venerdì 29 gennaio 2016

Regole di casa nostra

[Clicca sul titolo qui sotto se vuoi scaricare l'articolo in formato PDF]

Regole di casa nostra


Breve riflessione su una frase ricorrente che esplicita ciò che bocche più esperte sottendono. Principi costituzionali e nascondimenti funzionali.


 La frase a fianco si può sentire sul tram, in un bar, in un talk-show televisivo. Riflette un punto di vista e va presa sul serio.

Siamo bianchi
Appare scontato: in maggioranza gli italiani lo sono, ma non tutti. Dipende da cosa s'intende per “noi italiani”.
Dal momento che negli ultimi decenni è cresciuto il numero degli abitanti della penisola con la pelle di un altro colore, con caratteri somatici tempo fa localizzati in altre aree del pianeta, si presentano situazioni agli antipodi. Essi possono avere la cittadinanza ed essere nati qui, sentirsi a casa propria, padroneggiare la nostra lingua e parlare con l'accento della regione in cui vivono. O, invece, privi di cittadinanza e persino del permesso di soggiorno, avere difficoltà di lingua ed “integrazione”.

Comunque, “italiano” non coincide con “bianco” e nemmeno con “cristiano”. Banalmente, sia perché un bianco può essere musulmano o buddista o di altra fede, sia, viceversa, perché un cristiano può essere di pelle nera o variamente pigmentata.
Che il problema stia nella pelle? Il ricorso all'identità della pelle cela un non detto: ai caratteri somatici corrisponderebbe anche una diversità di “razza” o, in automatico, una diversa appartenenza culturale.
Razze umane
Sull'esistenza o meno delle “razze umane” non viene mai fatta sufficiente chiarezza.
«Le razze umane non esistono.
L’esistenza delle razze umane è un’astrazione derivante da una cattiva interpretazione di piccole differenze fisiche fra persone, percepite dai nostri sensi, erroneamente associate a differenze “psicologiche” e interpretate sulla base di pregiudizi secolari. Queste astratte suddivisioni, basate sull’idea che gli umani formino gruppi biologicamente ed ereditariamente ben distinti, sono pure invenzioni (…).»1
Anche la nostra Costituzione concorre alla scarsa chiarezza ed alimenta l”equivoco”.
Nell'articolo 3 [Testo nel riquadro]
l'opposizione alla discriminazione di razza viene associata a quella di sesso, lingua, religione, di opinioni politiche e condizioni personali e sociali. Tutte diversità esistenti e reali, ad eccezione della “razza”. Essa è una mera invenzione ideologica2, da molto tempo in campo e ancora molto viva. Ma come tale va considerata. La qual cosa implica non solo e tanto un riferimento alla “comprovata verità scientifica”, quanto e soprattutto il riconoscimento dell'origine storica del razzismo nell'idea di razza.
Nella storia i movimenti politici impegnati nella lotta al razzismo, infatti, non hanno avuto bisogno delle prove scientifiche di comparazione del DNA3 per condurre le loro lotte, avendone svelato il carattere ideologico, funzionale a giustificare, sulla base della presupposta inferiorità delle razze non-bianche, la riduzione in schiavitù e lo sfruttamento del corpo schiavo. Nel lavoro soprattutto.
Infatti, non a caso, la finalità anti-discriminatoria dell'Articolo 3 si esplicita nell'impegno repubblicano a rimuovere gli “ostacoli di ordine economico e sociale” derivanti dalla distinzione di razza, con chiaro riguardo al lavoro e, quindi, nell'affermazione della pari dignità politica fra tutti i lavoratori (oltreché fra tutti i cittadini).
Pur qui rinunciando all'approfondimento critico dell'ideologia del razzismo, della sua storia e genesi, non possiamo prescindere dal suo lascito all'interno della cosiddetta “Civiltà occidentale”. Perché se, per un verso, il razzismo viene solennemente ripudiato, dall'altro, continua ad alimentare il pensiero e le menti, talvolta al di là delle intenzioni.
Ciò avviene quando il pregiudizio si sposta dall'ambito delle sembianze somatiche a quello delle “diversità psicologiche e culturali”, delle quali una “razza”, in quanto tale, sarebbe comunque portatrice, per inesplorate ragioni ereditarie e indipendentemente dall'ambiente culturale in cui una persona (un gruppo) è nata e vissuta. E qui arriviamo alla seconda identità “nostra”: quella cristiana.
Noi cristiani
Benché condizionati dal millenario predominio della cultura cattolica, una specifica variante di quella cristiana europea per alcuni aspetti divergente, molti italiani “bianchi”, al pari degli italiani “non-bianchi” non si sentono né cattolici, né cristiani, né di altra religione. Una parte di loro può nutrire una fede senza chiesa o non nutrirla affatto.
Per appartenere al popolo italiano, d'altronde, non è richiesta l'adesione ad alcuna confessione e nemmeno sarebbe auspicabile che ciascun cittadino, religioso e non, dovesse, per essere tale, dichiarare la propria fedeltà allo Stato laico.4
Allo Stato spetta l'esercizio in esclusiva della forza per affermare il rispetto delle sue leggi, benché, in misura della pratica democratica, sia consentito dissentirne e muoversi sul piano organizzativo e politico per mutarle. A tale proposito, nelle parole conclusive, l'Articolo 3 ci soccorre chiaramente.
Pertanto, di quali regole si parla quando si dice che esse devono essere rispettate dal “musulmano” che viene “a casa nostra”?

Leggi
È evidente che non di un semplice musulmano si tratta, ma di un immigrato musulmano e più precisamente di un immigrato musulmano arabo o, per richiamarci allo spunto iniziale, magari non-bianco.
A questo immigrato viene chiesto il rispetto delle regole di casa nostra. Quando queste regole sono scritte nelle leggi, basta invocarne l'applicazione, se disattesa.
È quanto succede allorché alcune forze politiche predicano una speciale “tolleranza zero” verso le illegalità degli immigrati, a cominciare dal reato di clandestinità.
Non sapendo, poi, come imporla coattivamente.
Allo scopo, lo Stato dovrebbe catturare tutti i “clandestini”, rinchiuderli in appositi centri (come in parte avviene) e sobbarcarsi il costo di rimpatri di massa nei Paesi d'origine, qualora fossero noti e “raggiungibili”5. Essendo l'impresa pressoché impossibile, non rimane allora che cingere il territorio nazionale di barriere di filo spinato, al più riservando l'accoglienza ai soli profughi dalle sole guerre “riconosciute dalla comunità internazionale”. Proprio quanto va accadendo nei Paesi continentali. Ma una penisola, con migliaia di chilometri di coste esposte all'approdo, non può farlo, quand'anche rinunciasse al dovuto soccorso umanitario. Da ciò la divergenza tra Paesi “cristiani” sull'applicazione degli accordi di Schengen...
Regole
In mancanza di volontà e capacità politica di risolvere i problemi, rimuovendone le cause alla radice, si ricorre alle regole morali, comportamentali, in uso prevalente tra la “comunità ospitante”, a cui i nuovi arrivati dovrebbero uniformarsi, nel processo di “integrazione”. E qui il ventaglio si fa molto ampio.
Si va dal modo di vestirsi, se con o senza velo, alla convivenza condominiale, dal diritto alla casa al rispetto delle tradizioni nelle ricorrenze religiose (presepi inclusi), ai rapporti di lavoro e tra i sessi. Per alcuni versi si tratta di contrasti derivanti da diverse abitudini, tipici dell'immigrazione e già sperimentate quando i “terroni” dovettero raggiungere il Nord.
Per altri può essere un problema di convivenza tra usanze “etniche”, risolvibili abbandonando opposti integralismi (anche laici).
Per altri ancora, sottendono conflitti economici, religiosi e di genere, che investono la nostra società alle fondamenta e ben oltre l'eventuale coinvolgimento di immigrati non-bianchi e musulmani. Un esempio per tutti: la violenza contro le donne in Europa, nonostante la rilevanza data ai recenti fatti in Germania, è praticato soprattutto dai maschi autoctoni.
D'altro canto, il fenomeno del terrorismo jihadista collegato alle guerre mediorientali e quello, di più ampia portata, dei grandi flussi migratori ci interrogano su noi stessi e generano paure di cambiamenti a cui possiamo sentirci impreparati.
Bersagli
Insistendo su leggi, regole e difese sicuritarie ed identitarie, nessuno dei nodi essenziali viene in teoria e in pratica seriamente affrontato, spostando ed occultando il bersaglio.
È spostato quando si vuole trasformare ogni contrasto, anche il più banale litigio condominiale, in scontro aperto antagonista tra “etnie”, “culture”, “Civiltà”.
È occultato quando si indica l'albero per nascondere la foresta. A cominciare dalle cause reali dei grandi flussi migratori e dalle guerre spacciate per “locali”, da cui deriva il terrorismo internazionale jihadista. Non si trae bilancio alcuno del fallimento dei declamati processi d'integrazione (vedi Francia). Del procurato disastro delle aree agricole in larga parte del mondo, originato dall'imposizione di modelli economici e sociali subalterni ai Paesi ricchi, generatore dei grandi flussi migratori, non si discute.
Quasi si potesse ripetere, su scala mondiale, quanto fu fatto con il decollo industriale del secondo dopoguerra, su scala nazionale, in Paesi come l'Italia.
Per non parlare della scelta, corrispondente allo spopolamento planetario delle campagne, di allargare l'esercito di riserva, di mano d'opera anche qualificata, in funzione del ricatto occupazionale e salariale.
A casa nostra, appunto.

1 Manifesto degli scienziati antirazzisti, 10/07/2008. Vedi nel Blog Scheda “Manifesti a confronto” con il Manifesto degli scienziati fascisti in difesa della razza, del 14/07/1938.
2 Vedi anche Guido Barbujani, L'invenzione delle razze, Bompiani, 2006.
3 Grazie alle quali le infinitesimali differenze tra “bianchi”, che vivono nello stesso condominio, possono essere talvolta superiori a quelle esistenti tra “neri” e “bianchi” viventi in continenti diversi.
4 A tale proposito vedi in questo Blog “Aut Aut dell'ipocrisia” e la polemica innescata dalle affermazioni di Massimo Gramellini.
5 Anche nel rispetto degli accordi bilaterali sottoscritti dell'Italia con molti Paesi.

Scheda: Manifesti a confronto

[Clicca sul titolo qui sotto se vuoi scaricare l'articolo in formato PDF]

Scheda: Manifesti a confronto


1938 – Manifesto degli scienziati fascisti

Razzismo italiano”

1. Le razze umane esistono. La esistenza delle razze umane non è già una astrazione del nostro spirito, ma corrisponde a una realtà fenomenica, materiale, percepibile con i nostri sensi. Questa realtà è rappresentata da masse, quasi sempre imponenti di milioni di uomini simili per caratteri fisici e psicologici che furono ereditati e che continuano ad ereditarsi.
Dire che esistono le razze umane non vuol dire a priori che esistono razze umane superiori o inferiori, ma soltanto che esistono razze umane differenti.
2. Esistono grandi razze e piccole razze. Non bisogna soltanto ammettere che esistano i gruppi sistematici maggiori, che comunemente sono chiamati razze e che sono individualizzati solo da alcuni caratteri, ma bisogna anche ammettere che esistano gruppi sistematici minori (come per es. i nordici, i mediterranei, i dinarici, ecc.) individualizzati da un maggior numero di caratteri comuni. Questi gruppi costituiscono dal punto di vista biologico le vere razze, la esistenza delle quali è una verità evidente.
3. Il concetto di razza è concetto puramente biologico. Esso quindi è basato su altre considerazioni che non i concetti di popolo e di nazione, fondati essenzialmente su considerazioni storiche, linguistiche, religiose. Però alla base delle differenze di popolo e di nazione stanno delle differenze di razza. Se gli Italiani sono differenti dai Francesi, dai Tedeschi, dai Turchi, dai Greci, ecc., non è solo perché essi hanno una lingua diversa e una storia diversa, ma perché la costituzione razziale di questi popoli è diversa. Sono state proporzioni diverse di razze differenti, che da tempo molto antico costituiscono i diversi popoli, sia che una razza abbia il dominio assoluto sulle altre, sia che tutte risultino fuse armonicamente, sia, infine, che persistano ancora inassimilate una alle altre le diverse razze.
4. La popolazione dell'Italia attuale è nella maggioranza di origine ariana e la sua civiltà ariana. Questa popolazione a civiltà ariana abita da diversi millenni la nostra penisola; ben poco è rimasto della civiltà delle genti preariane. L'origine degli Italiani attuali parte essenzialmente da elementi di quelle stesse razze che costituiscono e costituirono il tessuto perennemente vivo dell'Europa.
5. È una leggenda l'apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici. Dopo l'invasione dei Longobardi non ci sono stati in Italia altri notevoli movimenti di popoli capaci di influenzare la fisionomia razziale della nazione. Da ciò deriva che, mentre per altre nazioni europee la composizione razziale è variata notevolmente in tempi anche moderni, per l'Italia, nelle sue grandi linee, la composizione razziale di oggi è la stessa di quella che era mille anni fa: i quarantaquattro milioni d'Italiani di oggi rimontano quindi nella assoluta maggioranza a famiglie che abitano l'Italia da almeno un millennio.
6. Esiste ormai una pura "razza italiana". Questo enunciato non è basato sulla confusione del concetto biologico di razza con il concetto storico-linguistico di popolo e di nazione ma sulla purissima parentela di sangue che unisce gli Italiani di oggi alle generazioni che da millenni popolano l'Italia. Questa antica purezza di sangue è il più grande titolo di nobiltà della Nazione italiana.
7. È tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti. Tutta l'opera che finora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo. Frequentissimo è stato sempre nei discorsi del Capo il richiamo ai concetti di razza. La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose. La concezione del razzismo in Italia deve essere essenzialmente italiana e l'indirizzo ariano-nordico. Questo non vuole dire però introdurre in Italia le teorie del razzismo tedesco come sono o affermare che gli Italiani e gli Scandinavi sono la stessa cosa. Ma vuole soltanto additare agli Italiani un modello fisico e soprattutto psicologico di razza umana che per i suoi caratteri puramente europei si stacca completamente da tutte le razze extra-europee, questo vuol dire elevare l'Italiano ad un ideale di superiore coscienza di se stesso e di maggiore responsabilità.
8. È necessario fare una netta distinzione fra i Mediterranei d'Europa (Occidentali) da una parte gli Orientali e gli Africani dall'altra. Sono perciò da considerarsi pericolose le teorie che sostengono l'origine africana di alcuni popoli europei e comprendono in una comune razza mediterranea anche le popolazioni semitiche e camitiche stabilendo relazioni e simpatie ideologiche assolutamente inammissibili.
9. Gli ebrei non appartengono alla razza italiana. Dei semiti che nel corso dei secoli sono approdati sul sacro suolo della nostra Patria nulla in generale è rimasto. Anche l'occupazione araba della Sicilia nulla ha lasciato all'infuori del ricordo di qualche nome; e del resto il processo di assimilazione fu sempre rapidissimo in Italia. Gli ebrei rappresentano l'unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia perché essa è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli Italiani.
10. I caratteri fisici e psicologici puramente europei degli Italiani non devono essere alterati in nessun modo. L'unione è ammissibile solo nell'ambito delle razze europee, nel quale caso non si deve parlare di vero e proprio ibridismo, dato che queste razze appartengono ad un ceppo comune e differiscono solo per alcuni caratteri, mentre sono uguali per moltissimi altri. Il carattere puramente europeo degli Italiani viene alterato dall'incrocio con qualsiasi razza extra-europea e portatrice di una civiltà diversa dalla millenaria civiltà degli ariani.


2008 – Manifesto di San Rossore

degli scienziati italiani anti-razzisti


I.
Le razze umane non esistono. L’esistenza delle razze umane è un’astrazione derivante da una cattiva interpretazione di piccole differenze fisiche fra persone, percepite dai nostri sensi, erroneamente associate a differenze “psicologiche” e interpretate sulla base di pregiudizi secolari. Queste astratte suddivisioni, basate sull’idea che gli umani formino gruppi biologicamente ed ereditariamente ben distinti, sono pure invenzioni da sempre utilizzate per classificare arbitrariamente uomini e donne in “migliori” e “peggiori” e quindi discriminare questi ultimi (sempre i più deboli), dopo averli additati come la chiave di tutti i mali nei momenti di crisi.

II.
L’umanità, non é fatta di grandi e piccole razze. È invece, prima di tutto, una rete di persone collegate. È vero che gli esseri umani si aggregano in gruppi d’individui, comunità locali, etnie, nazioni, civiltà; ma questo non avviene in quanto hanno gli stessi geni ma perché condividono storie di vita, ideali e religioni, costumi e comportamenti, arti e stili di vita, ovvero culture.  Le aggregazioni non sono mai rese stabili da DNA identici; al contrario, sono soggette a profondi mutamenti storici: si formano, si trasformano, si mescolano, si frammentano e dissolvono con una rapidità incompatibile con i tempi richiesti da processi di selezione genetica.

III.
Nella specie umana il concetto di razza non ha significato biologico. L’analisi dei DNA umani ha dimostrato che la variabilità genetica nelle nostra specie, oltre che minore di quella dei nostri “cugini” scimpanzé, gorilla e orangutan, è rappresentata soprattutto da differenze fra persone della stessa popolazione, mentre le differenze fra popolazioni e fra continenti diversi sono piccole. I geni di due individui della stessa popolazione sono in media solo leggermente più simili fra loro di quelli di persone che vivono in continenti diversi. Proprio a causa di queste differenze ridotte fra popolazioni, neanche gli scienziati razzisti sono mai riusciti a definire di quante razze sia costituita la nostra specie, e hanno prodotto stime oscillanti fra le due e le duecento razze.

IV.
È ormai più che assodato il carattere falso, costruito e pernicioso del mito nazista della identificazione con la “razza ariana”, coincidente con l’immagine di un popolo bellicoso, vincitore, “puro” e “nobile”, con buona parte dell’Europa, dell’India e dell’Asia centrale come patria, e una lingua in teoria alla base delle lingue indo-europee. Sotto il profilo storico risulta estremamente difficile identificare gli Arii o Ariani come un popolo, e la nozione di famiglia linguistica indo-europea deriva da una classificazione convenzionale. I dati archeologici moderni indicano, al contrario, che l’Europa è stata popolata nel Paleolitico da una popolazione di origine africana da cui tutti discendiamo, a cui nel Neolitico si sono sovrapposti altri immigranti provenienti dal Vicino Oriente. L’origine degli Italiani attuali risale agli stessi immigrati africani e mediorientali che costituiscono tuttora il tessuto perennemente vivo dell’Europa. Nonostante la drammatica originalità del razzismo fascista, si deve all’alleato nazista l’identificazione anche degli italiani con gli “ariani”.

V.
È una leggenda che i sessanta milioni di italiani di oggi discendano da famiglie che abitano l’Italia da almeno un millennio. Gli stessi Romani hanno costruito il loro impero inglobando persone di diverse provenienze e dando loro lo status di cives romani. I fenomeni di meticciamento culturale e sociale, che hanno caratterizzato l’intera storia della penisola, e a cui hanno partecipato non solo le popolazioni locali, ma anche greci, fenici, ebrei, africani, ispanici, oltre ai cosiddetti ”barbari”, hanno prodotto l’ibrido che chiamiamo cultura italiana. Per secoli gli italiani, anche se dispersi nel mondo e divisi in Italia in piccoli Stati, hanno continuato a identificarsi e ad essere identificati con questa cultura complessa e variegata, umanistica e scientifica.

VI.
Non esiste una razza italiana ma esiste un popolo italiano. L’Italia come Nazione si é unificata solo nel 1860 e ancora adesso diversi milioni di italiani, in passato emigrati e spesso concentrati in città e quartieri stranieri, si dicono e sono tali. Una delle nostre maggiori ricchezze, é quella di avere mescolato tanti popoli e avere scambiato con loro culture proprio “incrociandoci” fisicamente e culturalmente. Attribuire ad una inesistente “purezza del sangue” la “nobiltà” della “Nazione” significa ridurre alla omogeneità di una supposta componente biologica e agli abitanti dell’attuale territorio italiano, un patrimonio millenario ed esteso di culture.

VII.
Il razzismo é contemporaneamente omicida e suicida. Gli Imperi sono diventati tali grazie alla convivenza di popoli e culture diverse, ma sono improvvisamente collassati quando si sono frammentati. Così é avvenuto e avviene nelle Nazioni con le guerre civili e quando, per arginare crisi le minoranze sono state prese come capri espiatori. Il razzismo é suicida perché non colpisce solo gli appartenenti a popoli diversi ma gli stessi che lo praticano. La tendenza all’odio indiscriminato che lo alimenta, si estende per contagio ideale ad ogni alterità esterna o estranea rispetto ad una definizione sempre più ristretta della “normalità”. Colpisce quelli che stanno “fuori dalle righe”, i “folli”, i “poveri di spirito”, i gay e le lesbiche, i poeti, gli artisti, gli scrittori alternativi, tutti coloro che non sono omologabili a tipologie umane standard e che in realtà permettono all’umanità di cambiare continuamente e quindi di vivere. Qualsiasi sistema vivente resta tale, infatti, solo se é capace di cambiarsi e noi esseri umani cambiamo sempre meno con i geni e sempre più con le invenzioni dei nostri “benevolmente disordinati” cervelli.

VIII.
Il razzismo discrimina, nega i collegamenti, intravede minacce nei pensieri e nei comportamenti diversi. Per i difensori della razza italiana l’Africa appare come una paurosa minaccia e il Mediterraneo è il mare che nello stesso tempo separa e unisce. Per questo i razzisti sostengono che non esiste una “comune razza mediterranea”.  Per spingere più indietro l’Africa gli scienziati razzisti erigono una barriera contro “semiti” e “camiti”, con cui più facilmente si può entrare in contatto. La scienza ha chiarito che non esiste una chiara distinzione genetica fra i Mediterranei d’Europa (Occidentali) da una parte gli Orientali e gli Africani dall’altra. Sono state assolutamente dimostrate, dal punto di vista paleontologico e da quello genetico, le teorie che sostengono l’origine africana dei popoli della terra e li comprendono tutti in un’unica razza.

IX.
Gli ebrei italiani sono contemporaneamente ebrei ed italiani. Gli ebrei, come tutti i popoli migranti ( nessuno é migrante per libera scelta ma molti lo sono per necessità) sono sparsi per il Mondo ed hanno fatto parte di diverse culture pur mantenendo contemporaneamente una loro identità di popolo e di religione. Così é successo ad esempio con gli Armeni, con gli stessi italiani emigranti e così sta succedendo con i migranti di ora: africani, filippini, cinesi, arabi dei diversi Paesi, popoli appartenenti all’Est europeo o al Sud America ecc. Tutti questi popoli hanno avuto la dolorosa necessità di dover migrare ma anche la fortuna, nei casi migliori, di arricchirsi unendo la loro cultura a quella degli ospitanti, arricchendo anche loro, senza annullare, quando é stato possibile, né l’una né l’altra. 

X.
L’ideologia razzista é basata sul timore della “alterazione” della propria razza eppure essere “bastardi” fa bene. È quindi del tutto cieca rispetto al fatto che molte società riconoscono che sposarsi fuori, perfino con i propri nemici, è bene, perché sanno che le alleanze sono molto più preziose delle barriere. Del resto negli umani i caratteri fisici alterano più per effetto delle condizioni di vita che per selezione e i caratteri psicologici degli individui e dei popoli non stanno scritti nei loro geni.  Il “meticciamento” culturale é la base fondante della speranza di progresso che deriva dalla costituzione della Unione Europea. Un’Italia razzista che si frammentasse in “etnie” separate come la ex-Jugoslavia sarebbe devastata e devastante ora e per il futuro. Le conseguenze del razzismo sono infatti epocali: significano perdita di cultura e di plasticità, omicidio e suicidio, frammentazione e implosione non controllabili perché originate dalla ripulsa indiscriminata per chiunque consideriamo “altro da noi”.

Da "La difesa della razza", direttore Telesio Interlandi, anno I, numero 1, 5 agosto 1938, p. 2:
«Il ministro segretario del partito ha ricevuto, il 26 luglio XVI, un gruppo di studiosi fascisti, docenti nelle università italiane, che hanno, sotto l’egida del Ministero della Cultura Popolare, redatto o aderito, alle proposizioni che fissano le basi del razzismo fascista.»1

Il Manifesto degli scienziati razzisti era già stato pubblicato su Il giornale d'Italia il 14 luglio 1938 e sottoscritto da 180 scienziati del regime.
Immediatamente sotto è riportato il Manifesto di San Rossore degli scienziati italiani anti-razzisti, del 10 Luglio 2008.2
Il Manifesto anti-razzista risponde paragrafo per paragrafo alle affermazioni di quello fascista. Suoi primi firmatari: Enrico Alleva, Guido Barbujani, Marcello Buiatti, Elena Gagliasso, Rita Levi Montalcini, Massimo Livi Bacci, Alberto Piazza, Agostino Pirella, Francesco Remotti, Filippo Tempia, Flavia Zucco.

1 http://www.deportati.it/archivio/manifesto_razza.html

martedì 19 gennaio 2016

2016

[Clicca sul titolo qui sotto se vuoi scaricare l'articolo in formato PDF]

2016


Poiché ogni giorno ci viene ripetuto che stiamo uscendo dalla grande recessione e pure in Italia siamo in ripresa, la strana sopravvivenza dell'egemonia culturale del liberismo, clamorosamente sconfessato dalla crisi innescata dal crack finanziario del 2007-2008, è questione passata nel dimenticatoio.
Intanto, come se nulla fosse, gli esperti economici di fondazioni, università ed istituti liberisti (i think tanks, serbatoi del pensiero) continuano a pontificare nelle trasmissioni televisive e sui giornali. Magari per sostenere, con qualche giro di parole in più, che le “riforme di struttura” furono somministrate in dosi non bastevoli. Di conseguenza, sia necessario perseverare nel taglio della spesa statale (spending review) e nelle privatizzazioni del patrimonio pubblico, ma con una novità tutta legata alla crisi del sistema finanziario, ragione per cui assistiamo ad un singolare fenomeno: il liberismo italico s'è fatto nazionalista. Il governo italiano ha scoperto1 che le regole europee attuali non permettono più (al contrario di quanto avvenne per la Germania) di sversare i crediti deteriorati, da cui sono oberate le “nostre” banche”2, in una pattumiera o bad bank, servendosi del danaro pubblico.
Quando l'Unione mette a rischio “certi” interessi, e non solo lavoro e pensioni, diventa matrigna?
D'altro canto i volonterosi ottimismi sull'andamento dell'economia sono subissati dal resoconto di continue nuove insorgenze: il terrorismo, le ondate di profughi e migranti, la guerra in Siria-Iraq e in Ucraina, il crollo delle borse cinesi, i diesel truccati, i ribassi del prezzo del barile e quant'altro.
Insomma, nell'opinione pubblica potrebbe insinuarsi la pericolosa idea della crisi politica generale di un mondo che, dopo la caduta del Muro, si supponeva fosse mono-polare (dell'Occidente ricco e vittorioso) e invece mostra di non volere né potere essere tale. Crisi solo acuita dal crack finanziario e relativa ad insostenibili assetti internazionali, perciò in preda a conflitti commerciali, monetari e finanziari, sempre più frequentemente accompagnati dal ricorso alla guerra.
Ecco allora comparire sugli schermi un'ulteriore genia di esperti, quella degli studi internazionali e della resuscitata geo-politica. Sicché, messo in secondo piano il mantra liberista, sale alla ribalta il tentativo di imporci un'altra egemonia culturale: un sano bagno di realismo dopo le devastanti “utopie” della globalizzazione liberale?
Per spiegare l'attuale guerra in Siria-Iraq ed il dilagare del terrorismo, questi esperti sostengono la tesi che Arabia Saudita, Emirati e Turchia abbiano foraggiato e protetto l'Isis e lo jihadismo in base a calcoli e vocazioni geo-politiche locali, approfittando del loro strategico ruolo di alleati dei governi occidentali e coinvolgendoli loro malgrado. Pertanto, la lunga sanguinosa sequenza degli interventi militari degli Stati Uniti e degli amici d'Occidente viene rubricata nella categoria degli ”errori”, come se le “vecchie potenze” dominanti non mirassero in modo sistematico alle risorse naturali mediorientali ed africane, in reciproca rivalità e concorrenza. Come se per i disastri umanitari, provocati da bellicosi ed incontrollabili agenti locali, fosse chiamata a soccorso la pacificante provvidenza della “comunità internazionale”.
Secondo i subentranti think tanks, la storia, invece di finire, vivrebbe ora una perenne ripetizione di vecchie tensioni, determinate a monte da cause geografiche ed ambientali e, a valle, da atavici scontri tra Etnie, Religioni e Civiltà: unità “essenziali”, al loro interno non contraddittorie, rispetto alle quali le contese egemoniche ed imperialiste degli Stati, gli interessi delle multinazionali e delle oligarchie finanziarizzate, assai meno conterebbero...
Per fortuna, soprattuto nella Rete, continuano a circolare idee contro-corrente.
Suo tramite si diffonde la rivolta degli espropriati da una completa e non manipolata informazione, nonché la voglia di riappropriarsi del dibattito pubblico e di strumenti di analisi adeguati alla formazione del giudizio politico. Così sono alimentate le pratiche di nuovi movimenti, come nel caso della grande manifestazione di Berlino contro il TTIP3, ed il risorgere di un pensiero alternativo.
In questo movimento di riappropriazione-ricostruzione delle idee-forza, in opposizione alle ideologie dominanti, trova senso l'impegno per questo Blog.
Non di battute ed estemporanei cinguettii abbiamo bisogno, tantomeno di saccenti lezioni e sbrigativi giudizi. Al contrario, allo scopo servono studio, confronto e modestia.
Non mancano luoghi della Rete a cui collegarsi, né testi, studi ed articoli giornalistici, da me ripetutamente richiamati nei pezzi sin qui pubblicati.
Il percorso è avviato. Ciascuno partecipi come crede, può e vuole.

P.S. Il Blog cambia nome e diventa “CRISIeGUERRA”.
Per chi voglia scrivermi il recapito è: berniniric@gmail.com

1 In occasione del fallimento delle 4 Banche: Etruria, Marche, Chieti e Ferrara.
2 Pari al 16% dei loro attivi.
3 Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (Transatlantic Trade and Investment Partnership = TTIP), vedi nel Blog l'articolo: “Il TTIP sorge ad Oriente”.

domenica 27 dicembre 2015

Parole burka

[Clicca sul titolo qui sotto se vuoi scaricare l'articolo in formato PDF]

Parole burka

Velo integrale sui significati. Stato sedicente e Stato eterodiretto nella guerra dei nomi. La “strana” guerra non guerra al terrorismo.



  • Isis o Daesh? Il termine ufficiale ministeriale per definire il Califfato di Al-Baghdadi è Daesh.
  • Per Marco Travaglio è uno “Stato abusivo”, come se occupasse un luogo non assegnato (da chi?).
  • Considerato da quasi tutti una “base terroristica rivolta contro di noi”, al momento ubicata tra Siria e Iraq, nel linguaggio mass-mediale prevalente è sempre e comunque: “l'autoproclamato Stato Islamico” o “sedicente” tale.
  • L'Isis è uno Stato? Dalle risposte al quesito discendono diverse prospettive.
Nomi
In risposta all'interrogativo iniziale, sulla Stampa1 di Torino è comparsa una dotta dissertazione:
«Come Isis, anche Daesh è un acronimo: significa al-Dawla al-Islāmiyya fī ʿIrāq wa l-Shām, cioè “Stato Islamico dell’Iraq e del Levante”, o “della Grande Siria”. Apparentemente il significato è lo stesso ma l’accezione attribuita a Daesh (o Dāʿish, per essere precisi) è spesso dispregiativa, perché somiglia a un altro termine arabo che significa “portatore di discordia”. Secondo il The Guardian, addirittura, la Francia avrebbe preferito il termine Daesh perché simile al francese dèche, cioè “rompere”. Che il termine sia disprezzato dai seguaci di Abu Bakr al-Baghdadi è confermato anche dalle testimonianze di chi racconta di punizioni corporali per chi utilizza pubblicamente il nome Daesh.»
A proposito, da noi la parola ha assonanza con un detersivo per lavatrici...
Riferirsi all'Isis con un termine spregiativo (Daesh) fa parte dell'usuale linguaggio bellico.
Ma siamo in guerra?
Stato di guerra
Davvero “strana” questa guerra non-guerra al terrorismo. Sulla quale, a partire da come considerare la definizione che dà di sé il Califfato (Isis) si scatenano le più aspre dispute.
Meno “strane”, invece, paiono le posizioni di alcuni giornalisti della stampa internazionale, se poste a confronto con quelle dei propri governi nazionali.
«Non siamo in guerra, perché lo “Stato Islamico” è un gruppo piratesco-predatorio che non ha nulla a che vedere con uno Stato.» Il ragionamento è stringente: se l'Isis non è uno Stato, bensì un “gruppo piratesco-predatorio” non possiamo essere in guerra, giacché la guerra è prerogativa tra gli Stati; abbiamo soprattutto un problema interno di miseria e banlieue. Angela Merkel approverebbe queste affermazioni del connazionale Udo Gumpel2, il che non preclude alla Germania la partecipazione ai bombardamenti.
«Formalmente non siamo in guerra, perché in Francia è il Parlamento che la dichiara, ma di fatto, in un certo senso, sì.» Non dovremmo..., eppure “in un certo senso” lo siamo. Lo saremmo “in senso compiuto” se l'Europa ci stesse a farla, come propose inascoltato Hollande, e sulla cui scia si mette Eric Jozsef3.
Rula Jebreal4, molto accreditata negli States ed in Italia, parte dalla premessa che la guerra: «esportata in Medio Oriente dall'Occidente torna indietro.» Come non essere d'accordo? Tuttavia, tra le future accettabili “esportazioni” sembrano rientrare eventuali nuovi interventi militari, quando l'Occidente si dotasse però di «piani di medio e lungo termine».
Inoltre: «Bisogna convincere Turchia, Arabia Saudita e Iran, paesi che ora hanno altre priorità, che combattere contro l'Isis viene prima di ogni altra cosa. Poi serve un piano politico per dare un'alternativa alla Siria. Ma questa alternativa non deve essere rappresentata da un dittatore.»
Rula Jebreal
“Altre priorità”? Un elegante modo per dire che l'Isis serve agli uni perché la priorità consiste nel combattere gli altri. In sintesi Jebreal vorrebbe prendere due piccioni (Isis e Bashar al-Assad) con una fava (il piano politico di pace) mantenendo ferma la priorità sovrastante di contenere la Russia e la Mezzaluna sciita tramite forze locali alleate, disposte, eventualmente, alla guerra per procura. Esattamente quanto si propone Barack Obama, al quale si accoda il governo Renzi. Quest'ultimo non intende rincorrere i “bombardamenti altrui” (soprattutto dei partners europei), ma con spirito idro-umanitario proteggere gli appalti “nostri”5 vicino a Mosul (la Folgore a guardia della diga omonima) e gli affari dell'Eni in Libia in rivalità-concorrenza con Francia ed Inghilterra, per petrolio e gas. Anch'esso, a suo modo, vuole esserci.
Realismo italiano
L'ex ex capo di Stato maggiore del Comando Nato per il Sud Europa, generale Fabio Dini, sostiene che poiché l'Isis «non amministra un territorio e controlla soltanto tre tratti del corso dell'Eufrate, del Tigri e della bretella che li collega da Mosul e Raqqa. (...) Dal punto di vista politico e strategico non è nulla senza gli stati e i privati che lo appoggiano e lo foraggiano di soldi ed armi.»6
Diga di Mosul
Sicché basterebbe fare effettivamente quel-che-si-dice-di-voler-fare che il capitolo Isis sarebbe chiuso? La cosa non è così semplice.
Secondo il generale dovremmo prima riconoscere lo Stato Islamico perché «Quello che noi chiamiamo “sedicente Califfato” è in realtà uno Stato con un governo, un territorio, una popolazione.» (…)
«Venendo al sodo che cosa bisognerebbe trattare col Califfato? Al Baghdadi che di fatto controlla l'intero mondo jihadista dovrebbe impegnarsi a non uscire dall'area di sua competenza e quindi stoppare ogni attentato terroristico in Europa, negli Usa e altrove. Se non lo facesse gli si potrebbe formalmente dichiarare guerra come si faceva ai vecchi e più onesti tempi. Mandando però le truppe sul terreno e non in questa vile guerra di macchine contro uomini che non fa che aumentare le simpatie per lo jihadismo.»7
Sorgerebbero, in questo caso, due fastidiose domande: qual è l'”area di competenza” del transnazionale Califfato? Che fare dopo avergli vittoriosamente mosso un'onesta e coraggiosa guerra?
Dall'impelagarsi in Medio Oriente occorre tenersi lontani. Tanto più che l'Isis non è uno Stato, ma una “banda armata” e, tuttalpiù, si può riconoscerla come tale.
A pensarla in questo modo è Massimo Fini8: «I requisiti giuridici e materiali di uno Stato sono essenzialmente 5: avere un popolo, un governo riconosciuto dal popolo, un territorio sul quale esercita i poteri statali e tutela i diritti e i doveri della popolazione, un corpo di leggi e la capacità di interagire con gli altri Stati. (…) Il cosiddetto Stato islamico non ha alcuna idea costruttiva, neppure islamica, (…) ed è in mano a un piccolo gruppo di senzadio. (...) anche se è sostenuto da alcuni stati islamici, è solo il burattino nelle mani di burattinai rivolti ai propri interessi personali o di casta. Il solo riconoscimento possibile oggi è quello di “banda armata”. Ed è già tanto.»
La linea di non-intervento, seppur condivisibile, mi pare qui basata su labili motivazioni che appartengono più all'idea morale dello Stato, per come dovrebbe essere, piuttosto che allo Stato qual è in realtà. Inoltre, si pone al di fuori delle contraddizioni che generano la concreta contesa tra gli Stati reali, sia locali sia dei loro capofila mondiali. E l'Italia non è fuori da tale contesa, pur non giocando un ruolo di primo piano.
Pirati e predoni
Tra le parole emerge l'idea che, etichettando l'Isis come “un gruppo piratesco-predatorio” o “una banda armata”, ciò basti: “nulla a che vedere con uno Stato?”
Se un'entità politica, disponendo della coazione della forza armata, governa un territorio e una residente popolazione con leggi proprie, fiscalità e casse pubbliche, battendo moneta, esercita de facto la sovranità tipica di uno Stato. Potrà essere provvisorio (nei confini) e in via di consolidamento (nelle strutture) e alquanto instabile (politicamente), ma di fatto è uno Stato.
Quanto al consenso popolare, molti analisti sostengono che la popolazione sunnita preferisca il Califfato (sunnita) alle scorribande delle milizie sciite di varia provenienza...
D'altro canto a quali altri canonici requisiti deve rispondere per assurgere alla superiore dignità di uno Stato? E, soprattutto, c'è una superiore dignità nell'essere Stato?
La Germania nazista9, a detta di certi commentatori e storici, fu governata da un pazzo (Hitler). Si pose a capo di una potente struttura industrial-militare capitalistica, nel cuore della civiltà europea ed occidentale, forse meno piratesca dell'Isis, certamente assai più predatoria. Di sicuro meglio organizzata, moderna e scientifica nell'esercizio sistematico della dittatura terroristica, dell'aggressione e dello sterminio di massa. Tuttavia, tra i sostenitori della pazzia del Führer (alla quale dovremmo aggiungere l'impazzimento dell'intera élite dirigente nazionale), al pari di coloro che non condividono questa comoda versione della storia, nessuno ha mai avanzato la stupida idea che la Germania del Terzo Reich non fosse uno Stato.
Non è al suo carattere predatorio, né alle condizioni psichiche del leader, né al livello della potenza che possiamo fare riferimento. Tantomeno alla qualità della sua cultura, giacché l'ideologia della superiorità della razza bianca ariana fa il paio con quella della legge islamica fondamentalista e passatista portata dalla Jihad, in nome della quale tutto è moralmente consentito.
Per esempio: a Sinjar, nel nord iracheno, assassinare gli yazidi e schiavizzarne le donne, o fare strage di inerme popolazione sciita in un mercato di Beirut.
Per esempio: vestire di arancione10 i propri prigionieri “infedeli” e diffondere al mondo i filmati del loro crudele sgozzamento.
Creazioni
Il costituirsi di un nuovo Stato non può che essere una auto-proclamazione (dirsi Stato, da cui sedicente) a cui possono, o meno, corrispondere, immediatamente o successivamente, riconoscimenti da parte di altri Stati con l'apertura delle relazioni diplomatiche. A quest'ultimo fine ufficiale e formale non manca il già esistente presupposto della “interazione con gli altri Stati”, di cui parla Fini (e nemmeno l'”esercizio dell'autorità statale”).
Sostiene Romano Prodi11: «La metà di quella ricchezza [ndr dell'Isis] arriva dal petrolio, il resto da estorsioni, traffico di esseri umani e dall'esercizio dell'autorità statale. Poi ci sono i finanziamenti che passano per fondazioni dei paesi dell'area del Golfo Persico.»
Senza l'”interazione” con la Turchia ed i reami dal Golfo non sarebbe possibile né il business del petrolio e delle opere d'arte, solo in parte distrutte per l'uso terroristico “culturale”, né il flusso finanziario garantito dalle estorsioni da rapimenti (pagate dai governi) e, soprattutto, dai fondi privati. I traffici sono tanto noti da indurre, a metà dicembre, il Consiglio di Sicurezza dell'Onu ad una risoluzione esplicitamente contraria a questo genere di sostegni.
All'opposto della auto-proclamazione abbiamo una etero-proclamazione, determinata da poteri esterni, tipica del periodo coloniale dei protettorati, che rimandava l'esercizio della sovranità di uno Stato alla potenza europea protettrice.
Oggi, nella ovvietà del linguaggio mediatico si nasconde un retro-pensiero, diciamo “di contesto”: ogni dichiarazione d'indipendenza e sovranità è nulla senza il previo consenso della Comunità internazionale, ovvero degli Stati che se ne sentono interpreti e depositari, potendo agire in suo nome. Stati Uniti in primo luogo.
Nel periodo della lunga Guerra Mondiale in due atti quel “contesto” era messo in discussione dall'interno dell'Occidente industrializzato, delle potenze coloniali ed imperialiste in lotta tra loro, e da parte di una sua componente: lo Stato tedesco. Non poteva certo venire etichettato “sedicente” o “auto-proclamato” e, ancor meno, come “etero-proclamato”.
Fabio Mini
Di contro, sull'Isis pesa la considerazione che sia uno Stato etero-determinato (come lo definisce con altre parole il generale Fabio Mini), da potenze locali facenti parte proprio del sistema di alleanze di Stati Uniti ed Europa che pure lo disconoscono.
Di mezzo ci sono l'Arabia saudita, gli Emirati arabi, la Turchia ed appare per lo meno ipocrita condannare la loro creatura senza chiamare a risponderne e suoi creatori, i quali non possono aver agito all'insaputa dei loro più potenti patrocinanti. Non è una questione di poco conto: è stata costruita una specie di “catena di Sant'Antonio” del terrore che ora ci esplode addosso, come già successe con le Torri Gemelle.
Stallo operativo
Assodato che i bombardamenti servono più all'esserci (nei cosiddetti “futuri equilibri”) che ad una efficace operazione di eliminazione dell'Isis, rimane da comprendere cosa si vada preparando e se le soluzioni oggetto dell'intensa attività politico-diplomatica in corso siano davvero tali.
Nell'intervista citata il professor Prodi constata: «Quando si sbaglia la prima volta, penso alla guerra tra l'Iraq e l'Iran, si continua a sbagliare, errore dopo errore, fino alle guerre a Saddam e a Gheddafi. Tutti contro tutti. (...)»
Romano Prodi
Ma cos'è errore degli “amici che sbagliano” e cosa, invece, c'è di sistematicamente sbagliato, per cui si finisce sempre ed inevitabilmente per aggiungere “errore dopo errore”?
Il piano di John Kerry e degli Stati Uniti prevede di ridisegnare, con un accordo tra tutte le parti coinvolte, la futura Siria. Essa dovrebbe restare un Paese unico, laico e con uno Stato che protegga le minoranze. Similmente si vorrebbe sistemare il caos libico.
Di pari passo con la discussione che, a quanto pare, entrerà nel vivo a gennaio, fervono i preparativi strategici sul terreno e per interposti governi, essendo risaputa la ritrosia delle principali potenze a mettere “gli scarponi al suolo”.
Da un lato c'è la Mezzaluna crescente sciita, appoggiata dalla Russia, e dall'altra la Coalizione sunnita messa in piedi da Arabia Saudita e Turchia, appoggiata dagli Usa e dai partners europei.
Per capire la “strana” guerra bisogna riandare alla storia di come furono fissati i confini degli Stati dalle potenze coloniali, di quali ostacoli abbiano più tardi impedito l'unità araba e, alla radice, al ruolo negato di quest'area nella vita mondiale.
Importa, da subito, mettere in evidenza la contraddizione: per porre fine alla catena degli errori, evocati da Prodi, si vorrebbe che (non mettendo piede a terra) ad estirpare il “cancro dell'Isis” siano coloro stessi che l'hanno generato la metastasi. Per di più, secondo un preordinato piano di riassetto-spartizione che salvi, da un lato, minoranze, libertà di confessione religiosa, laicità ed unità degli Stati, consentendo, dall'altro lato, una “stabilizzazione” della regione in conformità con fin troppo (e fin troppi) palesi interessi esterni, sovrapposti ai popoli direttamente coinvolti e vittime delle guerre.
Senz'altro le sottostanti e sovrastanti “priorità” romperanno il guscio dei bei rivestimenti di cui vorrebbero ammantarsi questi interessi.
Passatismo
Per quanto instabile l'Isis è sì uno Stato, ma etero-determinato, un nuovo tipo di protettorato occulto, privo di protettori dichiarati.
Esso usa sistematicamente il terrorismo stragista sia per condurre la guerra di supremazia nell'area, sia come ricatto destabilizzante verso gli Stati capofila mondiali (che vorrebbero “mollarlo” dopo averlo usato per i propri obiettivi). Nelle città d'Occidente manda a morire giovani delle banlieue disillusi e spesso emarginati, reclutati da un richiamo identitario che riveste le loro radici culturali, etniche e religiose, di una narrazione storica tanto fantasiosa quanto esaltante e glorificante nella “purificazione”.
Non riuscirà a dare voce unitaria ad una rinnovata potenza mediorientale, a base araba, che, nel sogno di un resuscitato passato, si contrapponga alla “corrotta civiltà occidentale”. Per auto-intestarsi lo “scontro di civiltà” il Califfato divide innanzitutto i popoli che dice di voler rappresentare, compattando sotto la guida dei loro governi quelli che combatte come fossero un unico mondo “di crociati”. Sicché ne discende un'infinita guerra intestina tra confessioni, etnie, bande armate fondamentaliste in un crescente isolamento verso l'opinione pubblica internazionale. Ciò consente al dominio occidentale di continuare il doppio gioco: sponsorizzarlo, usarlo e al tempo stesso, al momento ritenuto opportuno disfarsene (ma non del tutto). Come fece con al-Qaeda.
Tuttavia, checché se ne dica, il Califfato e gli altri movimenti jihadisti cercano di incanalare bisogni ed aspirazione reali. Traggono alimento dalla frustrazione e dal risentimento verso l'oppressione e lo sfruttamento di un'intera area del mondo.
Auto-determinazione
Nel periodo di decolonizzazione e di liberazione, successivo alla fine del lungo conflitto mondiale, assunse particolare rilevanza il principio di auto-determinazione nazionale dei popoli associato alla non-ingerenza nei loro affari interni. Successivamente, in nome dell'assoluto diritto all'”ingerenza umanitaria” o alla superiorità di una democrazia da “esportare”, questi principi sono stati dati per “superati”.
È assai difficile credere che si possa ottenere una pace stabile “anche per noi”, senza ridare forza e pratico vigore a questi due associati principi.
Il mondo è sottosopra e reclama relazioni internazionali multipolari, dalle quali non può più essere esclusa questa area del pianeta, alla ricerca di una propria autonoma voce. Nonostante il passatismo essa (i suoi popoli) troverà modo di esprimersi.
Per parte mia, qui ho inteso solo sollevare la primaria esigenza di liberare i significati dal linguaggio delle parole burka.
Nella piena consapevolezza che pretendere di proibire “laicamente” qualsiasi velo, più o meno integrale, alle donne di un'altra cultura, è anch'esso un atto di negazione del diritto di auto-determinarsi, arrogante ingerenza nel modo in cui esse vogliono e vorranno vivere la propria identità.

1http://www.lastampa.it/2015/11/16/esteri/dobbiamo-chiamarlo-stato-islamico-isis-o-daesh-0iPgbppHrzgdRKXJjWYX6M/pagina.html
2 Udo Gumpel, tedesco, corrispondente Ntv-Rtl, “La miseria nelle banlieue è il nemico. A Berlino 500 salafiti”, il Fatto Quotidiano,19/11/2015.
3 Eric Jozsef, francese, corrispondente di Libération, “C'è molta rabbia, ma non decide Hollande: è un conflitto europeo”, il Fatto Quotidiano,19/11/2015.
4 Rula Jebreal, giornalista e scrittrice palestinese naturalizzata italiana, “Isolare i profughi è un regalo ai jihadisti: serve piano politico”, il Fatto Quotidiano,19/11/2015.
5 Della ditta Trevi di Cesena, impiegando come vigilantes forze armate nazionali a protezione di imprese private. Un uso che richiama la vicenda indiana dei due marò.
6 Fabio Mini, “La nuova guerra simmetrica che l'Isis non può vincere”, il Fatto Quotidiano, 22/11/2015.
7 Fabio Mini, “Non è questione di Stato, ma di soldati sul terreno”, il Fatto Quotidiano, 17/12/2015.
8 Massimo Fini, “Riconoscere l'Isis? Sì, ma come banda armata”, il Fatto Quotidiano, 17/12/2015.
9 Il paragone non è improprio se, con Domenico Quirico, si vede nel terrorismo jihadista del Califfo una nuova forma di nazismo.
10 È il colore delle tute dei detenuti a Guantanamo, nel limbo di una “legalità extraterritoriale” perciò passibili di legali torture.
11 Intervista di Giampiero Calapà, “Volevo pacificare la Libia, mi dissero no e ora c'è l'Isis”, il Fatto Quotidiano, 1/12/2015.