giovedì 1 ottobre 2015

Penultime dalla Grecia


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Syriza ha rivinto. Rappresentazione geometrica delle forze e dinamiche elettorali nell'Europa periferica. Come tenere aperto il “gioco politico” senza sfuggire ai problemi reali.


Le elezioni di metà settembre hanno ridato fiducia ad Alexis Tsipras, riconfermando la compagine di governo formata da Syriza e AN.EL. (Greci Indipendenti).
Nettamente sconfitti gli “scissionisti” di Leiki Anotita dell'ex ministro dell'energia Lafazanis: non hanno superato la soglia del 3% e restano fuori dal nuovo parlamento ellenico.
Sull'esito elettorale pesa una forte crescita dell'astensione dal voto sia in termini percentuali complessivi che per i singoli partiti.

Collocazioni
Leiki Anotita sembra essere caduta nel classico errore della sinistra più a sinistra, quella che non rinuncia a sé, ma si mette da sé in un angolo chiuso ed ininfluente. In realtà, ogni lettura dei risultati non può prescindere dalla esistenza, nello specifico panorama greco, di una forza, il Kke (Partito Comunista Ellenico) con i suoi 15 deputati, gli stessi ottenuti nella precedente tornata. Assai difficile per gli elettori votare una nuova forza se raffigurata nello spazio tra Syriza e Kke.

Nelle dinamiche elettorali prevalgono le rappresentazioni degli spazi politici in senso geometrico, spesso a prescindere dai contenuti programmatici e dai riferimenti sociali. Guai ad assecondare queste allocazioni di destino, preconfezionate. Possono diventare un vero e proprio tranello.
Come sfuggirne?
In parte Syriza, nella sua fase iniziale e nell'alleanza con AN.EL, ma ancor più Podemos in Spagna ed in particolare M5S in Italia, hanno rotto lo schema spaziale pregiudiziale introducendo almeno due nuovi elementi:
    1. costruendosi in movimento, con un rapporto diretto, mobile, osmotico tra rappresentati e rappresentanti, per evitare la sclerosi da “apparato”;
    2. sostenendo temi, obiettivi e linguaggi “trasversali”, non incasellabili nelle distinzioni tradizionali e ruolizzanti, appunto geometriche, tra “destra” “centro” e “sinistra”.
In ciò resi credibili dalla crisi della forma partito, oramai vista come auto-conservativa ed auto-referenziale (se non cleptomane), e dalla sostanziale omologazione delle vecchie compagini alle politiche liberiste, subalterne alle oligarchie finanziarie, lontane ed avverse alla società.
Non si trascuri che la possibile “trasversalità” è stata colta anche da forze nazionaliste e xenofobe. In Francia, ad esempio, il Front National di Marine Le Pen raccoglie molti consensi anche nei bacini elettorali tradizionalmente di sinistra.
Tutti segni premonitori di un cambiamento di paradigma politico?
In un recente articolo su Le Monde diplomatique – il Manifesto, Pablo Iglesias leader di Podemos si chiedeva, non a caso e in questo senso, come «Tenere aperto il gioco politico» [vedi sotto].
Fatto sta che, in seguito alle note vicende del semestre greco, il ventaglio della rappresentanza parlamentare ellenica sembra ritornato al punto di partenza: un restaurato bipartitismo di alternanza governativa senza reale alternativa di contenuti, con Syriza al posto del vecchio e screditato Pasok, ridotto ai minimi nella palude centrista.
Preoccuparsi di non finire nell'angolo è tanto importante quanto evitare di sostituire semplicemente la forza di sinistra o centro-sinistra (il Pasok in Grecia, il Psoe in Spagna, ecc.), assumendone il ruolo ed approdando alla riedizione del vecchio gioco. Prospettiva che dovrebbe allarmare Podemos allorché, nei rapporti con l'Europa, riproponesse l'esperienza del governo Tsipras.
Noccioli duri
Ciò nonostante la crisi greca non è chiusa e ancor meno quella europea.
Il rientro nei ranghi di Tsipras e di Syriza è irto di contraddizioni. Non solo perché l'aspettativa del suo elettorato rimane pur sempre quella espressasi nel referendum, ma soprattutto per le conseguenze pratiche del piano delle Troika sulle condizioni di vita di gran parte della popolazione. Quanto potrà durare «il riconoscimento della difficile lotta del capo, sconfitto ma eroico, che ha permesso a Tsipras di rimanere popolare»1?
Nei mesi appena trascorsi si è fatto una gran parlare dell'assenza di un Piano B, di fuoriuscita dall'euro, e della sostanziale inutilità del quesito referendario ai fini della trattativa (per alcuni versi trasformatosi in un boomerang), trascurando il ruolo degli Stati Uniti.
Eppure, non c'era bisogno delle rivelazioni del quotidiano greco Ekathimerini2 per capire che, dietro le quinte, Obama ha manovrato per mantenere la Grecia in Eurozona (e NATO-zona), in cambio dell'impegno del Fondo Monetario Internazionale, dipendente da Washington, ad operare per la riduzione del debito greco.
Se tale promessa non fosse mantenuta, come ora è ignorata dalla nomenklatura di Bruxelles, verrebbe meno il solo punto di forza di Tsipras. Sicché, pur avendo anticipato i tempi elettorali, il ritorno dei problemi al loro nocciolo duro riporrebbe il confermato premier di fronte all'austerità, senza il benché minimo spazio di prospettiva.
D'altro canto non si poteva né si può pretendere che la piccola Grecia cavi per tutti le castagne dal fuoco. Magari lasciando indisturbato il “proprio” primo ministro, quando recita la parte del poliziotto buono3 nel costringere la vittima ad accettare il più pesante dei ricatti. Tanto più se, a mio parere sbagliando, si vuole “democratizzare l'euro”.
L'Unione europea, e al suo interno l'Eurozona in particolare, sono state così strutturate (nel più ampio processo di mondializzazione), proprio per isolare le singole insorgenze ed impedire alle sovranità democratiche di farsi valere.
Una maglia di acciaio finanziario, governata da Bruxelles, è stesa sulla libertà dei popoli e delle nazioni. Un esito apparentemente paradossale per il liberismo che ama rappresentarsi come acerrimo nemico di vincoli e catene statuali.
Come può apparire paradossale che occorrano più ampie e varie forze politiche europee, convergenti nel porre fine alla moneta unica, per consentire l'avvio di un percorso realmente comunitario.
Purché, nel frattempo, il Titanic Euro non si sia già schiantato contro un iceberg, mandando a picco la stessa Unione.
1 Maria Malagardis, Libération, Internazionale, 25 settembre 2015.
2 Ekathimerini, Washington guided Greece in bailout talks, envoy reveals, 27/09/2015.
3 Con riferimento a Renzi, Yanis Varoufakis, il Fatto Quotidiano, 23 settembre 2015.
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Tenere aperto il gioco politico
«È stata emblematica la visita ufficiale del re di Spagna al Parlamento europeo, il 15 aprile 2015. Un evento che ci ha messi di fronte a una questione difficile: quella della monarchia. Perché difficile? Perché di colpo ci impedisce di essere al centro del terreno.
Davanti a noi, grosso modo, due opzioni. La prima, adottata in genere dalla sinistra – come Izquierda Unida (Sinistra unita) –, consiste nel dire: «Siamo repubblicani. Non riconosciamo la monarchia, non andremo al ricevimento del re di Spagna. Non riconosciamo questo spazio di legittimità al capo di Stato».
È una posizione che, pur avendo perfettamente senso sul piano etico e morale, ci collocherebbe subito nello spazio della sinistra radicale, in un quadro molto tradizionale. Alienandoci di colpo ampi strati della popolazione che provano simpatia per il nuovo re (...), comunque la pensino su altre questioni e indipendentemente dal fatto che associno il re precedente alla corruzione del vecchio regime. La monarchia continua a essere fra le istituzioni più apprezzate in Spagna. (…) Dunque, due possibilità: o non andiamo al ricevimento e rimaniamo incastrati nella griglia di analisi tradizionale dell’estrema sinistra, che offre pochissime possibilità di azione; o ci andiamo, e Podemos si mescola alla classe politica, il che equivale a convalidare il quadro istituzionale. Insomma passare per traditori, monarchici o chissà che…
Come abbiamo risolto il dilemma? Siamo andati al ricevimento, ma senza cambiare nulla al nostro modo di presentarci, con gli abiti di sempre, ignorando il protocollo. È una cosa molto piccola, ma è simbolicamente rappresentativa di Podemos. Inoltre, ho offerto al re i dvd della serie Il trono di spade (Game of thrones), presentandogliela come uno strumento di interpretazione di quel che accade in Spagna (…). Certo, si tratta di scelte delicate, ma sono le uniche che ci consentono di tenere aperto il gioco politico, di lavorare nel cuore di queste contraddizioni, insomma di mettere in discussione lo status quo, invece di essere relegati in una posizione pura ma impotente.»
PABLO IGLESIAS
Paragrafo tratto da: Le Monde diplomatique – il Manifesto; Podemos, «La nostra strategia»; n. 7/8, anno XXII, luglio-agosto 2015.

venerdì 18 settembre 2015

Nuove frontiere

Nuove frontiere

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Qual è la differenza?

La barriera tra Stati Uniti d'America e Messico (sopra) può venire considerata diversa da quella che separa l'Ungheria dalla Serbia (sotto), oggetto di così vasta e umanitaria riprovazione?

Quali sarebbero i comuni “valori della civiltà” così gelosamente custoditi?

Ucraina. La seconda guerra europea


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Ucraina: la crisi ristagna, si acuisce, incombe sull'Europa. Una smentita, la seconda (dopo quella della ex-Jugoslavia) dalla caduta del Muro di Berlino, dell'assunto che l'Europa sia portatrice di pace. Le contraddizioni irrisolte, l'accordo Minsk 2 e la non-pace che può diventare guerra aperta.la crisi ristagna, si acuisce, incombe sull'Europa. Una smentita, la seconda (dopo quella della ex-Jugoslavia) dalla caduta del Muro di Berlino, dell'assunto che l'Europa sia portatrice di pace. Le contraddizioni irrisolte, l'accordo Minsk 2 e la non-pace che può diventare guerra aperta.

 Fonte: Limes, aprile 2014

1° settembre 2015: «Si aggrava il bilancio degli scontri scoppiati ieri a Kiev, fra le forze dell'ordine e militanti di estrema destra, di fronte al Parlamento dopo l'adozione di una riforma che conferisce maggiore autonomia alle regioni separatiste dell'est del paese.»1
La stessa fonte aggiungeva: «La coalizione di governo in Ucraina traballa».
Un governo che non sembra in grado di adempiere agli obblighi assunti (in primo luogo la riforma delle autonomie), in applicazione degli accordi di Minsk 2, per avviare a soluzione pacifica il conflitto con i separatisti del Donbass (regioni di Doneck e Lugansk).
Alle prese con altri grandi problemi immediati, l'Europa sembra non accorgersi che il “conflitto congelato” possa di nuovo precipitare nello scontro aperto.
Opposti nazionalismi
Dopo la caduta del Muro di Berlino avemmo la prima guerra europea (in Europa e d'Europa) nella disgregazione della Jugoslavia. Divampò dalla Slovenia, nel 1991, allargandosi alla Croazia e alla Bosnia-Erzegovina, sfociando infine, nel 1999, nella separazione del Kosovo2 dalla Serbia.
A distanza di tre lustri, nel 2014 è iniziata in Ucraina una seconda guerra europea, per ora congelata in uno stato precario di “non pace” dagli accordi di Minsk 23.
La seconda guerra europea riproduce della prima alcuni aspetti di continuità4 e, al contempo, presenta importanti elementi di novità. In senso peggiorativo, se le tendenze manifestatesi recentemente avranno libero corso, giacché esse conducono direttamente ad una rinnovata divisione continentale. Infatti, negli anni che seguirono la caduta del Muro, non era ancora chiaro quale rapporto sarebbe maturato tra l'Europa, la Nato, gli Stati Uniti e la Russia.
Ora tutto lascia intendere che un nuovo muro venga a separare l'Europa dalla Federazione Russa.
Mosca ha interpretato le conseguenze delle manifestazioni di Maidan ed il rovesciamento del presidente eletto Viktor Janukovyč5 non come una rivoluzione, secondo la versione occidentale, ma come un colpo di Stato. Ha reagito annettendosi la Crimea.
A prescindere dagli antefatti storici6, si violò per la seconda volta, dalla fine dell'ultimo conflitto mondiale, l'integrità territoriale degli Stati europei, come prima era accaduto in Kosovo. A parti invertite anche le reciproche accuse.
Attualmente si fronteggiano opposti nazionalismi. Da un lato le provincie di Doneck e Lugansk nel Donbass, di lingua a tradizione russa, si sono “autoproclamate”7 repubbliche autonome, contando anche su milizie di “volontari” e armamenti provenienti dalla Russia. Dall'altra, l'esercito ucraino di coscritti, rafforzato da gruppi volontari nazionalisti e fascisti, spesso formatisi nelle manifestazioni e negli scontri di Maidan. Alle spalle degli schieramenti nazionalisti, Russia da un lato, Usa e Ue dall'altro. Sempre più uno scontro per interposti interpreti, uno scontro eterodiretto.
Se questo è l'aspetto divenuto prevalente, va comunque ricordate le cause interne all'origine del conflitto: dalle modalità in cui venne realizzata la privatizzazione delle proprietà pubbliche ex-socialiste, passate a ristretti gruppi oligarchici, al mancato riconoscimento della molteplice identità linguistica ed etnica (russa in particolare) e di corrispondenti autonomie locali, alle laceranti discordie sul tema della storia e dell'identità nazionale del Paese.
Scelte strategiche
La crisi attuale fu incubata dalla precedente rivoluzione arancione (2004) e dal primo tentativo di far aderire il Paese alla Nato (2008). Seguì la vittoria elettorale di Janukovyč, alla vana ricerca di un equilibrio nei rapporti tra Russia ed Ue.
Sino alle manifestazioni di Maidan (“Euromaidan”), incoraggiate da Usa e Ue tramite visite di loro eminenti esponenti8, e nuove elezioni che portarono alla presidenza Petro Poroshenko, già tra i più stretti collaboratori del presidente arancione Juščenko.
Per l'ex ministro francese Pierre Chevènement9, la scelta politica dell'Unione europea fa di abbandonare l'idea di uno spazio di libera circolazione “da Lisbona a Vladivostock”, quindi inclusiva di Russia e Ucraina. «Invece, Bruxelles ha messo l'Ucraina di fronte al dilemma impossibile di scegliere tra l'Europa e la Russia.»10
Pierre Chevènement

All'idea mainstream di creare sempre nuovi spazi di “libera circolazione”, fino all'utopia di un globo senza frontiere11, si oppongono molte e diverse critiche. La materia è controversa.
Tuttavia, fatti anche recenti ci obbligano ad una immediata constatazione: nel mentre si evocano sempre nuovi “spazi aperti”, “società aperte” e quant'altro comporti la “libera circolazione degli agenti economici”, succede che, fenomeno inatteso12, i nazionalismi nelle loro forme più deleterie prendano piede e vengano eretti sempre nuovi muri. Come avviene nella crisi ucraina.
Rimandando un indispensabile approfondimento sul tema delle frontiere, dei profughi e delle migrazioni di massa, prendiamo atto della scelta dell'Ue di condividere la strategia espansionistica della Nato verso Oriente e di ribadire in modo assoluto la priorità del legame euro-atlantico con gli Stati Uniti13. Ciò ha via via spinto (o, se preferite, fornito un comodo alibi) la politica della Federazione Russa all'arroccamento, sino al recupero del nazionalismo panrusso, per tutti i russi fuori dalle frontiere della Grande Madre. Quasi un ritorno alla geopolitica degli inizi del “secolo lungo XX”, in una Europa, però, con una Nato in più.
In questo quadro la Germania ha mostrato, al di là delle speranze francesi, di poter intendere la Ostpolitik più come una spinta verso Est (Drang nach Osten) ad includere l'Ucraina nel proprio spazio d'egemonia economica14, piuttosto che come un partenariato con la Russia. D'altro canto, l'impegno di Angela Merkel per giungere ad una soluzione pacifica, può significare che la scelta non sia poi, al proprio interno, così indolore; l'optimum per lei sarebbe l'acquisizione dell'Ucraina proseguendo a sviluppare gli affari con la Russia. Una soluzione assai difficilmente conseguibile, visto la escalation di sanzioni, imposte da Washington in seguito all'accorpamento della Crimea alla Russia, e l'allontanamento dal G8 di Putin, ridivenuto così il vecchio G7.
A suo tempo Dominique de Villepin, ex primo ministro francese, aveva ammonito contro la tendenza nord-americana ad usare la Nato in funzione di una nuova guerra fredda in Europa. Possiamo aggiungere che questa tendenza ha avuto modo di concretizzarsi nel corso della crisi ucraina, senza dovere per forza aderire alla tesi, affatto peregrina, che a questo obiettivo si mirasse sin dall'iniziale appoggio dato, con relativa copertura mediatica, alle manifestazioni pro-occidentali di Maidan.
Memorie che dividono
Al di là del protocollo d'intesa Minsk 2, sul piano politico fu prevista una «sequenza ben definita: voto di una legge elettorale da parte della Rada (il parlamento ucraino), elezioni locali nel Donbass, riforma costituzionale, legge sul decentramento, nuove elezioni e infine recupero da parte di Kiev del controllo della frontiera con al Russia. Ma il 17 marzo scorso, la Rada ha adottato un testo che sconvolge questa sequenza, imponendo prima di ogni altra cosa il “ritiro delle truppe”. L'arenarsi della questione politica per responsabilità del governo di Kiev ha di fatto orientato il conflitto ucraino verso un “conflitto congelato”. La rimozione delle sanzioni è ostaggio di un circolo vizioso.»15
Prima della bomba pluriomicida davanti al parlamento ucraino (Rada) del 31 agosto, a creare nuove tensioni sono intervenute le “leggi sulla memoria” e l'equiparazione tra nazismo tedesco e socialismo sovietico, proprio a ridosso del 70° anniversario della vittoria dell'Urss nella guerra mondiale.
La Rada ucraina ad aprile varò un pacchetto di leggi16 volte a riscrivere il passato per escludere una intera parte della società dalla partecipazione al presente politico. Una pulizia storico-ideologica per produrne una etnica e politica.
Se si identificano le radici della attuale Ucraina nel nazionalismo di Stepan Bandera [vedi riquadro “Un eroe europeo?”] non è possibile né una memoria condivisa, né una riappacificazione. Non solo con i russofoni, giacché viene coinvolta anche la memoria di polacchi ed ebrei. Non solo per l'Ucraina ma per l'intera Europa.
Il presidente arancione Viktor Juščenko nel 2010 proclamò Stepan Bandera eroe nazionale con un decreto annullato dal suo successore Janukovyč. Quest'ultimo fu destituito dalle manifestazioni di Euromaidan, dalle quali Bandera fu riproposto come simbolo dell'idea nazionale. Attualmente alle leggi sulle autonomie, indispensabili per far avanzare il processo di pace, non a caso si oppongono leaders della rivoluzione arancione come la Timoschenko. Il tutto si tiene. E ripropone una spaccatura incolmabile.

Un eroe europeo?

Stepan Bandera

1909 - Nacque il 1° gennaio in un villaggio della Galizia nell'allora Austria-Ungheria, da genitori cattolici, madre di rito bizantino e padre di rito uniate.
1931 - Nella Galizia divenuta polacca fu vice-direttore delle Guide Regionali e Amministratore Delegato regionale.
1934 - É condannato a morte per aver organizzato con altre undici persone l'omicidio del ministro degli Interni polacco, sentenza poi commutata in ergastolo.
1939 Dopo l'invasione tedesca della Polonia viene scarcerato e si trasferisce a Cracovia sede del Governatorato Generale nazista.
1939/1941 – Organizza l'esercito dell'Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini per coadiuvare l'avanzata tedesca nell'Ucraina orientale ed assumere i poteri amministrativi locali nei territori occupati.
1941 – Il 30 giugno proclama lo Stato Ucraino Indipendente e dichiara la sua collaborazione con la Germania per la liberazione dal giogo di Mosca e l'affermazione del “nuovo ordine europeo” voluto dal nazismo. Dopo pochi giorni, temendo che voglia rendere la nuova entità autonoma dalla Germania, viene arrestato e condotto a Berlino con l'obbligo di risiedervi.
1942 – È internato nel campo di concentramento di Sachsenhausen, nella sezione dei detenuti politici. 
1944 – Viene nuovamente rilasciato dai tedeschi nella speranza di coinvolgere le popolazioni locali ucraine contro l'avanzata dell'Armata Rossa. Stabilisce il suo quartier generale a Berlino e guida attività di propaganda e sabotaggio
anche dietro le linee sovietiche. Colla- bora con i nazisti fino alla fine della guerra.
1959 – Muore a Monaco di Baviera per avvelena- mento. Tre anni dopo, il tribunale di Karlsruhe stabilì che fu ucciso dai servizi segreti sovietici su ordine di Krušcëv.

L'esercito di Bandera praticò la pulizia etnica in Galizia e Volinia, eliminando più di 60mila polacchi e collaborando allo sterminio degli ebrei, nonché alle più sanguinose imprese naziste contro la popolazione russa.
Definito “figura controversa”, Stepan Bandera incarnò un'idea del nazionalismo ucraino piuttosto definita: quella di uno Stato ucraino su un territorio epurato dal- le altre nazionalità. Non era affatto lontano dalle fonda- mentali idee naziste, pur volendo affermare la propria indipendenza, e quella dell'Ucraina, dalla Germania, con la quale non esitò mai a collaborare contro i russi e l'Unione Sovietica.
Sostenendo la rivoluzione arancione ed Euromaidan che ne hanno fatto un eroe nazionale, all'Ue si pone un quesito: Bandera è diventato anche un eroe europeo?

Espansione ai limiti
La reazione militare e diplomatica russa alla possibile inclusione dell'Ucraina nella periferia della Ue e, tramite essa, nella Nato, ha segnato un limite all'espansione euro-atlantica verso Oriente. Al tempo stesso la situazione in cui versa tutta l'area mediterranea, dalla Turchia al Medio Oriente alla Libia, drammaticamente segnata dagli esodi di intere popolazioni dalle guerre e dalle devastazioni innescate proprio dall'interventismo bellico occidentale17, traccia una divisione a Sud.
La duplice pratica politica di far leva sui peggiori nazionalismi per allargare la Nato e l'Europa dal Baltico al Mar Nero e al Mediterraneo, investendo al contempo questi Paesi di massicce dosi di liberismo socialmente disgregatore, ci ha condotto su una via estremamente pericolosa. Soprattutto ora che l'espansione incontra i suoi limiti.
Così racchiuso il vecchio continente non potrà rimandare sine die la soluzione delle sue interne dicotomie, tra centro e differenziate periferie a degradare, accorpate e in via di accorpamento. Nell'espansione i problemi, come i debiti, vengono rinviati; la fine dell'espansione implica, se non una resa dei conti interni, nuove e più avanzate strategie avversate dalle oligarchie politiche ed economiche dominanti, perseveranti nelle vecchie pratiche.
È risaputo che le condizioni economiche dell'Ucraina sono ben peggiori di quelle della Grecia. Riporto una istantanea scattata nell'aprile del 2015.18 Ufficio centrale di statistica ucraino: reddito nazionale nel 2014 a -6,8%, previsione 2015 a -12%; inflazione al 35% su base annua; deficit di bilancio al 10,3%; riserve a 5 miliardi di dollari; svalutazione della moneta pari al 70% annuale; tasso di sconto 30%; fuga continua di capitali all'estero. Per Moody's il debito è praticamente al default. Il sistema bancario ha in pancia fra un terzo e la metà degli attivi non solvibili. Dall'inizio della guerra sono fallite 40 banche.
Nella politica di fare dell'Ucraina un territorio neutrale, libero da alleanze militari, un ponte tra Europa e Russia, di frontiere osmotiche, c'era non solo il mantenimento dell'unità del Paese, bilingue e plurietnico, ma anche una possibile via di ripresa economica e di tenuta sociale.
Senza le regioni del Donbass, oggetto del contendere e attraversate dal conflitto, l'Ucraina si priva di un indispensabile motore industriale. Inoltre, è fortemente debitrice verso Mosca e dipendente dalle sue forniture di gas.
Davvero Bruxelles ha posto il Paese di fronte ad un “dilemma impossibile”. Senza di esso gli opposti nazionalismi non avrebbero acquisito la forza che ora mettono in campo per ricondurre la “non pace” in Donbass sulla via dello scontro aperto. Con buona pace delle “anime belle” anche di casa nostra19, l'ostinazione europea è diabolica. In ordine sparso Italia, Austria e Germania (con il Vaticano di Papa Wojtila) con la politica dei riconoscimenti delle patrie etniche riservarono il medesimo trattamento alla crisi della Jugoslavia.
Gli scontri di Kiev della fine di agosto annunciano la divisione dell'Ucraina ed essa, salvo miracoli, non sarà frutto di una concertata pacifica intesa che precluda il ricorso alle armi.
Chi sparerà il primo colpo di cannone, a quel punto, avrà scarsa importanza.
1 http://www.repubblica.it/esteri/2015/09/01.
2 Nel 2008 la successiva dichiarazione d'indipendenza.
3 http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/02/12/ucraina-dal-15-cessate-fuoco-i-13-punti-dellaccordo-minsk/1420251/
4 Per le quali rimando all'articolo “Krajne e dintorni” pubblicato in questo Blog nello scorso novembre.
5 Dal 21 novembre 2013 iniziarono manifestazioni contro la sospensione dell'accordo tra Ucraina ed Unione Europea. Tre mesi dopo Viktor Janukovyč fuggì in Russia.
6 Nel 1954, la Crimea fu "donata" da Kruščëv all'Ucraina nell'ambito dell'URSS, per festeggiare i 300 anni di unione tra Russia e Ucraina.
7 Il costituirsi di un nuovo Stato non può che essere una “autoproclamazione” a cui possono, o meno, seguire “riconoscimenti” da parte di altri Stati. Nel linguaggio mediatico, dal significato dato per ovvio, si nasconde in realtà un retro-pensiero: ogni dichiarazione d'indipendenza è nulla senza il previo consenso della “comunità internazionale”, o chi in suo nome.
8 Victoria Nuland, segretario di stato aggiunta americana per l'Europa e per l'Eurasia, il senatore americano John McCain, il ministro tedesco degli esteri Guido Westerwelle.
9 Pierre Chevènement, “Crisi ucraina, una prova di verità”, Le Monde diplomatique – il Manifesto, 15 giugno 2015.
10 Ibidem, nota 9.
11 A tale proposito può servire una riflessione critica sul discorso tenuto a Tokio da Régis Debray, “Elogio delle frontiere”, add editore, 2012 (2010).
12 Sabino Cassese, “L'inatteso ritorno dei confini”, Corriere della Sera, 1/9/2015.
13 Dal 2013 è in corso di negoziato il Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnership), il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti, tra L'Unione europea e gli Stati Uniti d'America.
14 Nell'articolo citato in nota 9, Chevènement scrive: «Il numero dei siti industriali tedeschi in Ucraina nel 2010 raggiungeva le milleottocento unità contro le cinquanta francesi. L'Ucraina si presenta come il naturale prolungamento del bacino di manodopera a basso costo della Mitteleuropa, vantaggio comparato per l'industria tedesca, che l'aumento dei salari nei paesi dell'Europa centrale e orientale tende ad erodere.»
15 Ibidem, nota 9.
16 “Sullo stato giuridico e l'onore della memoria dei partecipanti alla lotta per l'indipendenza dell'Ucraina nel XX secolo” - “Sulla condanna dei regimi totalitari comunista e nazional-socialista (nazista) in Ucraina e il divieto della propaganda dei loro simboli” - “Sull'accesso agli archivi degli organi repressivi del regime totalitario comunista 1917-1991” - “Sulla commemorazione della vittoria sul nazismo nella Seconda Guerra Mondiale 1939-1945”.
17 Angelo Panebianco (articolo di fondo del Corriere della Sera, 14/09/15), nel chiedere verso le aree di scontro un'azione diplomatica europea sorretta dalla disponibilità a fare uso della forza, cancella totalmente sia le guerre europee (“lungo periodo di pace”? Per chi?), sia di ricondurre all'interventismo bellico occidentale (pure di Francia e Regno Unito), i disastri di intere regioni mediorientali e nord-africane.
18 Gianpaolo Caselli, il Fatto Economico, 8 aprile 2015.
19 Ibidem, nota 12.

venerdì 28 agosto 2015

Politica con la P maiuscola

Riccardo Bernini - luglio 2015

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Politica con la P maiuscola

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9 luglio 2015
L'unico risultato positivo della crisi
il Fatto Quotidiano, da un Commento di Stefano Feltri
«L'euro è quasi crollato per assenza di politica dietro il progetto monetario. Proprio grazie alla Grecia, epicentro di questo disastro finanziario, sta invece nascendo un'agorà e una vera politica europea. In fondo, da dove altro poteva partire il salto di qualità nella democrazia del continente se non da Atene?»
Commento del Commento
Si discuterà a lungo dell'opportunità del referendum e del quesito posto ai greci (fu autentica “mossa del cavallo”?), della mancata preparazione ad ogni eventualità del governo Tsipras e della sua effettiva volontà di affrancarsi dall'austerità volendosi comunque nell'Eurozona, dei feroci ricatti palesi e nascosti ai quali esso è stato sottoposto... Ma un aspetto mi pare certo: chiamato in causa, il popolo greco si è espresso politicamente contro chi, poi, per il solo fatto di aver così rivendicato sovranità, democratica e nazionale, l'ha punito in modo umiliante.
Che nessuno più in Europa osasse farlo!
Atene ha aperto uno spazio pubblico, una agorà, nell'Unione europea “maschera democratica”1 del governo degli oligopoli, a guida tedesca. Un duplice disvelamento: degli interessi di ristretti gruppi capitalistici, finanziari soprattutto e non solo europei, nonché di uno Stato a cui la moneta unica avrebbe dovuto impedire il ritorno di nazionalistiche propensioni all'egemonia sullo spazio vitale, Lebensraum, continentale. Al tempo stesso un varco, attraverso il quale altri popoli potrebbero passare, non accettando l'austerità di una Comunità che riduce i più deboli a periferie sociali e territoriali, accusandoli di dar retta a partiti e movimenti “populisti”. (Come paventa, sul Corriere della Sera del 29/6/2015, il professor Francesco Giavazzi a suo tempo fautore della “austerità espansiva”2).
Ciò che non appare convincente in questa lettura é che il progetto monetario dell'euro sia privo di una politica, di una vera politica o sia economia e moneta senza sostanza politica.
Eppure, risalendo alla nascita dell'euro, la storia ci interroga altrimenti.
Quando Mitterand e Andreotti, in cambio dell'appoggio alla riunificazione tedesca, ottennero da un Kohl recalcitrante la moneta unica, non fu “vera politica”?
Non confondendo la diagnosi con la cura, potremmo constatare quanto velleitaria sia stata la soluzione imposta alla riunificata Germania3, rispetto alla iniziale fondatissima preoccupazione di Francia e Italia, ma non ridurre quel che ne nacque a mera moneta ed economia.
Maastricht, poi, non fu vera politica? Il sistema di governo della moneta unica cos'è, allora? Regolucce fiscali e di bilancio avulse da un indirizzo politico? La Troika che impone ricette di austerità, salassa i popoli delle periferie europee salvando banche e favorendo hedge funds, per scaricarne i costi sulla fiscalità degli Stati (istigando i popoli che pagano contro quelli che “vengono salvati”), non fa politica? La stessa strutturazione dell'Europa in un Centro forte e più Periferie deboli, a degradare, non è politica?
Andando indietro nel tempo di questi ultimi decenni, si potrebbe altrettanto dire che Nixon nel 1971, quando sganciò il dollaro dall'oro, non fece politica. O che l'abbandono di Bretton Woods e la liberalizzazione internazionale dei movimenti dei capitali non furono atti eminentemente politici. Di questo “non far politica” si potrebbero portare esempi a non finire.
Fatto sta che per trarre l'Europa fuori dalla sua conclamata crisi, in base a questa nominalistica distinzione, i ministri del pensiero dominante invocano un salvifico sopraggiungere della “Politica”con la P maiuscola, foriera:
dal minimo del salvataggio della Grecia che, al necessario “rigore” delle “riforme strutturali” (rialzi dell'Iva, privatizzazioni, deflazione salariale, tagli pensionistici, ecc.), associ non solo nuovi prestiti e ristrutturazioni di debiti insostenibili, ma pure un grande piano di investimenti europeo per la crescita (“austerità sì, ma anche crescita!”);
al massimo di un “salto di qualità” confederale4 o di un “colpo di reni” istituzionale verso un'Europa finalmente Politica, frutto di una “generosa cessione di sovranità” di ciascuno dei Paesi membri, per superare l'Europa monetaria, l'Europa asfittica ed incompiuta (mutilata?), e ridare nuova vita al progetto fondativo, al sogno comunitario post-bellico dei Padri.
Rimarrebbero da spiegare parecchie cose.
Per esempio: come possano combinarsi austerità e crescita, evitando l'esplodere del debito privato e gli squilibri commerciali intra-europei; chi paga, sia dal punto vista finanziario sia fiscale (attenzione ai “trasferimenti”!) e conseguentemente chi sarebbe posto nelle condizioni di incassare; come la “cessione di sovranità” verrebbe a situarsi in un contesto in cui la loro sovranità, i Paesi periferici, l'hanno già ceduta obtorto collo5 e con mezzi per nulla democratici; quale democrazia comunitaria sortirebbe dalla contemporanea egemonia dei Paesi centrali su quelli periferici e degli oligopoli finanziarizzati sull'insieme europeo.
E se, invece, politicamente parlando, si riconoscesse che l'austerità, la moneta unica, l'Europa finanziario-centrica e germano-centrica, la supposta indipendenza della Bce e quant'altro sono un governo sistemico, una ben precisa politica?
Si comprenderebbe, magari, il motivo per cui “i creditori” trovino un così robusto sostegno nelle élites politiche continentali e non ci si meraviglierebbe troppo delle posizioni (dal social-liberismo al social-patriottismo?) della SPD di Gabriel e Schulz. Élites di cui fanno parte anche coloro che sono disposti a concedere flessibilità “solidale” (sempre con i soldi degli altri), temporanea e circoscritta, scambiata con “riforme strutturali” non più sobriamente austere ma divenute d'incanto progressiste, pur di preservare e conservare la sostanza delle strutture e degli assetti di potere attuali.
Potremmo dedurne che il desiderato “salto” verso l'Europa Politica, data la concreta situazione e pure superando protervie nazionalistiche, sarebbe solo un rivestimento istituzionale del consolidamento di questi poteri. Infatti, esso non verrebbe accettato dalla Germania, quand'anche fosse divenuta “egemone per caso”6 (non certo a sua insaputa), al di fuori di questa prospettiva.
E se, contro ogni tambureggiamento mass-mediale, riconoscessimo che per costruire un edificio politico condiviso e democratico fosse non sufficiente ma prioritario azzerare questa Europa che di veramente comune, per i popoli, ha solo l'incubo della moneta unica?7

1 L. Canfora e G. Zagrebelsky, “La maschera democratica dell'oligarchia”, Laterza, maggio 2014.

2 F. Giavazzi e M. Pagano, “Can severe fiscal contractions be expansionary? Tales of two small European Countries.” NBER Macroeconomics Annual, Cambridge, MIT Press, 1990.
3 «La Francia e l'Italia chiesero l'impegno nei confronti delle moneta unica, ma fu la Germania a scrivere gran parte delle regole», Timothy Garton Ash, “Quel conflitto tra democrazie che ancora divide l'Europa”, la Repubblica, 10 luglio 2015.
4 Angelo Panebianco, “Il nuovo patto confederale per far ripartire l'Europa”, Corriere della Sera, 8/06/2015. 5 Ultimo episodio: nella seconda metà di luglio il Parlamento greco ha dovuto approvare in gran fretta testi di legge immodificabili perché concordati con i creditori, pena il blocco sia dei prestiti che della liquidità.
6 Come discutibilmente sostiene Wolfgang Streeck, “Egemone per caso”, Le Monde diplomatique – il Manifesto, maggio 2015. Streeck è autore di “Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico”, Feltrinelli, luglio 2013.
7 Wolfgang Streeck conclude il sopracitato articolo con questa speranzosa frase: «Merkel ha saputo cambiare radicalmente posizione sull'energia nucleare. Non si può escludere che passi alla storia come la cancelliera che avrà liberato l'Europa da una moneta unica diventata incubo comune.» 

lunedì 29 giugno 2015

Schede PENSIONI


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    A furia di voler classificare le pensioni, d'oro, d'argento e di bronzo, si tace del fatto più importante: del fuori podio, delle pensioni di legno.
    Su un totale di 16,5 milioni di pensionati, poco più della metà non arriva a 1.000 € al mese e tra questi 2,5 milioni percepiscono meno di 500 € mensili.
    Quindi troviamo* (importi lordi):
  • entro tre volte il minimo (481x3) = 1.443 € => 11,29 milioni di persone (68,29%);
  • da 1.443 € a 2.405 € (da 3 a 5 volte il minimo) => 3,81 milioni (23,07%);
  • da 2.405 € a 4.810 € (da 5 a 10 volte il minimo) => 1,24 milioni (7,50%);
  • oltre 4.810 € (da 10 volte a oltre 50 volte il minimo) => 188.140 persone (1,14%, ma per un “Importo complessivo lordo annuo del reddito pensionistico” del 5,80%).
    Oltre i 3.500 € lordi ci sono 350.000 persone, per 24 miliardi di spesa su 270, assistenza compresa.
    Da questa istantanea si evince che non si tratta del regno di Bengodi, salvo per una parte ristretta, a cui i “congelamenti” della Fornero non hanno provocato neanche un raffreddore.

*Raggruppamenti ricavati dal Casellario Centrale dei Pensionati, 31/12/2012.

Effetti del congelamento delle pensioni


Fonte:http://www.blitzquotidiano.it/foto-notizie/pensioni-insostenibili-retributivo-esagerato-controinchiesta-pensionato-1832805/

Restituzioni ed indicizzazioni governative

La risposta del Governo Renzi-Padoan alla sentenza della Consulta
I rimborsi del Bonus Poletti
Costo: 2 miliardi e 187 milioni di euro. Beneficiari: 3,7 milioni di pensionati, per le seguenti fasce a scalare:
  • entro 1.700 € lordi: 750 euro di bonus;
  • entro 2.000 €: 450 euro di bonus;
  • entro 2.700 €: 278 euro di bonus.
Non percepiranno un euro coloro che accumulano un reddito mensile lordo da pensione pari a 3.200 € o superiore.
Nuove indicizzazioni
A partire dal 2016 le nuove fasce di rivalutazione sarebbero le seguenti:
  • entro i 1.700 € lordi: 180 € all’anno;
  • entro i 2.200 €: 99 € all’anno;
  • entro i 2.700 € 60 € l’anno, ossia 5 euro al mese.

Il ministro Padoan ha spiegato:
«Il provvedimento sulle pensioni si può dividere in tre parti: il calcolo degli arretrati con l’indicizzazione degli anni 2012-2013, arretrati che coprono parzialmente quelli previsti col taglio della legge Fornero; il calcolo dell’indicizzazione 2014-2015; e poi, a partire dal 2016, l’introduzione di un meccanismo di indicizzazione più generoso, in modo che i principi ispiratori della sentenza della Consulta, adeguatezza, gradualità e proporzionalità siano rispettati.»