mercoledì 30 gennaio 2019

TAV: il dubbio di Landini

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Sul Treno ad Alta Velocità Torino-Lione è anni che si discute, persino se nominarlo al maschile o al femminile. La Grande Opera è stata analizzata, sviscerata in tutti i suoi aspetti. E ciascuna forza politica ed economica, sindacale e della società civile, ha fatto le proprie scelte: chi contro e chi a favore.
Sicché, dopo tanto dibattere, si sono formati degli schieramenti politici che ora si fronteggiano, ingaggiando battaglia. Raffigurano plasticamente lo scontro in atto nel Belpaese.
In questione non è più una singola opera, per quanto grande possa essere, bensì uno svolgimento del presente che si proietta nella visione del futuro che vogliamo. Due vie si oppongono.
Da un lato, si insiste su un modello che promette immediato sviluppo conteggiato in PIL e già pronte occasioni di lavoro, collegamenti aperti per non condannarci all'isolamento dall'Europa e non retrocedere sulla strada del progresso.
Dall'altra, si propone uno sviluppo basato sul rispetto del territorio e di chi lo abita, che privilegi le mille più urgenti necessità generate da decenni di incuria e degrado: dai trasporti per i pendolari ai ponti fatiscenti, dal dissesto idro-geologico al consumo di suolo, dall'urbanizzazione selvaggia al rischio sismico... Un elenco purtroppo ricorrente che, per non tradursi ancora una volta in sacrificio di vite umane, ha bisogno di tante e disseminate piccole opere locali, di cure manutentive ininterrotte ed attuate, però, all'interno di una risistemazione organica del territorio nazionale, sotto una pubblica regia.
Non si tratta tanto di dare la precedenza in base all'urgenza ed alla disponibilità di spesa a breve, quanto dell'indirizzo politico da intraprendere per un percorso più lungo.
Benché la maggior parte delle forze pro-TAV si dicano preoccupate del debito pubblico, l'impatto di spesa è assai elevato e concentrato, destinato a finanziare gli affidamenti a grandi imprese. L'opzione che privilegia1 l'insieme di piccole opere e la manutenzione, invece, oltre a mettere in campo un forte coordinamento pubblico, centrale e locale, alimenta un'economia di piccole-medie imprese e di lavoro più stabile, protratto nel tempo. Ragione, quest'ultima, che allarma chi vorrebbe una spesa una tantum e lavoro immediato ma pur sempre a scadenza.
Attorno al Sì-TAV si sono raggruppati Confindustria, i sindacati tradizionali, la grande stampa quotidiana, l'arco partitico della seconda Repubblica: da Forza Italia al PD.
Le manifestazioni delle madamine torinesi ha solo permesso a queste forze di presentarsi in piazza sotto mentite spoglie, nel tentativo di dar vita ad un contro-movimento privo di qualsivoglia autonomia.
Anche la Lega di Salvini al governo, come sulle trivelle in mare, mostra di voler rappresentare più gli interessi delle lobbies affaristiche petrolio-cemento, che quelle dei territori e delle persone che sopra ci vivono. Si potrebbe dire, parafrasando il suo discutibile slogan: prima gli italiani, purché (im)prenditori di grandi finanziamenti di Stato! In definitiva, nulla di nuovo rispetto alle politiche che hanno fatto la fortuna di (im)prenditori in stile Benetton.
Tra le forze del No-TAV, oltre al Movimento “sorgente” della Val di Susa, il Movimento 5 Stelle, la sinistra non coinvolta direttamente nelle passate scelte di governo, e la Fiom.
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Maurizio Landini sul TAV:
«Io ho i dubbi e le perplessità che ho sempre avuto, ma va tenuto conto di cosa pensa la maggioranza della Cgil.»
Senonché, fresco neo-segretario della Cgil, Maurizio Landini, interrogato sul TAV da Lucia Annunziata nella trasmissione Rai3 “Mezzora” del 27 gennaio, dichiara dubbi e perplessità, tuttavia piegandosi alla maggioranza in Cgil. Quest'ultima - è noto - sostiene che “i cantieri bloccati vanno riaperti”, come se si trattasse di salvaguardare l'occupazione contro chi la vorrebbe affossare.
Un'ottica che, sia detto per inciso, ha portato i sindacati tradizionali ad un ruolo di sostanziale condivisione del modello di sviluppo fino ad oggi prevalente. Poi ci si lamenta della decadenza di ruolo dei cosiddetti “corpi intermedi”...
In passato Landini aveva espresso un secco No al TAV ed alla grandi opere,2 sicché da parte sua recedere in perplessi dubbi non è semplicemente un “doveroso attenersi” alla democrazia interna alla Cgil: è un abbandono.
L'insorgere del dubbio rispetto al TAV fu un “alzare la testa”, da cui nacque il Movimento in Val di Susa:
«Ma d'ogni dubbio il più bello
è quando coloro che sono
senza fede, senza forza, levano il capo e
alla forza dei loro oppressori
non credono più!»
Al contrario, ricadere nel dubbio oggi ricorda un ammonimento contenuto in un passo successivo della stessa poesia di Bertold Brecht, “Lode del Dubbio”:
«Certo, se il dubbio lodate
non lodate però
quel dubbio che è disperazione!
Che giova poter dubitare, a colui
che non riesce a decidersi!
Può sbagliare ad agire
chi di motivi troppo scarsi si contenta!
Ma inattivo rimane nel pericolo
chi di troppi ha bisogno.»
Note
1 Il che non esclude qualche eventuale grande opera, attuata secondo una strategia coerente con le piccole opere.
2 https://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/11/susanna-camusso-apre-alla-nostra-posizione-favorevole-agli-investimenti/196597/

venerdì 18 gennaio 2019

L'autocritica di un liberale tardivo

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Nel generale arroccamento del vecchio regime, Massimo D'Alema, approdato al social-liberalismo da uomo politico già affermato, chiama la sinistra ad una ripensamento sulla “lunga fase”.
Le élites politiche ed intellettuali che hanno pensato e voluto la rivoluzione liberale e la globalizzazione liberista, indirizzando le politiche nazionali e configurando l'attuale Unione europea, poste di fronte ai loro fallimenti si arroccano e mostrano di non disdegnare intrighi e maniere forti.
Addossano ogni colpa al “male morale” che pervade le menti, rappresentato da nazionalismi, sovranismi e populismi. Incapaci di guardare autocriticamente al proprio operato e, più propriamente, al liberalismo reale, paventano il peggio: “après nous, le déluge!”, dopo di noi, il diluvio.
Tuttalpiù, come i liberali di PiùEuropa di Emma Bonino all'indomani della sconfitta elettorale del 4 marzo 2018, annunciano di voler fare «tesoro delle esperienze», senza rivedere gli obiettivi, ovviamente.
Mentre Jean-Claude Juncker piange sull'austerità imposta alla Grecia, oltralpe la protesta dei gilets jaunes fa recedere il presidente Macron da misure adottate in perfetta continuità con le passate politiche, invise alla maggioranza dei francesi. Destino beffardo per il capo di “En marche!”, costretto a rinculare in retromarcia da un movimento popolare, multistrato sul piano sociale, che si accomuna su internet nella ribellione politica e genera una mobilitazione di massa, fisica e diretta, in tutto il Paese.
Surclassati dalla in-formazione in rete, i media tradizionali si sentono impotenti ed obsoleti, e, invece di rassegnarsi alle inevitabili conseguenze del “progresso tecnologico” (come raccomandavano di fare ai lavoratori “in esubero”), militano nel partito del “cambia-niente”. I loro editori, tutt'altro che “puri”, non hanno nemmeno bisogno di richiamarli agli ordini di scuderia.
Non c'è grande testata giornalistica, di stampa e televisiva, che non ci prospetti le peggiori nequizie, puntualmente causate dal governo Conte, al quale imputano le conseguenze delle scelte stesse dei (loro) governi precedenti. Tra queste pure le tendenze recessive in gran parte della zona euro!
In mezzo a tanta pervicace e cieca arroganza, tuttavia, qualche voce comincia a dissociarsi.
È il caso di Massimo D'Alema, al quale, avendo aderito al social-liberalismo quando era uno dei leader emergente del Pci, politicamente maturo, forse è più facile qualche riflessione autocritica, sebbene condita di scusanti dovute all'imperio dei cattivi tempi con cui dovette misurarsi la sua sinistra.
Erano tempi in cui si glorificava la vittoria definitiva della democrazia dell'Occidente ricco, la rivoluzione liberale europea, le magnifiche sorti progressive dell'Europa allargata ad Est. Come se la storia si fosse completata e finalmente conclusa.
Dopo aver sperimentato di cosa è capace il capitalismo lasciato libero di esprimere tutto se stesso, all'euforia è subentrato il disinganno ed un moto contrario si è fatto prorompente in tutto il vecchio continente.
Comprendere il passaggio nel quale ci ritroviamo, per le insidie che nasconde e le opportunità che offre, significa prendersi cura della società, della democrazia e, non ultimo, della pace, in un divenire multilaterale del mondo, situato sui bordi della globalizzazione liberista ai suoi esiti finali.
Nulla è scontato: la storia non è la pellicola di un film che si lascia riavvolgere.
Guai a fare quadrato
In un suo contributo dello scorso ottobre,1 avviato l'iter congressuale del PD e vedendo finalmente schiudersi uno spazio per una riflessione sulla sconfitta elettorale e sulla perdita di consenso popolare della sinistra, Massimo D'Alema afferma:
Massino D'Alema
«Sarebbe certamente un errore limitare la riflessione critica a questi anni: c'è, lo ripeto, una lunga fase su cui tornare a riflettere con serietà.»
Parole sante. Senonché il riesame della “lunga fase” appare alquanto debole, mentre, di contro, il punto forte è rappresentato dalla svolta politica nazionale che sottende.
Per l'ex lider maximo l'idea «di fare quadrato con l'establishment europeo in difesa dello status quo contro la "barbarie sovranista" sarebbe suicida», mentre viceversa occorre «una strategia dell'attenzione, quando non sia possibile una collaborazione, nei confronti di tutti quei movimenti anti-establishment che non siano riconducibili alla destra razzista e nazionalista».
In particolare, ad ottenere attenzione dovrebbero essere: Syriza in Grecia, Podemos in Spagna, France Insoumise di Mélenchon, i Verdi tedeschi2 e, seppure con minore feeling, il M5S italiano. Sicché, se fu un grave errore non andare ad una verifica programmatica con i 5 Stelle, quando Di Maio, prima di rivolgersi alla Lega di Salvini, offrì questa opportunità al PD, la prospettiva implicita è quella, in un futuro prossimo, di concedere loro una sponda a sinistra, seppure condizionata e condizionante.
Questa strategia andrebbe a sventare la minaccia incombente, favorita dalle chiusure dal PD di Renzi, del ritorno di una Lega, confermata nelle proprie propensioni più negative, in seno alla coalizione con FI e Fd'I, che schiuderebbe le porte ad una nuova maggioranza e ad un governo di centrodestra.
Per inciso, l'analisi di D'Alema pecca di una certa sottovalutazione dell'impatto che avrebbe sulla base leghista,3 la rimessa in pista dello squalificato Berlusconi, nel frattempo accovacciato proprio nel vecchio establishment europeo, in seno al partito popolare europeo a guida tedesca. È così certo che l'elettorato di Salvini, in parte attratto dall'opposizione al TAV in val di Susa, alle trivelle in mare dei petrolieri e agli inceneritori dei prenditori-affaristi (il partito del PIL), lo seguirebbe tra le schiere del “cambia-niente”?
Pensiero debole
Qui l'acuto D'Alema sconta una prima debolezza della sua revisione storica, nella quale dimentica l'origine dello sfaldamento del consenso alla sinistra istituzionale, dovuta alla scellerata politica di austerità ante litteram perseguita dal “consociativismo” nella seconda metà degli anni settanta.4
Per alcuni lustri la Lega di Bossi poté erigersi a paladina della difesa delle pensioni ed installarsi tra i lavoratori settentrionali dell'industria abbandonati da Cgil, Cisl e Uil. Ed anche quella di Salvini, risorta dalle ceneri della seconda Repubblica grazie alla “svolta nazionale”, ha potuto affermarsi in opposizione alla legge Fornero, votata dalla maggior parte della sinistra, in appoggio al governo di Monti, “podestà straniero” da Varese, via Bruxelles.
Non è affatto scontato che la Lega possa conservarsi attrattiva verso alcuni settori popolari qualora, come vorrebbe la sua corrente interna nordista più affarista e legata al vecchio modello di sviluppo (il TAV Torino-Lione appartiene al modello petrolio-auto-cemento), giungesse ad un rieditare le disgrazie della IIa Repubblica.
A questo punto si scorge una ulteriore debolezza della riflessione sulla “lunga fase” di D'Alema: la mancanza di una visione autocritica della perdurante incomprensione, tramutatasi troppo spesso in avversione, della sinistra istituzionale verso tutti i movimenti, sin dagli anni settanta. Il Movimento 5 Stelle è solo l'ultimo di una lunga serie.
Qual è il portato di M5S al quale non ci si può sottrarre, senza perdere il segno dei tempi?
Innanzitutto, il modo di intendere: la partecipazione attiva per affermare una nuova “volontà popolare”; la democrazia della delega e della rappresentanza; l'utilizzo delle nuove tecnologie comunicative che sconquassano la politica per riappropriarsene. Una socializzazione culturale che rimette in moto i movimenti di massa (vedi gilets jaunes), un vero e proprio cambio di paradigma della democrazia politica.
Manifestazione dei gilets jaunes a Parigi
Corpi disorganici
Al contrario di quanto viene fatto credere dai media tradizionali, la crisi dei cosiddetti corpi intermedi, in primis partiti e sindacati (ma ora anche di quotidiani-partito come “la Repubblica”), non è dovuta all'insorgere dei barbari populisti e sovranisti. Semmai a trovare “risposta” nel variegato fenomeno populista è proprio la crisi di tali corpi intermedi, palesatasi già nella prima Repubblica e causa non secondaria della sua fine.
L'accesso all'alfabetizzazione primaria del saper leggere e scrivere connotò il protagonismo del movimento operaio di fine '800 ed inizio '900. Le rivoluzioni socialiste e le liberazioni nazionali imposero al mondo una superiore scolarizzazione di massa che in Italia, dalla metà dello scorso secolo, mise in crisi il ruolo degli intellettuali, non più i soli a detenere i fondamenti del sapere generale e politico. I movimenti si auto-organizzavano ed auto-gestivano senza più aver bisogno delle prestazioni dei quadri istruiti nelle scuole di partito o di sindacato.
Nel corso dell'abortita seconda Repubblica, la sinistra invece di rinnovarsi riandando alle proprie radici, si è ancor più resa “disorganica” rispetto alla working class. Arroccata su se stessa, mirando all'autoconservazione (con stucchevole richiamo a “valori” non più praticati) e, spesso mutando nome, si è riconosciuta autonoma in quanto “ceto politico” staccato dalla parte sociale di riferimento, finendo per coltivare unicamente l'ambizione del potere per sé. Così si è ritrovata via via in balia della globalizzazione liberista e, su scala europea, dell'Unione austera, sino a “farsene doverosamente carico” e contrapporsi inesorabilmente ai settori popolari, in funzione dei quali diceva di dover esistere come corpo intermedio.
Non si comprende altrimenti perché la sinistra di governo sia stata più realista del Re nell'opera di smantellamento delle conquiste sociali e del lavoro, del welfare pubblico, nella svendita delle imprese statali, nella devoluzione all'Europa della sovranità nazionale monetaria, fiscale di bilancio e persino costituzionale (art. 81). Al punto da sostenere misure del Tesoro oltremodo punitive, non richieste né dall'Europa né dalla globalizzazione, del risparmio popolare e favorevoli, via spread, alla speculazione finanziaria internazionale,5 che oggi puntualmente ci ricatta e minaccia su opportuna segnalazione della Commissione di Bruxelles.
Senza rimettere in discussione le forme-sostanza della sinistra, dalla partecipazione alla rappresentanza, dai modi dell'impegno militante alla politica come mestiere, lautamente pagato ed spesso affetto da “cleptomania”, accettando di misurarsi con i nuovi veicoli in-formativi e comunicativi, per ampliare gli spazi della democrazia a partecipazione e controllo diretti, qualsivoglia critica alle ingenuità strategiche del M5S è destinata a riproporre altere supponenze, delle quali a ragione è imputata.
Inoltre, pur prescindendo dal portato dei “grillini”, non c'è nulla da imparare dai modi in cui France Insoumise, Podemos ed i laburisti di Corbyn si sono affermati? Non c'è nulla da apprendere dai rovesci stessi che l'esperienza di Syriza ha incontrato nel corso dell'avvilente sottomissione della Grecia?
Non mettendo in discussione le forme-sostanza della sinistra, la revisione della “lunga fase”, ad un certo punto del suo discorso, viene sottratta all'analisi politica del presente e consegnata con disinvoltura da D'Alema agli... storici! Sicché, pur richiamandosi a Gramsci,6 finisce per negare il nesso proprio tra passato e presente, essenziale nel pensiero gramsciano sull'egemonia.
La via maestra
In caduta è un regime trentennale di cui la sinistra di governo è corresponsabile, non per aver coltivato illusioni riformiste, ma in quanto protagonista di contro-riforme restaurative generali.
Poteva la sinistra non abbracciare il liberalismo globalizzatore, ancorché venato di riformismo sociale?
Qui si sconta una illusione sovrastante d'impronta “cosmopolita”: l'idea di riformare, attraverso regole mondiali, il contesto internazionale, nel quale invece ha prevalso il neoliberismo a fronte di «istituzioni politiche rimaste sostanzialmente nazionali».7 Ciò sarebbe avvenuto a causa dell'orientamento prevalente delle istituzioni internazionali e soprattutto di quelle economiche di maggior peso.
In questo diaframma sarebbe incappata anche la costruzione europea, con l'adozione dell'ordoliberismo di matrice mittel-europea e dei «meccanismi di funzionamento dell'area euro».
Per un ceto politico esperto e pragmatico, quale si ritiene quello della sinistra di governo, non vedere il “verme” dell'egemonismo nazionalistico nelle modalità dell'affermazione planetaria del neoliberismo e, a maggior ragione, nella sua declinazione ordo-liberista europea, perché sprofondati in un sonno illusorio, è più di un pacchiano errore.
Per restare all'ambito continentale, la rinuncia all'autodifesa nazionale, della propria sovranità nelle interdipendenze, non è avvenuta inconsapevolmente. Quando il carro monetario e finanziario fu posto “davanti ai buoi” della integrazione politica, erano chiare le implicazioni. Infatti, sia i socialisti che i comunisti italiani, e pure molti democristiani, vi opposero una iniziale resistenza. Perché fu vinta?
Non si trova risposta plausibile se si trascurano le forze materiali, economiche e sociali, che vollero ed imposero quella scelta, alle quali la sinistra di governo non solo si piegò, ma si accorpò.
Rinunciare alla elasticità del cambio della lira nell'ambito della privatizzazione finanziaria, significava voler reggere la concorrenza internazionale scaricandone tutto il peso sui lavoratori. Ne derivarono maggiore disoccupazione e dilagante precariato, abbattimento delle remunerazioni del lavoro dipendente e di quello “autonomo”.
Vanamente si cercherà nel discorso di D'Alema un accenno di analisi delle classi, le quali si sono certamente trasformate ma affatto estinte, e del capitalismo italiano, nonché delle sue irrefrenabili pulsioni a fare tutt'uno con la finanza del Centro a discapito delle Periferie mediterranee. Laddove questione sociale e questione nazionale si incontrano. Lamentarsi delle diseguaglianze, dell'impoverimento di una parte a favore dell'arricchimento di una sparuta minoranza, appartiene al bagaglio di chi, alla Piketty,8 vede il capitale della fortune, la sua ineguale distribuzione, non i rapporti che la generano.
Per farlo occorrerebbe una “revisione della revisione”, togliere dalla soffitta Carlo Marx e non basterebbe...

Nel desolante quadro, rimarrebbe, tuttavia, un dato di consolazione: «In fondo la visione intergovernativa dell'Europa che ha prevalso in questi anni può consentire un riequilibrio che non metta in discussione l'Unione ma ne ridimensioni drasticamente le ambizioni politiche e il respiro ideale.»
Sempreché non vi voglia dare vita nel vecchio continente ad «un progetto radicale di democratizzazione e da un indirizzo nuovo di politiche economiche e sociali che comprenda la necessità di una revisione del fiscal compact e più in generale dei meccanismi di funzionamento dell'area euro.» Ecco la via maestra che indica D'Alema per riabilitare e ricollocare la sinistra.
Forse troppo tardi per evitare che la disgregazione abbia il sopravvento, confinando l'Unione europea in un inutile limbo. Certamente troppo poco per costruire l'auspicato radicale cambiamento, che coniughi socializzazione e democratizzazione, abbandonando la rivoluzione liberale al suo conclamato e storico fallimento.
Note
2 I quali in Germania si sono sottratti ai governi di grande coalizione tra democristiani (CDU-CSU) e socialisti (SPD).
3 Quanto, come sostiene Travaglio, di “bocca buona”?
4 Vedi in questo Blog: “Anno austero 1977”, dicembre 2014.
5 A questo proposito, vedi Guido Grossi, “Il furto del debito pubblico”, https://www.youtube.com/watch?v=r5fQKEPYD7A.
6 Nello scritto di D'Alema, citato a pag. 1: «Come scriveva Gramsci nell'interregno tra il vecchio che muore e il nuovo che non riesce ad affermarsi "possono nascere i fenomeni morbosi più svariati".»
7 Nello scritto di D'Alema, citato a pag. 1: «Quello che qui importa sottolineare è che questa visione liberal-socialista si è rivelata largamente illusoria e che il riformismo è rimasto schiacciato tra il peso dell'economia globale e dei mercati e la limitata possibilità di azione di istituzioni politiche rimaste sostanzialmente nazionali.»
8 Thomas Piketty, “Il capitale nel XXI secolo”, Bompiani, 2013.

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sabato 29 dicembre 2018

Patimenti senza pentimento

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Patimenti senza pentimento

Prodi in ansia per l'Italia esposta agli esiti della globalizzazione liberista giunta agli sgoccioli. Privatizzazioni e liberalizzazioni: scelte strategiche al check point della storia che ritorna. Nessun cenno autocritico, anzi.
Romano Prodi non è un “liberale”, nel senso che la parola ha assunto nella tradizione politica nazionale. Tuttavia, avendo aderito alla globalizzazione liberista ed alla rivoluzione liberale europea del dopo-muro, appartiene in pieno alla componente di sinistra e progressista del liberalismo, come viene comunemente inteso a livello internazionale.
Posto di fronte sia alla crisi della globalizzazione sia ai palesi fallimenti dell'Unione europea, costruita dalla rivoluzione liberale, ci si aspetterebbe se non un'autocritica complessiva, almeno qualche cenno di operoso ravvedimento. Al contrario, Prodi rivendica le scelte politiche compiute e si limita ad esprimere le proprie ansie per il futuro di declino al quale il Paese sembra destinato.
Come se fossimo a cospetto dell'alterna fortuna delle umane sorti, ad un giro di dadi della storia.
Romano Prodi visto da "Il Sole 24 Ore"

Le ansie di Romano Prodi
In una intervista rilasciata a Il Sole 24 Ore1 [vedi estratto nella finestra “L'Italia rischia grosso”] del 2 dicembre 2018, Prodi lancia un allarme: se la globalizzazione va in crisi, il made in Italy crolla.

L'Italia rischia grosso

Nella rimodulazione degli equilibri mondiali, Romano Prodi scorge due fenomeni:
«Il primo fenomeno è il desiderio di autorità che si è propagato nel mondo, con il popolo che vuole una autorità forte senza enti intermedi: la Cina e gli Stati Uniti, ma anche la Russia, l’Ungheria, il Brasile, le Filippine e la nostra Italia. (…) Il secondo fenomeno è l’attuale inedita fase di prevalenza della politica sulla economia: il che, con caratteri diversi, accade sia in Cina che negli Stati Uniti. 
«In Cina, questa prevalenza è naturale ma ha assunto contorni nuovi. Xi Jinping ha definito le linee di concentrazione e di espansione interna e all’estero delle grandi imprese cinesi, elaborando una strategia precisa e lucida e sottolineando il loro legame e la loro dipendenza dal potere politico nel rapporto con il governo, il partito e l’esercito. (…) Xi Jinping ha iniziato una nuova fase: non più una Cina all’inseguimento ma un modello che, per i suoi successi, diventa attrattivo, sottraendo il ruolo ai sistemi democratici. Questa tendenza ha come contraltare Donald Trump che con l’America First, pur in maniera diversa, influenza il comportamento delle imprese americane con decisioni sorprendenti e senza precedenti.
«La globalizzazione ha fatto una selezione dura e dolorosa, ma ha anche plasmato e migliorato il tessuto produttivo italiano. Il cuore del nostro capitalismo sono le 2.500 medie imprese molte delle quali, pur essendo modeste di dimensioni, si sono globalizzate attraverso una specializzazione spinta. La loro capacità di combinare innovazione di prodotto e di processo, il loro saper fare quasi artigianale, ma molto raffinato e tecnologicamente complesso, è impareggiabile. La loro forza, che è la nostra forza, è quella di operare nelle nicchie e di rimanere agganciate alle catene globali del valore. Se l’organizzazione del mondo cambia, anche le cose per noi cambiano. E non in meglio.
«(...) penso ogni tanto ai miei imprenditori delle piastrelle, che hanno accompagnato e hanno attraversato la nostra storia fin dal Boom economico. Hanno dominato a lungo il mondo. Poi è arrivata la globalizzazione. Adesso, hanno meno del 4% del mercato internazionale. La Cina ha il 48 per cento. Soltanto che i cinesi vendono a meno di 3 euro al metro quadro. E noi a 14 euro.»
Romano Prodi
intervistato da Paolo Bricco, Il Sole 24 Ore, 2/12/2018

Secondo Prodi l'adesione alla globalizzazione ha comportato una «selezione dura e dolorosa» che, tuttavia, «ha plasmato e migliorato il tessuto produttivo italiano», ora in pericolo a causa:
  • del diffuso desiderio dei popoli di una «autorità forte senza corpi intermedi»;
  • della «inedita fase di prevalenza della politica sulla economia», per cui le grandi imprese cinesi e («pur in maniera diversa») statunitensi agiscono in strategica «dipendenza dal potere politico».
Per l'ex premier gli attuali rivolgimenti degli equilibri mondiali «potrebbero presto presentare il conto», mentre ci sarebbe bisogno di una Unione europea in grado di mediare nel conflitto politico ed economico fra Stati Uniti e Cina, «sui problemi del commercio internazionale, sui brevetti e sulla proprietà intellettuale».
Più che di crisi l'intervistatore Paolo Bricco scrive, senza mezzi termini, di «fine della età aurea della globalizzazione». Nel nostro Paese non ci sarebbe coscienza di quanti danni questa fine potrebbe arrecare al nostro sistema industriale, «in assenza di una costellazione di grandi imprese». A rischiare sarebbe il cuore produttivo dell'Italia, quello dei territori organizzati in distretti industriali, delle piccole-medie imprese che si sono specializzate nelle catene globali, poste in seria e crescente difficoltà dai mutamenti in atto.
Tuttavia, chiamare in causa i nazionalismi significa parlare anche dell'Unione europea, che doveva farci comune scudo ed invece si presenta divisa ed inerte. Si è costruita nella globalizzazione, ma posta al cospetto dei suoi effetti postumi, al suo final outcome, non sembra in grado nemmeno di frapporsi tra Stati Uniti e Cina per mediare (a proprio vantaggio, ça va sans dire) sui più immediati problemi del commercio internazionale.
Dura e dolorosa
Alcune domande sorgono spontanee: per chi è stata dura e dolorosa la “selezione”? Tanto dolore e tanta durezza erano così ineluttabili? Infine: chi e quali scelte di politica economica portano il peso della conseguente situazione in cui ci troviamo? In base a quali idee, poste alla verifica della pratica?
Domande affatto retoriche, giacché solo rispondendo ad esse possiamo trovare il bandolo della ingarbugliata matassa internazionale nella quale ci siamo avvolti.
Le modalità di “selezione” non erano scritte nei vangeli, ma dall'agenda neoliberista della globalizzazione contemporanea avviata agli inizi degli anni '80. Obiettivo cardine dell'agenda: la circolazione transnazionale dei capitali, liberi di allocarsi ovunque potessero meglio “valorizzarsi”, ossia realizzare il massimo profitto.
Pure il mercato europeo doveva rendersi conforme. Doveva aprirsi ai grandi gruppi capitalistici privati, ai loro investimenti, alle loro lucrose mediazioni e chiudere il pluridecennale periodo dello Stato imprenditore, che controllava il sistema finanziario interno, tramite le banche, e mediava i conflitti sociali attraverso il welfare. Sicché, per aderire a quel “mercato conforme”, liberalizzato, furono decise le privatizzazioni delle imprese pubbliche italiane che erano state la spina dorsale della industrializzazione nel nostro secondo dopoguerra. In attesa di poter fare altrettanto nel campo della sanità, dell'assistenza, delle pensioni, dei trasporti e quant'altro riguardasse la cosa pubblica ed il sociale.
Quando nel 1992 il Parlamento italiano diede via libera alle privatizzazioni, tre furono gli obiettivi prioritari fissati: ridurre il debito pubblico (al tempo di 795 miliardi di euro); costruire dei “campioni nazionali” in grado di reggere l'agone mondiale; salvare l'occupazione.
A decenni di distanza, possiamo trarre un bilancio: quali obiettivi sono stati raggiunti?
Il debito pubblico è quasi triplicato (lo scorso ottobre ammontava a 2.334 miliardi di euro); i campioni rimasti “nazionali”, dopo la “selezione”, sono rari e tra essi annoveriamo Telecom, subissata dai debiti, Autostrade per l'Italia, emblema dei “prenditori” alla Benetton,2 ed Alitalia malridotta dai “capitani coraggiosi”; quanto all'occupazione...
Certo, non tutto è dovuto alle privatizzazioni ed al modo in cui furono condotte,3 ma dobbiamo a quella scelta strategica se ci ritroviamo deboli, con poche grandi imprese a rendere sufficientemente solido un tessuto produttivo in prevalenza costituito da piccole-medie aziende, le quali, lasciate pressoché sole, per quanto migliorate siano ed abbiano dato vita ai famosi distretti integrati territorialmente, appaiono ora in grave difficoltà per fronteggiare la crisi della globalizzazione, in funzione della quale fu abbracciato il modello esportativo.
Come se nel mondo, a dispetto delle più elementari leggi economiche, tutti potessero godere contemporaneamente di un surplus commerciale!
Per di più con un lascito interno gravoso: una rete di telecomunicazioni arretrata, ponti autostradali che crollano, un territorio dissestato e, soprattutto, uno Stato democratico depotenziato e menomato nella sovranità.
Fatto tanto più grave se consideriamo che Germania e Francia si guardarono bene dal seguire la via che caldamente indicavano agli altri partners europei. Viceversa, la finanza francese approfittò, insieme a quella anglo-americana, della gentile disponibilità (a nostre spese) loro concessa dai governi e dal top management italiani per fare shopping a prezzi di saldo.
Perché, va ribadito, si trattò di una svendita come dimostrano i conti,4 in questo caso opportunamente ignorati da quei puntigliosi contabili, economisti alla Cottarelli, che scambiano l'economia di uno Stato reale per quella di un'azienda ideale.
Tra i protagonisti di quella stagione di privatizzazioni spiccano le figure di Romano Prodi, prima da presidente dell'IRI, richiamato in servizio dopo il lungo mandato iniziale (1982-1989), poi da premier, e quella di Mario Draghi, ora governatore della Bce ed allora direttore generale del Tesoro, nonché relatore sulle intenzioni del governo italiano alla platea di “cointeressati”, invitati sul panfilo Britannia [vedi “Breve e pittoresca fu la crociera”, nella finestra in pagina].
Breve e pittoresca
fu la crociera

1992. Nell'anno della firma del trattato di Maastricht, l'Italia si apprestò a massicce privatizzazioni delle partecipazioni statali. Perciò da un gruppo di imprese finanziarie britanniche (oggi International Financial Services) nacque l'iniziativa di affittare il panfilo Britannia, di proprietà reale, per offrire i propri servizi al Gotha dell'imprenditoria italiana, pubblica e privata, ed all'alta finanza internazionale.
Toccò a Mario Draghi, allora direttore generale del Tesoro, illustrare alle parti convenute le intenzioni del governo Amato. In altri termini: le occasioni d'investimento e di connesse lucrose percentuali per gli eventuali servizi resi nelle transazioni.
Prima che la nave salpasse per l'Argentario, Draghi scese a terra: aveva dato l'input necessario, ora toccava ai “seminaristi”.
Sergio Romano, rispondendo ad un lettore, ha scritto sul “Corriere della Sera” del 16 giugno 2009:
«La crociera fu breve e pittoresca, con una orchestrina della Royal Navy che suonava canzoni nostalgiche degli anni Trenta e un lancio di paracadutisti da aerei britannici che si staccarono in volo da un incrociatore e scesero come stelle filanti intorno al panfilo di Sua Maestà. Fu anche utile? È difficile fare i conti. Ma non c’è privatizzazione italiana degli anni seguenti in cui la finanza anglo- americana non abbia svolto un ruolo importante.»
Tuttavia, sarebbe superficiale un giudizio su quelle scelte politiche che non prendesse in esame anche il quadro politico europeo del tempo. Il 1992 è anche l'anno del Trattato di Maastricht (febbraio) e dell'attacco alla lira (settembre) di cui fu protagonista lo speculatore umanitario George Soros.
1992
Negli anni che precedettero Maastricht, il cancelliere tedesco Helmut Kohl non era favorevole ad abbandonare il marco a favore della moneta unica, voluta invece dal presidente francese François Mitterrand.
Mitterand, per acconsentire alla riunificazione tedesca, aveva chiesto in cambio a Kohl la rinuncia al marco e l'adesione all'euro, nella convinzione che in tale modo la Germania si sarebbe talmente europeizzata da assorbirne la propensione egemonica fino a neutralizzarla.
Il peso economico-finanziario di quello che Vladimiro Giacché definirà l'Anschluß,5 l'annessione della DDR alla Repubblica Federale, era enorme. Nel 2014 il settimanale Der Spiegel lo quantificherà in circa 2.000 miliardi di euro. Mentre questo peso gravava sulle finanza federali, le resistenze tedesche, di contro, insistevano sul pericolo costituito dal forte debito pubblico italiano e sulle difficoltà della lira, che avrebbero esposto la futura moneta unica a rischi comuni.
Cosa spinse alfine Berlino a “gettare il cuore” oltre ogni ostacolo?
  1. In primo luogo un trattato, sottoscritto a Maastricht, di stretta salvaguardia nazionalistica nella futura Eurozona della posizione della Germania, alla quale, a futura memoria, non si sarebbe potuto chiedere la condivisione dei rischi connessi alla condivisione della moneta;
  2. in subordine, un calcolo di pura convenienza nazionalistica, in linea con la vocazione tedesca ad accumulare un surplus esportativo anche a danno dei partners.
L'uno e l'altro configurarono una Unione europea che anteponeva l'unione economica, monetaria e finanziaria al processo d'unificazione politica,6 affidato ad un successivo “trattato costituzionale”,7 malamente abortito in seguito ai referendum olandese e francese (2005), e gettava le basi della divergenza economica, sociale e territoriale che si sarebbe palesata al sopravvenire di uno schock, il crollo finanziario del 2007-2008.
Sull'altare dell'accordo tra Parigi e Berlino, a fungere da prima vittima sacrificale fu l'Italia, nella quale si nutrivano da tempo forti ansie proprio attorno alla riunificazione tedesca. A tale proposito, con ironica lungimiranza, Giulio Andreotti giunse a dire: «Amo tanto la Germania che preferisco averne due».
In preda alla sindrome d'impotenza, corrispondente alla propria incapacità di governare i conflitti sociali e politici del nostro Paese, l'establishment italiano si convinse che la sola via d'uscita fosse assoggettarsi ad un “vincolo esterno”, cioè a farsi imporre dall'Europa i comportamenti economici e monetari ritenuti più “virtuosi”. Nonostante fosse ben consapevole che tale assoggettamento avrebbe comportato la cessione di una quota rilevante di sovranità nazionale e, inevitabilmente, uno “svincolo” dalla democrazia interna.
In base a questa disponibilità italiana, equivalente ad una resa di responsabilità, sancita a Maastricht, il successivo passo fu quello di privatizzare, insieme al patrimonio immobiliare,8 il capitale industriale e finanziario dello Stato che innervava il sistema produttivo del Paese.
Da segnalare una conseguenza non secondaria della privatizzazione delle banche pubbliche. La Banca d'Italia veniva de facto privatizzata, sottratta al controllo del potere politico ma non del neocostituito board finanziario, nel quale vengono a prevalere non più i rappresentanti delle imprese statali, bensì quelli delle imprese private. Aspetto piuttosto inquietante, se consideriamo che le banche “emettono moneta” sotto forma di credito e Bankitalia è stata chiamata a far parte della Banca centrale europea (anch'essa formalmente “indipendente”), posta a governo del sistema a moneta unica.
È impensabile
Benché le partecipazioni statali siano sorte per ricostruire sulle macerie del capitalismo privato, da cui IRI (Istituto di Ricostruzione Industriale), ed abbiano operato in funzione di quel capitalismo nelle scelte dei settori da privilegiare, esse avevano dimostrato una grande validità e vitalità nel panorama industriale italiano. Soprattutto se poste a confronto con la grande imprenditoria privata.9
Pertanto, la decisione di liquidarne la funzione corrisponde ad una rinuncia a presidiare gli interessi del Paese, facendo esclusivo affidamento sulla integrazione europea, ossia su un processo che doveva renderci più forti insieme agli altri partners, per affrontare la globalizzazione vista come competizione mondiale.
In fondo a questo tragitto, ma solo quando si manifesta la crisi della globalizzazione, Prodi scopre che vengono a prevalere i “nazionalismi” e, a livello mondiale, “la politica sull'economia”, mentre i popoli vogliono un'autorità forte “senza corpi intermedi”.10
È impensabile che un maître à penser, come lui, non abbia visto quanto gli scorreva sotto gli occhi, per giunta dall'alto della vetta in cui si ritrovava.
Si è detto che delle privatizzazioni-liberalizzazioni fu diretto protagonista. Di quanto racconta Vincenzo Visco sui maneggi, ai danni del Paese, di Parigi e Berlino intorno alla riunificazione tedesca ed al varo della moneta unica, era di certo a conoscenza [vedi “Agnus Dei”, nella finestra in pagina]. Non può sostenere che, alla radice dei nazionalismi palesi attuali, non vi siano stati i nazionalismi egemonici intra-europei, per quanto mascherati.
Agnus Dei
«Ma se questi episodi illustrano con chiarezza il valore delle concessioni che Parigi ottiene da Kohl, è importante anche comprendere per quali ragioni il cancelliere trova conveniente farle. E in questo caso, la risposta ce la fornisce Vincenzo Visco, ministro delle Finanze al momento dell'esordio dell'euro, con questa dichiarazione rilasciata a la Repubblica: “Un'Italia fuori dall'euro, visto il nostro apparato industriale, poteva far paura a molti, incluse Francia e Germania, che temevano le nostre esportazioni prezzate in lire. Ma Berlino ha consapevolmente gestito la globalizzazione: le serviva un euro deprezzato, così oggi è in surplus nei confronti di tutti i Paesi, tranne la Russia da cui compra l'energia. Era un disegno razionale, serviva l'Italia dentro la moneta unica proprio perché era debole. In cambio di questo vantaggio sull'export la Germania avrebbe dovuto pensare al bene della zona euro nel suo complesso”.
«Dunque, pur essendo evidente che in quel momento Berlino non può che acconsentire alla richiesta francese, è anche vero che porta a casa qualcosa di importante. Non solo ottiene da Mitterrand la garanzia che la nuova moneta nascerà sul modello del marco e avrà la stabilità come valore portante. Ma, per quanto riguarda l'Italia – questo il sospetto che si fa strada in quei giorni e che si diffonde velocemente in molte cancellerie -, guadagna il sì francese a un progetto comune, ovviamente non reso esplicito, di deindustrializzazione del nostro Paese. Pertanto, forse è dovuto anche a questa circostanza se, nel '92, su forti pressioni esterne e dopo la mini crociera del Britannia tra le acque di Civitavecchia e dell'Argentario (…), il governo Amato varerà un imponente piano di privatizzazioni di molti gioielli dello Stato: Iri, Eni, Ina, Comit eccetera.»
Da Angelo Polimeno, “Non chiamatelo euro”,
Mondadori, 2015, pagg. 26-27.
Come non gli sarà sfuggito che gran parte dell'espansione verso l'Est dell'Europa occidentale e dei suoi capitali, a costruire l'odierna Unione, sia stata realizzata facendo cinicamente leva sul peggior nazionalismo, a base etnica e confessionale. Anche a costo di riportare la guerra nel vecchio continente, come è successo nella ex-Jugoslavia ed in Ucraina.
Nemmeno è pensabile che il trattamento disumano ed antisociale riservato alla Grecia, non l'abbia indotto ad una riflessione analitica sulla reale origine e sulle vere finalità dei processi di divergenza in atto tra Centro europeo a guida teutonica e periferie mediterranee, di cui l'Italia nonostante tutto fa parte.
Quanto alla prevalenza della politica sull'economia, appare sorprendente che reputi inedita l'America first di Donald Trump, a meno che gli interventi bellici nord-americani in Medio Oriente siano da considerare la “continuazione dell'economia con altri mezzi”. O che la fine degli esorbitanti vantaggi, conseguiti dagli Stati Uniti nella prima fase della globalizzazione, non potesse condurre alla risposta di fare affidamento unilaterale sulla propria potenza politica (e forza militare), per ricostituire una leadership in decadenza mondiale. Non è la prima volta nella storia che un tale fenomeno si presenta.
Forse, a bendargli gli occhi, è stata una ideologia, dalla quale i fautori della globalizzazione e della Rivoluzione liberale europea “post-ideologica” si sentivano perfettamente esenti. Una ideologia fondata sulla fede nella potenza universale del free trade, del business che penetra ovunque, vincendo ogni autodifesa sociale, nazionale e territoriale. Fede nell'economia che vince sulla politica, sulla società, mandando in soffitta il conflitto di classe.
Di conseguenza, non può ammettere che l'economia non possa non solo disgiungersi dalla politica, ma dipenderne. Che la macro-economia sia un'invenzione ad hoc, su misura del capitalismo, per eludere le verità dell'economica politica. Non può neppure ammettere il fallimento della rivoluzione liberale, benché sia evidente la disfatta dell'Europa costruita con quella rivoluzione.
Per un cattolico, qual è il Padre dell'Ulivo, il preludio all'autocritica è il pentimento, senza il quale le ansie rimangono vuoto stato d'animo ed inerte patimento.
Note
1 http://www.romanoprodi.it/strillo/con-la-fine-della-globalizzazione-e-il-ritorno-dei-nazionalismi-litalia-rischia-grosso_15417.html
2 I Benetton sono tra i campioni dei nostri “prenditori”. Il loro gruppo si aggiudica GS Autogrill per 470 miliardi e lo gira alla francese Carrefour GS per 10 volte tanto. Poi, usando la “leva finanziaria”, si impossessa di gran parte della rete autostradale pubblica, scaricando il debito contratto per acquistarla sulla società acquistata. Mantiene bassi i livelli delle manutenzioni e, grazie alla compiacenza governativa, alti i pedaggi, tanto da permettersi acquisizioni di imprese del settore sui mercati internazionali.
3 In un rapporto la Corte dei Conti ha evidenziato «una serie di importanti criticità, che vanno dall'elevato livello dei costi sostenuti e dal loro incerto monitoraggio, alla scarsa trasparenza connaturata ad alcune delle procedure utilizzate in una serie di operazioni, dalla scarsa chiarezza del quadro della ripartizione delle responsabilità fra amministrazione, contractors ed organismi di consulenza al non sempre immediato impiego dei proventi nella riduzione del debito».
4 Loretta Napoleoni, “Privatizzazione, quando e come è iniziata la (s)vendita del patrimonio pubblico”, il Fatto Quotidiano, 18 agosto 2018.
5 Vladimiro Giacché, Anschluss. L'annessione. L'unificazione della Germania e il futuro dell'Europa”, Imprimatur, 2013.
6 Si parlò allora del “carro posto davanti ai buoi”.
7 Si trattava di un ossimoro, perché un trattato internazionale non può essere Costituzione. Infatti non lo fu.
8 Più tardi Goldman Sachs, della quale divenne vicepresidente per l'Europa Mario Draghi e di cui sono stati consulenti importanti globalizzatori italiani, si è appropriata del patrimonio immobiliare dell'Eni.
9 A questo proposito vedasi, di Massimo Mucchetti, “Licenziare i padroni?”, Feltrinelli, 2003.
10 Il tema dei corpi intermedi merita uno specifico approfondimento che farò a breve.