mercoledì 4 novembre 2015

Traditori e Traditi

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Può la sinistra italiana essere accusata di tradimento? Lo spunto ci viene offerto dal dibattito sul Blog di Alberto Bagnai. Risposte tra morale e politica nei mutamenti sociali.

   Il tradimento è l'atto (il fatto “oggettivo”) del venir meno ad un patto morale, ad un impegno volontariamente preso (“soggettivamente”). Esso viene compiuto dal traditore mascherando le proprie reali intenzioni verso il tradito, portato a fidarsi di lui. Spesso, ma non sempre, la vittima è colta di sorpresa dal tradimento.
  Sicché il tradimento implica diversi ingredienti: il rapporto tra l'atto oggettivo conclamato ed il patto morale soggettivo, la fiducia del tradito nel traditore, il momento specifico in cui il tradimento trova attuazione.
 Fin qui ci soccorre il dizionario.
Polemos
A cavallo degli anni sessanta e settanta il Pci fu accusato di tradire il comunismo. I democratici di sinistra (DS) furono accusati di tradire il dettato pacifista della Costituzione all'art. 11 quando a fine millennio (in rapida sequenza, prima Prodi e poi D'Alema) impegnarono il Paese nella “guerra umanitaria” della Nato in Kosovo.
Attualmente il PD (governo Renzi) è accusato di tradire la propria Carta dei Valori, con riferimento al combinato disposto delle modifiche costituzionali (Senato) e della legge elettorale (Italicum).
Da questo punto di vista, ci troveremmo di fronte, sul piano storico, ad un “tradimento continuato” da parte di personale politico che, mutando nome, tuttavia persevera nella stessa deriva politico-morale attraverso più generazioni.
Tralasciando la questione del comunismo, per restare al punto, ossia al tradimento della sinistra (che dovrebbe avere a cuore la democrazia come suo indispensabile habitat), dei tre ingredienti sopra elencati, mancano sia il “fattore sorpresa” che quello decisivo della “fiducia”.
Come può dirsi sorpresa la vittima, se il voltagabbana non si rivela tale all'improvviso? Come può accadere che l'inganno continui per così lungo tempo (vari decenni) senza che l'ingannato se ne sia potuto rendere conto? In questi casi, per lo meno, il sussulto d'indignazione e l'accusa di tradimento appaiono assai tardivi e “sospetti”.
Inevitabilmente viene chiamato in causa il terzo e più importate “ingrediente”: il rapporto tra il fatto oggettivo e quello soggettivo.
Posta seccamente, come la pone Bagnai, la questione non lascia scampo [vedi riquadro “Tra oggettivo e soggettivo”] e la sentenza di condanna non è scontata solo perché non appare altrettanto scontata la consapevolezza soggettiva, da parte del traditore, di ciò che va combinando.
Saremmo di fronte ad un “tradimento oggettivo”, dalla verifica del quale non si potrà sfuggire, dal momento che, nel loro divenire, i fatti oggettivi, inesorabili, riproporranno al pettine i nodi irrisolti. Come le contraddizioni dell'Eurozona ripropongono puntuali il riesame della scelta della sinistra di aderire alla moneta unica.
Eppure, può chiamarsi tale un tradimento che manca del carico morale soggettivo nell'atto del tradire? Se il traditore non si rende conto di tradire, moralmente sarebbe scusabile, purché riconosca l'errore (fatto diverso dal tradimento) e vi ponga adeguato rimedio.
Labilità dei ceti medi
Forse, gioverebbe comprendere che in qualche modo il tradito non è poi così ingannato dal traditore, giacché l'esperienza gli avrebbe più volte dimostrato quanto mal riposta sia stata la sua fiducia. Dal che si può risalire a diverse concause, nelle quali l'oggettivo ed il soggettivo si intrecciano e non si presentano in forma tanto chiara e distinta.
L'ingannato potrebbe essere stato cointeressato, coinvolto nel gioco. Una sorta di autoinganno per non riconoscere una falsa coscienza di sé. Sul piano sociale attiene all'ipotesi che in molti, nel popolo di sinistra, si siano sentiti parte della cosiddetta middle class, una categoria sociologica del consumo, attenta allo status che oscura quella della proprietà (dei marxiani “mezzi di produzione”). In tal caso quel popolo avrebbe supposto di essere ricco, per via di un fuggevole benessere da potere d'acquisto, restando però di fatto povero, in particolare nel momento in cui si è reso conto di non disporre più, o in misura ridottissima, dell'essenziale: lavoro, pensione, sanità, università, ambiente... E magari ai figli si prospetta un avvenire peggiore del proprio passato.
Alla radice, l'ipotesi contempla una trasformazione della società, avvenuta nei decenni appena trascorsi, mutando l'idea che essa nutre di se stessa: la classe operaia che non si auto-riconosce tale; in una società in apparenza non più divisa in classi, resa a tal punto “fluida” da escludere dalla sua coscienza una sua parte, un crescente numero di poveri ridotti ai margini come “scarti”. Una società in cui tutti sono imprenditori autonomi dal capitale, liberi prestatori d'opera, e persino una nonna italiana può credersi “imprenditrice” se paga una badante immigrata.
Quando la crisi ha rimesso ciascuno coi piedi a terra, è iniziato un salutare disinganno?
Non è automatico. I margini del “benessere” non sono ovunque e comunque totalmente erosi. Alcune generazioni senza la guerra addosso, in un tempo chiamato pace, hanno consentito l'accumulo di tanti risparmi (e la casa di proprietà)... Siamo nel post-industriale, in un Paese in stagnazione, tuttavia parte del club dei più ricchi al mondo...
E se la natura della società è cambiata, non percependosi nemmeno più come “società” ma unicamente come insieme di individui rivali, come può non cambiare “la sinistra in natura”1?
Il consumatore si consuma
Per attenerci all'attualità delle vicende politiche istituzionali e delle rappresentanze elettorali, possiamo scorgere “mutamenti paralleli”.
Da Berlusconi in poi le elezioni sono trattate come un mercato delle illusioni (mercantili). Tramite la pubblicità, soprattutto televisiva, l'elettore diventa un consumatore al quale viene chiesto di comprare una merce astratta (politica) invece di un'altra. Sicché in una perenne campagna elettorale, conta più l'immagine di un prodotto che il suo reale valore d'uso, sempre che il voto non divenga puro valore di scambio. Tuttavia, l'elettore, al pari del consumatore, sa già che di tutto ciò che gli viene promesso in campagna elettorale, come nelle pubblicità, solo una piccola parte verrà mantenuta, quando l'eletto non farà addirittura il contrario di quanto “pattuito” a suo tempo.
Dopodiché il gioco, pur reiterato da uno scafato politico di professione (il giovane Matteo Renzi)2 e dal suo “governo del fare”, si è palesemente logorato. Una democrazia elettorale, nutrita da partiti e liste di solo “apparire”, finisce per alimentare la disaffezione da sé o/e contro-movimenti, di rottura con l'andazzo dominante. E ai falsi mediatici, necessariamente, si accompagna il concreto della stretta anticostituzionale ed antidemocratica, nella logica politica di classe più tradizionale.
In Italia la crescente disaffezione al voto ed il successo di M5S evidenziano un logoramento del gioco elettorale-istituzionale condotto con le modalità dell'immagine, al pari di quanto avviene in Europa, con Syriza (prima che rientrasse nei ranghi), di Podemos, o di Corbyn nel Labour inglese. Stando alle classificazioni canoniche, il fenomeno non riguarda solo la sinistra e il centro-sinistra, ma pure la destra. Il che, esponendoci a rischi di autoritarismo e fascismo, dovrebbe indurci ad indagare meglio la realtà.
Nomi
Insistere sul tradimento della sinistra, pertanto, mi pare un vuoto esercizio, secondo paradigmi politici oramai scompigliati dal divenire pratico.
La sinistra da lunga pezza attua politiche negli interessi delle oligarchie finanziarie, con lievissime differenze non sempre percepibili tra liberal-liberismi e social-liberismi, con l'aggravante che alla sinistra sono permesse, per mancanza di opposizione, nefandezze a suo tempo impedite alla destra.
Il destino del significante “sinistra” segue fatalmente il significato politico dato dal pluridecennale operato dei suoi “interpreti ufficiali”. E la polemica, scontato il passo, giunge fuori tempo massimo.
Come se, a decenni di distanza, passati tra divorzi e matrimoni, con i figli adulti e magari con un nutrito stuolo di nipoti in una famiglia oramai “allargata” più o meno felice, in una fu-coppia un fu-coniuge rinfacciasse all'altro fu, di non aver tenuto fede all'antico patto coniugale. Tutti leggeremmo la vicenda come un ritorno di gelosia (e patetico amore), alla vana ricerca del tempo perduto.
Può succedere, sarebbe senescenza.
Non consegniamoci al passato dei “nomi” per continuare a recriminare. Badiamo alle contraddizioni reali con tutta l'inventiva di movimento e linguaggio. Non rassegnamoci ad un futuro eternamente ripetitivo del passato e delle sue forme.
Voltare pagina non significa dimenticare.

1 L'idea che la “sinistra esiste in natura” e di P. Bersani.
2 Renzi, grazie alle primarie del PD, ha bypassato le elezioni ed è stato nominato premier in quanto segretario di partito.


martedì 3 novembre 2015

L'elicottero di Milton

Helicopter Drop  Lanciare banconote dall'elicottero.
Correva l'anno 2002
«(...), durante una conferenza organizzata per celebrare il novantesimo compleanno di Friedman, Ben Benanke, che al tempo era governatore della Federal Reserve, concluse la sua analisi retrospettiva del libro La storia monetaria degli Stati Uniti con queste parole: “Vorrei dire a Milton e Ana: sulla Grande depressione, avete ragione. La responsabilità è nostra. Siamo profondamente dispiaciuti. Ma grazie a voi, non accadrà più.”»
John Cassidy, Come crollano i mercati, Einaudi, 2011 (2009), pag. 88.

L'elicotterodi Milton

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Incombe la deflazione, le inondazioni di liquidità monetaria non arrivano al “cavallo” che non beve e non corre... Toccasana estremo: l'elicottero di Milton Friedman, evangelista del monetarismo ed ispiratore negli anni ottanta di Thatcher e Reagan, quando furono poste le premesse della crisi attuale.
Sul tema sono comparsi tre articoli sul “Corriere della Sera” di lunedì 26 ottobre 2015.
Dalla prima pagina Lucrezia Reichlin invoca «Un'iniziativa dei governi per stimolare la ripresa», paventando, in caso di insuccesso, «una crisi di legittimità democratica, con istituzioni guidate da manager non eletti protagoniste loro malgrado della politica economica». Loro malgrado?
Se non sono manager son tecnici. Il presidente Napolitano catapultò il podestà straniero (da Varese, via Bruxelles) a capo di un governo di tecnici che fece sfracelli e se ne andò dopo aver dato pessima prova di sé. Ora si scopre, dalle stesse colonne da cui Monti si autopropose, che una simile soluzione equivarrebbe ad “una crisi di legittimità democratica”! Infatti, i manager al governo sono come i generali al governo. Gli uni vi giungono con un colpo di Stato militare, gli altri sono “uomini della Provvidenza” nominati, in casi di emergenza economica, da uomini delle istituzioni in sintonia con le oligarchie finanziarie.
Quanto al quadro emergenziale, Reichlin focalizza tre punti:
  1. «Alto indebitamento, inflazione vicina allo zero e investimenti anemici sono un cocktail preoccupante.»
  2. «Nonostante la retorica che esclude le svalutazioni competitive, la discussione sui tassi di cambio è divenuta sempre più esplicita tra i banchieri centrali. (…) In un mondo con circolazione libera dei capitali e tassi di cambio flessibili nessuna banca nazionale può agire in modo indipendente.» (L'eufemismo della “discussione esplicita” cela una furente guerra valutaria e commerciale, in cui ciascuno svaluta per favorire le proprie esportazioni.)
  3. Eurozona. «Se Draghi dovesse essere costretto a continuare acquisti massicci di titoli di Stato diventerebbe inevitabile cambiare le proporzioni nazionali degli acquisti che ora dipendono del Prodotto interno lordo del Paese e non dall'ammontare del debito pubblico.» Ovvero «la Bce sarà costretta ad acquistare in percentuale maggiore titoli di Stato di quei Paesi dove il mercato del debito pubblico è più grande, in particolare l'Italia.» Ciò porterebbe a delle divisioni. (Leggi: Angela non sarebbe affatto d'accordo!)
Poiché il Quantitative easing di Mario Draghi non sta risolvendo alcun problema, avremo, secondo la Reichlin, una escalation delle azioni straordinarie delle banche centrali, a cui deve corrispondere da subito un'azione decisa dei governi. Quale?
Sulla stessa preoccupata falsariga scrivono, nell'inserto di Economia, Danilo Taino e Marcello Minenna. Quest'ultimo registra il mancato passaggio della liquidità emessa dalla Bce alla cosiddetta “economia reale”, sicché il “cavallo” non beve. Le banche fanno da tappo, perché paralizzate dalla marea di crediti inesigibili (in Italia per circa 350 miliardi), dovendo rispettare i vincoli di solidità patrimoniale imposti, a livello internazionale, dalle nuove regole stabilite dopo il crack del 2008. Conclude: «Per far ripartire la domanda aggregata i soldi devono arrivare a consumi e investimenti.» Come? Magari bypassando le banche e lanciando “banconote dagli elicotteri”. Conclusione a cui arriva anche Taino, ma riferendosi direttamente a Milton Friedman, l'evangelista del monetarismo: «È il cosiddetto Helicopter Drop, denaro gettato sull'economia. Non siamo a quel punto, così come non siamo in deflazione. È bene però sapere che una soluzione monetarista estrema potrebbe esserci.»

Ma non fu il monetarismo a gettarci nella situazione in cui, nostro malgrado, siamo?

Il TTIP sorge ad Oriente

Il TTIP sorge ad Oriente
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Il Trattato Transpacifico TTP, fratello del Transatlantico TTIP, ne ha anticipato la “sostanza”. Tra i due oceani gli Usa tentano di rimettersi al centro e al vertice del mondo. Libero scambio e produzioni belliche. Come si esce dalla stagnazione secolare. La risposta dei movimenti.
  • Berlino, 10 ottobre 2015
    Un fiume di manifestanti (100 o 250mila)
    contro il TTIP
    A Miami, il 19 ottobre, è iniziata una nuova tornata delle trattative tra Unione europea e Stati Uniti per definire il Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP), un accordo di libero scambio chiamato anche Grande Mercato Transatlantico. L'Europarlamento ha approvato delle raccomandazioni d'indirizzo, con qualche “paletto invalicabile”. Quando si arriverà al documento finale, i rispettivi parlamenti dovranno accettarlo o respingerlo in toto.
  • Contro il TTIP si è manifestato un ampio movimento in tutta Europa, con significative differenze di partecipazione da Paese a Paese. Forte è l'avversione alle basi stesse del patto.
  • Nel frattempo, il 5 ottobre, si sono conclusi i lavori del Trans-Pacific Partnership (TPP), il fratello orientale del TTIP, di cui sono protagonisti Stati Uniti e Giappone. Esso anticipa le reali implicazioni politiche, economiche e militari di quello occidentale.
Inclusi ed esclusi
Del TPP1 non si conosce ancora il testo conclusivo. L’accordo è stato raggiunto fra i rappresentanti di Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Vietnam e Stati Uniti. Non vi fanno parte: le due Coree, le Filippine, la Cambogia, l'Indonesia e soprattutto la Cina. Anche l'India è fuori: non è un Paese del Pacifico.
In Europa dal TTIP la grande esclusa è la Russia. Pertanto, le esclusioni possono essere lette come frontiere poste verso Nord-Est, sia dal versante europeo che da quello asiatico, da un protagonista unico di ambedue i trattati: gli Stati Uniti.
Shinzo Abe, primo ministro giapponese, ed il presidente statunitense Obama hanno cambiato radicalmente atteggiamento verso le finora lodate riforme economiche della Cina e le opportunità offerte dall'apertura del suo mercato. Fino a qualche anno fa la svolta cinese era esaltata come una vittoria epocale del capitalismo e della civiltà. All'euforia è subentrato il timore che il proprio capitalismo (nord-americano e giapponese) non sia surclassato da quello altrui (cinese). E, più in generale, che il mondo diventi multipolare, con un ruolo rilevante degli emergenti a detrimento della supremazia di Usa, Giappone ed Unione europea.
Sicché, dietro la stanca retorica della globalizzazione, la cui fase di espansione è data per finita, si pratica l'egemonia di potenza, con quel che ne consegue. Se non siamo di fronte ad una riedizione della vecchia politica “di contenimento” nord-americana, poco ci manca. Di certo le esclusioni fanno parte di un disegno globale di Washington.
Sembrava che i vecchi muri fossero caduti. Sia la Russia che la Cina avevano aderito al capitalismo e alla globalizzazione. Perché, allora, vengono tenute fuori dai due trattati? Non per via del comunismo.
Notoriamente la ripresa della “guerra fredda” verso la Russia ha già comportato conseguenze pesanti in Ucraina e in Siria. È lecito chiedersi se l'intendimento statunitense non sia di trascinare a una simile deriva anche la Cina.
Escludere un Paese, costringerlo nel ruolo di avversario, alla bisogna tramutabile in nemico, definisce un campo di alleanze politiche che si estende dall'economico al militare (o, in Europa, dal militare Nato all'economico). Serve a contenere chi è “fuori” ma anche chi è “dentro”. Al partner debole e “minacciato” si offre la “benevola protezione” dell'amico più forte ed armato. In questo modo i conflitti commerciali, valutari, economico-finanziari rientrano, o vengono ricondotti, nelle alleanze politico-militari degli Stati. Con queste premesse, tuttavia, si mettono in moto tutti i meccanismi che possono sfociare nelle guerre aperte.
Inoltre, è pur vero che «Più in generale, sia il Ttip che il Tpp mirano a contenere il tentativo dei Brics di creare un blocco economico alternativo a quello occidentale.»2 Ma, in effetti, i neutrali, se desiderosi di non essere coinvolti nelle contese, vengono spinti a scegliere, a schierarsi, magari a dividersi. In questo caso sono i BRICS3, i Paesi emergenti, ai quali appartengono i due grandi esclusi dai due Trattati, a venire presi di mezzo.
Globalizzazione senza adrenalina
Al Fondo Monetario Internazionale (Fmi) c'era un moderato ottimismo che alimentava analisi e proiezioni dei vari think tanks locali, anche governativi, come l'ICE [vedi grafico].
Fonte ultima: "L'Italia nell'economia internazionale" Rapporto ICE 2014.2015
Riferisce ilSole-24ore del 28 settembre: «Una crescita del 3,3% per quest'anno non è più realistica. E neppure del 3,8% per l'anno prossimo. Resteremo sopra il 3%, comunque», secondo Christine Lagarde. E aggiunge: «Il 3% viene considerato dagli economisti la soglia al di sotto della quale l'economia mondiale è in recessione.» Nel contempo l’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), ha rivisto al ribasso le stime sugli scambi per l’anno in corso 2015: invece del 3,3% la crescita sarà del 2,8%, la più bassa sin dal 1982.
Secondo i libero-scambisti, tra cui Fabio Scacciavillani,4 il TPP è un'iniezione di adrenalina ed apre la strada ad un nuovo periodo di espansione. Abbatte inefficienze e soffoca privilegi, nella misura in cui elimina dazi e protezioni lobbistiche, introduce standard comuni per l'ambiente, i diritti intellettuali e dei lavoratori.
Non è qui il momento per ribattere nei particolari, sebbene non si scorgano segni di deterioramento protezionistico.5
Vale constatare, in generale, che nei decenni trascorsi la globalizzazione liberista ad alta densità finanziaria ha generato una crisi epocale, mentre i privilegi sono esplosi, i diritti dei lavoratori sono stati calpestati e le inefficienze, commisurate ai costi sociali ed ambientali su scala globale, hanno assunto dimensioni disastrose.
Interessa piuttosto mettere in evidenza che le economie avanzate (ex economie industriali avanzate) si reggono oramai prevalentemente sui servizi che rappresentano più di due terzi del loro Pil. Al contrario la quota dei servizi nel commercio mondiale si attesta attorno al 20%, mentre il restante 80% è dovuto agli scambi di manufatti e materie prime che coprono “solo” il 16% del Pil mondiale.6
Questo è il punto vero, se si vuole ristabilire la supremazia dei Paesi post-industriali, occorre liberalizzare i settori in cui sono più forti: finanza ed assicurazioni, ma anche sanità, trasporti, servizi legali, software, telecomunicazioni, commercio on-line. Aggiungerei, giusto per non tralasciare l'espansione illimitata del business, anche le acque, ça va sans dire da privatizzare.
Tutto fila secondo un semplice ragionamento: ciò che fa bene a noi (a tutti noi?), fa bene al mondo intero (alla maggioranza dei popoli del mondo?).
Metafisica liberista
Senonché le enormi emissioni quantitative di moneta da parte delle banche centrali7 non sono state e non sono delle misure di semplice rivitalizzazione delle economie, a dispetto delle quali il Pil mondiale crolla. Esse si iscrivono nella lotta ingaggiata sul piano valutario per sostenere, deprimendo i propri tassi di cambio, le rispettive posizioni nelle guerre commerciali in pieno svolgimento.
Questa è la realtà. Prova ne sia che la locomotiva tedesca, anche per lo scandalo Volkswagen partecipe delle contese esportative, si è inceppata in una «guerra di valute che non conosce sosta».8 Peraltro, non può sfuggire la stretta relazione tra surplus commerciale tedesco e crescita dei consumi cinesi, per cui venendo meno questi ultimi, anche il modello tedesco orientato all'export ne risente grandemente. Destini incrociati: colpendo gli uni si mettono i bastoni tra le ruote all'altro.
Alle guerre valutarie e commerciali, che investono petrolio e materie prime, si associano quelle militari.9 Checché ne dicano i cantori del libero-scambio, l'esclusione della Cina dal TPP, accompagnata dal riarmo giapponese, assume un ben preciso significato nella lotta per l'egemonia mondiale, affatto pacifico e libero da vincoli statali.
Per comprendere il reale portato dei Trattati commerciali in itinere si ricorre sempre più alla politica, alla geografia e alla geopolitica.
Gioverebbe non trascurare la storia.
Giusto per fare un esempio storico: Bretton Woods. Ha scritto Benn Steil: «Negli anni trenta e quaranta gli Stati Uniti contrastavano le pressioni del mercato sul dollaro attraverso i cambi fissi, mentre oggi cercano di compensare le pressioni di segno opposto sulla loro moneta facendo fluttuare i cambi. Gli Usa non erano coinvolti negli “squilibri globali” quando, negli anni quaranta erano un paese fornitore, ma lo sono molto ora, come paese cronicamente in disavanzo. Il denominatore comune dei due periodi è un dollaro debole per aiutare gli esportatori americani e proteggere i produttori dalla concorrenza di altri paesi.»10
L'odierno attaccamento tedesco all'euro, un sistema di cambi fissi intra-europeo, ha bisogno di ulteriori spiegazioni?
Manifestazione pacifista in Giappone
L'economia di Shinzo Abe

Il primo ministro giapponese è noto per la Abenomics, ossia per il Quantitative easing della Banca centrale nipponica, in concorrenza-rivalità con le emissioni quantitative di moneta delle altre banche centrali dei Paesi ricchi.
Meno nota è la sua propensione al riarmo.
In pieno accordo con gli Stati Uniti, nel 2015 la spesa militare del Giappone è salita a 36 miliardi di euro, la più alta dalla fine della guerra mondiale. Tokyo prevede un budget per le spese militari di circa 25 trilioni di Yen, (circa 250 miliardi di Dollari), nel periodo 2014-2019.11
Parallelamente, il governo nipponico reinterpreta la costituzione all’articolo 9, che afferma la “rinuncia perpetua alla guerra come mezzo di risoluzione delle dispute internazionali” (in Italia l'art. 11 afferma lo stesso principio: è il forzato pacifismo postbellico degli sconfitti) e proclama l'adozione di un nuovo “pacifismo attivo”. Per non lasciare nulla al caso, annuncia di volere ridurre il quorum necessario alle modifiche costituzionali (art. 96) dai due terzi attuali al 50% dei voti.
Washington ha lavorato, da un lato, per il libero scambio e l'apertura concorrenziale dei mercati con le esclusioni di Russia e Cina, e, dall'altro, affinché il Giappone assumesse un ruolo militare primario in estremo Oriente. In Europa è la Nato a svolgere il ruolo, senza che sia necessario armare la Germania.
Liberismo militare
Poiché negli ultimi decenni il centro mondiale dell'espansione capitalistica si è spostato ad Est, qual è il significato dell'imperativo ricorrente negli States: “Anyone but not China”12?
Nell'esclusione si può intravvedere una scelta economica e, al tempo stesso, politica e militare, approfittando dei una fase di passaggio della Cina [Vedi riquadro “TPP: il triangolo noo...”].
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TPP: il triangolo noo...
«Per capire quanto sia stato usato il negoziato per escludere la Cina si può ricordare quanto si sia rovesciata su se stessa la politica del primo ministro giapponese Shinzo Abe nei confronti di Pechino. E, in maniera anche più decisa, quella dell'Amministrazione Obama, passata dal tradizionale favore verso l'intero corso pluridecennale delle riforme economiche cinesi alla presa di distanza delle stesse, viste ora caso per caso, come favorevoli o dannose per la potenza degli Stati Uniti. (...)
«Americani e giapponesi, anticipando una durata non piccola del tempo di cambiamento, scommettendo dunque sulla fase di attesa, cercando di guadagnare posizioni nei confronti dei cinesi accumulando vantaggi, come quelli consentiti dalla nuova configurazione data dal Trattato appena approvato agli scambi entro l'area demarcata dal nuovo accordo. Escludendo la Cina anticipano quello che avverrà nel futuro prossimo, ovvero la volontà di Pechino di fondare la prossima fase di crescita sulla domanda interna, portata avanti dal processo di redistribuzione verso i lavoratori.
Americani e giapponesi ritengono inoltre di poter fare a meno, almeno in parte, della domanda cinese per i propri beni di consumo e di investimento. (…)
Si potrebbe però vedere un ulteriore significato nell'atteggiamento di americani e giapponesi: mettere in rilievo la minaccia cinese per giustificare la costruzione di un super-avanzato settore della difesa in Giappone e negli Stati Uniti, a sostituire in parte il ruolo tradizionalmente svolto dai consumi e dagli investimenti fissi.
La crescita del commercio internazionale è ormai da qualche anno inferiore ai tassi di sviluppo del prodotto lordo globale. Si pensa che comunque ormai la fase di veloce globalizzazione si sia conclusa e leader come Shinzo Abe avviano ormai anche in Giappone la sostituzione del settore del commercio con quello dell'industria degli armamenti [grassetto mio], facendo notare l'appropriatezza della fase storica, quando un paese come il Giappone deve temere una politica di potenza attiva da parte della Cina.
Nello stesso modo è probabile che in un veloce riarmo cinese la leadership di Pechino possa anch'essa trovare una risposta alla caduta del tasso di sviluppo, sceso a tassi ormai ridotti al confronto di quelli dei decenni precedenti.
Allora tutto bene? (…) Può essere che la nuova autostrada non presenti ostacoli ma potrebbe accadere il contrario. Tenendo a mente che se il prezzo da pagare per il nuovo equilibrio è una nuova corsa agli armamenti, potrebbe alla fine rivelarsi troppo alto.»
Marcello De Cecco
Estratti da “L'asse del Pacifico senza la Cina – Usa, Giappone, Cina: il triangolo non c'è”, la Repubblica Affari&Finanza, 12/10/2015.
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Nel lasso di tempo che Pechino impiegherà a reindirizzare il proprio sviluppo verso il mercato e la domanda interni, la risposta alla crisi di sbocco del capitalismo avanzato del tandem Usa-Giappone, sembra puntare sull'industria degli armamenti per sostituire almeno in parte “consumi ed investimenti fissi”.
Trascinata nella contesa anche grazie al TPP, la Cina sarebbe spinta a sua volta ad optare per una corsa al riarmo (non mancano propensioni in tale direzione nella leadership cinese13), rimandando sine die la redistribuzione verso i lavoratori ed il conseguente allargamento dei consumi interni. Ovvero a preferire i cannoni al burro.
Pertanto, Washington e Tokio conseguirebbero molteplici obiettivi: uscire dalla crisi e dalla “stagnazione secolare”; rinsaldare la propria alleanza egemonica nel Pacifico, riarmando il Giappone e ponendolo a presidio dell'area; sub-ordinare i Paesi amici; costringere il governo cinese a disattendere le promesse della “società armoniosa”, già oggi scossa da una diffusa conflittualità sociale.
Sicché il liberismo uscirebbe dalla propria crisi, rilanciandosi nel liberoscambismo transoceanico e finalizzando le commesse di Stato (alle cui risorse non rinuncia mai, in barba ai propri declamati principi) agli investimenti bellici high technology, ad alta tecnologia.
Non è una novità: negli anni ottanta del novecento questa strategia fu adottata con successo da Reagan, campione di liberismo, che, contando su una reazione pavloviana dell'Urss, dominata dalle aspirazioni egemoniche mondiali della sua dirigenza e dalla sua prevalente industria pesante, fu indotta a preferire al burro i cannoni.
Contesti mutati
Ma le reazioni cinesi non sono affatto scontate, né lo sono le chances degli Usa di poter reggere il gioco a lungo e in modo compatto. La Cool War14, la “guerra fresca” appare come un equilibrio solo teorico tra convivenza e scontro, un desiderata, al termine della quale la supremazia mondiale della superpotenza unica verrebbe riconfermata.
Intanto, l'interdipendenza tra le due economie, le più importanti sul piano globale, è assai forte.
Alla base dello sviluppo convesso, rivolto alle esportazioni, ci fu uno sviluppo concavo, capace cioè di attrarre investimenti e di cointeressare ingenti capitali stranieri, anche statunitensi, nell'andamento dell'economia cinese. Annota Rampini: «L'establishment economico-finanziario degli Stati Uniti ha sempre avuto una visione più positiva della Cina rispetto al Pentagono e al Dipartimento di Stato.»15 La Cina ha in portafoglio la cifra record di circa 1.300 miliardi di dollari di debito americano.
Muovendosi per tempo, il governo cinese ha preso le sue contromisure, come il Corridoio economico Cina-Pakistan (Cpec), l'estensione delle relazioni di scambio bilaterali, il fondo di sviluppo Asian infrastructure investiment bank (Aiib) con sede a Shanghai (57 Paesi aderenti). Rinnovata è l'attenzione verso l'Europa, rafforzata dall'adesione dei più importanti Paesi europei alla Aiib.
Inoltre, la Cina ha mostrato a più riprese di volere e saper sfuggire alla logica del confronto-scontro, seguendo una linea defilata nelle relazioni internazionali, non per questo meno “insidiosa” per la supremazia occidentale.
Due movimenti?
Sinora la critica del movimento europeo al Grande Mercato Transatlantico è stato incentrata sui contenuti (il peggioramento degli standard di consumo e servizi) e sugli istituti di “arbitraggio”, chiamati a farne rispettare le regole, peraltro in via di definizione. Nonché, più radicalmente, sui presupposti libero-scambisti e liberisti e sul metodo con cui i negoziati vengono condotti, a porte semi-chiuse.
I negoziati, per parte europea, sono condotti sotto la responsabilità di un tecno-burocrate di Bruxelles, Mr. Ignacio Garcia Bercero, e di Cecilia Malmström commissaria per il commercio, la quale ha dichiarato: «Io non prendo il mio mandato dal popolo europeo», per dire che prende ordini solo dai governi. Dato lo stuolo di lobbisti affaccendati attorno ai negoziati, è dubbio che anche alle multinazionali sia proibito di mettere il becco.
Infine, richiamo l'attenzione su uno “strano” fenomeno: il movimento contro il TTIP registra una partecipazione ed una sensibilità diversa nei Paesi europei16, assai marcata al Centro e via via più debole nelle Periferie. E proprio nei mesi in cui, con forza inversamente proporzionale, più spiccata nelle Periferie rispetto al Centro, si è manifestata l'opposizione all'austerità dell'Europa di Bruxelles.
Quasi due movimenti.
Eppure, a ben vedere e con le ovvie differenze tra i due ambiti, le ragioni di fondo sono le stesse: per il welfare ed i diritti sociali, in difesa dell'ambiente e della salute, contro l'austerità; contro le oligarchie e il liberismo, per la democrazia e la sovranità popolare.
Berlino, 10 ottobre 2015
La bomba TTIP è collocata nella sede del Parlamento
Certo, un conto è dover subire immediatamente sulla propria pelle le imposizioni dei creditori, un altro paventare l'impatto di un trattato ancora imprecisato e futuro.

Vi si può scorgere pure la difficoltà di comprendere problemi complessi ed apparentemente lontani. D'altro canto, l'opacità delle trattative è pensata per far passare tutto alla chetichella, “come se nulla fosse”, tra tecnicismi decifrabili solo dai soliti “esperti”.
Per superare tali difficoltà, riappropriarsi dell'informazione e del dibattito politico serve la Rete, mezzo al quale è più agevole ricorrere in Germania, Francia o Inghilterra. Anche le modalità dell'inaspettata ascesa di Corbyn nel Labour inglese stanno a dimostrarlo.
Due cose appaiono certe:
  1. il TPP ha già anticipato il senso politico e annunciato la “sostanza” del TTIP prossimo venturo; dall'Oriente all'Occidente, in legame di interessi;
  2. il TTIP non farà che peggiorare le condizioni dei popoli dell'Eurozona ancor più nelle sue Periferie, in Grecia, Spagna ed Italia.
E tra i due movimenti si dovrà trovare la via del dialogo e della compenetrazione, se si vorranno fare significativi passi avanti nella direzione auspicata da entrambi.

1 Viene usato anche l'acronimo TTP.
2 Walden Bello, “Ttip e Tpp sono soprattutto strumenti geopolitici”, http://www.sbilanciamoci.info, 17/10/2014.
3 Acronimo per: Brasile, Russia, India, Cina, SudAfrica.
4 Fabio Scacciavillani, Gli opposti estremismi contro il Ttp tra America e Asia, Il Fatto Economico, 21/10/2015, pag. 17.
5 Uri Dadush, Perché il commercio mondiale è in crisi, L'Espresso, 2/09/2015: «Vari esperti hanno verificato gli indicatori di un possibile nuovo protezionismo, e tra questi i dati e le statistiche del segretariato dell’Organizzazione del commercio mondiale, della Banca mondiale e dell’ong Global Trade Alert. Non hanno trovato prove di un deterioramento generalizzato.»
6 Fabio Scacciavillani, ibidem.
7 Il Quantitative easing della Fed americana, della Banca Centrale Europea (in corso) e della Banca Centrale del Giappone(BOJ) detta “Abenomics”.
8 Marcello Minenna, Corriere Economia, 19 ottobre 2015, pag. 11.
9 Vedi anche in questo Blog: “Petrolio & Bombe”.
10 Benn Steil, La battaglia di Bretton Woods, Donzelli, 2015 (2013), pag. 136.
11 http://www.geopolitica.info/riarmo-del-giappone/
12 Traducibile in: Chiunque ma non la Cina.
13 Nel 2014 il bilancio militare cinese è salito a 132 miliardi di dollari (+ 12% rispetto al 2013).
14 Noah Feldman, Cool War, il Saggiatore, 2014 (2013).
15 Federico Rampini, L'ossessione americana per i sussulti dell'Oriente, La Repubblica Affari&Finanza, 19 ottobre 2015, pag. 13.
16 A. Canonne e J. Tyszler, Gli europei sfidano il libero scambio, Le Monde diplomatique – il Manifesto, ottobre 2015, pag. 15.