicamente, sia, infine, che persistano ancora inassimilate una alle altre le diverse razze.
4. La popolazione dell'Italia attuale è nella maggioranza di origine ariana e la sua civiltà ariana. Questa popolazione a civiltà ariana abita da diversi millenni la nostra penisola; ben poco è rimasto della civiltà delle genti preariane. L'origine degli Italiani attuali parte essenzialmente da elementi di quelle stesse razze che costituiscono e costituirono il tessuto perennemente vivo dell'Europa.
5. È una leggenda l'apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici. Dopo l'invasione dei Longobardi non ci sono stati in Italia altri notevoli movimenti di popoli capaci di influenzare la fisionomia razziale della nazione. Da ciò deriva che, mentre per altre nazioni europee la composizione razziale è variata notevolmente in tempi anche moderni, per l'Italia, nelle sue grandi linee, la composizione razziale di oggi è la stessa di quella che era mille anni fa: i quarantaquattro milioni d'Italiani di oggi rimontano quindi nella assoluta maggioranza a famiglie che abitano l'Italia da almeno un millennio.
6. Esiste ormai una pura "razza italiana". Questo enunciato non è basato sulla confusione del concetto biologico di razza con il concetto storico-linguistico di popolo e di nazione ma sulla purissima parentela di sangue che unisce gli Italiani di oggi alle generazioni che da millenni popolano l'Italia. Questa antica purezza di sangue è il più grande titolo di nobiltà della Nazione italiana.
7. È tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti. Tutta l'opera che finora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo. Frequentissimo è stato sempre nei discorsi del Capo il richiamo ai concetti di razza. La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose. La concezione del razzismo in Italia deve essere essenzialmente italiana e l'indirizzo ariano-nordico. Questo non vuole dire però introdurre in Italia le teorie del razzismo tedesco come sono o affermare che gli Italiani e gli Scandinavi sono la stessa cosa. Ma vuole soltanto additare agli Italiani un modello fisico e soprattutto psicologico di razza umana che per i suoi caratteri puramente europei si stacca completamente da tutte le razze extra-europee, questo vuol dire elevare l'Italiano ad un ideale di superiore coscienza di se stesso e di maggiore responsabilità.
8. È necessario fare una netta distinzione fra i Mediterranei d'Europa (Occidentali) da una parte gli Orientali e gli Africani dall'altra. Sono perciò da considerarsi pericolose le teorie che sostengono l'origine africana di alcuni popoli europei e comprendono in una comune razza mediterranea anche le popolazioni semitiche e camitiche stabilendo relazioni e simpatie ideologiche assolutamente inammissibili.
9. Gli ebrei non appartengono alla razza italiana. Dei semiti che nel corso dei secoli sono approdati sul sacro suolo della nostra Patria nulla in generale è rimasto. Anche l'occupazione araba della Sicilia nulla ha lasciato all'infuori del ricordo di qualche nome; e del resto il processo di assimilazione fu sempre rapidissimo in Italia. Gli ebrei rappresentano l'unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia perché essa è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli Italiani.
10. I caratteri fisici e psicologici puramente europei degli Italiani non devono essere alterati in nessun modo. L'unione è ammissibile solo nell'ambito delle razze europee, nel quale caso non si deve parlare di vero e proprio ibridismo, dato che queste razze appartengono ad un ceppo comune e differiscono solo per alcuni caratteri, mentre sono uguali per moltissimi altri. Il carattere puramente europeo degli Italiani viene alterato dall'incrocio con qualsiasi razza extra-europea e portatrice di una civiltà diversa dalla millenaria civiltà degli ariani.


2008 – Manifesto di San Rossore

degli scienziati italiani anti-razzisti


I.
Le razze umane non esistono. L’esistenza delle razze umane è un’astrazione derivante da una cattiva interpretazione di piccole differenze fisiche fra persone, percepite dai nostri sensi, erroneamente associate a differenze “psicologiche” e interpretate sulla base di pregiudizi secolari. Queste astratte suddivisioni, basate sull’idea che gli umani formino gruppi biologicamente ed ereditariamente ben distinti, sono pure invenzioni da sempre utilizzate per classificare arbitrariamente uomini e donne in “migliori” e “peggiori” e quindi discriminare questi ultimi (sempre i più deboli), dopo averli additati come la chiave di tutti i mali nei momenti di crisi.

II.
L’umanità, non é fatta di grandi e piccole razze. È invece, prima di tutto, una rete di persone collegate. È vero che gli esseri umani si aggregano in gruppi d’individui, comunità locali, etnie, nazioni, civiltà; ma questo non avviene in quanto hanno gli stessi geni ma perché condividono storie di vita, ideali e religioni, costumi e comportamenti, arti e stili di vita, ovvero culture.  Le aggregazioni non sono mai rese stabili da DNA identici; al contrario, sono soggette a profondi mutamenti storici: si formano, si trasformano, si mescolano, si frammentano e dissolvono con una rapidità incompatibile con i tempi richiesti da processi di selezione genetica.

III.
Nella specie umana il concetto di razza non ha significato biologico. L’analisi dei DNA umani ha dimostrato che la variabilità genetica nelle nostra specie, oltre che minore di quella dei nostri “cugini” scimpanzé, gorilla e orangutan, è rappresentata soprattutto da differenze fra persone della stessa popolazione, mentre le differenze fra popolazioni e fra continenti diversi sono piccole. I geni di due individui della stessa popolazione sono in media solo leggermente più simili fra loro di quelli di persone che vivono in continenti diversi. Proprio a causa di queste differenze ridotte fra popolazioni, neanche gli scienziati razzisti sono mai riusciti a definire di quante razze sia costituita la nostra specie, e hanno prodotto stime oscillanti fra le due e le duecento razze.

IV.
È ormai più che assodato il carattere falso, costruito e pernicioso del mito nazista della identificazione con la “razza ariana”, coincidente con l’immagine di un popolo bellicoso, vincitore, “puro” e “nobile”, con buona parte dell’Europa, dell’India e dell’Asia centrale come patria, e una lingua in teoria alla base delle lingue indo-europee. Sotto il profilo storico risulta estremamente difficile identificare gli Arii o Ariani come un popolo, e la nozione di famiglia linguistica indo-europea deriva da una classificazione convenzionale. I dati archeologici moderni indicano, al contrario, che l’Europa è stata popolata nel Paleolitico da una popolazione di origine africana da cui tutti discendiamo, a cui nel Neolitico si sono sovrapposti altri immigranti provenienti dal Vicino Oriente. L’origine degli Italiani attuali risale agli stessi immigrati africani e mediorientali che costituiscono tuttora il tessuto perennemente vivo dell’Europa. Nonostante la drammatica originalità del razzismo fascista, si deve all’alleato nazista l’identificazione anche degli italiani con gli “ariani”.

V.
È una leggenda che i sessanta milioni di italiani di oggi discendano da famiglie che abitano l’Italia da almeno un millennio. Gli stessi Romani hanno costruito il loro impero inglobando persone di diverse provenienze e dando loro lo status di cives romani. I fenomeni di meticciamento culturale e sociale, che hanno caratterizzato l’intera storia della penisola, e a cui hanno partecipato non solo le popolazioni locali, ma anche greci, fenici, ebrei, africani, ispanici, oltre ai cosiddetti ”barbari”, hanno prodotto l’ibrido che chiamiamo cultura italiana. Per secoli gli italiani, anche se dispersi nel mondo e divisi in Italia in piccoli Stati, hanno continuato a identificarsi e ad essere identificati con questa cultura complessa e variegata, umanistica e scientifica.

VI.
Non esiste una razza italiana ma esiste un popolo italiano. L’Italia come Nazione si é unificata solo nel 1860 e ancora adesso diversi milioni di italiani, in passato emigrati e spesso concentrati in città e quartieri stranieri, si dicono e sono tali. Una delle nostre maggiori ricchezze, é quella di avere mescolato tanti popoli e avere scambiato con loro culture proprio “incrociandoci” fisicamente e culturalmente. Attribuire ad una inesistente “purezza del sangue” la “nobiltà” della “Nazione” significa ridurre alla omogeneità di una supposta componente biologica e agli abitanti dell’attuale territorio italiano, un patrimonio millenario ed esteso di culture.

VII.
Il razzismo é contemporaneamente omicida e suicida. Gli Imperi sono diventati tali grazie alla convivenza di popoli e culture diverse, ma sono improvvisamente collassati quando si sono frammentati. Così é avvenuto e avviene nelle Nazioni con le guerre civili e quando, per arginare crisi le minoranze sono state prese come capri espiatori. Il razzismo é suicida perché non colpisce solo gli appartenenti a popoli diversi ma gli stessi che lo praticano. La tendenza all’odio indiscriminato che lo alimenta, si estende per contagio ideale ad ogni alterità esterna o estranea rispetto ad una definizione sempre più ristretta della “normalità”. Colpisce quelli che stanno “fuori dalle righe”, i “folli”, i “poveri di spirito”, i gay e le lesbiche, i poeti, gli artisti, gli scrittori alternativi, tutti coloro che non sono omologabili a tipologie umane standard e che in realtà permettono all’umanità di cambiare continuamente e quindi di vivere. Qualsiasi sistema vivente resta tale, infatti, solo se é capace di cambiarsi e noi esseri umani cambiamo sempre meno con i geni e sempre più con le invenzioni dei nostri “benevolmente disordinati” cervelli.

VIII.
Il razzismo discrimina, nega i collegamenti, intravede minacce nei pensieri e nei comportamenti diversi. Per i difensori della razza italiana l’Africa appare come una paurosa minaccia e il Mediterraneo è il mare che nello stesso tempo separa e unisce. Per questo i razzisti sostengono che non esiste una “comune razza mediterranea”.  Per spingere più indietro l’Africa gli scienziati razzisti erigono una barriera contro “semiti” e “camiti”, con cui più facilmente si può entrare in contatto. La scienza ha chiarito che non esiste una chiara distinzione genetica fra i Mediterranei d’Europa (Occidentali) da una parte gli Orientali e gli Africani dall’altra. Sono state assolutamente dimostrate, dal punto di vista paleontologico e da quello genetico, le teorie che sostengono l’origine africana dei popoli della terra e li comprendono tutti in un’unica razza.

IX.
Gli ebrei italiani sono contemporaneamente ebrei ed italiani. Gli ebrei, come tutti i popoli migranti ( nessuno é migrante per libera scelta ma molti lo sono per necessità) sono sparsi per il Mondo ed hanno fatto parte di diverse culture pur mantenendo contemporaneamente una loro identità di popolo e di religione. Così é successo ad esempio con gli Armeni, con gli stessi italiani emigranti e così sta succedendo con i migranti di ora: africani, filippini, cinesi, arabi dei diversi Paesi, popoli appartenenti all’Est europeo o al Sud America ecc. Tutti questi popoli hanno avuto la dolorosa necessità di dover migrare ma anche la fortuna, nei casi migliori, di arricchirsi unendo la loro cultura a quella degli ospitanti, arricchendo anche loro, senza annullare, quando é stato possibile, né l’una né l’altra. 

X.
L’ideologia razzista é basata sul timore della “alterazione” della propria razza eppure essere “bastardi” fa bene. È quindi del tutto cieca rispetto al fatto che molte società riconoscono che sposarsi fuori, perfino con i propri nemici, è bene, perché sanno che le alleanze sono molto più preziose delle barriere. Del resto negli umani i caratteri fisici alterano più per effetto delle condizioni di vita che per selezione e i caratteri psicologici degli individui e dei popoli non stanno scritti nei loro geni.  Il “meticciamento” culturale é la base fondante della speranza di progresso che deriva dalla costituzione della Unione Europea. Un’Italia razzista che si frammentasse in “etnie” separate come la ex-Jugoslavia sarebbe devastata e devastante ora e per il futuro. Le conseguenze del razzismo sono infatti epocali: significano perdita di cultura e di plasticità, omicidio e suicidio, frammentazione e implosione non controllabili perché originate dalla ripulsa indiscriminata per chiunque consideriamo “altro da noi”.

Da "La difesa della razza", direttore Telesio Interlandi, anno I, numero 1, 5 agosto 1938, p. 2:
«Il ministro segretario del partito ha ricevuto, il 26 luglio XVI, un gruppo di studiosi fascisti, docenti nelle università italiane, che hanno, sotto l’egida del Ministero della Cultura Popolare, redatto o aderito, alle proposizioni che fissano le basi del razzismo fascista.»1

Il Manifesto degli scienziati razzisti era già stato pubblicato su Il giornale d'Italia il 14 luglio 1938 e sottoscritto da 180 scienziati del regime.
Immediatamente sotto è riportato il Manifesto di San Rossore degli scienziati italiani anti-razzisti, del 10 Luglio 2008.2
Il Manifesto anti-razzista risponde paragrafo per paragrafo alle affermazioni di quello fascista. Suoi primi firmatari: Enrico Alleva, Guido Barbujani, Marcello Buiatti, Elena Gagliasso, Rita Levi Montalcini, Massimo Livi Bacci, Alberto Piazza, Agostino Pirella, Francesco Remotti, Filippo Tempia, Flavia Zucco.

1 http://www.deportati.it/archivio/manifesto_razza.html

martedì 19 gennaio 2016

2016

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2016


Poiché ogni giorno ci viene ripetuto che stiamo uscendo dalla grande recessione e pure in Italia siamo in ripresa, la strana sopravvivenza dell'egemonia culturale del liberismo, clamorosamente sconfessato dalla crisi innescata dal crack finanziario del 2007-2008, è questione passata nel dimenticatoio.
Intanto, come se nulla fosse, gli esperti economici di fondazioni, università ed istituti liberisti (i think tanks, serbatoi del pensiero) continuano a pontificare nelle trasmissioni televisive e sui giornali. Magari per sostenere, con qualche giro di parole in più, che le “riforme di struttura” furono somministrate in dosi non bastevoli. Di conseguenza, sia necessario perseverare nel taglio della spesa statale (spending review) e nelle privatizzazioni del patrimonio pubblico, ma con una novità tutta legata alla crisi del sistema finanziario, ragione per cui assistiamo ad un singolare fenomeno: il liberismo italico s'è fatto nazionalista. Il governo italiano ha scoperto1 che le regole europee attuali non permettono più (al contrario di quanto avvenne per la Germania) di sversare i crediti deteriorati, da cui sono oberate le “nostre” banche”2, in una pattumiera o bad bank, servendosi del danaro pubblico.
Quando l'Unione mette a rischio “certi” interessi, e non solo lavoro e pensioni, diventa matrigna?
D'altro canto i volonterosi ottimismi sull'andamento dell'economia sono subissati dal resoconto di continue nuove insorgenze: il terrorismo, le ondate di profughi e migranti, la guerra in Siria-Iraq e in Ucraina, il crollo delle borse cinesi, i diesel truccati, i ribassi del prezzo del barile e quant'altro.
Insomma, nell'opinione pubblica potrebbe insinuarsi la pericolosa idea della crisi politica generale di un mondo che, dopo la caduta del Muro, si supponeva fosse mono-polare (dell'Occidente ricco e vittorioso) e invece mostra di non volere né potere essere tale. Crisi solo acuita dal crack finanziario e relativa ad insostenibili assetti internazionali, perciò in preda a conflitti commerciali, monetari e finanziari, sempre più frequentemente accompagnati dal ricorso alla guerra.
Ecco allora comparire sugli schermi un'ulteriore genia di esperti, quella degli studi internazionali e della resuscitata geo-politica. Sicché, messo in secondo piano il mantra liberista, sale alla ribalta il tentativo di imporci un'altra egemonia culturale: un sano bagno di realismo dopo le devastanti “utopie” della globalizzazione liberale?
Per spiegare l'attuale guerra in Siria-Iraq ed il dilagare del terrorismo, questi esperti sostengono la tesi che Arabia Saudita, Emirati e Turchia abbiano foraggiato e protetto l'Isis e lo jihadismo in base a calcoli e vocazioni geo-politiche locali, approfittando del loro strategico ruolo di alleati dei governi occidentali e coinvolgendoli loro malgrado. Pertanto, la lunga sanguinosa sequenza degli interventi militari degli Stati Uniti e degli amici d'Occidente viene rubricata nella categoria degli ”errori”, come se le “vecchie potenze” dominanti non mirassero in modo sistematico alle risorse naturali mediorientali ed africane, in reciproca rivalità e concorrenza. Come se per i disastri umanitari, provocati da bellicosi ed incontrollabili agenti locali, fosse chiamata a soccorso la pacificante provvidenza della “comunità internazionale”.
Secondo i subentranti think tanks, la storia, invece di finire, vivrebbe ora una perenne ripetizione di vecchie tensioni, determinate a monte da cause geografiche ed ambientali e, a valle, da atavici scontri tra Etnie, Religioni e Civiltà: unità “essenziali”, al loro interno non contraddittorie, rispetto alle quali le contese egemoniche ed imperialiste degli Stati, gli interessi delle multinazionali e delle oligarchie finanziarizzate, assai meno conterebbero...
Per fortuna, soprattuto nella Rete, continuano a circolare idee contro-corrente.
Suo tramite si diffonde la rivolta degli espropriati da una completa e non manipolata informazione, nonché la voglia di riappropriarsi del dibattito pubblico e di strumenti di analisi adeguati alla formazione del giudizio politico. Così sono alimentate le pratiche di nuovi movimenti, come nel caso della grande manifestazione di Berlino contro il TTIP3, ed il risorgere di un pensiero alternativo.
In questo movimento di riappropriazione-ricostruzione delle idee-forza, in opposizione alle ideologie dominanti, trova senso l'impegno per questo Blog.
Non di battute ed estemporanei cinguettii abbiamo bisogno, tantomeno di saccenti lezioni e sbrigativi giudizi. Al contrario, allo scopo servono studio, confronto e modestia.
Non mancano luoghi della Rete a cui collegarsi, né testi, studi ed articoli giornalistici, da me ripetutamente richiamati nei pezzi sin qui pubblicati.
Il percorso è avviato. Ciascuno partecipi come crede, può e vuole.

P.S. Il Blog cambia nome e diventa “CRISIeGUERRA”.
Per chi voglia scrivermi il recapito è: berniniric@gmail.com

1 In occasione del fallimento delle 4 Banche: Etruria, Marche, Chieti e Ferrara.
2 Pari al 16% dei loro attivi.
3 Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (Transatlantic Trade and Investment Partnership = TTIP), vedi nel Blog l'articolo: “Il TTIP sorge ad Oriente”.