sabato 15 dicembre 2018

Il dilemma dell'aiuto umanitario

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In questione non è tanto il dilettantismo dell'aiuto, quanto l'imposizione di modelli di sviluppo della globalizzazione. L'Africa di Thomas Sankara. Contraddizioni e limiti delle ONG. La neutralità nella crisi dell'era umanitaria globale. Necessità di un nuovo internazionalismo politico.
Massimo Fini da Il Fatto Quotidiano,1 ha lanciato un appello che ha il sapore di una sfida:
«Il solo modo per aiutare l'Africa Nera è che noi ci togliamo dai piedi.»
Il ragionamento di Fini prende spunto da un discorso di Thomas Sankara [il passo citato è qui sotto riportato nel riquadro “Tecnici dell'aiuto umanitario”], presidente di uno dei Paesi più poveri del mondo, il Burkina Faso ex Alto Volta, tenuto nel 1987 all'assemblea dei Paesi non allineati della Organizzazione dell'Unità Africana. Dopo quattro anni di riforme per uno sviluppo indipendente, contro il neocolonialismo del debito e degli aiuti, quel discorso gli costò la vita. Nel colpo di Stato, durante il quale fu assassinato, risultarono coinvolti Francia, Inghilterra e Stati Uniti.
Scrive Fini:
«Sankara, a differenza di Gheddafi, centra l'autentico nocciolo della questione: le devastazioni economiche, sociali, ambientali provocate nell'Africa Nera, spesso col pretesto di aiutarla, del nostro modello di sviluppo. Ecco perché bisogna stare molto attenti quando, con parole pietistiche, si parla di “aiuti all'Africa”.»
L'articolo si conclude in aperta polemica con i cosiddetti “dilettanti allo sbaraglio”2 italiani, che, a parere di Fini, finiscono per procurare danni, anche mortali, laddove si erano proposti di portare testimonianza e soprattutto soccorso solidale.
Di pressante interesse, al di là del giudizio perentorio sui casi specifici, è il continuo riproporsi del dilemma dell'aiuto umanitario, in un tempo storico denominato “era umanitaria”.

Tecnici
dell'aiuto umanitario
«Il debito è la nuova forma di colonialismo. I vecchi colonizzatori si sono trasformati in tecnici dell'aiuto umanitario, ma sarebbe meglio chiamarli tecnici dell'assassinio. Sono stati loro a proporci i canali del finanziamento, i finanziatori, dicendoci che erano cose giuste da fare per far decollare lo sviluppo del nostro Paese, la crescita del nostro popolo e il suo benessere... Hanno fatto in modo che l'Africa, il suo sviluppo e la sua crescita obbediscano a delle norme, a degli interessi che le sono totalmente estranei. Hanno fatto in modo che ciascuno di noi sia, oggi e domani, uno schiavo finanziario.»
Thomas Sankara
Thomas Sankara fu leader dell'Africa sub-sahariana. Combatté la povertà tagliando sprechi statali e sopprimendo privilegi delle classi agiate. Finanziò un ampio sistema di riforme sociali incentrato sulla costruzione di scuole, ospedali e case per la popolazione estremamente povera, oltre a un'importante lotta alla desertificazione con il piantamento di milioni di alberi nel Sahel.
Il suo rifiuto di pagare il debito estero di epoca coloniale, insieme al tentativo di rendere il Burkina autosufficiente e libero da importazioni forzate, gli attirò le antipatie di USA, Francia ed Inghilterra. Con la loro complicità fu ordito un colpo di Stato (15 ottobre 1987) dal suo vice, Blaise Compaoré, durante il quale venne assassinato all'età di 38 anni. Figura carismatica e iconica per milioni di africani, è comunemente indicato come “Che Guevara africano” e “Presidente ribelle”.


Il mercato della solidarietà
In genere coloro che sostengono con lavoro volontario e danaro l'aiuto umanitario nelle diverse situazioni, dalle zone di guerra ai progetti di cooperazione contro il sottosviluppo e la povertà, sono animati da un reale spirito di solidarietà.
In discussione non è la loro intenzione, ma “l'industria” e il relativo “mercato” nella cui logica si immettono. In discussione non sono gli atti di donazione ed il loro valore morale, ma l'indirizzo politico e le strategie degli enti “raccoglitori e canalizzatori” privati o pubblici che siano.
Ogni anno migliaia donne e uomini dei Paesi ricchi sono spinti con spirito umanitario all'impegno diretto. Si tratta di un fenomeno rilevante anche dal punto vista occupazionale. Prescindendo dai risultati concreti raggiunti dalla miriade di “missioni” laiche o religiose, questo movimento arricchisce di esperienze e conoscenze chi vi partecipa e, di conseguenza, il Paese da cui provengono.
Tuttavia, non ci si può esimere dal considerare altri aspetti che finiscono per connotare il movimento solidaristico, oramai ampiamente e globalmente organizzato. Tra questi, quello dei “dilettanti allo sbaraglio” non è la manifestazione prevalente, sebbene le cosiddette MONGO3 siano andate rafforzandosi.
Proprio dalle parole di Thomas Sankara, comprendiamo che in gioco c'è il concetto stesso di sviluppo dei Paesi poveri, Africa in primis, e del ruolo in esso svolto dall'apporto esterno, proveniente per lo più dagli stessi Paesi che furono protagonisti del colonialismo ed ora lo sono degli aiuti umanitari. Aiuti che intervengono sia nelle situazioni di endemica povertà, attraverso i piani di “cooperazione allo sviluppo”, sia in quelle di emergenza, sopravvenute in seguito a calamità “naturali” o a guerre.
Dobbiamo a due autrici la diffusione della conoscenza di quali meccanismi vengano attivati in caso di disastri umanitari, generati da guerre ed eventi “naturali”, i quali quasi sempre si sovrappongono alla povertà strutturale nei Paesi coinvolti.
Naomi Klein4 ha denunciato il sistema neoliberista che sfrutta lo shock del disastro per affermare il capitalismo di conquista a scapito di intere società.
La meno conosciuta Linda Polman5 ci ha raccontato, anche in virtù delle proprie dirette esperienze, di come le ONG, nate all'insegna della neutralità, siano sempre più coinvolte nelle strategie belliche e nei tipici meccanismi del mercato globale, per reggere le sorti di una industria della solidarietà vieppiù basata sulla “visibilità mediatica” per sollecitare ed incanalare fondi a proprio favore.
Centrale è il suo richiamo al dilemma che sorse sin dagli albori nel campo del soccorso umanitario, tra lo svizzero Henry Dunant, che dopo la Battaglia di Solferino (1859) diede vita alla Croce Rossa Internazionale, e l'inglese Florence Nightingale, considerata la fondatrice dell'assistenza infermieristica moderna.
Nightingale si pose a capo di una pattuglia di 38 infermiere volontarie, che curarono i soldati malati e feriti del Regno Unito nella guerra di Crimea (1853-1854). Salvarono molti soldati da morte certa, ma che poi un gran numero tra loro, rimandati prontamente al fronte, vi perirono.
Florence Nightingale
«Senza il suo aiuto, pensò Florence Nightingale, la guerra sarebbe finita prima.»6
In conclusione, i “salvati” furono presto in gran parte “sommersi”, con una paradossale aggravante: le cure prestate erano risultate congeniali ai piani dei comandi militari e del governo di prosecuzione della guerra e, di conseguenza, portarono ad un maggiore spargimento di sangue...
Quel dilemma si ripropone oggi, mutatis mutandis, qualora considerassimo l'aiuto umanitario nel contesto della globalizzazione e nei meccanismi strutturali in cui esso avviene, nonché dalle logiche politiche e belliche che insieme indirizzano al risultato ed al “bilancio” finali.
Usi ed abusi
A febbraio è stato presentato da Agire, un network delle ONG, un Rapporto7 secondo il quale gli aiuti all'assistenza umanitaria globale hanno raggiunto nel 2016 la cifra record di 27,26 miliardi di dollari (di cui 6,92 da privati), con un incremento del 6% rispetto all'anno precedente [vedi grafico “Assistenza umanitaria globale”]. Solo nel 2012 ammontavano a 16,10 miliardi di dollari, di cui 4,35 da privati. Tale somma è ritenuta comunque insufficiente a coprire il 40% dei bisogni delle popolazioni colpite da conflitti e catastrofi naturali. Paragonata alla spesa militare mondiale, stimata in 1.686 miliardi di dollari annui, il valore dell'assistenza umanitaria equivale a circa un sessantesimo.

Le ONG si dicono piuttosto preoccupate dall'annunciata intenzione di Donald Trump di tagliare i contributi degli Stati Uniti che, con 6,32 miliardi di dollari, è il maggior governo donatore.
A prescindere dalle intenzioni poco umanitarie del presidente di America first, da anni è in corso una discussione pubblica sull'uso da parte delle ONG delle ingenti risorse di cui sono affidatarie. Sotto esame sono stati messi sia i comportamenti, sia il conto economico, dato dal rapporto tra risorse raccolte e loro arrivo a buon fine.
Che la raccolta di fondi sia minacciata in base ad attacchi denigratori, non deve indurre a considerare acriticamente quanto sino ad ora è stato fatto. Semmai il contrario.
In merito ai comportamenti, faccio un esempio: lo “scandalo sessuale” che ha investito i vertici di Oxfam, multinazionale della beneficienza, che ottiene donazioni dall'Unione europea e dal governo britannico. Venuto alla luce nel febbraio del 2018, riguarda abusi accaduti in anni precedenti.8
La vicenda ricorda da vicino gli abusi sessuali sia di prelati e sacerdoti, coperti per tanti anni dalla Chiesa Cattolica e non più tollerati da papa Francesco, sia delle truppe ONU stanziate nelle zone di crisi, benevolmente tollerati dai comandi militari.
In questo caso i vertici di Oxfam hanno mostrato di rispondere ad un riflesso condizionato, proprio di chi mette al primo posto la difesa della propria organizzazione (o crede di difenderla insabbiando), rispetto alle dichiarate finalità della stessa.
Tuttavia, non si può trascurare il fatto che tale abusi avvengono nelle aree di crisi umanitaria, perché in esse vengono a riprodursi situazioni tipiche della condizione coloniale, ossia di profonda disparità tra popolazione locale in assoluta povertà e stranieri “ricchi”, convinti di poter comprare ogni “cosa”.
Sul rapporto tra risorse raccolte e loro effettiva destinazione, assistiamo ad un dibattito pubblico teso a distinguere le ONG “buone” da quelle “cattive”, ingenerato dal sospetto che le donazioni servano più al loro mantenimento piuttosto che ai destinatari, in favore dei quali dicono di agire.
Poiché qualsiasi organizzazione corre il pericolo di cadere nella propria “auto-referenzialità”, anche quella umanitaria è chiamata a porsi seriamente il problema. Degli ingenti fondi raccolti da enti privati e pubblici,9 quanto arriva a buon fine e, viceversa, quanto è sottratto per l'auto-mantenimento delle organizzazioni stesse?
Le informazioni di cui disponiamo dipingono un quadro contraddittorio.
In senso positivo, tra le top ten italiane da 500 milioni di entrate, Emergency fondata da Gino Strada, primeggia “per importo destinato e per scelte”.10
All'opposto, qualche anno fa, ha gettato scalpore l'abbandono dell'incarico di testimonial della fondazione inglese Halo Trust da parte della star del cinema Angelina Jolie, quando è venuta a conoscenza dei compensi stellari percepiti dei vertici di quella ONG no-profit.
Pertanto, se le prima citate MONGO possono essere accusate giustamente di deleteria improvvisazione e di “dilettantismo”, il movimento controcorrente, di critica al “professionismo” umanitario, non è per niente privo di fondate ragioni. Le ONG “più qualificate” assomigliano spesso alle grandi imprese a scopo di lucro, assai prodighe verso i loro top managers.11 Ma, d'altro canto, come viene trattato il personale impiegato nei progetti operativi dislocati nel mondo bisognoso di aiuti?
Ben prima che il dibattito sulle ONG investisse il nostro politico quotidiano, in seguito ai salvataggi in mare nei pressi delle coste libiche, sono comparse sulla stampa quotidiana dichiarazioni di operatori umanitari sul campo, i quali si auto-raffiguravano in “condizioni operative” tutt'altro che disagiate.12
Di contro, ciascuno di noi conosce generosi volontari che vengono spesati ed assistiti al minimo, benché i funzionari stabili delle organizzazioni che li arruolano ricevano ben più sostanziosi compensi.
Se ne ricava l'impressione che a fare la differenza di trattamento sia l'appartenenza più o meno fissa alla struttura e la dimensione raggiunta dalla organizzazione, tanto più se quest'ultima appartiene o meno al top delle ONG “accreditate” presso i governi erogatori di fondi pubblici e le più dotate, finanziariamente, fondazioni private mondiali.
Una difficile neutralità
Il principio di neutralità delle organizzazioni umanitarie è messo seriamente in forse tanto dalle condizioni pratiche in cui si trovano ad intervenire, quanto dalla dinamica insita nel rapporto tra i popoli dei Paesi poveri e gli aiuti erogati secondo i modelli di sviluppo dei Paesi aiutanti.
In un'area bellica la neutralità è resa assai difficile dalla “guerra asimmetrica” contemporanea.
Nel 2007 Emergency vede sequestrate le proprie strutture ospedaliere da parte del governo di Kabul.13 Gino Strada dichiarerà: «Hanno fatto di tutto per cacciarci.» Va notata la lingua biforcuta dell'establishment nazionale: in patria canta sovente le lodi di Emergency, mentre in Afghanistan continua a sostenere l'impegno militare dell'Italia a fianco del governo di Kabul in quella “guerra asimmetrica”.
Laddove avviene un conflitto tra un esercito organizzato, magari sorretto da una potente coalizione internazionale, dotato della migliore moderna strumentazione ed organizzazione, ivi compresa quella della cura dei propri feriti, ed una guerriglia locale che ne è priva, il soccorso ospedaliero finisce inevitabilmente per sopperire alle mancanze di quest'ultima, “avvantaggiandola”. L'esercito “regolare”, pertanto, ostacolerà in ogni modo l'attività degli ospedali che accolgono chiunque ne abbia bisogno, perché esso non ne ha bisogno, al contrario dei combattenti “irregolari”. E l'ostruzionismo si tramuterà facilmente in sabotaggio, rendendo la vita impossibile alle organizzazioni umanitarie neutrali per spingerle all'abbandono.
D'altronde, poiché il principale governo donatore mondiale è anche il più armato ed interventista, non può gettare meraviglia che elabori e pratichi strategie nelle quali l'aiuto umanitario è embedded, ossia condizionato al pari di quei giornalisti che raccontano la guerra in Iraq al seguito del loro esercito occupante. Così come non si potrà pretendere verità dal “giornalista al seguito” dell'esercito occupante, non potrà esserci neutralità nell'aiuto umanitario prestato dal suo governo, bensì, fuori da ogni illusione, subalternità e funzionalità.14
Accreditamenti e consenso
In questi giorni la ONG Medici Senza Frontiere ha annunciato pubblicamente di avere temporaneamente rinunciato alla missione di salvataggio nel Mediterraneo, paragonando questo abbandono a quello degli ospedali da campo, resosi necessario in alcune aree di guerre. Il loro portavoce ha accusato l'Unione europea di esserne la principale responsabile.
Qui è la questione migratoria ad aprire la contraddizione.
Sul problema migratorio, benché ne abbia già scritto più volte,15 credo necessario riprendere alcuni punti di sintesi:
  • l'imposizione del modello di sviluppo dell'occidente capitalistico in Africa ha accompagnato la globalizzazione liberista e conduce allo spopolamento delle campagne, con il trasferimento degli esclusi dalla terra nelle immense bidonvilles che vanno formando le megalopoli del continente [vedi la finestra "AFRICA"].
  • ciò spinge una parte delle popolazioni coinvolte all'emigrazione verso le più vicine aree ricche del pianeta, alla ricerca di lavoro e di condizioni di vita migliori;
  • gli stessi Paesi che dominano i processi di globalizzazione, avvantaggiandosi sia del sistema agro-alimentare imposto, sia delle importazioni di materie prime a basso costo, tendono a selezionare la nuova offerta di mano d'opera immigrata, integrando solo quella qualificata e di fatto emarginando quella generica;
  • i Paesi di partenza quando cedono le loro risorse umane più istruite, perdono anche le basi umane indispensabili al loro possibile decollo;
  • nei Paesi di arrivo gli immigrati, tanto più se privi di specifica professionalità, vanno ad ingrossare l'esercito di riserva disponibile, così contribuendo al degrado dei rapporti di lavoro in atto da trent'anni.

        AFRICA
      Megalopoli
      Attualmente l'Africa è il continente meno inurbato (40%), pur annoverando alcune città superiori ai 10 milioni di abitanti, quali Il Cairo (oltre 15mil) e Lagos (oltre 16mil). Stando ad uno studio ONU, la popolazione delle città africane passerà dagli attuali 395 milioni, registrati nel 2009, ad un miliardo e 230 milioni nel 2050.
      Seguendo il modello agricolo ed economico occidentale ed in base al trend demografico, l'inurbamento (negli USA si è già a quasi l'80%) porterà nel prossimo futuro l'Africa ad avere le città più popolose al mondo.
      Povertà
      Fin dall’inaugurazione delle prime politiche di cooperazione allo sviluppo, a livello internazionale e nazionale, sono stati trasferiti in Africa circa mille miliardi di dollari, sotto diverse forme. Nel periodo di massima concentrazione degli aiuti (il ventennio 1970-1990), la percentuale di popolazione povera che viveva nel continente africano è passata tuttavia dall’11% al 66%. L’aumento di circa 50 punti percentuali non è dovuto solamente ad un aumento della povertà in termini assoluti, ma gran parte è dovuta alla crescita economica imponente che hanno registrato diversi Paesi in via di sviluppo, soprattutto asiatici. Ci si riferisce, quindi, ad una aumento della povertà in termini relativi. 


Pertanto, lo stesso sistema: riduce in povertà intere popolazioni, africane e non; produce i flussi migratori e sfrutta i migranti nei luoghi d'arrivo; li contrappone alla parte più povera dei già residenti tramite la “concorrenza” nell'accesso al lavoro e nella fruizione di un welfare ampiamente rimaneggiato.
Come meravigliarsi che un simile sistema generi poi conflitti sull'accoglienza umanitaria?
E che forze politiche del più deleterio nazionalismo16 ne approfittino per alimentare campagne di odio xenofobo e misure di restrizione dell'accoglienza umanitaria?
Grande è l'ipocrisia delle forze economiche e politiche che hanno condiviso e condividono la globalizzazione. Sono responsabili del sottosviluppo africano, dell'aumento della povertà e dei derivanti flussi migratori, eppure vestono i panni umanitari verso i migranti emarginati, “facendo la morale” ai residenti impoveriti. Soprattutto in un momento in cui l'Europa, da loro architettata, stringe i Paesi mediterranei, primo approdo dei migranti africani, nella morsa degli interessi sul debito pubblico e dell'austerità.
Le ONG, quando sostengono varianti cosmopolite della globalizzazione e linee no borders, perdono consenso popolare e credibilità nei Paesi di approdo, deputati all'accoglienza. Non possono accreditarsi presso le oligarchie della globalizzazione e, al contempo, ottenere credito dai popoli che ne sono impoveriti.
La neutralità impossibile
I meccanismi strutturali, le logiche economiche e politiche che prevalgono negli aiuti umanitari, come all'inizio dell'articolo ci ricordava Thomas Sankara, sono ancor più attivi quando tali aiuti si ammantano di umanitarismo e pretendono di sollevare dalla povertà da sottosviluppo, in particolare nei Paesi in cui singoli eventi disastrosi vanno a peggiorarla.
La cosiddetta ”era umanitaria” globale è subentrata quando i grandi movimenti di liberazione nazionale hanno subito una pesante sconfitta, insieme al loro entroterra strategico, costituito dal socialismo fino ad allora realizzato.
Molti, soprattutto nei Paesi del primo mondo ricco, si sono sentiti comunque in dovere di sopperire, attraverso l'azione umanitaria, alla perdita di una politica internazionalista no global che andasse alle radici della povertà e delle diseguaglianze, combattendo le nuove forme dello sfruttamento e dell'egemonismo (neo-imperialismo?) mascherato. Il danno immediato è stato ridotto, ma non quello “successivo” e complessivo. Occorre prendere atto, questo è il punto cruciale, che l'aiuto umanitario, il quale già portava in seno un dilemma originario, è stato vieppiù assoggettato di fatto dai soverchianti meccanismi, non solo finanziari, della globalizzazione contemporanea.
Ora, con la crisi della globalizzazione emergono tutti i limiti e le contraddizioni dell'umanitarismo che si è infine proposto di porre rimedio ai mali della globalizzazione stessa, supponendo di poter connotare i propri interventi come sempre neutrali.
È questa crisi a porre all'ordine del giorno, oltre ad un critico bilancio degli aiuti umanitari – qui solo brevemente tratteggiato - la ripresa indispensabile di un internazionalismo politico, che così come non può per sua natura essere neutrale, deve poter contare sullo spirito e delle energie di chi in buona fede ha creduto nell'umanitarismo.
Note
1 Massimo Fini, “Per aiutare l'Africa andiamocene da lì”, il Fatto Quotidiano, 29 novembre 2018.
2 Tra i “dilettanti allo sbaraglio” il giornalista inserisce le cooperanti onlus Silvia Romano (oggi prigioniera in Kenia), Simona Torretta e Simona Pari, le “due Simone”, e la inviata de il Manifesto Giuliana Sgrena.
3 In opposizione alle organizzazioni umanitarie “istituzionalizzate”, con il loro pesante bagaglio di burocrazia ed interessi, sono sorte le MONGO (da “My Own NGO”) ad opera di persone convinte di poter risolvere i problemi nelle zone di crisi meglio e con costi minori. Vedi Linda Polman, “L'industria della solidarietà”, Bruno Mondadori, 2009, pagg. 43-55.
4 Naomi Klein, “Shock economy. L'ascesa del capitalismo dei disastri”, Rizzoli, 2008.
5 Linda Polman, “L'industria della solidarietà. Aiuti umanitari nelle zone di guerra”, Bruno Mondadori, 2009.
6 Linda Polman, ibidem, pag. 6.
8 https://www.corriere.it/esteri/18_febbraio_13/scandalo-oxfam-sotto-accusa-numero-della-ong-mark-goldring-f9c8f3b0-10a3-11e8-ae74-6fc70a32f18b.shtml
9 https://www.ilblogdellestelle.it/2017/05/alle_ong_vanno_12_miliardi_di_euro_annui_dai_cittadini.html
10 https://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2017-07-31/ong-top-ten-500-milioni-entrate-211523.shtml?uuid=AEEmha6B
11 Ad esempio, a Irene Khan, ex segretario di Amnesty International, è stata versata una buonuscita di 500mila sterline.
12 http://www.dagospia.com/rubrica-4/business/beneficenza-maleficenza-intero-business-fondazioni-ong-onlus-s-ed-49008.htm
13 http://it.peacereporter.net/articolo/7903/Requisiti+gli+ospedali+afgani+di+Emergency
14 Vedi a questo proposito: http://www.studiperlapace.it/view_news_html? news_id=20051231053055
15 Nel Blog vedi:” Immigrazione”, ottobre 2014; “Immigrazione: una risposta”, febbraio 2015; “Nuove frontiere”, settembre 2015; “Minniti d'oltremare” settembre 2017; “Aiutarli a casa loro?”, settembre 2018.
16 Vedi nel Blog “Il tabù della nazione”, novembre 2018.

giovedì 22 novembre 2018

Il tabù della nazione

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Il tabù della nazione

La questione nazionale rimossa e sconnessa dalla questione sociale. Patriottismo e nazionalismo. Internazionalismo uguale a globalismo? Domenico Moro e Toni Negri: due posizioni divergenti sulle quali riflettere.
Concludevo l'articolo “Perché la sinistra ha perso il suo popolo”, denunciando la mancanza, anche nella sinistra non PD, sia parlamentare che extra-parlamentare, del necessario collegamento tra questione sociale e questione nazionale.
La scomparsa della nazione, o la sua riduzione a mero deteriore nazionalismo, è conseguenza della adesione al globalismo cosmopolita, ovvero alla ideologia della globalizzazione, scambiata per internazionalismo.
Al contrario l'inter-nazionalismo, come si desume dalla parola stessa, suppone la nazione, che sebbene non esista in natura, nondimeno è reale in quanto prodotto storico, politico e culturale, nel quale si agita lo scontro sociale. Rimuovere la nazione significa rimuovere un luogo concreto di questo scontro.
Il rimosso
La questione nazionale subisce un rifiuto preconcetto. É quanto si propone di dimostrare Domenico Moro, nel suo ultimo libro “La gabbia dell'euro. Perché uscirne è internazionalista e di sinistra” (Imprimatur, 2018).
Domenico Moro
Come annota Mimmo Porcaro:
«L'operazione di Moro è molto semplice, e proprio per questo va al centro del problema. Consiste nel ricondurre la questione della nazione (e della sovranità, e dello stato) ai suoi reali termini storico-filosofici, superando il riflesso condizionato che porta la sinistra a quella immotivata catena di equivalenze che fa associare sempre e comunque la nazione al nazionalismo e questo al fascismo.»1
Infatti, per quale motivo si finisce per accettare la moneta unica, pur criticando l'Europa dei Trattati? Cosa impedisce di volerne uscire?
Domenico Moro colpisce nel segno quando scrive:
«Tra le motivazioni politico-ideologiche la principale è quella che ritiene l'uscita dall'euro politicamente e storicamente regressiva, perché rappresenterebbe il ritorno alla nazione.»2
Sicché Mimmo Porcaro conclude che Moro ha il coraggio di svelare il tabù della odierna sinistra:
«il vero innominabile, il rimosso, il riassunto di tutto ciò che non è politically correct: la questione nazionale.»3
Perciò prevale l'idea che una decostruzione dell'Unione europea, l'Europa di oggi, inevitabile preludio ad una sua eventuale ricostruzione su base cooperativa e socializzante, costituisca un “regresso” rispetto ad un supposto “progresso”.
Dal dibattito politico e dalle distinzioni di pensiero è sparita la storia del nazionalismo, del suo dividersi almeno in due grandi correnti:
  1. di autoesaltazione retorica della nazione, di ispirazione identitaria (anche su base etnica), fascista e razzista; veste ideologica della volontà di supremazia e sopraffazione imperialista, ma al contempo della subalternità alla sopraffazione;
  2. di sovranità popolare e libertà democratica, socializzante; di uguaglianza tra le nazioni e di Resistenza contro ogni egemonismo, per una effettiva cooperazione internazionale su basi paritarie.
Per nascondere questa sparizione, i fautori del globalismo cosmopolita bandiscono qualsivoglia riferimento alla “questione nazionale” come retrivo nazionalismo, sovranismo della peggior specie, odio xenofobo dello straniero immigrato, ritorno alla logica dello scontro tra Stati-nazione. Ogni rivendicazione nazionale va messa all'indice e con essa, ça va sans dire, la storia universale del fertile rapporto, in nome del socialismo, tra movimento operaio e movimenti di liberazione nazionale.
Questione di nomi?
Ricorre sovente nel dibattito attuale sulla nazione la celebre frase di Charles De Gaulle, presidente della Francia dal gennaio 1959 all'aprile 1969:
«Patriottismo è amare il proprio paese. Nazionalismo è detestare quello degli altri.»4
Un'affermazione condivisibile, che corrisponde alla bipartizione poc'anzi definita, semplicemente denominando “nazionalismo” la prima corrente e “patriottismo” la seconda.
Tuttavia, ad un esame più approfondito, il riferimento al modo di sentire negativo, dell'odio nazionalistico rispetto a quello positivo dell'amore patriottico, se disgiunto dalla sostanza politica e sociale, mostra ampi margini di ambiguità e fraintendimento.
Infatti, nel racconto della storia europea non di rado il nazionalismo è scambiato per patriottismo e ciò che è patriottismo per un Paese, è nazionalismo per l'altro. In particolare se si interpretano i due conflitti mondiali come una unica lunga guerra durata trent'anni.
Prendiamo ad esempio il modo di intendere il primo conflitto, la Grande Guerra, e la partecipazione ad essa dell'Italia.
Tuttora questa partecipazione è ritenuta dalla storiografia ufficiale come una scelta patriottica, resa necessaria per il compimento del Risorgimento e dell'unità nazionale. All'opposto, l'intervento nel conflitto dello Stato italiano può, a ragione, venire qualificato come scelta nazionalistica, se si tiene conto dei motivi reali, sostanziali, per i quali tale scelta fu fatta ed imposta.
Come ha scritto lo storico Angelo del Boca,5 il ricongiungimento alla madre-patria degli italiani sotto il dominio austro-ungarico, motivo patriottico ufficiale della scelta, poteva essere ottenuto tramite il negoziato e la neutralità. Sicché la “inutile strage” che ci costò inaudite sofferenze e ben 600.00o morti, potevano essere evitati.
Perché, invece, le classi dirigenti nazionali, malgrado l'avversione della maggioranza del popolo italiano, decisero altrimenti?
Trascurando i motivi reali, sostanziali, che spinsero a tale decisione, consistenti nella volontà del capitalismo e dello Stato italiani di assumere un ruolo primario nella contesa europea e mondiale tra imperialismi, sedendo al “tavolo dei grandi” del tempo, non si comprende l'essenziale di quella scelta nazionalistica e solo patriottica per giustificarla. Così come non si comprende il mettere radici del fascismo tramite l'interventismo bellico. E, tantomeno, si capisce il successivo tentativo di porre rimedio al mancato accoglimento a pieno titolo dell'Italia tra quelle grandi potenze, ai fini della spartizione imperialista (ragione effettiva per la quale il fascismo gridò alla “vittoria mutilata”), tramite un secondo conflitto. Questa volta a fianco dei nemici del primo conflitto, uniti dalla volontà di “rivincita”.
In altri termini, se il nazionalismo ed il patriottismo perdono la loro sostanza socio-economica, di classe, nonché l'essere il primo la veste dell'egemonismo imperialista ed il secondo l'autodifesa dei popoli da tale egemonismo, la loro differenziazione scade nel nominalismo, ovvero in una questione di nomi.
Mutterland6
In sintonia con il Emmanuel Macron, Mutti7 Merkel ha sostenuto che il ritorno al nazionalismo dello Stato-nazione equivale al ritorno alla guerra in Europa. Dovremmo, pertanto, dare stabilità e continuità all'attuale assetto europeo, se non vogliamo precipitare di nuovo nel baratro. Sulle prime, alla smemorata cancelliera, Kanzlerin, viene da ricordare che in Europa la guerra è già ritornata: ieri nella ex Jugoslavia ed ora in Ucraina. Viene pure da ricordare che tali guerre non avrebbero avuto luogo:
  • qualora gli Stati europei occidentali, in aperta reciproca rivalità, non avessero praticato la politica dei riconoscimenti delle patrie etnico-confessionali, mirato al disfacimento della Jugoslavia, spingendola nel baratro della guerra fratricida;
  • l'Unione europea, Germania in testa, non avesse spinto il nazionalismo ucraino, che non a caso ha innalzato ad eroe del proprio passato il nazista Stepan Andrijovič Bandera, in rotta di collisione con la Federazione Russa.
  • D'altro canto, all'indomani della caduta del muro di Berlino, l'espansione egemonica verso Est dell'Occidente europeo, in collaborazione-concorrenza con gli Stati Uniti e sotto il manto militare della Nato, non ha esitato a fare leva sui più retrivi nazionalismi (anche apertamente fascisti), salvo fingere di lamentarsene perché ora se li ritrova “sovranisti” nell'Unione.8
Carta di Laura Canali, 2017
http://www.limesonline.com/rubrica/v-limes-festival-europa-non-europa-europa-tedesca
Inoltre, i governi europei del Centro a guida tedesca continuano a praticare un nazionalismo mascherato, quando, tramite vari meccanismi di assai dubbia “neutralità tecnica”, in violazione della sovranità democratica di ciascun Paese, impongono nuove forme di egemonismo in campo economico, finanziario e monetario. A meno che, come viene regolarmente fatto e sarebbe ancor più grave indizio di nazionalismo, non si voglia imputare il progressivo impoverimento e distacco dei Paesi mediterranei alla propensione “pigra e dissipatrice” dei loro popoli, mentre, viceversa, il temporaneo successo della Germania sarebbe dovuto alla superiore “laboriosità, disciplina e diligenza” dei tedeschi.
Quanto a nazionalismi della peggior specie, come classificare il comportamento della Francia in occasione della guerra libica, allorché Sarkosy, come ebbe a dire Romano Prodi, la dichiarò “per interposta persona” contro l'Italia?
Ecco un solido motivo per dubitare che un'eventuale esercito europeo, notoriamente nei sogni dell'attuale presidente francese, possa assumere esclusivamente un ruolo difensivo.
Spossessamenti
A partire dagli anni ottanta, nel vario disperdersi del movimento dei Paesi non-allineati e nella disgregazione dell'Urss e del suo blocco, il capolavoro dei think tanks della restaurazione liberista fu di trasformare l'avversione al nazionalismo ed al militarismo in avversione tout court alla nazione, alla sovranità nazionale e persino alle frontiere intese come bordi fisici, membrane osmotiche dei corpi territoriali. Quasi che la libera circolazione del capitale, compreso quello “umano” dei migranti sradicati dai luoghi d'origine, potesse coincidere con l'internazionalismo, l'aspirazione dei popoli a “pace, pane e lavoro”. In realtà il liberalismo aveva di mira la sovranità dei popoli sui loro territori. Voleva il loro “spossessamento” attraverso l'instaurazione di organismi e regole sovranazionali. Perciò, per così dire, bisognava sottrarre sovranità ai territori per sottrarla ai popoli che sopra ci vivono.
Alla restaurazione liberista poteva contribuire l'affermazione del globalismo cosmopolita.
Una sua variante di sinistra riduceva ogni riferimento alla nazione a manifestazione di regressivo nazionalismo, ritenendo:
«che il ritorno alla nazione, oltre che di destra, sia inadeguato allo svolgimento di lotte efficaci e sia persino antistorico, a causa della dimensione ormai globale raggiunta dal capitale.»9
Sostenitore di questa variante è Toni Negri che, annota Moro, come arride alla globalizzazione, considerandola “una grande vittoria proletaria”, non esita a spregiare l'identità nazionale quale “barbara” modalità di vita.10
Fra le due cose c'è intima connessione.
Se scompare l'imperialismo, scompare la necessità del suo antidoto. Perde ogni validità politica la lotta nazionale per la liberazione-indipendenza da tutte le espressioni egemoniche concrete, attuate da stati o gruppi di stati, potentemente armati, in funzione degli interessi dei loro capitali.
Toni Negri
Infatti, per Negri esiste solo un Impero globale senza imperialismo, ragione per cui anche l'autodifesa nazionale diventa “impensabile” senza scadere inevitabilmente nel nazionalismo barbarico.
Si consideri poi che l'Impero di Negri aleggia dalla ionosfera sul globo “per succhiarne l'energia vitale”, non più sfruttando il lavoro reale benché spesso immateriale, ma umane attività tanto innumerevoli quanto indeterminate. Per Negri il capitale ha di fronte a sé nient'altro che una indistinta moltitudine di individualismi in rete, ragione per cui alla scomparsa dell'imperialismo e della lotta nazionale dovremmo aggiungere pure la scomparsa delle classi e della lotta di classe.11
La costante di Negri, portato a disancorare l'astratto dal concreto per costruire elaborazioni vieppiù complesse ma straordinariamente coincidenti col pensiero dominante, ebbe modo già negli anni settanta di gettare divisione nel movimento dell'opposizione operaia, teorizzando una contrapposizione tra lavoratori “garantiti” e “non garantiti”, con tanto di inno al “rifiuto del lavoro”.
Era il tempo in cui Negri palesò paranormali doti di medium, dicendosi capace di sentire il “calore della comunità operaia e proletaria”, tutte le volte che si calava il passamontagna...
D'altro canto ad Antonio Negri non si può certo rimproverare la mancanza di coerenza. Poco prima delle elezioni dello scorso 4 marzo, giunse al punto di auspicare che Bruxelles e un Gentiloni o un Padoan prendessero in mano le redini del governo italiano per salvare il bene supremo dell'euro, quasi fosse anch'esso una grande conquista del proletariato.12
Nella sua presa di posizione si trova peraltro conferma, ve ne fosse il bisogno, di quanto il sistema euro non sia che la traduzione in chiave continentale della globalizzazione liberista.
Note
1 Mimmo Porcaro, Nominare la nazione: l’ultimo libro di Domenico Moro, http://www.socialismo2017.it/, 27 febbraio 2018,
2 Domenico Moro, “La gabbia dell'euro. Perché uscirne è internazionalista e di sinistra”, Imprimatur 2018, pag. 10.
3 Mimmo Porcaro, “Nominare la nazione: l'ultimo libro di Domenico Moro”, http://www.socialismo2017.it/, 2018.
4 «Le patriotisme, c'est aimer son pays. Le nationalisme, c'est détester celui des autres.»
5 Angelo del Boca, “Italiani bava gente”, Neri Pozza editore, 2005.
6 In italiano madrepatria (la più corrispondente parola “matria” non esiste nel nostro vocabolario). In Italia come in Germania la parola più usata è patria, in tedesco Vaterland.
7 Mamma, com'è familiarmente chiamata in Germania.
8 I Paesi dell'Est europeo sono anche paradisi fiscali per i gruppi tedeschi, come scrive Federico Fubini, “I nuovi paradisi dell'Est Europa con aliquote 'zero virgola'”, Corriere della Sera, 12/2/2018.
9 Domenico Moro, “La gabbia dell'euro. Perché uscirne è internazionalista e di sinistra”, Imprimatur 2018, pag. 10.
10 Se il linguaggio non mente, tra barbari e Roma Toni Negri non ha dubbi: sempre dalla parte di Roma.
11 Sul tema è d'obbligo fare riferimento a Carlo Formenti, “Felici e sfruttati – Capitalismo digitale ed eclissi del lavoro”, Egea, 2011.
12 Intervista di Francesco Oggiano, “Toni Negri: «Sinistra polverizzata. Ci salveranno i poteri forti», Vanity Fair, 29/01/2018.
Oggiano: «Lei chi voterebbe?
Negri: «Nessuno, mi fa schifo votare questo sistema di partiti. Spero che un Gentiloni o un Padoan di turno prendano in mano il Governo. Altrimenti salta anche l’euro italiano».


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