giovedì 13 ottobre 2016

Rileggendo il Manifesto di Ventotene

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I federalisti al confino temevano il risorgere, nel dopo-guerra, della vecchia Europa. Ma è alla caduta del muro che il passato ripassa. La Germania si riunifica, mentre gli altri attorno si dividono. Ritornano nazionalismi e patrie etniche, in un contesto europeo e mondiale inedito. La riforma della società voluta da Ventotene si “dimenticò” del liberalismo e dei suoi effetti. Oggi la liberal-democrazia è al bivio, soprattutto in un'Europa presa tra supremazie, subalternità e sovranità popolare.


  • Nei giorni del loro vertice agostano, Hollande, Merkel e Renzi hanno reso omaggio alla tomba di Altiero Spinelli, considerato uno dei padri dell'Unione Europea.
  • Nell'agosto del 1941, al confino fascista di Ventotene, Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, avevano scritto il Manifesto “Per un'Europa libera e unita”, trasformando l'idea federalista in programma politico.
  • Sono pagine che mostrano importanti “assenze” e contraddizioni, nell'analisi e sul piano storico, con qualche sorprendente vitalità “di ritorno”.
  • Non solo e non tanto per il bilancio che si può trarre da quanto è avvenuto nel dopo-guerra (trascorsi più di 70 anni), quanto per gli svolgimenti del dopo-muro, da cui ci separa appena il tempo di una generazione.
  • Rileggerlo, con attenzione ad alcuni concetti chiave, è tutt'altro che un ozioso esercizio.
Prefigurazioni
Qual era la situazione sui campi di battaglia del secondo conflitto mondiale, quando nell'agosto del 1941 i tre confinati a Ventotene scrissero il Manifesto federalista? Cosa lasciava presagire, politicamente, l'andamento bellico?
A giugno con l'Operazione Barbarossa era iniziato l'attacco nazista all'Urss. Benché coinvolti a sostegno della Gran Bretagna (legge Affitti e Prestiti)1, solo il 14 agosto gli Stati Uniti si legano alle sue sorti e sottoscrivono la Carta Atlantica. L'attacco giapponese a Pearl Harbour avverrà sul finire dell'anno, il 7 dicembre. Mese in cui anche Cina ed India dichiareranno guerra al Giappone. Sicché nell'agosto del '41 il quadro delle alleanze mondiali andava delineandosi, ma non poteva dirsi ancora compiuto.
Sul piano militare la Germania deteneva l'iniziativa strategica e, pur incontrando crescenti resistenze, era all'attacco e sembrava vincente. Ciò nonostante l'Italia, il suo principale alleato europeo, avesse palesato grandi difficoltà ed impreparazione nei teatri in cui era stata impegnata.
Al confino l'estrema fiducia nella vittoria finale dell'antifascismo, data dall'apertura del secondo fronte orientale contro l'Urss e dalla resistenza dell'Inghilterra, non poteva condurre anche ad una chiara previsione dei modi in cui sarebbe stata ottenuta e dei futuri assetti dell'Europa.
Non era immaginabile che Hitler riuscisse a trascinare nella propria totale sconfitta l'intero establishment della Germania2, coinvolgendovi anche il fascismo italiano, dal quale si separarono tra il 25 luglio e l'8 settembre del '433, nell'estremo tentativo di salvarsi, la monarchia sabauda e larga parte dei gruppi dirigenti nazionali che avevano condiviso il potere nel ventennio mussoliniano.
Non era immaginabile che i futuri alleati rifiutassero tutti ogni pace separata.
Tante cose non potevano essere previste.
Per questo motivo, forse, il quadro post-bellico immaginato da Ventotene non si distanzia nettamente da quello sperimentato all'indomani del primo conflitto mondiale. Con una differenza sostanziale: la convinzione che, in questo secondo dopo-guerra, una scelta “di civiltà” sarebbe stata matura, necessaria e preliminare rispetto ad ogni altra trasformazione: l'unità europea, per la quale impegnare le forze autenticamente internazionaliste.
Gli estensori del Manifesto erano consapevoli che la sconfitta tedesca non avrebbe portato automaticamente al nuovo ordine unitario dell'Europa.4 Non sarebbe mancato il tentativo di ricostruire i vecchi organismi statali. «Ed è probabile che i dirigenti inglesi, magari d'accordo con quelli americani, tentino di spingere le cose in questo senso, per riprendere la politica dell'equilibrio delle potenze nell'apparente immediato interesse del loro impero.»
Nello scontro con le forze progressiste, le forze conservatrici e reazionarie avrebbero cercato di fare leva sulla «restaurazione dello stato nazionale». «Se raggiungessero questo scopo avrebbero vinto. Fossero pure questi stati in apparenza largamente democratici o socialisti, il ritorno del potere nelle mani dei reazionari sarebbe solo questione di tempo.» Dopo il quale: «I generali tornerebbero a comandare, i monopolisti ad approfittare delle autarchie, i corpi burocrati a gonfiarsi, i preti a tener docili le masse.»
Si verrebbe in tal modo ad imporre l'armarsi l'uno contro l'altro ed il ricorso alla guerra.
Confluivano a dar forza alla scelta della «definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani»:
  • il crollo già avvenuto nella guerra della maggior parte degli Stati del continente;
  • l'impossibilità di «un equilibrio di stati europei indipendenti con la convivenza della Germania militarista a parità di condizioni con gli altri paesi», non potendo «spezzettare la Germania e tenerle il piede sul collo una volta che sia vinta»;
  • la necessità di svelenire la vita continentale dalle contese sui confini, sulle minoranze, sugli sbocchi al mare (e da questioni come quelle balcanica ed irlandese) adottando nella «Federazione Europea la più semplice soluzione, come l'hanno trovata in passato i corrispondenti problemi degli staterelli entrati a far parte delle più vaste unità nazionali (...)»;
  • la fine del senso di sicurezza della Gran Bretagna nella splendid isolation, la dissoluzione dell'esercito e della repubblica francese; con il riconoscimento dell'indipendenza indiana e la perdita dell'impero francese sarebbe stato più agevole «la sistemazione europea dei problemi coloniali»;
  • la scomparsa di alcune dinastie monarchiche e l'aprirsi di una prospettiva repubblicana;
  • la garanzia unica, costituita dalla federazione europea, per i popoli asiatici ed americani di nuovi rapporti internazionali su base pacifica e cooperativa.
Da questa nuova situazione veniva uno scompiglio, un mutamento. Coloro che, sebbene democratici e socialisti, avessero insistito nel concepire come campo centrale la conquista del potere «nel vecchio stampo» dello Stato nazionale avrebbero di fatto permesso il ritorno delle «vecchie assurdità». S'imponeva una «nuovissima» linea di demarcazione tra reazionari e progressisti federalisti, protesi, questi ultimi, alla «creazione di un solido stato internazionale» europeo e poi, in futuro, mondiale.
Come andò

Nel dopo-guerra le cose andarono diversamente da come avevano sperato e temuto Spinelli, Rossi e Colorni: gli Stati nazionali vennero sì ripristinati, ma l'Europa invece di molteplici divisioni, ne ebbe una, quella tra Est ed Ovest, a tal punto prevalente da mettere in sub-ordine le altre. Tali Stati, raccolti nelle alleanze militari contrapposte, prima della Nato e poi del Patto di Varsavia, non disponevano di sovranità né assoluta né relativa e cooperativa, bensì limitata.5 Nonostante «nel vecchio stampo» continentale ad Oriente avesse prevalso il socialismo e ad Occidente il capitalismo, la pace (armata) durò dal '45 al '91, anno di inizio della guerra nella ex-Jugoslavia.
Il Novecento che sembrò “secolo breve”6 alla caduta del muro di Berlino, si mostrò assai più lungo, tanto da apparire ancor oggi in-concluso.
Alla vecchia linea di demarcazione tra partiti progressisti e reazionari non subentrò la nuovissima perorata dai federalisti. La vecchia lotta tra le classi si intrecciò con la nuova lotta tra i due blocchi.
Quanto ai Paesi sottoposti al colonialismo e all'imperialismo, la storia seguì un percorso piuttosto accidentato e diversificato, in cui il ruolo degli Stati Uniti fu primario ed in contrasto con l'affermazione delle sovranità e dell'indipendenza di popoli e nazioni del mondo in via di sviluppo.
Qui giunti, credo utile focalizzare l'attenzione su alcuni passaggi storici che possono essere posti in relazione con il Manifesto di Ventotene: la riunificazione della Germania e gli svolgimenti nei Balcani (Jugoslavia ed Albania non appartenevano al Patto di Varsavia) e nell'Est europeo.
Germania vinta e divisa
Nelle intenzioni di Washington, come previsto dal piano Morgenthau7, la Germania sconfitta doveva essere smembrata ed il suo apparato industriale smantellato. Tuttavia, in seguito alla guerra fredda, dalle ceneri del terzo Reich nacquero due Stati: la Repubblica Federale Tedesca ad Ovest e la Repubblica Democratica Tedesca ad Est (con Berlino divisa all'interno del territorio della Rdt). L'economia tedesca nell'insieme non venne affatto ridotta allo “stato agro-pastorale”, pur con una diversa base di partenza tra i due Stati8.
Il muro di Berlino, simbolo della divisione della guerra fredda, fu eretto più tardi, nel 1961, quando a Mosca governava Nikita Kruščëv, in procinto di divenire alfiere della “coesistenza pacifica” tra i due blocchi. Sicché «il piede sul collo» della Germania consistette nel tenerla divisa e vincolata a contrapposte alleanze militari dipendenti dalle due superpotenze.
Nel 1989, alla caduta del muro, si pose il problema della riunificazione tedesca. Il cancelliere Helmut Kohl ottenne da Mosca il consenso alla riunificazione, in cambio di consistenti aiuti finanziari e con l'iniziale promessa che la Germania orientale non sarebbe stata inclusa nella Nato.9
Inclusione che invece avvenne anche per tutte le repubbliche ad Est della ex “cortina di ferro”, comprese una parte di quelle formatesi in seguito al disfacimento dell'Urss, fino a spingere l'alleanza militare euro-atlantica ai confini con la Federazione Russa. [Vedi cartina in pagina.] Ragione non secondaria del conflitto oggi in corso nel Donbas ucraino e delle tensioni con Mosca.
Per la superpotenza globale statunitense la Nato e la sua estensione sono la garanzia della limitazione di sovranità dell'Europa, al cui interno contenere la riunificata Germania quale potenza “zoppa”, non autonoma sul piano militare, nonché della riduzione della Russia a “potenza regionale”10, opportunamente tenuta fuori dall'Unione Europea. Ciò si traduce in una sorta di continuazione della guerra fredda, pur essendo sparito il blocco militare contrapposto.
e riunificata
Nella ricostruzione di Vladimiro Giacché, poc'anzi citata in nota, la riunificazione della Germania è Anschluß della Rdt alla Rft ed evoca lo spettro della annessione dell'Austria al terzo Reich nazista.
Quando si tenga conto dei modi e degli strumenti adottati per la sua seconda unità nazionale11, anche il carattere dell'azione politica tedesca in Europa appare meglio interpretabile.
  1. Con l'unificazione monetaria immediata (1° luglio 1990), il Deutsche Mark occidentale è stato imposto alla Rdt come un grande maglio a devastare la sua struttura economica, rimodellandola subalterna a quella della Rft. Al tempo 1 marco dell'Ovest era scambiato con 4,44 marchi dell'Est. Mediamente venne convertito 1:1,15! La rivalutazione shock mise fuori mercato tutte le imprese orientali e trasformò d'acchito un'economia produttiva autosufficiente in una economia assistita e di consumo dipendente.
  2. Seguì la privatizzazione furente della proprietà pubblica, compreso suolo e sottosuolo. Il ruolo principe fu affidato alla Treuhandanstalt (1990-1994), quale holding incaricata di dismettere il patrimonio industriale della Rdt. Gli oligopoli industriali e finanziari della Rft poterono acquisire le proprietà “del popolo” a prezzi di svendita, riducendo le imprese orientali a proprie succursali ed impadronendosi delle sue linee di export nell'Europa dell'Est (la Rdt esportava il 50% della sua produzione industriale). La desertificazione produttiva comportò una forte disoccupazione ed infoltì ulteriormente l'emigrazione della mano d'opera più qualificata verso i Länder occidentali.
  3. Mediante la totale estensione ad Est della sovranità politica e giuridico-istituzionale della Rft, si determinò l'eliminazione di qualsiasi autonomia, anche transitoria, della Rdt. L'intero ceto intellettuale orientale fu imputato di connivenza col regime socialista ed emarginato, compresi coloro che avevano dato vita alle manifestazioni per la democrazia ed i diritti civili che portarono alla caduta del muro. Una epurazione di tipo radicale, in particolare se confrontata con la denazificazione all'acqua di rose realizzata da Adenauer nel dopo-guerra.
Rilevante fu il ruolo della moneta, delle privatizzazioni e della spesa statale.
Un Blitzkrieg attuato con l'arma monetaria. Parafrasando Carl von Clausewitz l'imposizione del marco occidentale è stata la prosecuzione della politica con altri mezzi.12 Alla sua dirompente funzione si è accompagnata una privatizzazione con un buco a saldo di 256 miliardi di marchi, costi sociali elevatissimi e la “meridionalizzazione” dei territori della ex Rdt, a tutto vantaggio delle grandi imprese industriali e bancarie dell'Ovest. Complessivamente, esse fruirono della spesa straordinaria dello Stato unificato come di un imponente programma keynesiano di stimolo della congiuntura. Inoltre poterono meglio attuare la loro penetrazione nei mercati dell'Est e, più in generale, affermare il primato nazionalistico del neo-mercantilismo tedesco in Europa.

La Rdt non ha avuto modo di adottare un suo socialismo democratico, sperimentando un assetto strutturale assai simile a quello sostenuto dal Manifesto di Ventotene (parte terza), né di confederarsi con una propria diversità e relativa indipendenza con la Rft. La Repubblica Federale ha incorporato la Rdt in un modo aggressivo, totalizzante e colonizzante, avendola, senza mediazioni, violentemente privata di qualsivoglia autonomia statuale e giuridica insieme alla sua base economica ed industriale. L'emarginazione riservata all'intero ceto intellettuale tedesco orientale contrasta con il ruolo ipotizzato per esso da Ventotene, che lo vedeva alleato delle classi lavoratrici nel movimento del socialismo federalista europeo.
In sintesi, la Germania mostra persistenti propensioni alla “sovranità assoluta” dello Stato-nazione.
La reconquista dell'Est
Le condizioni che furono poste per ottenere gli aiuti del piano Marshall (1947) alla ricostruzione dell'economia continentale distrutta dalla guerra, implicavano un pesante condizionamento, da parte degli Stati Uniti, delle politiche interne dei Paesi che le avessero accettate.
D'altro canto, il piano si poneva all'interno di una strategia volta alla creazione di un blocco di alleanze politiche e militari da contrapporre all'”espansionismo sovietico”.
Mentre l'Europa è distrutta, gli Stati Uniti escono dalla guerra con una economia rafforzata. Trovandosi in sovra-produzione e nella necessità di difendere i propri livelli occupazionali, con il dollaro in posizione dominante, disponibilità di capitali e facilità di accesso alle materie prime, nutrivano nullo o scarso interesse acché i Paesi orientali riprendessero la posizione di “dipendenza coloniale” verso quelli occidentali. Privati dei vantaggi derivanti dai rapporti “asimmetrici” con l'Est, questi ultimi sarebbero stati più facilmente indotti a dipendere dall'alleato strategico d'oltre Atlantico.
Inoltre va ricordato che nei Paesi dell'Est europeo, data la nuova situazione post-bellica, anche consistenti forze non comuniste miravano ad uno sviluppo nazionale indipendente.
Ad ogni buon conto, come scrisse lo storico D. F. Fleming: «la vera causa della grande rivalità fra Est ed Ovest era il fatto che l'Europa orientale era stata sottratta al rapporto di dipendenza coloniale nei confronti dell'Europa occidentale e dei suoi finanzieri.»13
Il piano Marshall ebbe successo ad Ovest e contribuì alla divisione dell'Europa.
All'indomani della caduta del muro, i Paesi più forti, Germania in testa, possono riprendere le vecchie relazioni diseguali con i Paesi orientali, a cui a suo tempo dovettero rinunciare.
Nei Paesi in procinto di aderire alla Nato e all'Unione Europea, si impongono forze politiche di doppia derivazione. O scaturiscono dal trasformismo delle vecchie numenklature del “socialismo reale”, pronte ad appropriarsi delle imprese e dei beni statali privatizzandoli “in proprio”; o/e si riaggregano secondo identità nazionalistiche ed etnico-religiose, quando non apertamente neofasciste.
A differenza dei Paesi occidentali, le cui costituzioni continua[va]no a rappresentare, dal dopo-guerra, il compromesso detto socialdemocratico ed il tentativo di coniugare democrazia e lavoro, nei Paesi orientali e balcanici il “bambino viene gettato con l'acqua sporca”. Vi si impongono via via regimi con forti caratteri autoritari e xenofobi14, basati su ricostruzioni “revisioniste”15 della propria storia, nonché tutti aderenti al liberismo, divenuto nel frattempo il Verbo imperante.
E la preoccupazione dei governi europei a guida dell'Unione è indirizzata unicamente alla loro inclusione, in quanto mercati di merci, capitali e mano d'opera a basso prezzo, nei quali imporsi nel ripristino dei rapporti diseguali del passato.
Piccole patrie risorgono
Un particolare destino nefasto è inflitto alla Federazione Jugoslava, tanto osannata quando con Tito nel 1948 decise di sottrarsi all'influenza sovietica.
Al manifestarsi di aspri contrasti all'interno della Federazione degli slavi del Sud, invece di appoggiare una politica di ricomposizione dei problemi interni e di pace, Germania, Austria, Italia (e Vaticano) si precipitano nella corsa ai riconoscimenti delle proclamate piccole patrie etnico-confessionali, patrocinandole e contribuendo decisamente a tramutare lo scontro in guerra. Salvo, poi, con la solita ipocrisia ed in modo unilaterale (avendo a bersaglio privilegiato, “capro espiatorio” unico, la componente serba), gridare allo scandalo delle pulizie etniche, insite nell'assunzione identitaria assoluta dei nuovi Stati (Serbia inclusa).
Quella corsa ai riconoscimenti, dal retrogusto “revanscista”, produce molteplici effetti: restaura gli «staterelli», come li avevano definiti i federalisti di Ventotene, disgregando la Jugoslavia che, restando unita, avrebbe avuto ben altro peso in Europa; segna una stagione di appoggio a tutto quanto, anche di forze xenofobe e neo-fasciste, si muova purché immediatamente confacente ai propri interessi di supremazia; data la propensione dei governi euro-occidentali a meglio posizionarsi in reciproca rivalità, consente agli Stati Uniti di ergersi ancora una volta a dominus16, tanto che l'ultimo intervento in Kosovo (1999) è da essi diretto e la pax imposta diviene americana.
In sostanza, rispetto al dichiarato fine della pacifica integrazione europea, l'aspetto principale è l'aver riacceso la guerra nel vecchio continente nello sfascio di una federazione esistente, quando si pretende, al contempo, di costruirne una futura più ampia e di pace, comprendente tutti i popoli europei.
Se ricomponiamo il puzzle, dall'Anschluß della Rdt (1990-1991) alla guerra nella ex-Jugoslavia (1991-1999), dalle restaurazioni nazionalistiche alla separazione tra Cechia e Slovacchia (dal 1° gennaio 1993), fino all'attuale guerra in Ucraina, per tacere di altri conflitti più limitati, oltre ai vincoli stabiliti a Maastricht ed a quelli connessi alla moneta unica, appaiono gettati gran parte dei presupposti della odierna deriva europea.
Il passato ripassa (ma si trova spaesato)
In Europa occidentale, per superare i crescenti timori destati dalla nuova deutsche Einigung, il consenso all'unificazione fu dato in cambio di una singolare contropartita. Il presidente francese François Mitterrand chiese ed ottenne che la Germania rinunciasse al suo Deutsche Mark a favore di una moneta europea, il futuro euro. Supponeva di “imbrigliarla”.
La qual cosa non testimonia unicamente della mancanza di Realpolitik della dirigenza francese, ottenebrata dalla propria grandeur, mentre la pragmatica Margaret Thatcher già dava per scontato che il continente sarebbe caduto sotto egemonia tedesca. La “contropartita” affidava le sorti politiche europee alla funzione salvifica della moneta unica, maieutica promotrice dell'integrazione politica. Ne scaturì, invece, una strutturazione della già latente dicotomia continentale, tra un centro (ad egemonia tedesca) e differenziate periferie. In queste ultime si sarebbero collocate le future nuove adesioni dall'Est e dai Balcani, in aggiunta a quelle mediterranee.
Nel 1991, con Maastricht ed i suoi inevitabili risvolti politici e sociali, vengono completate le premesse dell'attuale crisi dell'Unione Europea.
L'insieme dei fatti sembra quasi ricondurre il corso della storia, dopo una deviazione durata alcuni decenni, sullo sciagurato binario paventato da Ventotene per il dopo-guerra. Riecheggia il monito: «Se [i reazionari] raggiungessero questo scopo avrebbero vinto.»
Ma il rientro «nel vecchio stampo» ha avuto preliminarmente bisogno di togliere di mezzo sia il “socialismo reale” che quello “democratizzato” e di restaurare il nazionalismo e persino l'etnico-centrismo, tutti fattori che ora remano contro l'integrazione europea. Rivalità, contenziosi, recriminazioni reciproche contribuiscono a ripristinare le logiche relazionali della vecchia Europa che parevano superate dalla storia.
Gli attuali governi dell'Est, tanto petulanti quanto subalterni nella questua per i fondi di Bruxelles in quanto “europei”, non esitano ad ergersi a difensori della “cristianità minacciata dall'invasione musulmana”. Cavalcano la xenofobia, praticano lo “scontro di civiltà” ed erigono nuovi muri.

In questo contesto il Lebensraum tedesco, suo supposto spazio vitale geopolitico, è occupato non con i carri armati, né disponendo della minaccia di una potenza militare autonoma, sovranità questa demandata alla Nato a guida statunitense. L'annessione totalizzante della Rdt non è ripetibile verso altri Stati dell'Europa. Sicché la propensione alla «sovranità assoluta», paventata da Ventotene, non può che rimanere a mezza strada, al momento semi-assoluta. Mentre, di contro, è affermata la sovranità limitata e semi-limitata dei differenziati Paesi periferici, sottoposti alla duplice supremazia politico-economica nell'Unione e strategico-militare atlantica.
La riforma della società
Come s'è visto il Manifesto mostra una certa validità ancora oggi nel paventare le restaurazioni degli Stati-nazione, contraddetto però nei tempi (e di conseguenza dal contesto) e dalle modalità politiche in cui i “ricorsi storici” sono venuti ad attuarsi. Nell'espansione ad Est e nei Balcani il rovesciamento del “socialismo reale” combacia con la riabilitazione dei nazionalismi, delle identità etnico-religiose, delle esclusioni xenofobe e di ogni tendenza autoritaria, compreso il neo-fascismo.
Analogo destino avvolge anche la riforma della società, indicata come seconda priorità del dopo-guerra?
La parte terza17 annuncia: «Un'Europa libera e unita è premessa necessaria del potenziamento della civiltà moderna, di cui l'era totalitaria rappresenta un arresto. La fine di questa era sarà riprendere immediatamente in pieno il processo storico contro la disuguaglianza ed i privilegi sociali. Tutte le vecchie istituzioni conservatrici che ne impedivano l'attuazione, saranno crollanti o crollate, e questa loro crisi dovrà essere sfruttata con coraggio e decisione. La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà esser socialista, cioè dovrà proporsi l'emancipazione delle classi lavoratrici e la creazione per esse di condizioni più umane di vita.»
Segue la critica «alla statalizzazione generale dell'economia» del modello sovietico e l'idea per cui «Le gigantesche forze di progresso, che scaturiscono dall'interesse individuale» non vadano «spente nella morta gora» della collettivizzazione burocratica, bensì «esaltate ed estese offrendo loro una maggiore possibilità di sviluppo ed impiego» e contemporaneamente arginate e convogliate «verso obiettivi di maggiore utilità per tutta la collettività.»
In sintesi: «La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa, caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio.»
La prospettiva liberatrice federalista e socialista richiedeva alle classi lavoratrici una lotta contro il «dominio dei ceti padronali» capitalistici, evitando di cadere nella «tirannide burocratica» comunista.
Visto il clamore mondiale all'epoca suscitato, nell'agosto del '41 era difficile negare che l'industrializzazione sovietica, tra il 1928 ed il 1939, fosse stata un grande successo: «il reddito pro-capite salì del 5 per cento l'anno, un tasso incredibilmente rapido in un mondo nel quale in genere il reddito cresceva dell'1-2 per cento.»18 Correvano gli anni della grande depressione successiva al crollo di Wall Street del '29. Se in Urss l'iniziativa privata era stata spenta nella «morta gora» burocratica, il resto del mondo non poteva certo rivendicarne le virtù progressiste in toto, visto che ne stava subendo i disastrosi risultati.

Di contro, non era ancora stato tratto un bilancio dei costi umani sostenuti dai popoli dell'Urss, ancora oggi oggetto di disputa, che furono comunque ingenti e non compaiono, né potevano comparire, tra le motivazioni critiche del Manifesto.
A quei costi si aggiunsero quelli sostenuti per resistere all'aggressione nazista (20 milioni di morti), al cui insuccesso contribuì non poco la precedente industrializzazione a tappe forzate.
Avere alle spalle un sufficiente tempo storico ci aiuta ad esercitare una critica al socialismo sovietico meglio motivata, più ampia, articolata e profonda, meno condizionata dallo stato di isolamento dell'Urss e dalle coazioni del “comunismo di guerra”.
Diverse furono le fasi di una storia durata settanta anni. Riferita al dopoguerra, la critica al burocratismo appare piuttosto superficiale ed insufficiente a spiegare le dinamiche interne di quel socialismo realizzato. Si consideri, ad esempio, che all'interno del sistema di gestione delle imprese di proprietà statale, nominalmente “del popolo”, si era venuto a formare il potere di una classe di possesso autoreferenziale, al cui controllo sociale mancava un sistema di base, politicamente democratico, e non demandato semplicemente al vertice di governo. Ricorre oggi la tesi che il partito comunista si sia “mangiato” lo Stato, quando a me pare sia avvenuto esattamente il contrario...
Ma l'aspetto di gran lunga più importante, da parte degli estensori del Manifesto, è nell'individuazione dei nemici, tra i quali manca una minima critica al liberalismo, di cui il liberismo è, per così dire, la faccia “economica”. Non si accenna neanche ad una distinzione tra diversi modi di intenderlo.
L'enfasi posta sulle virtù progressiste costituite dall'interesse e dall'iniziativa individuale privata rivela una concezione “naturalistica” delle forze economiche, tipica del liberalismo, e, parallelamente, “razionalistica” dei canali nei quali dovrebbero essere ricondotte dalla politica dello Stato.
Liberalismo assente
In effetti nel dopo-guerra, ad Ovest, il compromesso europeo detto socialdemocratico ha sì ingabbiato gli “spiriti animali” del capitalismo, ma per l'ansia di non perdere il confronto col socialismo dell'Est. Bisognava evitare che il ripetersi di crolli finanziari generasse una disoccupazione di massa.
Un capitalismo temperato, dal volto umano almeno in Europa, era necessario anche per resistere all'avanzare di grandi movimenti interni, operai giovanili e civili, che andavano collegandosi con la decolonizzazione e le lotte di liberazione del Terzo Mondo. Questi i motivi per i quali prevalse una soluzione di sopravvivenza, se si vuole di “razionalità” politica, ma dettata dalla paura di perdere tutto pur di non concedere nulla.
Venuti meno i precedenti rapporti di forza, il liberalismo senza “lacci e lacciuoli”, ha accantonato dagli anni '80 le politiche di stampo keynesiano ed ha ripreso linfa dalle proprie radici, riesprimendosi nella sua forma primordiale. Una forma reimportata dall'altra sponda dell'Atlantico dov'era nel frattempo trasmigrata.
Verso di esso tuttora prevale una critica confinata all'ambito economico, tuttalpiù allargata al sociale. Come se non fosse nel suo DNA agire politicamente servendosi di mezzi in apparenza puramente economici, a suo dire “naturali”, senza trascurare all'occorrenza di fare ricorso alla guerra: ieri con le cannoniere portatrici di una superiore “civiltà” verso popoli arretrati e “barbari”, razzialmente inferiori; oggi con droni “umanitari” e “per la democrazia” contro “Stati canaglia”, con popoli culturalmente sempre da educare ai superiori “nostri valori occidentali”.
Si poteva escludere dal panorama critico il liberalismo e la sua lunga storia, coloniale ed imperialista?
Proprio la riaffermazione di un ruolo dell'iniziativa privata nel socialismo federativo europeo comportava una precisa critica al liberalismo realizzato.
A tale riguardo mi premono alcune osservazioni.
La prima registra la contraddizione, presente nel Manifesto, tra il riconoscimento delle «gigantesche forze di progresso» ed i propositi di riforma radicale che dovevano limitare alquanto i campi in cui l'iniziativa privata poteva attivarsi, oltre i quali «si dovrà procedere senz'altro a nazionalizzazioni su scala vastissima, senza alcun riguardo per i diritti acquisiti».
La seconda chiama in causa l'idea stessa di progresso, in auge fino a pochi anni fa ed ora in crisi, dato che l'illimitato sviluppo delle forze produttive è entrato in evidente collisione con i popoli, le società e l'ambiente in cui vivono.
Accade che le evocate «gigantesche forze» esproprino le risorse, naturali e non, di intere aree del pianeta in una espansione del modello occidentale di produzioni e consumi dai tratti sempre più devastanti ed insostenibili per la vita umana.
Non a caso si parla, non senza qualche ragione, di “decrescita felice” nei Paesi ricchi, a fronte di quella “infelice” comunque in atto. Mentre nei Paesi emergenti, in via di sviluppo e nei più poveri, dove la popolazione impegnata in agricoltura è ben superiore al nostro 4-5%, risale all'ordine del giorno la questione agraria: ossia come consentire a poco meno della metà della popolazione della Terra di non finire in immense bidonvilles o/e di non dover emigrare a milioni e milioni.
Una loro grande industrializzazione, anche se prodigiosa (con quali ricadute ambientali?) e “permessa” dalle odierne relazioni internazionali e dai suoi cerberi guardiani pro-occidentali (Gatt, Fmi e Banca mondiale), sarebbe largamente insufficiente. Serve innanzitutto garantire l'accesso generalizzato dei contadini alla terra in una rinnovata agricoltura, liberata dal dominio delle multinazionali delle sementi, dei pesticidi, degli organismo geneticamente modificati (OGM) e del cibo.19
La terza osservazione tiene conto degli svolgimenti connessi alla globalizzazione finanziaria, dopo il crack del 2007-2008. Gli estensori del Manifesto non potevano non sapere del nesso esistente tra la globalizzazione liberista della belle époque ed i successivi conflitti in Europa e nel mondo. In particolare non dovevano sottostimare le dinamiche insite nell'internazionalismo e nel “libero scambio” (diseguale) del grande capitale industriale e finanziario, concentrando le loro attenzioni sul “collegato disposto”: la rivalità tra gli Stati-nazione più potenti, in competizione per il dominio, da cui il militarismo aggressivo e le chiusure protezionistiche, tanto perentoriamente sancite per preservare i propri interessi, quanto negate alle necessità di sviluppo altrui.
La Grande Guerra, al contrario di quanto ebbe a sostenere Luigi Einaudi nelle sue “Lettere politiche di Junius”20, non fu l'inevitabile alternativa imperiale, tentata dalla Germania, alla mancata unificazione continentale, resa necessaria dalle interdipendenze create dalla rivoluzione industriale, a cui le democrazie liberali avrebbero dovuto provvedere pacificamente. Fu primo atto di uno scontro tra opposti imperialismi per il dominio sul mondo.
Inghilterra, Francia e Stati Uniti (per non parlare della Russia zarista) non erano più democratiche di Germania ed Austria-Ungheria, come ben ha saputo spiegare Luciano Canfora21. E non vi furono trascinate loro malgrado.
Ad ogni buon conto, la linea di demarcazione a separare da un lato la sfera d'intervento dello Stato con adeguata protezione delle produzioni nazionali e, dall'altro, la sfera riservata all'iniziativa privata e di libero scambio internazionale, deve essere necessariamente mobile e realizzata su misura delle differenziate condizioni locali territoriali. Questo richiede nel mondo odierno il diverso grado di sviluppo dei singoli Paesi e delle diverse aree. E non potrà bastare.
Fatto salva l'urgenza di una ripresa democratica del pubblico sul privato, a partire dal governo della moneta e dal ripristino della “repressione finanziaria”, possiamo pensare di uscire dalle enormi contraddizioni del nostro tempo senza cambiare il paradigma generale su cui si basa la nostra stessa “civiltà”?
Proprio su questo punto, «La crisi della civiltà moderna», nel Manifesto di Ventotene trattato in apertura, si conclude la mia rilettura.
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Tra parentesi
Negli anni della ricostruzione postbellica italiana e della sua trasformazione in Paese industriale, da prevalentemente agricolo qual era, si dimostrò assai più vitale, a confronto con quella grande privata, la grande imprenditoria pubblica.
Dopo quel periodo non fu la burocrazia del partito unico di Stato, ma la “partitocrazia” della Repubblica, spartitoria ed auto-finanziatrice, a metterla in difficoltà.
In seguito alla crisi degli anni settanta, inerente all'insieme del capitalismo occidentale, si trovò nel sistema delle imprese statali il provvidenziale capro espiatorio; sull'onda del liberismo si finì per privatizzare con risultati, per “le gigantesche forze di progresso”, assai deludenti.
Più di recente, il Paese ha perso un quarto della sua base industriale, limitando i danni solo grazie alla piccola-media impresa ed alla sua parziale internazionalizzazione. Ma può bastare a reggere le sorti della “seconda potenza industriale d'Europa”? A non renderla succursale subalterna di poteri politici ed economici accentrati altrove?
Intanto, tra i grandi gruppi privati finanziarizzati, che avevano beneficiato di rilevantissimi sostegni pubblici, perché il bene per loro coincideva con il bene per la nazione, s'è fatta strada la pratica di collocare le proprie sedi fiscali altrove in Europa, pur continuando a voler dettare le linee della politica italiana.
Ci si interroga dove sia finito il capitalismo italiano.

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Civiltà da salvare22
«La civiltà moderna ha posto come proprio fondamento il principio della libertà, secondo il quale l'uomo non deve essere un mero strumento altrui, ma un autonomo centro di vita.»
Benché l'affermazione di un «eguale diritto di tutte le nazioni di organizzarsi in stati indipendenti» sia stato «un potente lievito di progresso», l'ideologia dell'indipendenza nazionale «portava in sé i germi del nazionalismo imperialista, che la nostra generazione ha visto ingigantire fino alla formazione degli Stati totalitari ed allo scatenarsi delle guerre mondiali.» La nazione, pertanto, è divenuta una «entità divina, un organismo che deve pensare solo alla propria esistenza ed al proprio sviluppo, senza in alcun modo curarsi del danno che gli altri possono risentirne. La sovranità assoluta degli stati nazionali ha portato alla volontà di dominio sugli altri (…) In conseguenza lo stato, da tutelatore della libertà dei cittadini, si è trasformato in padrone di sudditi, tenuti a servirlo con tutte le facoltà per rendere massima l'efficienza bellica.»
Inoltre: «Gli stati totalitari sono quelli che hanno realizzato nel modo più coerente la unificazione di tutte le forze, attuando il massimo di accentramento e di autarchia, e si sono perciò dimostrati più adatti all'odierno ambiente internazionale.»
Ciò è potuto accadere perché:
  • l'estensione delle libertà di stampa, di associazione ed il suffragio universale avevano reso «sempre più difficile la difesa dei vecchi privilegi mantenendo il sistema rappresentativo», dal momento che di quegli strumenti ne facevano uso i «nullatenenti» per dare «concreto contenuto» ai propri diritti;
  • gli ordinamenti democratico-liberali sono diventati strumenti degli interessi particolari di «giganteschi complessi industriali e bancari» in lotta tra loro.
La Germania nazista rappresentava questa «reazionaria civiltà di potenza» e, insieme alla vassalla Italia ed al Giappone, «si è lanciata nell'opera di sopraffazione» su scala mondiale. Contro le potenze totalitarie si sono schierate «immense masse di uomini e di ricchezze» e «tutte le forze progressiste»: le «parti più illuminate delle classi lavoratrici»; «gli elementi più consapevoli dei ceti intellettuali»; «imprenditori, che sentendosi capaci di nuove iniziative, vorrebbero liberarsi dalle bardature burocratiche, e dalle autarchie nazionali, che impacciano ogni loro movimento.»
Sovranità in contraddizione
Al compromesso detto socialdemocratico ed all'ingabbiamento degli “spiriti animali” del capitalismo ha concorso il matrimonio tra liberalismo e democrazia-lavoro. Dagli anni ottanta in poi è intervenuto un divorzio, per cui il lavoro e la democrazia si trovano, di fatto, in antagonistica lotta con un liberalismo d'impronta nord-americana. Le istituzioni liberal-democratiche, comprese le costituzioni, sono al bivio.
Ciò premesso, con le conseguenze che ne derivano per la lotta tra le classi, mi pare che il Manifesto di Ventotene soffra di un basilare eurocentrismo e di concezioni della indipendenza e della sovranità piuttosto unilaterali, soprattutto in rapporto col resto del mondo.
L'unità federale europea avrebbe potuto garantire una risoluzione dei problemi coloniali e, più in generale, un nuovo assetto cooperativo e pacifico dei rapporti con i popoli degli altri continenti?
Forse, ma ad almeno due irrinunciabili condizioni: che l'Europa divenisse socialista certamente e non opzionalmente, non dunque solo unita, libera e federata; che gli Stati Uniti d'America (presi ad esempio per il federalismo europeo) non subentrassero al colonialismo con una nuova forma di dominio.
Ad ogni modo, la sovranità politica dei popoli basata sull'indipendenza nazionale, vista su scala mondiale, non aveva e non ha esaurito affatto la sua funzione liberatrice. Indipendenza e sovranità vanno oggi diversamente intese rispetto al periodo coloniale e post-coloniale di nascita delle moderne entità statuali, non fosse altro perché ai problemi della pace si sono sommati quelli dell'ambiente a porre con urgenza la necessità che l'interdipendenza di fatto si tramuti da assoluta/limitata in sovranità relativa, paritaria e cooperante.
Il mondo è tuttora diviso ed i “tre mondi” hanno subito una trasformazione ed una riconfigurazione: il primo mondo dei Paesi ricchi, composto da Nord-America, Europa e Giappone (G7) deve fare i conti con il secondo mondo dei Paesi emergenti (più esteso dei BRICS); in fondo alla scala, scalciata da chi sta in cima, permane un terzo mondo di Paesi alla ricerca di una propria via allo sviluppo.
Intrecciata a questa divisione va considerata la scala sociale che attraversa l'intero globo, giacché la ricchezza prodotta è andata concentrandosi nelle mani di esigue minoranze oligopolistiche.

La globalizzazione non ha estinto gli Stati-nazione: ha indebolito la sovranità e la “tenuta” stessa di quelli periferici e semi-periferici. Né ha creato un Impero sovranazionale. Il capitale non si si è scisso dal “mostruoso attrezzo” che gli ha aperto ogni via di penetrazione ed espansione, con la forza della sopraffazione sin dal Cinquecento. Multinazionali ed oligopoli finanziarizzati mantengono un saldo ancoraggio alla potenza patrocinante dei “loro” rispettivi Stati ed al sistema delle loro alleanze. Altrimenti non si spiegherebbero le guerre commerciali, fiscali e monetarie, né il business delle armi ed i conflitti armati in corso, né tantomeno il pullulare di basi militari sul pianeta.
In questo contesto, alcuni Stati nazionali esercitano effettivamente una sovranità assoluta e semi-assoluta. Altri, di converso necessariamente, si ritrovano a subire una sovranità limitata e semi-limitata.
L'interdipendenza della nuova globalizzazione non ha generato una universale sovranità relativa ed equilibrata, nella quale sciogliersi nell'internazionalismo: qui sta il nodo politico irrisolto di un mondo che deve diventare multipolare se vuole collaborare ai fini della pace e della sopravvivenza dei popoli sul pianeta.
In controtendenza, rispetto all'obiettivo della sovranità relativa cooperante, si è andata costruendo l'Unione Europea.
Nell'insieme è a sovranità limitata rispetto a quella assoluta, esercitata soprattutto tramite la Nato dagli Stati Uniti, superpotenza unica e traballante che fatica ad imporle il TTIP, mentre si interroga se le convenga sottoscrivere23 il suo gemello transpacifico (TTP), dopo averlo fortemente voluto.
In seno all'Europa l'egemonia tedesca si scopre “vulnerabile”24 perché tutt'altro che benevola verso le differenziate periferie continentali, caratterizzata dalla ricerca della supremazia da parte di un establishment totalizzante (come s'è visto nelle vicende del dopo-muro) ed indisponibile a condividere i costi economici dell'Unione, a fronte degli enormi ricavi ottenuti in regime di moneta unica.
Come previde Spinelli, l'integrazione funzionale intergovernativa, attualmente praticata, non funziona. Come previde Einaudi, un'unione monetaria senza stato sovranazionale, non può sopravvivere.
Date le contraddizioni esposte in queste righe, alla deriva ed alla disgregazione non è possibile (né sarebbe auspicabile) contrapporre una integrazione che sbocchi in uno Stato sovranazionale europeo a guida germanica, seppure in tandem (instabile) con la Francia.
Per rimettere in cammino un'Europa realmente comunitaria, di conseguenza, mi pare indispensabile sia la sua interna decostruzione, a partire dall'area valutaria e dai Trattati, sia la forza di un blocco storico sociale e politico che ci porti ad una rinnovata sovranità nazionale sulla via della cooperazione paritaria.

Note
1 La legge affitti e prestiti (Lend-Lease Act, marzo 1941) permise agli Stati Uniti, con ampie facoltà discrezionali delegate al presidente, di fornire materiali bellici, materie prime e supporto finanziario ai Paesi impegnati contro la Germania, restando formalmente neutrale.
2 Con l'attentato del 20 luglio 1944 fallì il tentativo, assai tardivo ed isolato, di rovesciarlo e “limitare i danni”.
3 Nella notte tra i 24 ed il 25 luglio del '43 Mussolini viene esautorato dal Gran Consiglio del Fascismo. Il nuovo primo ministro nominato dal re, Pietro Badoglio, dopo aver proclamato la continuazione della guerra, annuncia, l'8 settembre, il raggiunto armistizio con gli anglo-americani.
4 Le citazioni (a sfondo giallo) dal Manifesto che seguono nel paragrafo sono tratte dalla parte II: “I compiti del dopo guerra - L'unità europea”.
5 Leonid Brežnev, dopo l'invasione sovietica della Cecoslovacchia (agosto 1968), sostenne la “sovranità limitata” per il “campo socialista”. Anche nel “campo capitalista” europeo occidentale, come in Italia, la “sovranità limitata” venne praticamente esercitata dagli Usa, con molteplici mezzi ma meno diretti.
6 Mi riferisco al libro dello storico inglese Eric J. Hobsbawm, “Il Secolo breve”, Rizzoli, 1995 (1994).
7 Ministro del Tesoro dell'amministrazione Roosevelt.
8 In marchi ovest del 1953, le riparazioni di guerra pagate dalla Rdt ammontarono a 99,1 miliardi, contro i 2,1 miliardi pagati dalla Rft. Calcolata per abitante la proporzione fu di 130 a 1.
9 Il resoconto che ne fa Valerio Castronovo, (“L'Europa e la rinascita dei nazionalismi”, Laterza, giugno 2016) è parziale e sbrigativo. Un quadro esaustivo viene da Vladimiro Giacché (“Anschluss – L'annessione”, Imprimatur, 2013) che ricostruisce una serie di passaggi cruciali, tra i quali emerge la responsabilità di Gorbačëv nell'aderire alla richiesta Usa di consentire l'ingresso della Germania unificata nella Nato, abbandonando la Rdt ed il governo Modrow (succeduto ad Honecker) in balia dell'annessione.
10 La definizione è di Barack Obama nel marzo del 2014.
11 La prima unificazione, deutsche Einigung, fu completata tra il 1867 ed il 1871 ad opera della Prussia di Bismarck.
12 La celebre frase di Clausewitz è: “La guerra non è se non la continuazione del lavoro politico, al quale si frammischiano altri mezzi.” Traduzione di:Der Krieg ist nicht anderes als eine Fortsetzung des politischen Verkehrs mit Einmischung anderer Mittel.”
13 D. F. Fleming, “Storia della guerra fredda, 1947-1960”, Feltrinelli, 1964, pag. 604.
14 Anche in Polonia dove Solidarność, nata operaia nei cantieri di Danzica e con un'impronta cattolica, non produsse alcun indirizzo politico e sociale alternativo. La Polonia partecipa al gruppo di Visegrad (nato nel 1991), con Ungheria, Cechia e Slovacchia, e alla politica delle barriere anti-immigrati.
15 A titolo di esempio, nel Post “Ucraina. La seconda guerra europea – settembre 2015”, ho portato il caso di Stepan Bandera.
16 Mi riferisco agli accordi di accordi di Dayton (1995) in Ohio del 1995.
17 Le citazioni dal Manifesto che seguono in questo paragrafo e nel successivo sono tratte dalla parte III: I compiti del dopo guerra – La riforma della società.
18 Ha-Joon Chang, “Economia”, il Saggiatore, 2015 (2014), pag. 76; in nota si avverte che i calcoli derivano da Angus Maddison, The World Economy: Historical Statistics, Ocd, Paris 2003, pag. 100, tabella 3c.
19 Proprio di queste settimane è la notizia dell'imminente fusione dei colossi Monsanto e Bayer che crea un monopolio su un quarto dei diserbanti e un terzo delle sementi consumati in tutto il mondo.
20 La cui lettura a Ventotene ispirò gli autori del Manifesto. Vedi Sergio Pistone, “Luigi Einaudi e Altiero Spinelli”, http://www.cr.piemonte.it/dwd/organismi/cons_euro/2011/einaudi_spinelli_federalismo_europeo.pdf
21 Luciano Canfora, “La democrazia – Storia di un'ideologia”, Laterza, 2004 e “1914”, Sellerio, 2006.
22 Le citazioni che seguono sono tratte dalla sua parte prima.
23 Pressata da Donald Trump, Hillary Clinton ha scritto che non intende farlo. Il Congresso statunitense non l'ha ancora approvato.
24 A tale proposito si veda Gian Enrico Rusconi, “Egemonia vulnerabile – La Germania e la sindrome di Bismarck”, il Mulino, 2016. Una lettura utile per capire il dibattito tedesco, uscendo dall'inconsistenza di quello italiano presente sui grandi media.

Referendum: i costi della politica

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Referendum: i costi della politica


Nel dibattito referendario è entrato di prepotenza il tema dei costi della politica, alla cui riduzione contribuirebbe la riforma costituzionale.
Se ci concentriamo sui risparmi e tralasciamo tutti gli altri aspetti, sicuramente di maggiore importanza, vediamo che la contesa converge sulla loro effettiva entità.
Secondo Maria Elena Boschi1, Ministro per le Riforme Costituzionali ed i Rapporti con il Parlamento, oltre alle ricadute economiche complessive derivanti dalla riforma costituzionale, calcolabili a regime in 10 miliardi annui (mirabolante!), vi sarebbero 490 milioni annui di minori costi “istituzionali”.
Poiché 320 sarebbero imputabili al superamento delle Province e 20 alla soppressione del Cnel, per Palazzo Madama la riduzione ammonterebbe a 150 milioni: 80 milioni dalle indennità parlamentari dei senatori; 70 dal funzionamento delle commissioni e dai rimborsi dovuti ai gruppi.
Di tutt'altro parere è il senatore Lucio Malan (Forza Italia) che riduce l'eventuale risparmio totale a poco più di 50 milioni (circa il 10%).
Per portare chiarezza, mi rifaccio ai calcoli del professore bocconiano Roberto Perotti, dimissionario dall'incarico, ricoperto da settembre 2014 a novembre 2015, di consigliere economico del presidente del Consiglio ed impegnato nella spending review, la revisione della spesa.
Nel suo libro “Status quo”2 è riportata una sintesi di quanto sarebbe “ottenibile”: 

Tra le voci non compare quella relativa alle Province già oggetto della legge Delrio 7 aprile 2014, perciò arbitrariamente infilata nei risparmi dovuti alla riforma sottoposta a referendum. In compenso vengono inseriti nell'elenco i risparmi regionali, in base ad una disposizione della riforma che ne abolisce i gruppi consiliari e limita i corrispettivi dei consiglieri al “tetto” percepito dai sindaci dei capoluoghi di regione (sui quali mancano dati sistematici). Raffrontati al totale governativo di 490 milioni annui, il totale di Perotti è pari a meno del 40%. Conclusione: il governo imbroglia sui conti per convincere al Sì.
Ma il fatto ancor più grave che in questi anni il governo non ha sostanzialmente messo mano ai costi della politica, mentre ha continuato a tagliare il welfare.
Prendiamo dallo stesso testo di Perotti il caso dei deputati italiani, messi a paragone con quelli britannici nel 2015. In sintesi, comprese varie voci mensili (indennità, diaria, spese forfettari, spese da documentare, contributi ai gruppi parlamentari e rimborsi elettorali) «un deputato britannico costa al contribuente 19.825 euro, uno italiano 26.823, il 35% in più. Ma si ricordi che il reddito netto che va nelle tasche del deputato è circa il triplo in Italia che in Gran Bretagna: 13.297 contro 4.613 euro.»
Inoltre la spesa di funzionamento della Camera (630 deputati) è più del doppio di quella della House of Commons (650 deputati). La tanto declamata riduzione di questa spesa, tra il 2012 ed il 2014, è stata modestissima e «per lo più dovuta ad un'unica voce: il personale dipendente.»
Illuminante è poi il paragone tra i consiglieri regionali della Lombardia ed i membri della Camera dei rappresentanti del Massachussets (Usa). Perotti conclude: «il compenso netto in Lombardia è il doppio che nello stato americano.»
A questo status quo che conserva i privilegi del personale politico, si somma la conservazione dei corrispondenti privilegi dei dirigenti dello Stato, in tutti i settori, dai ministeri al corpo diplomatico della Farnesina. Il sistematico uso dei medesimi mezzucci per aggirare limiti e codici di comportamento, magari stabiliti da loro stessi, sembra il vero marchio distintivo di questa “classe dirigente”.
Perotti lascia supporre che il governo Renzi vorrebbe ma non può, perciò un bel rafforzamento dell'esecutivo gioverebbe (e voterà Sì).
Gli è sfuggito che il rottamatore tende semplicemente a mettere “i suoi” al posto “degli altri”. D'altronde il suo libro è uscito prima che fossero noti i nuovi gratificanti compensi riservati ai “suoi”, collocati ai vertici della Rai per funzionare da megafono di regime. Pratico annuncio dell'avvenire radioso che ci riserva. Se vince.

Note

1 Question time alla Camera, 8 giugno 2016.
2 Roberto Perotti, “Status quo – Perché in Italia è difficile cambiare le cose”, Feltrinelli, 2016. Le citazioni che seguono sono tratte da questo testo.

sabato 10 settembre 2016

Il paziente inglese

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Pur godendo di diritti speciali, il Regno Unito esce dall'Unione Europea. Ciò che, per far vincere il remain, il suo governo aveva chiesto e quanto ottenne. Un confronto rivelatore.


Il paziente inglese se ne va dall'Europa in cui si era alfine ricoverato, vincendo il proprio scetticismo.
Per convincerlo a restare non gli sono bastati l'alloggio nella suite reale, con vista sui suoi antichi dominii, e premurosi infermieri al suo solo servizio, né la facoltà speciale di rifiutare le amare pillole somministrate a tutti i pazienti dai medici teutonici.
Non amava la compagnia degli altri ospiti per la numerosa presenza dei loro parenti? O, addirittura, aveva in sospetto i medici? Forse era proprio l'Istituzione a non andargli a genio.
Potenza chiave
Sino all'esito del referendum popolare, la Gran Bretagna era ritenuta una delle “potenze chiave” nella costruzione dell'Unione Europea. Dalla portaerei Garibaldi1 nel mare di Ventotene apprendiamo, invece, che se ne può fare a meno. Anzi, non tutto il male vien per nuocere: l'integrazione europea potrebbe avanzare più spedita, non dovendo più attardarsi a rimuovere i continui ostacoli frapposti da quel Paese, da sempre euroscettico, all'avanzamento dell'Unione.
Inutile nascondere, però, quanto grande sia la “delusione” e la “preoccupazione” per il cambio di tendenza: dall'allargamento ad Est al restringimento ad Ovest...
La Brexit ha posto fine ad una lunga relazione. Dal 1° gennaio del 1973 lo United Kingdom era membro della CEE. Nel 1975, sotto il governo del laburista Harold Wilson, si tenne il primo referendum, a lungo rimasto unico, con chiara domanda: pensi che il Regno Unito dovrebbe stare nella Comunità Europea (Mercato Comune)? Vinse il Sì con circa il 70% dei voti.
Sono passati più di quarant'anni, durante i quali la Gran Bretagna ha goduto di uno statuto speciale.
Prima di chiederne di ulteriori, per meglio affrontare l'appuntamento referendario, credendo in tal modo di evitare l'exit, Londra si avvaleva di particolari condizioni, le cosiddette opt-out2. Non apparteneva alla zona euro (esenzione del 1992), continuando a battere moneta propria, la sterlina, con una Banca centrale autonoma dalla Bce. Non aveva aderito all'area Schengen, ovvero alla libera circolazione delle persone nel territorio dell'Unione, e alla Carta dei diritti3. Scontato che mantenesse il proprio sistema di giustizia basato sulla common law4.
Nel luglio del 2011 il governo britannico aveva ottenuto di non recepire, senza sottoporle preventivamente ad un referendum, eventuali delibere di Bruxeles che contemplassero un trasferimento di sovranità dagli Stati nazionali alle istituzioni comunitarie.
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Le 4 richieste di Cameron

«(…) Cameron (…) volendo evitare il rischio di una Brexit, intendeva rinegoziare le condizioni dell'adesione del Regno Unito all'Unione Europea. E aveva perciò avanzato quattro richieste a Bruxelles: in primo luogo, la possibilità per Londra di chiamarsi fuori dalla clausola dei trattati che prevede la partecipazione a un'Unione sempre più “stretta”, e ciò in aggiunta agli opt-out già in atto su euro, Schengen, giustizia e Carta dei diritti; in secondo luogo, garanzie certe che le misure d'emergenza per la salvaguardia finanziaria dell'Eurozona non avrebbero implicato in alcun modo responsabilità di bilancio per l'Inghilterra, oltre al fatto che la sterlina avrebbe continuato a godere di condizioni analoghe a quelle dell'euro qualora i paesi a divisa comune si fossero integrati ulteriormente; al terzo posto, l'attribuzione di un ruolo più incisivo ai Parlamenti nazionali, per cui essi potrebbero (con una maggioranza del 55 per cento) respingere le leggi europee e bloccare le direttive della Commissione di Bruxelles; infine, la sospensione dell'accesso ai sussidi di disoccupazione e ad altri benfits del welfare per i cittadini di altri paesi della Ue per i primi quattro anni della loro residenza nel Regno Unito, oltre a una limitazione a sei mesi del permesso di soggiorno qualora non avessero trovato nel frattempo un posto di lavoro.»
[sottolineatore mie]

da Valerio Castronovo, “L'Europa e la rinascita dei nazionalismi”, Laterza, giugno 2016, pagg. 174-175.
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No problems, David, but...
Scrive Valerio Castronovo nel suo ultimo libro5, uscito appena prima della Brexit, che David Cameron, per rafforzare il consenso al remain, avanzò quattro richieste [vedi riquadro dedicato in pagina] che «difficilmente Bruxelles avrebbe potuto accogliere tutte».
L'accettazione della prima richiesta era scontata, giacché Londra aveva sempre escluso di aderire ad una sorta di “superstato europeo”. Sulla seconda, si poteva essere “comprensivi” verso la ritrosia britannica a dover cacciare quattrini (“responsabilità di bilancio”) per aiutare i Paesi in difficoltà dell'Unione, visto che non partecipava all'Eurozona. Ma, secondo Castronovo: «Non era affatto pensabile che i singoli Parlamenti nazionali venissero abilitati a esercitare persino un diritto di veto nei confronti della legislazione comunitaria, e che il congelamento dei benefici del welfare introducesse in pratica una discriminazione fra i diritti dei cittadini britannici e quelli europei, come se questi ultimi fossero di seconda serie.»
Detta in altri termini: “Caro David, niente da ridire sulla tua posizione riguardo all'integrazione politica, visto che anche la Francia il “superstato” non l'ha mai voluto; nulla da eccepire al tuo rifiuto di condividere rischi e debiti dell'eurozona, visto che pure la Germania, prima beneficiaria della moneta unica (salvo boomerangs venturi), non ne vuole sapere; ma sul diritto di veto dei Parlamenti persino nei confronti della legislazione comunitaria e sul diritto in tutta l'Unione ad un trattamento paritario di tutti i cittadini comunitari non possiamo proprio venirti incontro.”
E, invece, guarda caso, dei due diritti in bilico, quello sociale, riguardante il welfare dei lavoratori immigrati dagli altri Paesi dell'Unione, fu bellamente cassato. Che ne fu della cittadinanza europea, su cui fondare la nuova identità costitutiva dell'Unione?
A quanto pare l'idea di introdurre una cittadinanza di serie B (di lavoratori immigrati) in Gran Bretagna, un esempio che sarebbe stato presto seguito da altri richiedenti analoga “opzione”, non sconvolse più di tanto i pragmatici costruttori d'Europa, tra cui il governo italiano. Si dissero contrari, eppure assecondarono il governo inglese: in fondo la cittadinanza europea non è che una cittadinanza di secondo livello, derivante dalla prima, del proprio Stato-nazione.
Fu l'altra e più pericolosa “opzione” a dover restare assolutamente inagibile. Sicché venne perentoriamente escluso il diritto sovrano di veto dei Parlamenti, seppure con maggioranza del 55%, ossia l'unico che avrebbe potuto interferire democraticamente sull'odierno sistema di governo continentale.
Con un Parlamento europeo dai vuoti poteri, una Commissione che non è un governo, ma una sentinella di norme prestabilite e ridotto a “consigliere del Principe regnante”, le decisioni vengono prese nei vertici inter-governativi del Consiglio d'Europa, ossia, per non nasconderci dietro un dito, dagli esecutivi degli Stati più potenti dell'Unione. Ad esse seguono gli opportuni aggiustamenti mediatori per farle accettare dagli altri (i più deboli e “periferici”), spesso tenuti fuori dall'uscio ad aspettare. Da cui le “grandi fatiche” della signora Merkel, alla quale toccano gran parte di quelle mediazioni, essendo l'UE “a trazione tedesca”.
Singolare il ruolo dell'inter-governativo regnante: mentre in patria ogni governo deve fare i conti con una qualche camera parlamentare di rappresentanti eletti dai cittadini, in Europa l'insieme dei governi concentra su di sé sia il potere legislativo che quello esecutivo, facendo precipitare “dall'alto” sui popoli di ciascun Paese accordi, regole, norme derivanti da trattati sovranazionali. Una cessione di sovranità nazionale senza bilanciamento alcuno.
Insomma, nell'Unione non esiste separazione tra due (legislativo ed esecutivo) dei tre fondamentali poteri, una volta cardini e vanto delle liberal-democrazie. Quanto al terzo potere, quello giudiziario, per ora rimane fuori dalla “unificazione”, sebbene non manchino idee e proposte per domarne le autonome espressioni nazionali, in particolare a difesa delle Costituzioni.
Non può destare meraviglia, ad occhi e teste disincantate, che, nonostante la City e la haute finance fossero entusiaste di restare nell'Unione, potendo fare e disfare a loro piacimento, altrettanto non lo sia stata la maggioranza dei britannici avendo a disposizione l'esecrato strumento referendario. Anche se le loro motivazioni, dato l'insieme eterogeneo dei votanti per la Brexit, non paiono del tutto condivisibili o dettate da sentimenti altruistici.

Ciambelle senza buco
Non passa giorno, né giornale, senza che qualche autorevole commentatore richiami le élites dirigenti al necessario coinvolgimento dei popoli nella costruzione europea, per dare forza all'agognato “salto politico” di cui l'UE avrebbe bisogno.
Tanto sforzo sarebbe meglio dedicarlo alla denuncia e alla critica di tutto ciò che tali élites quotidianamente fanno per estromettere quei popoli dalla conoscenza e dalla partecipazione alle decisioni attinenti l'Europa, che incidono pesantemente sul quotidiano delle società in cui vivono.
Forse apparirebbero più chiari i motivi reali della direzione politica intrapresa, non di democratizzare l'Unione, né di renderla più “sociale”, bensì quella di sdemocratizzare i suoi Paesi membri, privandoli della possibilità di esercitare la sovranità popolare.
Tuttavia, e per nostra fortuna, non tutte le ciambelle riescono col buco.

1 Luogo del vertice tra Hollande, Merkel e Renzi del 21/8/2016.

2 Abbreviazione di opting-out, traducibile in “clausole di esenzione”.

3 Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea, Gazzetta ufficiale delle Comunità europee, 18 dicembre 2000.

4 Un modello basato sui precedenti giurisprudenziali, piuttosto che su codici, leggi, norme, secondo la tradizione del diritto romano.

5 Valerio Castronovo, “L'Europa e la rinascita dei nazionalismi”, Laterza, 2016. Le citazioni a seguire sono tratte da questo testo.
   

Sabino e gli Stati falliti

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Gli “Stati falliti” esportano profughi, migranti e terrorismo. Perché sono falliti? Di chi la responsabilità? Soprattutto, qual è il rimedio? Sabino Cassese ci indica la via maestra.


  • Decenni di demolizione dello sviluppo autonomo dei Paesi ex-coloniali e di interventismo bellico da parte degli Stati euro-atlantici producono un effetto boomerang: le cattive esportazioni.
  • Tuttavia, all'autodeterminazione e alla non ingerenza, ad una politica di pace e di reale cooperazione, si continua a preferire l'interventismo.
  • Per legittimarlo servono nuove “motivazioni”, di tipo “umanitario” e basate su una nuova interpretazione del diritto internazionale, il cosiddetto “cosmopolitismo dei diritti”. Purché tutto cambi, ma nulla cambi.

Cattivi esportatori
Profughi, migranti “economici” e terrorismo di “matrice islamica fondamentalista” sono problemi che ci vengono esportati da Stati alla deriva, situati in Medio Oriente ed in Africa Centrale. I loro poteri centrali sono fatiscenti: inetti di fronte allo sfascio sociale ed economico, al dilagare della povertà; impotenti verso gruppi paramilitari che manipolano identità tribali ed etniche; delegittimati all'uso della forza e non in grado di garantire il governo dei loro territori, nel rispetto dei diritti umani e nello sviluppo.
Stante la situazione, la “comunità internazionale” ha l'obbligo morale di intervenire, dandosi carico della promozione di istituzioni statali capaci di ripristinare le funzioni di governo in questi Paesi, in tal modo concorrendo alla soluzione anche dei problemi di cui soffriamo l'esportazione.
Su questa linea è Sabino Cassese1, noto giurista e sostenitore di “un benefico cosmopolitismo dei diritti”, argomentato percorrendo “vie di analisi equilibrate” (secondo il giudizio pur critico del filosofo Biagio de Giovanni)2.
Analisi equilibrate” di cui, però, si cercherebbe invano traccia nel suo articolo, apparso sulla prima del Corriere della sera dello scorso 22 agosto [vedi riquadro in pagina], significativamente intitolato “Le minacce degli stati falliti”.
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Obblighi morali
«Siria, Iraq, Libia, Yemen diventano di giorno in giorno un problema per il mondo. Questi Paesi fanno parte della categoria degli “Stati falliti”. Se si aggiungono gli “Stati fragili”, il loro numero ammonta a parecchie decine. Si tratta di costruzioni statali precarie o inesistenti, di governi che non tengono sotto controllo tribù, clan, etnie, gruppi paramilitari; dove il potere pubblico è eroso, ha perduto legittimazione ed efficacia, non controlla il territorio (…) In questi Stati i poteri centrali sono fatiscenti, non assicurano l’uso legittimo della forza; i diritti umani sono violati; la popolazione vive in povertà.
Questi Stati falliti o fragili esportano gravi problemi in altre parti del mondo, specialmente in quelle vicine (…) Gli altri Stati, specialmente quelli confinanti, debbono, quindi, darsi carico delle tensioni prodotte dall’emigrazione e della minaccia che deriva dal terrorismo.
Non tutte le cause di questa situazione sono interne. Molte dipendono dalle costruzioni artificiali imposte dalle maggiori potenze mondiali prima di lasciare le loro colonie o al termine di conflitti bellici. Oppure da interventi di paesi occidentali, talora diretti allo scopo di abbattere governi autoritari o dittatoriali, che hanno, però, scoperchiato e reso più virulenti conflitti locali.
La comunità internazionale, sotto l’egida dell’Onu o di governi regionali come l’Unione europea, deve assicurare assistenza internazionale per favorire o imporre il ripristino delle funzioni di governo? In astratto, è il popolo stesso che deve costituirsi in Stato, agendo dal basso, perché, proprio secondo i dettati della Carta delle Nazioni Unite, ha diritto all’autodeterminazione. Più concretamente, c’è chi dice che gli Stati falliti o fragili vengono usati per interventi esterni, e che si ritorna all’imperialismo ottocentesco. Altri dice che sono meglio dittatori come Saddam, Gheddafi e Mubarak, garanti della stabilità. Dunque, il principio di sovranità popolare escluderebbe interventi esterni, come quello disegnato dalla risoluzione Onu del 14 marzo 2014 per assicurare la transizione alla democrazia in Libia, preparare una nuova costituzione e costruire un governo centrale efficace.
Queste posizioni neutraliste sono sbagliate sia storicamente, sia dal punto di vista politico, sia da quello etico. Ignorano che gli Stati moderni non si sono formati in virtù di una volontà costituente del popolo, ma grazie a un processo lento nel quale il centro motore è stato un esecutivo, spesso con l’aiuto di forze esterne, come l’Italia di Cavour grazie alla Francia di Napoleone III. Dimenticano che la condizione di un governo pacifico del mondo è che gli Stati possano cooperare e che, per cooperare, debbono innanzitutto esistere (...) Tralasciano l’obbligo morale di tutti gli Stati di considerare le condizioni nelle quali vivono i propri vicini.
L’Unione europea ha un problema aggiuntivo, che dipende dal fatto che gran parte di questi Stati deboli o inesistenti sta nell’Africa centrale e nel Vicino Oriente, cioè in zone non lontane. Quindi, ha una responsabilità maggiore (e un maggiore interesse) a darsi carico della promozione di costruzioni statali in questi Paesi. L’Unione europea, così come le Nazioni unite, incontra, però, difficoltà che rendono inefficaci i propri buoni propositi. (…) »

Estratti da Sabino Cassese, “Le minacce degli stati falliti”, Corriere della sera, 22 agosto 2016. L'articolo per intero è leggibile a:
http://www.corriere.it/cultura/16_agosto_22/cassese-bff1f01c-67c4-11e6-b2ea-2981f37a7723.shtml
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Cassese va per le spicce. Classifica questi Stati in due categorie: degli “Stati falliti”, tra cui ricorda Siria Iraq Libia e Yemen, facendo sua la vulgata nord-americana; degli “Stati fragili”, tanto numerosi da non poter nemmeno essere elencati. Rimane sottinteso che la loro “fragilità” li espone al rischio di tramutarsi in “fallimento” manifesto.
Ma cosa accomuna gli “Stati falliti”, oltre alle cattive esportazioni?
Per non fare di ogni erba un fascio, nella diagnosi quanto nella terapia, sarebbe stato opportuno ed “equilibrato” esaminarli uno ad uno, prima di - o evitando di - bollarli con un'etichetta unica, da cui far derivare una cura altrettanto unica, direi universale.
Così il lettore avrebbe compreso per quali motivi tra i “falliti”, per esempio, non venga annoverato l'Afghanistan. Una dimenticanza? Sarebbe una dimenticanza assai opportuna, perché quel Paese è già da anni sottoposto, inutilmente, ai tentativi terapici di State building3, qui riproposti da Cassese con un occhio di riguardo alla vicina Libia.
Artifici coloniali
Non si possono proporre rimedi se non a seguito di una individuazione delle cause. E qui Sabino Cassese afferma perentorio: “Non tutte le cause di questa situazione sono interne.”
Chi potrebbe sostenere il contrario?
Tra le cause “esterne”, storiche, annovera il lascito di “costruzioni artificiali” da parte del colonialismo.
Anche solo osservando i confini geografici tracciati dalle potenze coloniali in Medio Oriente ed in Africa, appare però chiaro che il loro intento fu di “dividere per imperare”, seminando zizzania tra etnie, religioni, “razze”, nazioni e popoli. Dopo la loro “partenza”, quel “lascito” poteva venire sfruttato per destabilizzare i nuovi Stati indipendenti. Il che puntualmente avvenne, anche se non subito.
Sul piano economico, a seguito della decolonizzazione, vi fu un periodo, tra il 1960 ed il 1980, che fece registrare un certo incremento del reddito pro-capite (+1,6% l'anno) anche per l'Africa sub-sahariana4, tra le regioni più svantaggiate del Terzo Mondo.
L'Africa nera ereditava una pesantissima situazione, generata da una spoliazione plurisecolare da parte europea. Milioni di neri furono fatti schiavi5 ed in gran parte venduti nelle Americhe. Non hanno forse garantito la base dello sviluppo della ex-colonia inglese, in seguito Stati Uniti d'America, restandovi schiavi fino alla guerra civile del 1861-65? Quanto fruttarono quello ed altri “commerci” alla liberale Inghilterra? Quanta ricchezza, con la repressione più disumana, accumularono gli Stati colonialisti, dal piccolo Belgio alla grande Francia, dai loro vasti domini africani?
L'elenco che coinvolge la supponente ed impareggiabile “nostra civiltà” sarebbe infinito e comprende pure l'Italia, tra le tardive potenze alla ricerca di “un posto al sole” tra Abissinia e “quarta sponda” libica.
Anni '80
Se la fine dei “gloriosi trent'anni”6 portò i Paesi allora detti del Primo Mondo sulla via delle politiche liberiste propugnate da Thatcher e Reagan, per i Paesi in via di sviluppo quelle politiche ebbero effetti devastanti.
In occasione della crisi del debito dei Paesi del Terzo Mondo, negli anni '80, vennero loro imposti dal FMI, dalla Banca Mondiale e dal Gatt (poi WTO) programmi di “aggiustamento strutturale” che erano tutti protesi a smantellare ogni tentativo dei governi locali di gestire un proprio sviluppo autonomo. Dovettero soccombere al “libero scambio” ed al “libero mercato, alla concorrenza tra economie “aperte”. Come se ex-colonie ed ex-protettorati potessero competere alla pari con i Paesi ex-coloniali e gli Usa, dal secondo dopoguerra divenuti leader dei Paesi ricchi.
D'altro canto, i Paesi ricchi euro-atlantici hanno sempre badato bene a “dare un calcio alla scala”7 dello sviluppo dall'alto del vertice consolidato a cui erano arrivati.
In ogni caso non mancò, alla bisogna, il ricorso ad altri mezzi più “tradizionali”: colpi di Stato, corruzione dei gruppi dirigenti, signori della guerra prontamente armati...
Per essere chiari: le “loro” attuali cattive esportazioni traggono origine dalle “nostre” cattive esportazioni, non solo del passato ma pure del presente.
Sabino Cassese e Giorgio Napolitano
Dagli anni '90
Cassese riconosce ai governi occidentali la buona intenzione di essere intervenuti in questi Paesi per abbattervi alcuni odiati dittatori, inevitabilmente scoperchiando e rendendo più virulenti i conflitti locali.
Avrebbe dovuto aggiungere ulteriori tratti esplicativi, relativi proprio agli “Stati falliti” nel suo catalogo.
Saddam Hussein fu eliminato grazie ad una guerra d'aggressione degli Stati Uniti8, dopo che l'avevano armato per un sanguinosissimo conflitto (1980-1988) di trincea contro l'Iran khomeinista, e facendo ampio affidamento sugli aspri contrasti presenti sul territorio iracheno, tra curdi ed arabi, a loro volta divisi tra musulmani sunniti e sciiti.
Gheddafi fu defenestrato e giustiziato approfittando di una ribellione interna dai contorni tribali e passatisti (inalberava da Bengasi la bandiera che fu di re Idris), dagli esiti incerti senza i tempestivi bombardamenti di Francia, Gran Bretagna e Usa, ai quali, di malavoglia, si accodò l'Italia per non vedersi sottratti i propri contratti di sfruttamento del petrolio e del gas libici. Ragione essenziale per cui, tuttora, armeggia in rivalità con gli “amici” di Parigi.
Nello Yemen tutto l'occidente euro-atlantico appoggia l'Arabia Saudita (principale acquirente mondiale di armi) che, sempre bombardando, puntella il governo sunnita contro la ribellione sciita interna, sostenuta dall'Iran. Ed è risaputo che il Regno saudita è stato prima culla di al-Queda e poi della sua costola Isis, quando nelle capitali euro-atlantiche si decise che, stante la crisi interna siriana, era giunto il momento di far fuori al-Assad ed il suo regime a base sciita, alleato dell'Iran e della Russia. Allo scopo, contro quel nemico principale, vennero radunati e foraggiati anche tutti i gruppi jihadisti di parte sunnita e d'ispirazione salafita radicale.
Il fatto che queste potenze, protese da sempre a debellare qualsiasi governo nazionalista locale, seppure debolmente e contraddittoriamente autonomo, abbiano lanciato un boomerang che ora ci ritorna addosso, non le ripulisce certo delle loro pesanti “responsabilità morali”.
Soprattutto, permanendo operanti gli interessi da cui furono e sono mosse, non è per niente attendibile fare appello alla loro “responsabilità” per promuoverle ora, con qualche credenziale politica e umanitaria, quali forze costruttrici delle istituzioni e della sovranità statale su quei territori, in nome e per conto di quei popoli.
In sostanza, finito in malo modo il periodo in cui si voleva “esportare la democrazia” nei già catalogati “Stati canaglia”, ora, sotto le bandiere del “cosmopolitismo dei diritti” (che esclude quello prioritario all'autodeterminazione) e della “comunità internazionale”, con presunzione culturale sorretta da paternalismo giuridico-istituzionale bombardante, si nutre la pretesa di ricostruire dall'esterno Stati fatti fallire e, poi, messi sotto procedura fallimentare internazionale.
La “perla” di Cassese
Al rivestimento ideologico della lotta contro le “posizioni neutraliste”- le quali non sono affatto neutrali, bensì contrarie all'interventismo e alla guerra - non poteva mancare il suggello di una revisione della nostra storia risorgimentale. Sempre a convalida dei “buoni propositi” degli attuali state builders globali.
Sicché Napoleone III diventa disinteressato protagonista della nostra unità nazionale, omettendo che gli vennero date, in cambio del suo intervento militare, Nizza e la Savoia, da parte dello Stato piemontese (1860), il quale si pose a capo di un complesso movimento patriottico culminato nella “conquista regia”, ma grazie al concorso decisivo e remissivo delle imprese garibaldine.
Si può, anche solo lontanamente, assimilare l'unificazione politica italiana, certo guidata da un blocco storico che escludeva le masse contadine, alla situazione libica odierna?
Si può, senza il minimo senso di vergogna intellettuale, paragonare Napoleone III ed il nostro ottocento nazionale alla natura dell'intervento esterno euro-occidentale attuale in Libia?
Si può, perché Cassese scorge il “centro motore” di tutto nel ruolo salvifico dell'esecutivo, come se Fayez al-Sarraj fosse Camillo Benso di Cavour! Come se i governi euro-atlantici, e tra loro quello italiano di Matteo Renzi, fossero novelli Napoleone III! (In tal caso, invece di Nizza e della Savoia, cosa pretenderebbero in cambio?)
Potenza degli esecutivi che decidono e fanno la storia, anche degli altri.

1 Sabino Cassese è stato giudice costituzionale. Attualmente è professore emerito della Scuola Normale Superiore di Pisa dove insegna Storia delle Istituzioni Politiche. Insegna anche al Master of Public Affairs di Sciences-Po a Parigi e al Master in International Public Affairs della School of Government della LUISS.
2 Biagio de Giovanni, "Elogio della sovranità politica", Ed. Scientifica, 2015, pagg. 8-9.
3 Traducibile in “costruzione dello Stato”, impresa in cui sono coinvolti da tempo i governi della Nato. A tale proposito vedasi anche:http://www.limesonline.com/lafghanistan-ha-due-alternative-lo-state-building-o-il-caos/66820.
4 Ha-Joon Chang, “Economia”, il Saggiatore, 2015 (2014), pag.88.
5 La tratta riguardò circa 12 milioni di persone. Posto in relazione al totale della popolazione di quel periodo, quel dissanguamento costituì uno dei motivi storici del mancato sviluppo africano.
6 Come viene definito dalla storia economica il periodo intercorrente tra il 1945 ed il 1973.
7 L'immagine è ripresa da Ha-Joon Chang in “Cattivi samaritani”, UBE Paperbook, 2014 (2007), dall'economista tedesco Friedrich List che la usò per criticare la Gran Bretagna liberoscambista, la quale aveva raggiunto la supremazia economica grazie a dazi elevati ed ampio ricorso a sussidi alla imprese. List nel 1841 scrisse: “É un abile stratagemma, molto diffuso: quando uno ha raggiunto l'apice, dà un calcio alla scala che ha usato per arrivare in cima, così che altri non abbiano modo di salire dopo di lui.”
8 Seconda guerra del Golfo (2003), seguita alla prima guerra del Golfo (1990-91).