martedì 12 febbraio 2019

Effetti perversi

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Venti recessivi sull'Eurozona. Lo sguardo disinibito di Jan Zielonka sullo stallo della Brexit, sulla disgregazione dell'Europa e sul fallimento della “Rivoluzione liberale”. I limiti della più avanzata autocritica liberale. La spiegazione delle derive attuali nel modo in cui è stata fatta l'Unione europea e nel ruolo giocato dalle oligarchie economico-finanziarie.
Ragioni anteriori
È in corso la campagna elettorale per le europee di maggio. Lo scontro si è fatto aspro attorno alla stagnazione economica continentale, sulla quale spirano venti di recessione, investendo Germania, Francia, Spagna ed Italia [vedi grafico “Eurozone: Industrial Production”, qui a fianco].

Se in Italia, conoscendo i fatti, imputare al governo Conte la responsabilità della recessione è indice di perfetta malafede, nondimeno è fuorviante considerare il fenomeno come esclusivo prodotto delle politiche degli ultimi esecutivi. Per sostanziali ragioni di più lunga durata, nazionali ed internazionali:
  • le spinte recessive coinvolgono Paesi che, come Germania ed Italia, hanno basato da molti anni le rispettive economie sull'export e perciò sono più esposte ai rallentamenti della Cina ed alla guerra dei dazi voluta da Trump;
  • nella globalizzazione la corsa al surplus esportativo ha provocato reazioni a catena, giacché alla lunga i Paesi in deficit o si indebitano fino a diventare insolventi, o reagiscono (i più forti) in autodifesa, con misure politiche di riequilibrio a proprio favore;
  • in entrambi i casi il gioco “a scaricabarile” dei Paesi votati all'export mostra tutta la sua strutturale gracilità: le interdipendenze, che hanno consentito temporanei vantaggi, ora restituiscono effetti negativi;
  • la distribuzione dei contraccolpi recessivi sui diversi Paesi dell'Unione penalizza in misura maggiore l'Italia, sottoposta alla mannaia dello spread sugli interessi del debito pubblico, attivato da Bruxelles;
  • a questo andamento, dagli effetti perversi e disgregativi sul piano sociale e territoriale – tra Paese e Paese e in seno a ciascun Paese -, concorrono in modo decisivo le perduranti politiche di austerità che hanno depresso la domanda e le produzioni nazionali interne in funzione dell'export.1
D'altro canto, l'Europa dalla crisi finanziaria del 2007-2008 non è mai riuscita veramente ad emergere, trasformandola in crisi sociale e politica.
Pertanto, benché la manovra economica del Governo Conte sia anticiclica, potrebbe non bastare, se non vengono spese bene le ingenti disponibilità lasciate inutilizzate dai precedenti governi.2
Qualcosa di sbagliato
Anche la gestione della Brexit può contribuire a rafforzare i venti recessivi.
L'attuale leadership europea3 continua a voler usare le difficoltà di uscita dalla Ue della Gran Bretagna a mo' di spauracchio contro le forze “euroscettiche”. Ma gli effetti di tanta rigidità, nel precludere ogni alternativa all'accordo raggiunto con la premier May, potrebbero riservare ulteriori effetti perversi. Non ci andrebbe di mezzo solo l'Irlanda, sulla cui dogana con l'Ulster si è addensata la contesa, ma l'insieme dell'Europa, Gran Bretagna compresa.
Anche in questo caso l'interdipendenza conferma la sua natura ambivalente.
Jan Zielonka, con un articolo apparso sul quotidiano tedesco “Die Zeit” e su “il Fatto Quotidiano” sostiene che il vero problema della Brexit è l'Unione europea, non il Regno Unito.4
Secondo Zielonka, liberale polacco che ama definirsi intellettuale provocatore:
«C'è chiaramente qualcosa di sbagliato nel modo in cui funziona l'Ue e dobbiamo tutti affrontare la questione, invece che limitarci ad insultare quegli ingrati dei britannici e i partiti populisti.»
Quel “qualcosa” non si riferisce unicamente all'atteggiamento di Bruxelles verso il leave d'oltremanica.
«La verità è che l'Ue non è riuscita a offrire ai suoi cittadini strumenti efficaci di partecipazione. Anziché proteggere le persone dalle conseguenze della globalizzazione, l'Ue è diventata uno degli strumenti della globalizzazione stessa. Anche le economie europee più solide faticano a crescere abbastanza e i sistemi di welfare stanno collassando.»
Qualora le traballanti élites al potere, invece di riconoscere la profondità della crisi europea, continuassero nell'arroccamento sulle proprie posizioni, un ulteriore effetto perverso, secondo Zielonka, potrebbe essere il prevalere dei cosiddetti “euroscettici”, sia nel Parlamento che nella Commissione di Bruxelles.
Ravvedimenti
Nel nostro Paese viviamo giorni in cui le convinzioni del trentennio globalizzatore liberista vengono ridiscusse. Da Carlo De Benedetti ad Enrico Letta, da Alessandro Baricco a Gad Lerner è tutto un profluvio di revisioni, patimenti, pentimenti, autocritiche e penitenze (spesso addossate ad altrui colpe).
Forse ha ragione il professore Piero Ignazi, quando afferma: «Gli intellettuali ne discutono, ma le élite di pentirsi non hanno alcuna voglia, almeno in Italia.»5
Avremo tanti “ravvedimenti operosi” che pagano dazio o, piuttosto, siamo a cospetto del vecchio italico vizio del “mea culpa”, che inizia con una contrita dichiarazione autocritica e finisce puntualmente per addossare ad altri ogni effettiva responsabilità?
Per appurarlo le provocazioni di Jan Zielonka possono tornare utili. [Vedi “Un provocatore intellettuale”, nella finestra in pagina.]
Un provocatore intellettuale
Jan Zielonka
Tra i pochi intellettuali liberali che, con un certo senso autocritico, guardano all'attuale Europa, c'è Jan Zielonka, docente di Politiche europee alla University of Oxford e Ralf Dahrendorf Fellow al St Antony's College.
Al libro “Disintegrazione. Come salvare l'Europa dall'Unione europea”, Laterza, 2015 (2014), ha dato seguito con il più recente “Contro-rivoluzione. La disfatta dell'Europa liberale”, Laterza, 2018.
In questa ultima pubblicazione, nella forma di una lettera al suo mentore Ralf Dahrendorf (come Dahrendorf scrisse le sue riflessioni ricalcando le “Riflessioni sulla rivoluzione in Francia” di Edmund Burke)*, esorta i liberali a dismettere la cieca ira accusatrice contro i barbari populisti e sovranisti, per guardare alle “loro ragioni” e, con spirito pragmatico, enucleare i propri errori ed insufficienze.
Il professore polacco si sente “europeo” e si nutre del dichiarato intento di abbandonare un liberalismo giunto alla disfatta, dovuta ai suoi visibili fallimenti, identificando al contempo un liberalismo da salvare e riproporre, inevitabilmente in forma rinnovata.
* Ralf Dahrendorf, “1989. Riflessioni sulla rivoluzione in Europa. Lettera immaginaria a un amico di Varsavia (1990)”, Laterza, 1990.
Il disinibito approccio allo stallo della Brexit, prima citato, si riallaccia a quanto scrive Zielonka nei suoi due ultimi libri. Non gli sfugge la più ampia portata dei fenomeni attuali: la “disfatta dell'Europa liberale”, constatando la quale cerca di capire la “Controrivoluzione” in atto, a partire dall'indagine sui fallimenti della “Rivoluzione liberale”.
Benché non mi ritrovi affatto nella bipartizione semantica Rivoluzione-Controrivoluzione e ritenga gran parte degli intellettuali, per dirla con il professor Ignazi, tra «coloro che sono in grado di influenzare le decisioni e le visioni di società», ossia corresponsabili delle derive in atto, reputo la critica di Zielonka la più radicale possibile per il liberalismo europeo.
Una critica radicale
Jan Zielonka è un liberale europeo di lungo corso.
In rapida successione, è passato dalla presa d'atto della “Disintegrazione” alla disfatta dell'Europa liberale, sottoposta alla “Controrivoluzione”.
Nel 2014, anno di pubblicazione del suo “Disintegrazione”, si poteva ancora chiedere come salvare l'Europa dall'Unione europea, giacché i suoi leaders «hanno ignorato ogni evidenza e avvisaglia e hanno provocato eventi che li hanno condotti ad un punto al quale non dovrebbero nemmeno avvicinarsi: un punto chiamato disintegrazione.»
Nel 2018 la “Rivoluzione europea” è posta dinnanzi al proprio conclamato fallimento.
Pur in presenza di variazioni locali del movimento “contro-rivoluzionario”: «il denominatore comune è il rifiuto nei confronti delle persone e delle istituzioni che hanno governato l'Europa negli ultimi tre decenni.» A questi ultimi furono affidati poteri non elettivi ed è prevalsa l'idea che i «cittadini dovevano essere educati, piuttosto che ascoltati.» «Si affermava che gli interessi siano individuati meglio dagli esperti: generali, banchieri, mercanti, giuristi e, naturalmente, leader dei partiti di governo.» Mentre «raggruppamenti precedentemente distinti del centro-sinistra e del centro-destra si unirono sotto la bandiera liberale.»
Su tutto è venuta a sovrapporsi una sorta di “oligarchia liberale”, avulsa da una democrazia della rappresentanza mal funzionante. Ne è derivato un “disagio democratico”, che si è coniugato al “socialismo per ricchi”. Pongo l'accento su questa coniugazione.
Spiegare la sostanziale avversione della oligarchia alla democrazia, senza indagare sui reali motivi per i quali, di crisi in crisi, si è affermato il socialismo per (soli) ricchi, è piuttosto superficiale, un vol d'oiseau, invece che un andare veramente in profondità.
In questo si può rintracciare un limite che porta Zielonka ad un'analisi critica non tanto dissimile da quella di Massimo D'Alema.6
Il Sogno
Nel suo ultimo libro Zielonka parte dall'assunto, e dal suo punto di vista non potrebbe essere altrimenti, che alla disfatta dell'Europa liberale ed alla sua “Rivoluzione” sia venuta a contrapporsi una oramai prevalente “Contro-rivoluzione”.
Da liberale che ha confidato con Ralf Dahrendorf nella rivoluzione iniziata con la caduta del muro di Berlino, ne vuole trarre un bilancio a trent'anni dalla pubblicazione di “Riflessioni sulla rivoluzione europea”,7 opera del suo destinatario immaginario.
Al quarto capitolo, “Socialismo per ricchi”, inizia con la citazione di un passo tratto dal libro di Jeremy Rifkin, “Il sogno europeo”,8 uscito nel 2004, ossia prima del crollo finanziario del 2007-2008. [Vedi “Il sogno di Jeremy”, nella finestra in pagina.]
Il sogno di Jeremy
Jeremy Rifkin con Angela Merkel
«L'Europa ha conseguito la sua recente posizione di preminenza non già rincorrendo le quotazioni azionarie, aumentando le ore lavorative e spingendo le famiglie nel vicolo cieco del doppio salario. La Nuova Europa poggia invece su reti di mercato che badano più alla cooperazione che alla competizione; promuove un nuovo senso della cittadinanza che esalta il benessere della persona tutt'intera e della comunità piuttosto che dell'individuo dominante, e riconosce la necessità del “gioco profondo” e dello svago per creare una forza lavoro migliore, più produttiva e più sana.»
Da Jeremy Rifkin, “Il sogno europeo: come l'Europa ha creato una nuova visione del futuro che sta lentamente eclissando il sogno americano”, Mondadori, 2004.
Il passo è citato da Jan Zielonka al quarto capitolo, 'Socialismo per ricchi', del suo libro “Controrivoluzione”.

Certo, correva il 2004, ma d'acchito balza agli occhi non tanto la distanza tra quel sogno ed il risveglio successivo, quanto l'esaltazione di un inesistente presente. Rimane un mistero dove Rifkin abbia potuto scorgere il concreto realizzarsi di quel sogno. Muovendo da tali premesse, il “futurologo” Rifkin si accingeva ad una mission impossible.
Fino al crollo finanziario nord-americano del 2007-2008, dove si poteva scorgere un'Europa nuova che, poggiando su reti di mercato, badava più alla cooperazione che alla competizione? Alla comunità piuttosto che all'individuo dominante? Non si era reso conto, Jeremy, di come veniva concretamente costruita l'Europa nell'Unione?
Eppure solo un anno dopo, i referendum popolari in Francia e Olanda ne rigettavano la pretesa Costituzione, calata dall'alto di un trattato internazionale tra governi. Eppure già a Maastricht (1992) si annunciava che il sogno si sarebbe ben presto trasformato in un incubo per la grande maggioranza. Bastava guardare ai risvolti sociali di quel Trattato.
A tale riguardo Zielonka scrive, a pagina 40-41 del suo “Controrivoluzione”:
«Nell'Europa degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso molta parte del discorso liberale riguardava il welfare state e l'idea che la mutua responsabilità, il riconoscimento dell'interdipendenza e il senso di comunità fossero gli strumenti per sostenere lo sviluppo individuale. Questo discorso è a poco a poco svaporato dopo il 1989. I neoliberisti (sotto l'influenza della reaganomics) hanno introdotto una falsa dicotomia tra liberalismo e comunitarismo. Il primo doveva avere come suo centro d'interesse solo l'individuo: “la società non esiste”, dichiarò Margaret Thatcher in una sua famosa intervista. Così, il progetto liberale ha lasciato gli individui sperduti nel labirinto di potenti mercati internazionali e istituzioni transnazionali inadeguate. Sempre più i cittadini si trovano isolati e privi di protezione pubblica tanto nel campo dell'economia quanto in quello del diritto e dell'amministrazione. Abbiamo minato i confini nazionali senza creare efficaci autorità pubbliche transnazionali.»
Il Risveglio
Il brusco risveglio sarebbe dovuto: al prevalere del neoliberismo; alla introduzione della falsa dicotomia tra liberalismo e comunitarismo; a considerare solo l'individuo, negando l'insieme sociale; ad inadeguate istituzioni ed autorità transnazionali a fronte di confini nazionali resi labili (dalla globalizzazione).
Appare indubbio che il neoliberismo sia imputabile dei disastri attuali. Il suo prevalere, tuttavia, richiede delle spiegazioni che anche la versione più democratica e sociale del liberalismo non riesce a darci. Sul piano storico, economico-sociale e politico.
Ricorre nella visione di Zielonka la constatazione che, da Maastricht in poi, l'Europa abbia attraversato tre rivoluzioni: geopolitica, geoeconomica e digitale.
Nella ricostruzione delle prime due manca una adeguata comprensione di come l'Europa occidentale, nel dopo-muro, si sia allargata ad Est e di come si siano strutturate le dicotomie tra Centro e Periferie. Assente è un minimo esame del sistema euro.
Così come «intimare ai britannici di cambiare atteggiamento verso l'Ue senza cambiare l'Ue serve a poco», invocare «solidarietà, non soltanto crescita, competizione e potere», senza indicare contro chi e con quali forze, è altrettanto inutile.
Vanno visti i comportamenti delle élites politico-intellettuali, senza trascurare le retrostanti oligarchie economico-finanziarie alle quali queste élites hanno aderito, annegando ogni differenza tra destra e sinistra. Il conseguente intreccio di potere oligarchico ha una sua storia, alla quale non ci si può sottrarre. E questa ha un punto di snodo.
Senza la minaccia costituita dal comunismo e dalle liberazioni nazionali, venuta a mancare nei lustri precedenti la caduta del muro, il liberalismo occidentale, e non di meno quello europeo, si è sentito libero di poter realizzare se stesso nella forma più integrale. Non è altrimenti spiegabile, politicamente, il prevalere del neoliberismo, dell'ottica individualistica su quella sociale, del governo degli “esperti” a danno della stessa democrazia rappresentativa, e, non ultima, della globalizzazione delle multinazionali e della finanza sulla sovranità popolare che svanisce quando non può esercitarsi nello Stato-nazione.
Pertanto, adeguate autorità transnazionali mancano per il semplice motivo che lo scopo essenziale della globalizzazione è stato di depotenziare le sovranità nazionali democratiche, non di corroborarle ad un livello più alto. Subentra la crisi politica, solo allorché all'interno dei Paesi ricchi d'Occidente si manifesta la ribellione di ampi strati di popolazione impoverita e, sulla scena internazionale, la leadership di quei Paesi ricchi viene messa in discussione dai Paesi emergenti. Da quel momento in poi, il liberalismo delle menti più democratiche comincia a chiedere di recuperare i “valori” in auge del periodo post-bellico, senza però produrre effetti pratici sul “liberalismo reale”.
Affinità elettive
Nel variegato movimento “contro-rivoluzionario” europeo, Zielonka distingue e riconosce sostanziali differenze. Tuttavia, pur rifiutandosi di metterle tutte nello stesso sacco e pur definendo fuorviante e stigmatizzante l'appellativo “populista” che vorrebbe accomunarle, non perviene ad alcuna logica conclusione politica. Se lo facesse dovrebbe ammettere che tanto il Movimento 5 Stelle, quanto Syriza e Podemos, per non parlare di France Insoumise (stranamente assente nella sua analisi), non possono in alcun modo venire rubricate come contro-rivoluzionarie.9 Dovrebbe, di converso, ammettere che in sé la “Rivoluzione liberale” propriamente rivoluzionaria non era...
Prescindendo da questi appunti critici, non vanno sottaciuti due effetti assai rilevanti della “rivoluzione geopolitica”: ad Est e nella Mitteleuropa prevalgono partiti anti-establishment nazionalistici a tinte fascistizzanti; nel Mediterraneo la presenza di simili forze è contraddetta da movimenti di sovranità popolare e democratico-costituzionali. Il che ci riporta direttamente a quanto viene ripetutamente ignorato da Zielonka: al modo in cui l'Unione si è fatta largo ad Oriente e si è strutturata in un Centro a trazione tedesca e differenziate Periferie. Tra queste ultime figurano Paesi del Sud che, avendo ancora vive le ferite del fascismo, si mostrano piuttosto resistenti. Ad Est, invece, il nazionalismo a base etnico-confessionale si è installato grazie ai riconoscimenti ed agli appoggi ricevuti dai Paesi dell'Europa occidentale che aspiravano all'espansione dei propri capitali nazionali. Fu così gettato “il bambino con l'acqua sporca”, ovvero le conquiste sociali con i regimi del “socialismo reale”.
Il limite che incontra il professore polacco, al quale va riconosciuto il coraggio di remare contro-corrente nel fiume liberale, gli preclude la comprensione di quanto emerge oggi in superficie. Vale a dire la propensione delle retrostanti oligarchie economico-finanziarie a cambiare cavallo, anche mettendo in subordine le élites politico-intellettuali delle quali si sono avvalse fino ad ora. Una propensione evidente in Italia, Paese in cui le spinte al cambiamento si sono fatte provvisorio contratto di governo.
Dopo l'addensarsi degli schieramenti sul TAV, scelta dirimente per le sue implicazioni sistemiche, ora registriamo le affinità elettive tra il vecchio regime e la Lega di Salvini sulla crisi del Venezuela.
Anche in questo caso di mezzo non c'è solo la “scelta” tra un presidente eletto (Nicolás Maduro) nel 2018 con un suffragio boicottato dalle opposizioni, ed uno nominato (Juan Guaidó), in base ad una lettura capziosa della Costituzione, da un parlamento eletto nel 2015. E non è nemmeno solo una questione di petrolio [vedi la tabella “I primi undici Paesi detentori di riserve petrolifere”, in pagina].
In questione c'è la pratica politica egemonica di stampo imperialistico, basata sull'attacco all'autodeterminazione, sull'intromissione negli affari interni di un Paese, reiterando - anche questo non può essere un caso - le sanzioni economiche ad hoc e gli sciagurati riconoscimenti esteri.
Abbiamo ancora fresca memoria degli effetti perversi di questa strategia: dalla ex-Jugoslavia, all'Iraq, alla Libia, all'Ucraina.
Sotto la minaccia di un intervento militare “umanitario e democratico” degli Stati Uniti, il golpe bianco di Guaidó si può trasformare in golpe nero ed in un sanguinoso scontro in terra venezuelana, con pesanti ripercussioni sulle relazioni internazionali.
L'elenco dei partiti politici italiani che si sono espressi per il riconoscimento di Guaidó, la dice lunga su quanto valgono le loro professioni di pace.
I primi undici Paesi detentori di riserve petrolifere
Note:
1 In un regime di cambi fissi (qual è l'euro), non potendo ricorrere alla svalutazione esterna, ciascun Paese in difficoltà ricorre alla “svalutazione interna” con abbassamenti salariali, precarietà del lavoro e riduzione del welfare.
2 Accordo con la Banca europea degli investimenti per un totale di 140 miliardi, spendibili in 15 anni.
3 L'atteggiamento europeo è ben sintetizzato dal presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, che ha riservato (6 febbraio 2019): «Un posto all'inferno per i promotori della Brexit.»
4 Jan Zielonka, “Il vero problema della Brexit è l'Ue, non il Regno Unito”, il Fatto Quotidiano, 31 gennaio 2019.
5 Intervista di Luca De Carolis a Piero Ignazi, il Fatto Quotidiano, 20 gennaio 2019.
6 Vedi in questo Blog, il Post “L'autocritica di un liberale tardivo”, gennaio 2019.
7 Ralf Dahrendorf, “1989. Riflessioni sulla rivoluzione in Europa. Lettera immaginaria a un amico di Varsavia (1990)”, Laterza, 1990.
8 Jeremy Rifkin, “Il sogno europeo: come l'Europa ha creato una nuova visione del futuro che sta lentamente eclissando il sogno americano”, Mondadori, 2004.
9 Al Labour di Jeremy Corbyn, Zielonka dedica considerazioni a parte.

mercoledì 30 gennaio 2019

TAV: il dubbio di Landini

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Sul Treno ad Alta Velocità Torino-Lione è anni che si discute, persino se nominarlo al maschile o al femminile. La Grande Opera è stata analizzata, sviscerata in tutti i suoi aspetti. E ciascuna forza politica ed economica, sindacale e della società civile, ha fatto le proprie scelte: chi contro e chi a favore.
Sicché, dopo tanto dibattere, si sono formati degli schieramenti politici che ora si fronteggiano, ingaggiando battaglia. Raffigurano plasticamente lo scontro in atto nel Belpaese.
In questione non è più una singola opera, per quanto grande possa essere, bensì uno svolgimento del presente che si proietta nella visione del futuro che vogliamo. Due vie si oppongono.
Da un lato, si insiste su un modello che promette immediato sviluppo conteggiato in PIL e già pronte occasioni di lavoro, collegamenti aperti per non condannarci all'isolamento dall'Europa e non retrocedere sulla strada del progresso.
Dall'altra, si propone uno sviluppo basato sul rispetto del territorio e di chi lo abita, che privilegi le mille più urgenti necessità generate da decenni di incuria e degrado: dai trasporti per i pendolari ai ponti fatiscenti, dal dissesto idro-geologico al consumo di suolo, dall'urbanizzazione selvaggia al rischio sismico... Un elenco purtroppo ricorrente che, per non tradursi ancora una volta in sacrificio di vite umane, ha bisogno di tante e disseminate piccole opere locali, di cure manutentive ininterrotte ed attuate, però, all'interno di una risistemazione organica del territorio nazionale, sotto una pubblica regia.
Non si tratta tanto di dare la precedenza in base all'urgenza ed alla disponibilità di spesa a breve, quanto dell'indirizzo politico da intraprendere per un percorso più lungo.
Benché la maggior parte delle forze pro-TAV si dicano preoccupate del debito pubblico, l'impatto di spesa è assai elevato e concentrato, destinato a finanziare gli affidamenti a grandi imprese. L'opzione che privilegia1 l'insieme di piccole opere e la manutenzione, invece, oltre a mettere in campo un forte coordinamento pubblico, centrale e locale, alimenta un'economia di piccole-medie imprese e di lavoro più stabile, protratto nel tempo. Ragione, quest'ultima, che allarma chi vorrebbe una spesa una tantum e lavoro immediato ma pur sempre a scadenza.
Attorno al Sì-TAV si sono raggruppati Confindustria, i sindacati tradizionali, la grande stampa quotidiana, l'arco partitico della seconda Repubblica: da Forza Italia al PD.
Le manifestazioni delle madamine torinesi ha solo permesso a queste forze di presentarsi in piazza sotto mentite spoglie, nel tentativo di dar vita ad un contro-movimento privo di qualsivoglia autonomia.
Anche la Lega di Salvini al governo, come sulle trivelle in mare, mostra di voler rappresentare più gli interessi delle lobbies affaristiche petrolio-cemento, che quelle dei territori e delle persone che sopra ci vivono. Si potrebbe dire, parafrasando il suo discutibile slogan: prima gli italiani, purché (im)prenditori di grandi finanziamenti di Stato! In definitiva, nulla di nuovo rispetto alle politiche che hanno fatto la fortuna di (im)prenditori in stile Benetton.
Tra le forze del No-TAV, oltre al Movimento “sorgente” della Val di Susa, il Movimento 5 Stelle, la sinistra non coinvolta direttamente nelle passate scelte di governo, e la Fiom.
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Maurizio Landini sul TAV:
«Io ho i dubbi e le perplessità che ho sempre avuto, ma va tenuto conto di cosa pensa la maggioranza della Cgil.»
Senonché, fresco neo-segretario della Cgil, Maurizio Landini, interrogato sul TAV da Lucia Annunziata nella trasmissione Rai3 “Mezzora” del 27 gennaio, dichiara dubbi e perplessità, tuttavia piegandosi alla maggioranza in Cgil. Quest'ultima - è noto - sostiene che “i cantieri bloccati vanno riaperti”, come se si trattasse di salvaguardare l'occupazione contro chi la vorrebbe affossare.
Un'ottica che, sia detto per inciso, ha portato i sindacati tradizionali ad un ruolo di sostanziale condivisione del modello di sviluppo fino ad oggi prevalente. Poi ci si lamenta della decadenza di ruolo dei cosiddetti “corpi intermedi”...
In passato Landini aveva espresso un secco No al TAV ed alla grandi opere,2 sicché da parte sua recedere in perplessi dubbi non è semplicemente un “doveroso attenersi” alla democrazia interna alla Cgil: è un abbandono.
L'insorgere del dubbio rispetto al TAV fu un “alzare la testa”, da cui nacque il Movimento in Val di Susa:
«Ma d'ogni dubbio il più bello
è quando coloro che sono
senza fede, senza forza, levano il capo e
alla forza dei loro oppressori
non credono più!»
Al contrario, ricadere nel dubbio oggi ricorda un ammonimento contenuto in un passo successivo della stessa poesia di Bertold Brecht, “Lode del Dubbio”:
«Certo, se il dubbio lodate
non lodate però
quel dubbio che è disperazione!
Che giova poter dubitare, a colui
che non riesce a decidersi!
Può sbagliare ad agire
chi di motivi troppo scarsi si contenta!
Ma inattivo rimane nel pericolo
chi di troppi ha bisogno.»
Note
1 Il che non esclude qualche eventuale grande opera, attuata secondo una strategia coerente con le piccole opere.
2 https://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/11/susanna-camusso-apre-alla-nostra-posizione-favorevole-agli-investimenti/196597/

venerdì 18 gennaio 2019

L'autocritica di un liberale tardivo

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Nel generale arroccamento del vecchio regime, Massimo D'Alema, approdato al social-liberalismo da uomo politico già affermato, chiama la sinistra ad una ripensamento sulla “lunga fase”.
Le élites politiche ed intellettuali che hanno pensato e voluto la rivoluzione liberale e la globalizzazione liberista, indirizzando le politiche nazionali e configurando l'attuale Unione europea, poste di fronte ai loro fallimenti si arroccano e mostrano di non disdegnare intrighi e maniere forti.
Addossano ogni colpa al “male morale” che pervade le menti, rappresentato da nazionalismi, sovranismi e populismi. Incapaci di guardare autocriticamente al proprio operato e, più propriamente, al liberalismo reale, paventano il peggio: “après nous, le déluge!”, dopo di noi, il diluvio.
Tuttalpiù, come i liberali di PiùEuropa di Emma Bonino all'indomani della sconfitta elettorale del 4 marzo 2018, annunciano di voler fare «tesoro delle esperienze», senza rivedere gli obiettivi, ovviamente.
Mentre Jean-Claude Juncker piange sull'austerità imposta alla Grecia, oltralpe la protesta dei gilets jaunes fa recedere il presidente Macron da misure adottate in perfetta continuità con le passate politiche, invise alla maggioranza dei francesi. Destino beffardo per il capo di “En marche!”, costretto a rinculare in retromarcia da un movimento popolare, multistrato sul piano sociale, che si accomuna su internet nella ribellione politica e genera una mobilitazione di massa, fisica e diretta, in tutto il Paese.
Surclassati dalla in-formazione in rete, i media tradizionali si sentono impotenti ed obsoleti, e, invece di rassegnarsi alle inevitabili conseguenze del “progresso tecnologico” (come raccomandavano di fare ai lavoratori “in esubero”), militano nel partito del “cambia-niente”. I loro editori, tutt'altro che “puri”, non hanno nemmeno bisogno di richiamarli agli ordini di scuderia.
Non c'è grande testata giornalistica, di stampa e televisiva, che non ci prospetti le peggiori nequizie, puntualmente causate dal governo Conte, al quale imputano le conseguenze delle scelte stesse dei (loro) governi precedenti. Tra queste pure le tendenze recessive in gran parte della zona euro!
In mezzo a tanta pervicace e cieca arroganza, tuttavia, qualche voce comincia a dissociarsi.
È il caso di Massimo D'Alema, al quale, avendo aderito al social-liberalismo quando era uno dei leader emergente del Pci, politicamente maturo, forse è più facile qualche riflessione autocritica, sebbene condita di scusanti dovute all'imperio dei cattivi tempi con cui dovette misurarsi la sua sinistra.
Erano tempi in cui si glorificava la vittoria definitiva della democrazia dell'Occidente ricco, la rivoluzione liberale europea, le magnifiche sorti progressive dell'Europa allargata ad Est. Come se la storia si fosse completata e finalmente conclusa.
Dopo aver sperimentato di cosa è capace il capitalismo lasciato libero di esprimere tutto se stesso, all'euforia è subentrato il disinganno ed un moto contrario si è fatto prorompente in tutto il vecchio continente.
Comprendere il passaggio nel quale ci ritroviamo, per le insidie che nasconde e le opportunità che offre, significa prendersi cura della società, della democrazia e, non ultimo, della pace, in un divenire multilaterale del mondo, situato sui bordi della globalizzazione liberista ai suoi esiti finali.
Nulla è scontato: la storia non è la pellicola di un film che si lascia riavvolgere.
Guai a fare quadrato
In un suo contributo dello scorso ottobre,1 avviato l'iter congressuale del PD e vedendo finalmente schiudersi uno spazio per una riflessione sulla sconfitta elettorale e sulla perdita di consenso popolare della sinistra, Massimo D'Alema afferma:
Massino D'Alema
«Sarebbe certamente un errore limitare la riflessione critica a questi anni: c'è, lo ripeto, una lunga fase su cui tornare a riflettere con serietà.»
Parole sante. Senonché il riesame della “lunga fase” appare alquanto debole, mentre, di contro, il punto forte è rappresentato dalla svolta politica nazionale che sottende.
Per l'ex lider maximo l'idea «di fare quadrato con l'establishment europeo in difesa dello status quo contro la "barbarie sovranista" sarebbe suicida», mentre viceversa occorre «una strategia dell'attenzione, quando non sia possibile una collaborazione, nei confronti di tutti quei movimenti anti-establishment che non siano riconducibili alla destra razzista e nazionalista».
In particolare, ad ottenere attenzione dovrebbero essere: Syriza in Grecia, Podemos in Spagna, France Insoumise di Mélenchon, i Verdi tedeschi2 e, seppure con minore feeling, il M5S italiano. Sicché, se fu un grave errore non andare ad una verifica programmatica con i 5 Stelle, quando Di Maio, prima di rivolgersi alla Lega di Salvini, offrì questa opportunità al PD, la prospettiva implicita è quella, in un futuro prossimo, di concedere loro una sponda a sinistra, seppure condizionata e condizionante.
Questa strategia andrebbe a sventare la minaccia incombente, favorita dalle chiusure dal PD di Renzi, del ritorno di una Lega, confermata nelle proprie propensioni più negative, in seno alla coalizione con FI e Fd'I, che schiuderebbe le porte ad una nuova maggioranza e ad un governo di centrodestra.
Per inciso, l'analisi di D'Alema pecca di una certa sottovalutazione dell'impatto che avrebbe sulla base leghista,3 la rimessa in pista dello squalificato Berlusconi, nel frattempo accovacciato proprio nel vecchio establishment europeo, in seno al partito popolare europeo a guida tedesca. È così certo che l'elettorato di Salvini, in parte attratto dall'opposizione al TAV in val di Susa, alle trivelle in mare dei petrolieri e agli inceneritori dei prenditori-affaristi (il partito del PIL), lo seguirebbe tra le schiere del “cambia-niente”?
Pensiero debole
Qui l'acuto D'Alema sconta una prima debolezza della sua revisione storica, nella quale dimentica l'origine dello sfaldamento del consenso alla sinistra istituzionale, dovuta alla scellerata politica di austerità ante litteram perseguita dal “consociativismo” nella seconda metà degli anni settanta.4
Per alcuni lustri la Lega di Bossi poté erigersi a paladina della difesa delle pensioni ed installarsi tra i lavoratori settentrionali dell'industria abbandonati da Cgil, Cisl e Uil. Ed anche quella di Salvini, risorta dalle ceneri della seconda Repubblica grazie alla “svolta nazionale”, ha potuto affermarsi in opposizione alla legge Fornero, votata dalla maggior parte della sinistra, in appoggio al governo di Monti, “podestà straniero” da Varese, via Bruxelles.
Non è affatto scontato che la Lega possa conservarsi attrattiva verso alcuni settori popolari qualora, come vorrebbe la sua corrente interna nordista più affarista e legata al vecchio modello di sviluppo (il TAV Torino-Lione appartiene al modello petrolio-auto-cemento), giungesse ad un rieditare le disgrazie della IIa Repubblica.
A questo punto si scorge una ulteriore debolezza della riflessione sulla “lunga fase” di D'Alema: la mancanza di una visione autocritica della perdurante incomprensione, tramutatasi troppo spesso in avversione, della sinistra istituzionale verso tutti i movimenti, sin dagli anni settanta. Il Movimento 5 Stelle è solo l'ultimo di una lunga serie.
Qual è il portato di M5S al quale non ci si può sottrarre, senza perdere il segno dei tempi?
Innanzitutto, il modo di intendere: la partecipazione attiva per affermare una nuova “volontà popolare”; la democrazia della delega e della rappresentanza; l'utilizzo delle nuove tecnologie comunicative che sconquassano la politica per riappropriarsene. Una socializzazione culturale che rimette in moto i movimenti di massa (vedi gilets jaunes), un vero e proprio cambio di paradigma della democrazia politica.
Manifestazione dei gilets jaunes a Parigi
Corpi disorganici
Al contrario di quanto viene fatto credere dai media tradizionali, la crisi dei cosiddetti corpi intermedi, in primis partiti e sindacati (ma ora anche di quotidiani-partito come “la Repubblica”), non è dovuta all'insorgere dei barbari populisti e sovranisti. Semmai a trovare “risposta” nel variegato fenomeno populista è proprio la crisi di tali corpi intermedi, palesatasi già nella prima Repubblica e causa non secondaria della sua fine.
L'accesso all'alfabetizzazione primaria del saper leggere e scrivere connotò il protagonismo del movimento operaio di fine '800 ed inizio '900. Le rivoluzioni socialiste e le liberazioni nazionali imposero al mondo una superiore scolarizzazione di massa che in Italia, dalla metà dello scorso secolo, mise in crisi il ruolo degli intellettuali, non più i soli a detenere i fondamenti del sapere generale e politico. I movimenti si auto-organizzavano ed auto-gestivano senza più aver bisogno delle prestazioni dei quadri istruiti nelle scuole di partito o di sindacato.
Nel corso dell'abortita seconda Repubblica, la sinistra invece di rinnovarsi riandando alle proprie radici, si è ancor più resa “disorganica” rispetto alla working class. Arroccata su se stessa, mirando all'autoconservazione (con stucchevole richiamo a “valori” non più praticati) e, spesso mutando nome, si è riconosciuta autonoma in quanto “ceto politico” staccato dalla parte sociale di riferimento, finendo per coltivare unicamente l'ambizione del potere per sé. Così si è ritrovata via via in balia della globalizzazione liberista e, su scala europea, dell'Unione austera, sino a “farsene doverosamente carico” e contrapporsi inesorabilmente ai settori popolari, in funzione dei quali diceva di dover esistere come corpo intermedio.
Non si comprende altrimenti perché la sinistra di governo sia stata più realista del Re nell'opera di smantellamento delle conquiste sociali e del lavoro, del welfare pubblico, nella svendita delle imprese statali, nella devoluzione all'Europa della sovranità nazionale monetaria, fiscale di bilancio e persino costituzionale (art. 81). Al punto da sostenere misure del Tesoro oltremodo punitive, non richieste né dall'Europa né dalla globalizzazione, del risparmio popolare e favorevoli, via spread, alla speculazione finanziaria internazionale,5 che oggi puntualmente ci ricatta e minaccia su opportuna segnalazione della Commissione di Bruxelles.
Senza rimettere in discussione le forme-sostanza della sinistra, dalla partecipazione alla rappresentanza, dai modi dell'impegno militante alla politica come mestiere, lautamente pagato ed spesso affetto da “cleptomania”, accettando di misurarsi con i nuovi veicoli in-formativi e comunicativi, per ampliare gli spazi della democrazia a partecipazione e controllo diretti, qualsivoglia critica alle ingenuità strategiche del M5S è destinata a riproporre altere supponenze, delle quali a ragione è imputata.
Inoltre, pur prescindendo dal portato dei “grillini”, non c'è nulla da imparare dai modi in cui France Insoumise, Podemos ed i laburisti di Corbyn si sono affermati? Non c'è nulla da apprendere dai rovesci stessi che l'esperienza di Syriza ha incontrato nel corso dell'avvilente sottomissione della Grecia?
Non mettendo in discussione le forme-sostanza della sinistra, la revisione della “lunga fase”, ad un certo punto del suo discorso, viene sottratta all'analisi politica del presente e consegnata con disinvoltura da D'Alema agli... storici! Sicché, pur richiamandosi a Gramsci,6 finisce per negare il nesso proprio tra passato e presente, essenziale nel pensiero gramsciano sull'egemonia.
La via maestra
In caduta è un regime trentennale di cui la sinistra di governo è corresponsabile, non per aver coltivato illusioni riformiste, ma in quanto protagonista di contro-riforme restaurative generali.
Poteva la sinistra non abbracciare il liberalismo globalizzatore, ancorché venato di riformismo sociale?
Qui si sconta una illusione sovrastante d'impronta “cosmopolita”: l'idea di riformare, attraverso regole mondiali, il contesto internazionale, nel quale invece ha prevalso il neoliberismo a fronte di «istituzioni politiche rimaste sostanzialmente nazionali».7 Ciò sarebbe avvenuto a causa dell'orientamento prevalente delle istituzioni internazionali e soprattutto di quelle economiche di maggior peso.
In questo diaframma sarebbe incappata anche la costruzione europea, con l'adozione dell'ordoliberismo di matrice mittel-europea e dei «meccanismi di funzionamento dell'area euro».
Per un ceto politico esperto e pragmatico, quale si ritiene quello della sinistra di governo, non vedere il “verme” dell'egemonismo nazionalistico nelle modalità dell'affermazione planetaria del neoliberismo e, a maggior ragione, nella sua declinazione ordo-liberista europea, perché sprofondati in un sonno illusorio, è più di un pacchiano errore.
Per restare all'ambito continentale, la rinuncia all'autodifesa nazionale, della propria sovranità nelle interdipendenze, non è avvenuta inconsapevolmente. Quando il carro monetario e finanziario fu posto “davanti ai buoi” della integrazione politica, erano chiare le implicazioni. Infatti, sia i socialisti che i comunisti italiani, e pure molti democristiani, vi opposero una iniziale resistenza. Perché fu vinta?
Non si trova risposta plausibile se si trascurano le forze materiali, economiche e sociali, che vollero ed imposero quella scelta, alle quali la sinistra di governo non solo si piegò, ma si accorpò.
Rinunciare alla elasticità del cambio della lira nell'ambito della privatizzazione finanziaria, significava voler reggere la concorrenza internazionale scaricandone tutto il peso sui lavoratori. Ne derivarono maggiore disoccupazione e dilagante precariato, abbattimento delle remunerazioni del lavoro dipendente e di quello “autonomo”.
Vanamente si cercherà nel discorso di D'Alema un accenno di analisi delle classi, le quali si sono certamente trasformate ma affatto estinte, e del capitalismo italiano, nonché delle sue irrefrenabili pulsioni a fare tutt'uno con la finanza del Centro a discapito delle Periferie mediterranee. Laddove questione sociale e questione nazionale si incontrano. Lamentarsi delle diseguaglianze, dell'impoverimento di una parte a favore dell'arricchimento di una sparuta minoranza, appartiene al bagaglio di chi, alla Piketty,8 vede il capitale della fortune, la sua ineguale distribuzione, non i rapporti che la generano.
Per farlo occorrerebbe una “revisione della revisione”, togliere dalla soffitta Carlo Marx e non basterebbe...

Nel desolante quadro, rimarrebbe, tuttavia, un dato di consolazione: «In fondo la visione intergovernativa dell'Europa che ha prevalso in questi anni può consentire un riequilibrio che non metta in discussione l'Unione ma ne ridimensioni drasticamente le ambizioni politiche e il respiro ideale.»
Sempreché non vi voglia dare vita nel vecchio continente ad «un progetto radicale di democratizzazione e da un indirizzo nuovo di politiche economiche e sociali che comprenda la necessità di una revisione del fiscal compact e più in generale dei meccanismi di funzionamento dell'area euro.» Ecco la via maestra che indica D'Alema per riabilitare e ricollocare la sinistra.
Forse troppo tardi per evitare che la disgregazione abbia il sopravvento, confinando l'Unione europea in un inutile limbo. Certamente troppo poco per costruire l'auspicato radicale cambiamento, che coniughi socializzazione e democratizzazione, abbandonando la rivoluzione liberale al suo conclamato e storico fallimento.
Note
2 I quali in Germania si sono sottratti ai governi di grande coalizione tra democristiani (CDU-CSU) e socialisti (SPD).
3 Quanto, come sostiene Travaglio, di “bocca buona”?
4 Vedi in questo Blog: “Anno austero 1977”, dicembre 2014.
5 A questo proposito, vedi Guido Grossi, “Il furto del debito pubblico”, https://www.youtube.com/watch?v=r5fQKEPYD7A.
6 Nello scritto di D'Alema, citato a pag. 1: «Come scriveva Gramsci nell'interregno tra il vecchio che muore e il nuovo che non riesce ad affermarsi "possono nascere i fenomeni morbosi più svariati".»
7 Nello scritto di D'Alema, citato a pag. 1: «Quello che qui importa sottolineare è che questa visione liberal-socialista si è rivelata largamente illusoria e che il riformismo è rimasto schiacciato tra il peso dell'economia globale e dei mercati e la limitata possibilità di azione di istituzioni politiche rimaste sostanzialmente nazionali.»
8 Thomas Piketty, “Il capitale nel XXI secolo”, Bompiani, 2013.

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