giovedì 9 febbraio 2023

Diritti umani, civili e LGBTQ+

DIRITTI UMANI, CIVILI e LGBTQ+

Approdi dell'ideologia liberale sui diritti 



I “nuovi diritti”, generalmente raggruppati sotto l'ombrello dell'acronimo LGBTQ+, stanno diventando sempre più importanti nel generale dibattito-scontro sui diritti umani e civili.

In questione sono un complesso di leggi riguardanti, in Italia, una popolazione stimabile in ben più di quattro milioni di persone, oggetto di oppressione e discriminazioni, tanto più pesanti se, come è per la maggior parte di loro, devono già sopportare la condizione sociale di appartenere al popolo dei precari, dei poveri e degli impoveriti, alla classe subordinata di un paese dipendente.

Tuttavia, i modi ed i contenuti proposti alla pubblica opinione dai prevalenti media e da alcune forze politiche, che si sono intestate la lotta per i “nuovi diritti”, suscitano forti sospetti di manipolazione per fini estranei a quelli dichiarati.

Sta di fatto che, invece di creare accordo e solidarietà in seno alle classi subordinate, vengono esacerbate divergenze culturali preesistenti, preconcetti e pregiudizi, indebolendo, da un lato, l'opposizione sociale e, dall'altro, spingendo queste minoranze in cerca di riscatto tra le braccia della classe dominante e del suo tardo liberalismo.

Inoltre, i sedicenti campioni di queste minoranze prendono iniziative o lasciano libero campo a pratiche che, estremizzando e storpiando l'indirizzo dell'impegno, generano reazioni di rigetto e rafforzano spinte tradizionaliste (passatiste), religiose e non, che arrivano a rimettere in discussione conquiste date per stabilmente acquisite. 

Come nel caso della legge sull'interruzione di gravidanza.

Presi nella stretta tra fautori di un falso progresso e di un passatismo tradizionalista, fatica a farsi strada una critica che, nella lotta a visioni ideologiche apparentemente opposte, sappia vedere il concreto reale di tutta la posta in gioco. 

Fanno ostacolo e vanno superati l'aperto timore di cadere nella rete di un dibattito-scontro che vada a sovrapporsi a quelli sociali e politici, nascondendoli in un dimenticato secondo piano, e quello più riposto di venire intrappolati da controversie su questioni ritenute “spinose”, di difficile se non impossibile soluzione.

Di contro, l'esercizio dell'analisi critica - alla quale questo articolo1 intende partecipare - rivelerà quanto l'affermazione dei diritti delle minoranze, nel rispetto delle loro umane identità, sia strettamente legata ed inseparabile dalla difesa delle umane identità della maggioranza.

Al punto di aprire la via a soluzioni equilibrate e socialmente unificanti.


“Evoluzioni” storiche

I diritti civili si sviluppano storicamente in relazione ai diritti umani, avendo presente che la loro stessa concezione varia in rapporto alle idee egemoni ed al contesto politico-sociale del periodo  in cui vengono pensati, formulati ed affermati.

La fonte primaria è costituita da due dichiarazioni: la Dichiarazione di Indipendenza americana del 1776 e la Dichiarazione dei diritti dell'Uomo e del Cittadino francese del 1789

Esse contengono asserzioni generali in forza delle quali, in opposizione al re ed alla tradizione, veniva presupposta la volontà di Dio di aver creato ogni uomo uguale alla nascita e detentore di pari diritto alla vita, alla libertà e (nella Dichiarazione americana) alla felicità.

I derivanti diritti civili furono sanciti da ciascun Stato in esercizio della propria sovranità nazionale (“Il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella nazione”, terzo articolo della Dichiarazione francese).2

Con la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo (UDHR) del 1948, che rappresenta una “evoluzione” delle Dichiarazioni delle rivoluzioni americana e francese, si determina un salto qualitativo nella relazione tra diritti umani e civili. 

I “diritti naturali” assumono la veste di “diritti universali”.

Nelle due prime Dichiarazioni la natura umana è definita dalla Ragione che interpreta la volontà del Creatore, mentre spetta alla Nazione sovrana stabilire i conseguenti diritti civili.

Nella UDHR i diritti umani sono sempre dichiarati in base ad una idea di “natura umana” concepita in modo pre-sociale ed individuale, astorico, ma la sovranità nazionale viene limitata in base ai “diritti inalienabili dell'individuo”, esigiti in base ad una nuova morale universale. 

Si entra nella cosiddetta “età dei diritti”.3 

Eppure, nel tempo e divenire storico dato, la morale universale viene ad assumere sempre più i tratti spiccati del paese egemone dell'Occidente. Con l'affermarsi del mondo unipolare, la morale trasloca dalla interpretazione della volontà del Creatore alla ragione tecno-scientifica, una verità incontrovertibile, sancita come tale dai possessori dei mezzi globali in grado di produrla.

Alla pretesa fine delle ideologie (e della storia) subentra una nuova ideologia, la quale, proprio per il fatto di negarsi come tale e volersi neutra, assume caratteri assoluti. 

Ad essa sono chiamati a piegarsi i diritti civili.

Razzismo e colonialismo

La condizione schiavile e quella coloniale hanno definito la pratica dei diritti. 

Negli Stati Uniti d'America (1776) la dichiarazione dei diritti umani non si tradusse nell'abolizione della schiavitù, in quanto non era riconosciuto agli schiavi importati dall'Africa che una incompleta “umanità”, variante in relazione alla presenza percentuale di “sangue bianco” nell'albero genealogico. Solo in seguito alla Guerra di secessione (1861-1865) gli USA si avviarono verso la soppressione della schiavitù. 

Fino a tempi recenti l'esistenza delle razze umane è stata oggetto di controversia scientifica. Sia pure per combattere il razzismo, la parola “razza” compare nella nostra Costituzione.

I diritti civili sono riconosciuti al cittadino della nazione. Tuttavia, poiché nel lungo periodo coloniale, molti popoli non hanno potuto darsi uno Stato nazionale indipendente ed anzi gli Stati europei hanno reso dipendenti molti popoli e nazioni di altri continenti, si verifica una disuguaglianza su ampia scala nel riconoscimento e nell'esercizio di tali diritti. Il problema dei diritti civili collegati alla cittadinanza permane aperto.

La UDHR e la “età dei diritti”

Con la UDHR del 1948 inizia un periodo storico che viene definito “età dei diritti”. 

Dal 1° gennaio entra in vigore la nostra Costituzione [vedi nel riquadro a seguire].


Nella UDHR, i diritti, posti in capo a quelli “inalienabili dell'individuo”, tendono a porre limiti alla sovranità degli Stati, che permangono tuttavia la fonte primaria della legittimità. La tendenza a porre limiti si rafforzerà nei decenni successivi.

I diritti umani universali, oltre a venire interpretata in chiave individualistica, sono disgiunti dalle specifiche storie e culture dei popoli, dai rapporti tra Stato e società, ed avulsi dalle reali condizioni sociali e dalla struttura dei rapporti internazionali, i quali ultimi divengono sempre più decisivi sull'onda della globalizzazione contemporanea.

In realtà, l'“età dei diritti” è chiamata a confrontarsi a livello mondiale con l'età dell'imperialismo post-coloniale ed i suoi conflitti.

L'insieme dei diritti sociali e del lavoro (articoli dal 22 al 25 della UDHR) non sono mai causa di limitazione della sovranità degli Stati, ossia imposti dagli organismi sovranazionali che regolano l'economia ed i mercati. Sono generalmente spinti dai movimenti e partiti operai e social-comunisti, dai movimenti di liberazione nazionale ed in qualche modo temporaneamente subiti/accettati dalle classi dominanti. 

Sino a quando, con la caduta del Muro di Berlino (1989) ed il pieno avvento della globalizzazione neoliberista, patiscono un generale arretramento. È il tempo della “lotta di classe senza lotta di classe”.  All'arretramento contribuiscono organismi sovranazionali e mondiali che agiscono a detrimento delle sovranità nazionali di molti paesi e ne esautorano l'esercizio democratico interno. Il fenomeno coinvolge anche paesi dell'Occidente “avanzato”.

 La “esigenza morale”4 può reclamare democrazia e pace, come condizioni necessarie all'esercizio dei diritti, ma queste possono realizzarsi solo in conseguenza di processi di liberazione dai rapporti di subordinazione sia nazionali, sia di classe.

Ciò è vero non solo per i diritti rubricati come “del lavoro e sociali”, ma anche per quelli cosiddetti “individuali”, quali la tortura (art. 5), la libertà di espressione ed informazione (art. 19), gli arresti e trasferimenti extraterritoriali (art. 9), il diritto alla vita (art. 3). La secca bipartizione, in effetti, escludendo la relazione dialettica tra sociale ed individuale, mostra di essere alquanto forzata.

Con il prevalere del “pensiero unico” viene decretata la “fine delle ideologie” e la “fine della storia”. Ma proprio da quel momento i diritti umani (e quelli civili) assumono in realtà il ruolo di “ideologia subentrante”. Pretendendo neutralità e di non essere “ideologia” (dei dominanti), essa giustificherà l'attacco all'autodeterminazione dei popoli e le guerre d'aggressione, obnubilando la negazione dei diritti sociali e del lavoro in ossequio al neo-liberalismo imperante. 

La realizzazione dei diritti umani viene apertamente interpretata in funzione delle relazioni di dominio, rese evidenti sia nelle situazioni internazionali di conflitto, sia nel governo interno. All'apice della loro retorica affermazione nel discorso pubblico, inizia la fine della “età dei diritti”.

Una “nuova” morale di guerra

Il pensatore canadese di origine russa Michael Ignatieff (Toronto, 1947) elabora la teoria che i diritti umani proteggono le “condizioni minime per ogni genere di vita”. Da ciò che è bene distingue ciò che è intollerabilmente sbagliato, come la Shoah, assunta a paradigma del male assoluto. I diritti umani vengono ad incarnare l'individualismo morale ed una definita prospettiva etico-politica.

Sostiene Ignatieff: 

«(...) nel caso in cui l’ordine di uno stato si sia disintegrato e la popolazione sia precipitata in una guerra di tutti contro tutti, o nel caso di uno stato che stia portando avanti una violenza sistematica grave e ripetuta contro i suoi stessi cittadini, il solo modo efficace di proteggere i diritti umani è l’intervento diretto, che può andare dalle sanzioni all’uso della forza militare».5

«(...) quando le democrazie combattono il terrorismo, esse agiscono per difendere un ideale di vita politica priva di violenza. Ma sconfiggere il terrorismo richiede l’uso della violenza. Non solo, può anche comportare coercizione, inganno, segretezza e, persino, violazione di certi diritti».6

Viene così giustificata non solo la intromissione negli affari interni di ogni paese e la “guerra umanitaria”, ma pure la facoltà di uno Stato (gli USA), a suo arbitrio, di violare i diritti umani in nome degli stessi, al fine ultimo, per superiore missione morale, di affermarli.7

La gestione politica della pandemia

La difesa di un diritto umano essenziale, alla salute di ciascuno quale parte di tutta l'umanità – la pandemia è dichiarata dall'OMS -, passa attraverso la negazione di uno e più diritti civili della Costituzione italiana. 

La vaccinazione, imposta surrettiziamente tramite il pass verde, è posta come un obbligo morale “verso gli altri”, giustificato per lo più su una base etica utilitaristica, che rimanda ad inesistenti certezze scientifiche. 

La cura è di fatto sperimentale e dagli esiti incogniti. Viene inflitta anche a chi rischia più dalla vaccinazione che dal contrarre la malattia stessa (i bambini e più giovani), perché è considerato veicolo di rischio per gli altri. Deve essere sopportata ai fini di un bene superiore, affermato in base ad una sentenza di verità scientifica, emanata dalla cosiddetta “comunità scientifica”, alter ego della cosiddetta “comunità internazionale”.

Il così determinato obbligo morale è dettato in uno “stato di emergenza” pari a quello bellico, preparativo di quello bellico a venire poco dopo, che da luogo ad una forma di dittatura pro-tempore (ma le emergenze non finiscono mai) e giustifica coercizione, inganno, segretezza e violazione dei diritti civili, con sostanziale violazione ed abbandono della democrazia.

Diritti LGBTQ+ e normalità queer  

Rappresentano la “nuova frontiera” dei diritti, che possono definire e ridefinire norme attinenti:

- i rapporti tra persone dello stesso sesso, le unioni civili, il matrimonio egualitario e la famiglia;

- le adozioni, la procreazione ed il riconoscimento dei figli;

- il cambiamento di sesso, il passaggio di genere, gli interventi chirurgici e le terapie; 

- il servizio militare, la donazione di sangue;

- il riconoscimento d'identità e l'iscrizione anagrafica;

- la protezione dalle discriminazioni;

- i gruppi a sostegno dei diritti LGBT+ e le campagne pubbliche.

Va da sé che lo spettro normativo coinvolto è piuttosto ampio e complesso. Abbisogna di conoscenze specifiche e di approfondimenti, invece di definizioni sommarie a cui fare seguire soluzioni altrettanto sommarie, tanto “pragmatiche” quanto funzionali al manicheismo mediatico.

Per non esserne soggiogati, serve un metodo critico ed analitico che rifugga dal pragmatismo liberale, che sempre nasconde l'adozione di assunti ideologici, “di principio”, non esplicitati ed incontrovertibili.

In questo senso occorre fare attenzione a cosa possa sottendere l'adozione del termine onnicomprensivo “queer” e per quale ragione l'insieme LGBTQ+ [l'intero acronimo a fianco]

venga ridotto ad esso (ossia a “Q”, l'ultima iniziale inserita nel preesistente LGBT), per indicare indistintamente e confusivamente un universo di persone la cui identità sessuale corporea non corrisponde al vissuto psicologico di identità di genere maschile e femminile.

A mio avviso, lo scopo iniziale è quello di forzare ad una divaricazione tipica della semplificazione della propaganda conflittuale orchestrata dall'alto: da un lato gli eterosessuali e cisgender; dall'altra, tutti gli altri catalogati come “universo queer”, benché l'omosessualità e la bisessualità - e a ben vedere anche la transizione da un sesso all'altro - non neghino affatto l'identità corporea di genere maschile e femminile. 

Questo “riduzionismo” apre un largo spazio in cui l'identità personale non sia frutto della propria autodeterminazione socio-culturale su base biologica, bensì il risultato di una costruzione unilateralmente e tutta culturale, giacché il “vissuto psicologico” può costruirsi in base ai desideri personali soggettivi, per ciò stesso indirizzabili e manipolabili.

A questo proposito vale ricordare che in passato la “scienza ufficiale” ha abbracciato teorie unilaterali divergenti, benché basate sulla “normalità”.

La teoria del biologico come fondante assoluto ha consentito le pratiche più aberranti degli interventi d'autorità sul corpo degli “anormali”, mentre la teoria opposta ha presupposto una “normalità” da ripristinare grazie alla somministrazione forzata di trattamenti correttivi e rieducativi.

Queer, la parola e la teoria

In origine la parola inglese “queer” era un appellativo dispregiativo, tipo l'italiana “frocio”, rivolto a tutti i diversi. Oggi il termine «viene usato generalmente da una persona della comunità LGBTQ+ che non vuole dare un nome alla propria identità di genere e/o al proprio orientamento sessuale (ad esempio, se ci si sta interrogando sulla stessa), o più semplicemente non vuole precisarla, ma che sicuramente non è cisgender e/o etero.»8

La teoria queer muove le mosse dalla  (scontata) critica alla metafisica del sesso che determina il genere. Per una delle sue massime esponenti, Judith Butler (Cliveland, 1956), qualora si accetti l'idea che il sesso ha carattere mutabile, anche il costrutto detto “sesso” risulta costruito culturalmente come il genere, annullando la stessa distinzione duale tra sesso e genere.9

Non è questo il luogo per andare alla radice storica e filosofica della “riduzione ad uno”, negatrice del dualismo biologia/cultura. Appare però evidente che questa teoria, muovendo dalla critica alla posizione per cui il sesso è genere, approda ad una visione altrettanto unilaterale, per cui tutto è linguaggio, prodotto psico-culturale, dunque genere, e nulla è natura biologica, sesso.

Dalla negazione della relazione dialettica tra genere e sesso derivano due conseguenze.

Una esclude la necessità di sviluppare la conoscenza scientifica, nel prolungato contrasto al carattere di classe delle “verità” prodotte dalla “scienza ufficiale”.10 Necessità senz'altro messa all'ordine del giorno dalle vicende pandemiche, laddove una supposta e contesa verità scientifica è stata prodotta ed usata ai fini di imporre una emergenza da gestire politicamente.

L'altra, parimenti impattante ed in apparenza paradossale, è che la teoria queer, invece di mettere in discussione il concetto di “normalità” viene a riaffermarlo, liquidando la battaglia delle minoranze LGBT+ di venire riconosciute e protette in quanto tali. Disincarnando il genere dal sesso per le persone LGBT+ viene proposta in nuova forma (in quanto indefinita e labile si sottrae all'esercizio puntuale della critica) una “normalità” valida per tutti: la normalità queer.

Qualora, come sembra, prevalesse la tendenza ad assumere la determinante psico-culturale a fondamento dell'identità sessuale di tutti, si staglierebbero due prospettive eventualmente sommatorie.

La prima, universale, conduce ad una educazione generale, anche scolastica, alla “neutralità” (nessuno è maschio e femmina alla nascita), la quale, in “retroazione” sul diritto civile, renderebbe totalmente fluida l'identità sessuale di tutti i cittadini, anche degli “altri”. Sicché, al punto di partenza, per non discriminare gli uni, si toglierebbe identità a tutti gli “altri”.

La seconda, in rispetto dei desiderata individuali, per “libera scelta” della volontà soggettiva, apre al grande mercato dell'offerta farmaceutica, chirurgica, genetica e cibernetica, ovvero alla tecno-scienza degli interventi adattativi del corpo fisico all'auto-attribuzione.

Non si tratta più del riconoscimento antidiscriminatorio di pari umanità, dignità e di diritto civile delle persone omosessuali, bisessuali e transgender (LGBT+), bensì della ridefinizione della “normalità” di partenza di tutti. Un rovesciamento che porterebbe con sé un interventismo mercificante sul corpo umano.

A quale età si può decidere?

Nel 2023 in Germania entra in vigore una nuova legge chiamata “legge trans”. Dal 14mo anno di età ogni cittadino tedesco potrà recarsi all'anagrafe e cambiare sia il proprio sesso che il proprio nome di battesimo, senza dover esibire un attestato medico o una perizia psichiatrica com'era precedentemente stabilito.

Un analogo disegno di legge, che data però dal 16mo anno di età, conferisce la facoltà di mutare l'indicazione del proprio sesso nel registro dello stato civile, viene proposto in Spagna. 

Anche il parlamento scozzese si va muovendo nella stessa direzione. A differenza della Svizzera che non ritiene “maturi i tempi”, giacché si sostiene che il “binarismo dei sessi” sia un modello radicato nella società. Forse è proprio la motivazione della Confederazione elvetica ad essere più esplicativa del sottostante.

In questa direzione sembra andare il mainstream ed il sostegno privato e politico pubblico ai gruppi che si battono per i diritti LGBTQ+, trasformandoli in vere e proprie lobbies per finalità che niente hanno a che fare con i loro dichiarati scopi di difesa dalle discriminazioni di lesbiche, gay, bisessuali e transessuali. 

Senonché, mentre le peggiori tendenze passatiste guadagnano insperati spazi di manovra, assistiamo al manifestarsi dall'interno dei gruppi contro le discriminazioni a segnali ostativi di dissenso ed iniziative d'opposizione.

Milano: un caso concreto

La notizia compare su “Feministpost”, che a febbraio  2022 aveva segnalato il diffuso fenomeno dell'utero in affitto in Ucraina, ed è riportata da “LaVerità”.11

Il sindaco Sala decide di registrare gli atti di nascita dei figli di coppie omogenitoriali, compresi i nati da utero in affitto, pratica che in Italia ed in Europa sarebbe proibita. Un potere locale interviene in ambito anagrafico, attribuito dalla Costituzione soltanto allo Stato.

Femministe, lesbiche ed altre militanti presentano un esposto alla magistratura per chiedere se la registrazione all'anagrafe di bambini nati da utero in affitto costituisca reato. Esse propongono che non siano registrati due genitori (genitore 1 e genitore 2), ma soltanto il padre biologico, mentre l'altro componente la coppia potrebbe ricorrere alla “adozione speciale”, proteggendo così i diritti del minore, al quale inoltre andrebbe riconosciuto il diritto a conoscere le sue origini.

Il caso milanese sta diventando nazionale, poiché il prefetto di Milano, Renato Saccone, ha interessato della “pratica” il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi.

La iscrizione di genitore 1 e genitore 2 era stata avallata da una precedente sentenza del tribunale civile di Roma a metà novembre 2022.

In buona sostanza, per non discriminare la coppia omosessuale con figli, si arriva al riconoscimento anagrafico per tutte le coppie di un genitore 1 e di un genitore 2, che farebbe scomparire l'identità di madre e padre.

D'altro canto, va osservato che una coppia di lesbiche non può incorrere nel reato di utero in affitto, se una delle due donne è la madre naturale. Tuttavia, la madre non naturale non godrà, comunque, di posizione paritaria rispetto alla madre naturale sul piano psicologico e relazionale, e pure nel caso di eventuale separazione della coppia.

Si può certamente argomentare che una donna possa liberamente donare la propria funzione procreatrice, ma il ricorso a questa sorta di atipico “comodato d'uso” implica in sé una riduzione a cosa-mezzo (reificazione) di un organo umano vivente nella stesso corpo della persona vivente.  

Di contro, è insostenibile che, nelle presenti condizioni sociali delle donne della classe subordinata, l'utero in affitto, ossia la mercificazione della propria maternità, non costituisca il pericolo di gran lunga principale da cui strenuamente difendersi.

Identità e potere della donna

Come il neo-liberalismo si era proposto, in parte riuscendovi, di togliere senso di appartenenza ed identità sociale alla classe subordinata, così oggi il vertice elitario degli “Dei di Davos”, espressione della estrema concentrazione proprietaria capitalistica su scala mondiale, punta ad azzerare qualsiasi identità (dis-identificazione) umana, per transitare ad un mondo trans-umano.

Benché il piano di grande azzeramento, o Great reset, sia fortemente indebolito dalla crisi del mondo unipolare su cui poggiava, non va sottostimata la sua forza di imporre, soprattutto in Occidente, una società nella quale ad una ristretta cerchia di eletti, corrisponda una restante massa anonima, di para-umani, sorvegliati, controllati e piegati al loro volere. Una utopia negativa (distopia), affermata per “non alterare gli equilibri del pianeta”.12 Ragione per cui la presenza umana su di esso, ritenuta eccessiva, va salvificamente sfoltita secondo i dettami di un nuovo malthusianismo “ambientalista”.

L'ostacolo principale alla realizzazione di questo progetto può essere costituito dalle donne, giacché, a dispetto di ogni narrazione disincarnante il genere dal sesso, le donne continuano a generare la specie umana. Il principio di umanità risiede nel loro grembo. Su questo potere biologico, l'altra metà del cielo ha potuto fare affidamento per pesare nella storia dell'umanità. Una storia da chiudere.

Senza distruggere questo potere delle donne, non è possibile il nuovo ordine degli “Dei di Davos”.

Ecco perché soprattutto la maternità è sotto attacco. Ecco perché la loro tecno-scienza si adopera  per sostituire l'utero femminile con un utero biotecnologico, mirando a “brevettare” non solo ogni essere biologico come già è legittimo negli States, bensì la stragrande maggioranza dell'umanità, che, relegata nel regno di sotto degli Untermenschen, non possiederà il proprio “brevetto”e non ne sarà padrona. 


Note

1 - Senza la discussione tenutasi nel Gruppo Analisi di Nuova Direzione, e grazie al suo metodo, non avrei potuto focalizzare la problematica in alcuni dirimenti aspetti.

2 - Vedi anche Andrea Zhok,”Critica della ragione liberale”, Meltemi, 2020, in particolare il capitolo 28. Nel successivo capitolo 29, l'autore tratta del femminismo e del rapporto tra sesso e genere, argomento oggetto della presente breve disamina nelle sue parti finali.

3 - Vedi anche Aldo Schiavello, “Ripensare l'età dei diritti”, https://www.academia.edu/25488395/Ripensare_let%C3%A0_dei_diritti

4 - Vedi anche Michele Zezza, “Democrazia, diritti civili, politici e sociali nel pensiero di Norberto Bobbio”. http://www.dialetticaefilosofia.it/public/pdf/45democrazia.pdf

5 - M. Ignatieff, “Una ragionevole apologia dei diritti umani” (2001), Feltrinelli, Milano, 2003, pag. 42.

6 - M. Ignatieff, “Il male minore. L’etica politica nell’era del terrorismo globale” (2004), Vita & Pensiero, Milano, 2006, pag. 15.

7 - Gli USA si propongono come paladini dei diritti umani, ma, non aderendo al Tribunale internazionale dell'Aja per i crimini di guerra, si auto-attribuiscono una ingiudicabile e superiore “missione morale” rispetto al mondo.

8 - https://it.wikipedia.org/wiki/Queer

9 - Vedi Judith Butler, “Questione di genere – Il femminismo e la sovversione dell'identità”(1990), Laterza, 2017.

10 - Vedi anche il recente articolo di Nico Maccentelli,”Geymonat, il dito e la luna”, 31/01/ 2023. https://www.sinistrainrete.info/sinistra-radicale/24805-nico-maccentelli-geymonat-il-dito-e-la-luna.html?highlight=WyJsdWRvdmljbyIsImdleW1vbmF0IiwibWFyeGlzbW8iLCJsdWRvdmljbyBnZXltb25hdCIsImx1ZG92aWNvIGdleW1vbmF0IG1hcnhpc21vIiwiZ2V5bW9uYXQgbWFyeGlzbW8iXQ==

11 - Francesco Borgonovo, “Le femministe portano Sala dai giudici «Il Comune sdogana l'utero in affitto»”, LaVerità, 22 dicembre 2022.

12 - Vedi anche Carlo Freccero, “Caro Guerri, attenzione ad Harari. È lui l'ideologo del Grande reset”, LaVerità, 27 dicembre 2022.




venerdì 20 gennaio 2023

Sinistra, ricominciamo da tre!

Alla ricerca della sinistra perduta, Domenico De Masi critica Goffredo Bettini

Sinistra: ricominciamo da tre!

In un articolo comparso di recente su Il Fatto Quotidiano,(1) il sociologo Domenico De Masi fornisce una propria lettura critica del libro di Goffredo Bettini “A sinistra da capo”.

Bettini, che analizza la crisi del Pd dall'interno, vi è considerato come «il più influente ideologo». De Masi, a sua volta, può essere considerato il più influente ideologo del nuovo M5S di Giuseppe Conte che, anche sulla scorta dei suoi consigli, si vuole partito di sinistra.

Dal dibattito tra i due intellettuali emergono interessanti ammissioni ed un ottimismo (ovviamente della “volontà”) del sociologo molisano. Non una, ma ben tre sinistre dovrebbero opporsi alla tre destre al governo, coltivando ciascuna il proprio campo sociale ed unendosi alla bisogna elettorale. L'Italia avrebbe una bella democrazia dell'alternanza bipolare, quasi fosse possibile riavvolgere il film della storia a prima che la sinistra istituzionale divenisse sostanzialmente indistinguibile dalla destra.

Abbandoni inspiegabili

Secondo De Masi:

«Il libro di Bettini testimonia che il mutamento del Pd, in termini di paradigma e di azione, non è stato adeguato, né sotto il profilo ermeneutico, né sotto il profilo organizzativo, alle trasformazioni che l'avvento postindustriale ha impresso alla società. Sicché oggi la sinistra si ritrova “senza un'idea alternativa di società, senza alcuna ideologia, senza principi forti e coerentemente orientati e senza forme” proprio mentre il capitalismo vive il suo momento di massima innovazione.»

Mentre Bettini lamenta l'assenza di un Marx dei nostri giorni capace di “una critica politica e umana al tecno-capitalismo finanziario”, De Masi ricorda che invece, in questa direzione, non sono mancati rilevanti contributi teorici sia a livello internazionale (Scuola di Francoforte, Touraine, Gorz, Wright Mills, Hobsbawn), sia nel nostro paese:

«contributi preziosi, intenzionalmente ignorati, insieme ai loro autori, da un Pd che lo stesso Bettini taccia di ignoranza, egoismo e arroganza.»

Sebbene sia indiscutibile che la presenza operaia si è fortemente ridotta dai tempi di Marx, per De Masi la storia non può dirsi finita con la caduta del Muro di Berlino, giacché se il comunismo reale non sapeva come produrre ricchezza, il capitalismo d'oggi non sa come distribuirla.

«Alla fine dei conti, pure essendone mutate le forme, restano intatti e, anzi, sono cresciuti i livelli dello sfruttamento, cioè del fenomeno che giustifica l'esistenza stessa, antagonistica, della sinistra.»

A questo punto l'ideologo dei 5Stelle rileva:

«Diventa perciò inspiegabile perché mai il partito storicamente leader di questo antagonismo abbia abbandonato, oltre alla ideologia marxista, anche alcuni capisaldi del pensiero di Marx tuttora validi: il rigore del metodo scientifico applicato alle scienze sociali, la visione della società come sistema di classi, la possibilità di trasformare la massa amorfa dei poveri in classe organizzata, il ruolo distorcente dell'alienazione, la necessità di combattere con processi rivoluzionari di sinistra quei processi rivoluzionari con cui la destra accelera a suo vantaggio la corsa della storia.»

Oltre alla rinunzia alla “trasformazione rivoluzionaria”, che per De Masi era cara a Berlinguer, il Pd ha cambiato linguaggio, sostituendo termini potenti come “proletariato” con “svantaggiati”, “ultimi”, “diseredati”, “poveretti”, mutuati dalle encicliche papali.

In effetti, De Masi qui dimentica solo la riscoperta categoria anni cinquanta dei “bisognosi” e la new entry della emergenza pandemica: i “gracili”.  

Si può essere d'accordo con De Masi: non sono mancate le analisi critiche del “tecno-capitalismo finanziario”, benché agli autori da lui citati se ne potrebbero aggiungere altri, credo più profondi ed attenti alle reali dinamiche del capitalismo globalizzato nella dimensione unipolare ed al prevalere della finanza.

Tuttavia, l'abbandono del metodo e del linguaggio marxista da parte del Pd, in quanto erede della sinistra che fu, non è affatto “inspiegabile”, laddove si prenda atto di quanto ammette lo stesso Bettini, a proposito del voto dei borghesi, i quali giustamente si sentono garantiti dallo stesso Pd, proprio in questa fase post-industriale del paese. Voti non “tollerati”, bensì voluti e “meritati”, semmai ottenuti oltremisura in particolare da tutti coloro che, piccola imprenditoria compresa, subiscono e subiranno le conseguenze delle sue scelte politiche.   

Sostiene De Masi:

«Bettini tollera che il Pd mieta voti nelle “masse borghesi e piccolo borghesi che percepiscono quel partito come il garante della loro condizione” ma gli ricorda che il suo elettorato naturale e prioritario è la massa sfruttata “del popolo lavoratore, del sottoproletariato, delle fasce più povere dei cittadini”.»

Interclassismo e tre sinistre

Bettini vorrebbe l'avvento di “un principe collettivo e democratico”, non escludendo e sperando che il Pd possa diventarlo, per dare corpo ad una ”democrazia aperta, contesa, conflittuale, progressiva”.

De Masi svela il reale proposito di Bettini.

«(...) A sinistra da capo indica come irrinunziabile la ricerca di una felicità ripulita dall'edonismo, nobilitata dalla giusta misura, resa genuina da un sano rapporto con la propria “terra” non disgiunto da ambizioni transnazionali, secondata da una tecnologia sotto controllo, ancorata alla centralità del lavoro, pacificata da consonanze e alleanze tra datori di lavoro e lavoratori, dunque dall'interclassismo.»

Secondo De Masi, qualora il Pd divenisse partito interclassista, alla stregua della vecchia DC o del nuovo Fratelli d'Italia, finirebbe solo per sottrarre voti ai 5Stelle, non riguadagnando consensi dall'area astensionista e confinando la sinistra intera ad una esistenza minoritaria.

Sorprende come un intellettuale del suo “spessore” non faccia il benché minimo accenno, nel pur succinto spazio di una pagina di un quotidiano, ad alcuni “fenomeni” piuttosto evidenti, quali:

- lo slittamento semantico subito dal significante “sinistra”, che agli occhi di buona parte del popolo astensionista si è dissociato vieppiù dal significato originario, perdendo la sua storica e radicata forza attrattiva;

- il disancorarsi dalle classi subordinate, effettuato nel divenire post-industriale dal Pd e dal suo immediato intorno, in totale adesione al neo-liberalismo delle classi dominanti che, svuotando di senso il significante “sinistra”, ha tolto significato oppositivo alla stessa diade destra-sinistra;

- la riduzione di ogni concreto spazio di autonoma agibilità politica nazionale, nelle strette di una sovranità delegata dalla sinistra quanto dalla destra ad organismi sovranazionali (Nato, Ue, Oms),  nella quale si ritrova ingabbiato qualsiasi governo che non scelga di volersene liberare.

Il sociologo molisano pare invece essenzialmente preoccupato dagli esiti elettorali di una postura interclassista del Pd, perciò più proteso alla contesa concorrenziale dei voti di un'area da lui destinata ai 5Stelle, piuttosto che, oramai “privo di popolo”, a consacrarsi definitivamente ai “borghesi”. 

Infine, giunge alla proposta centrale e conclusiva:

«Molto meglio per la sinistra – io credo – se il Pd, ormai ben radicato nella classe media precarizzata, si rafforzasse come suo partito di riferimento così impedendole di slittare a destra. I 5 Stelle, che assai meglio del Pd riescono a dialogare con il proletariato e il sottoproletariato, dovrebbero darsi un robusto paradigma di sinistra. Ancora più a sinistra, i cespugli raccolti intorno a De Magistris potrebbero rappresentare l'ala movimentista, più identitaria e combattiva. Queste tre sinistre, simmetriche alle tre destre oggi al governo, potrebbero crescere ciascuna per proprio conto e unirsi tatticamente in occasione delle scadenze elettorali.»

Ai limiti del surreale

Ciò che accomuna Bettini e De Masi è una sorta di esercizio di ingegneria della rappresentanza politica istituzionale, ai limiti del surreale.

Dalla scena scompaiono totalmente i principali fatti politici degli ultimi anni, quand'anche trascurassimo quelli dei precedenti decenni di cogestione del neo-liberalismo imperante.

Come se non fossimo reduci da una pandemia gestita in stato emergenziale da un podestà straniero, con l'imposizione di un pass verde discriminatorio e lesivo delle fondamentali libertà costituzionali, condiviso con furore da questa sinistra ed attivato pure da un ministro (di sinistra) della sanità, campione non di quella pubblica, ma di quella privata di Big Pharma.  

Come se la Nato non fosse oggi impegnata nella guerra, col sangue degli ucraini, contro la Russia. Con il consenso unanime di destra, centro e sinistra presenti in parlamento. 

Tutti a subito condividere condanna, sanzioni e rifornimento d'armi al regime para-fascista banderano di Zelensky, dopo essersi voltati dall'altra parte su quanto accadeva in Ucraina dal 2014. Con il Pd nel ruolo di sezione locale periferica del partito di Biden e dei guerrafondai atlantici. Con Giuseppe Conte a scimmiottare pacifismo, quando dice no alle forniture belliche, ma manca di disconoscere ai golpisti di Kiev il ruolo di “liberatori nazionali”, per cui siamo trascinati nella cobelligeranza e nel rischio di un conflitto atomico. 

Che dire poi della “democrazia europea”, sgretolata prima dai micidiali colpi riservati al popolo greco, e poi dalla inerte subalternità alla strategia della Nato, voluta dagli Stati Uniti per destabilizzare la Russia e, dividendola dall'Europa, privare quest'ultima (Germania ed Italia in primis) di forniture energetiche basilari? 

Non si capisce proprio su quali profili politicamente distintivi le tre sinistre si possano opporre alle tre destre, per poterle contrastare e vincere.

Alcuni potrebbero obiettare, con qualche ragione, che su Unione Popolare il giudizio debba essere diverso. Eppure De Masi, nell'includerla a sinistra nel suo presepe istituzionale, mostra un certo acume, avendo ben presente che la formazione capeggiata da De Magistris non chiede di staccarci dalla linea della Nato, bensì di favorirne il “superamento”, quasi fosse realistico un suo autoscioglimento in piena escalation militare anti-russa.

In queste condizioni di crisi epocale, il successo di una sinistra o di tre potrà contare unicamente su percentuali proporzionalmente ingigantite da un crescente astensionismo, al quale può porre rimedio solo la formazione di una coalizione antisistema organizzata che, recuperando sovranità nazionale democratica, aderisca sul serio agli interessi delle classi subalterne.


Note

(1) Domenico De Masi, "Il PD senza popolo pensi ai borghesi", Il Fatto Quotidiano, 14 gennaio 2023.

venerdì 21 ottobre 2022

BASI NEGOZIALI per porre fine alla guerra in Ucraina

 La proposta di Elon Musk e l'appello di un gruppo di intellettuali italiani. Contraddizioni ed implicazioni. Cosa osta.

In ordine sparso si susseguono numerose le iniziative in risposta al “caro-bollette”, al carovita e contro la guerra.

L'anelito di pace viene declinato in modo politico diverso, orientato sia dal giudizio sulle cause del conflitto, su chi è l'aggressore e chi l'aggredito, sia dalla necessità di trovare una soluzione negoziale, che ponga fine ad una escalation suscettibile di condurre ad uno scontro nucleare.

Vi sono forze che chiedono lo stop all'invio di armi all'Ucraina, per “non gettare benzina sul fuoco”, ed altre che vogliono anche la fine delle sanzioni alla Russia, collegando l'obiettivo alla difesa degli strati popolari più esposti al loro effetto boomerang.

Non mancano le posizioni ambigue. Europe for Peace1 ha convocato una manifestazione per il 5 novembre su una base talmente generica da poter includere anche il PD, che vi ha aderito, nonostante sia sostenitore della strategia della Nato per cui soldi ed armi all'Ucraina e sanzioni alla Russia, vale a dire la prosecuzione ad oltranza della guerra sia la via che conduce... alla pace.

In parallelo e congiuntamente ferve il dibattito sulle possibili basi per aprire il negoziato di pace.

Per affrontare questo tema ho scelto di porre l'attenzione sulla proposta di Elon Musk e sull'appello “Un negoziato credibile per fermare la guerra”, firmato da alcune personalità italiane.2

Il loro esame mi ha portato a fare alcune considerazioni non strettamente pertinenti.

Due proposte

La proposta Elon Musk è degli inizi di ottobre. Il fatto ha suscitato una certa sorpresa. Di solito personaggi di questo tipo, miliardari dell'Olimpo mondiale della ricchezza, non intervengono negli affari politici in modo così diretto.

Si dà il caso, però, che Musk sia coinvolto nella guerra come supplier di mezzi per combatterla. Una sua società, la Starlink, fornisce circa la metà dei terminali operativi in Ucraina connessi alla sua rete di satelliti commerciali: un servizio Internet che consente a Kiev di disporre di un sistema di comunicazione molto avanzato e di guidare le proprie operazioni militari ed in particolare le missioni contro postazioni e carri armati russi.

Dopo aver risposto positivamente alle richieste del Ministero della transizione digitale di Kiev, Musk ha recentemente chiesto al Pentagono di pagare gli ingenti costi della controllata, per poi ambiguamente ritrattare qualche giorno dopo.3 Sono in corso “procedure” per arrivare a coprire i costi del servizio da parte degli alleati occidentali.

Musk ritiene che la trattativa debba svolgersi sulle seguenti basi:4 rifare le elezioni delle regioni annesse dalla Russia sotto la supervisione dell'Onu; ritiro della Russia in caso di scelta pro Ucraina da parte delle popolazioni interessate; riconoscimento alla Russia della Crimea e garanzia del suo approvvigionamento idrico; neutralità dell'Ucraina, ovvero rinuncia alla sua adesione alla Nato.

Da parte occidentale si sono levate accuse a Musk di filo-putinismo e pure che si fosse messo d'accordo personalmente con Putin.

Sebbene non siano circostanziate, le basi negoziali suggerite dal magnate sudafricano non sono affatto campate in aria e riflettono il punto di vista di alcuni settori dell'élite dominante in disaccordo con la Casa Bianca.5

Da quelle di Musk si differenziano in parte le sei linee negoziali tratteggiate da un gruppo “trasversale” di intellettuali italiani. Il loro appello6 parte dalla contestazione dell'idea che solo una «resa dei conti» nucleare possa far nascere un nuovo e stabile ordine mondiale, giacché «nessuna guerra può imporre un ordine sotto le cui macerie non restino il pianeta, i popoli, l'umanità tutta.»

«Divampato con l'aggressione russa al di là delle gravissime tensioni nel Donbass», il conflitto «non può avere la vittoria tutta da una parte e la sconfitta tutta dall'altra.»

I governi responsabili dovrebbero muoversi su queste basi: 1) neutralità dell'Ucraina che entra nella Ue, ma non nella Nato; 2) riconoscimento della Crimea alla Federazione Russa; «3) autonomia delle regioni russofone di Lugansk e Donetsk entro l'Ucraina secondo i Trattati di Minsk, con reali garanzie europee o, in alternativa, referendum popolari sotto la supervisione dell'Onu; 4) definizione dello status amministrativo degli altri territori contesi del Donbass per gestire il melting pot russo-ucraino che nella storia di quelle regioni si è dato ed eventualmente con la creazione di un ente paritario russo-ucraino che gestisca le ricchezze minerarie di quelle zone nel loro reciproco interesse; 5) simmetrica de-escalation delle sanzioni europee e internazionali e dell'impegno militare russo nella regione; 6) piano di ricostruzione internazionale dell'Ucraina.»

Opzioni per Mosca

Entrambe le proposte partono da due punti generalmente accettati nel “dibattito realistico”: la neutralità dell'Ucraina ed il riconoscimento della Crimea alla Russia.

Non sto qui a ricordare appartenenze storiche di territori e popolazioni, corredate da impegni internazionali non rispettati. Né quale significato abbia il conflitto ucraino nello scontro mondiale.

Trovo singolare che la proposta negoziale dell'appello abbia sentito il bisogno di pronunciarsi, preliminarmente, su chi è l'aggredito e chi l'aggressore, quasi temesse di apparire, in sua mancanza, troppo “neutrale”.

Segnalo altresì che l'allargamento dell'alleanza militare atlantica verso Est e l'annunciata adesione dell'Ucraina (prestabilita in Costituzione) a completare l'accerchiamento della Russia, insieme al sabotaggio degli accordi di Minsk – tramite la negazione dei diritti linguistici e culturali dei russofoni e l'aggressione alle popolazioni russofone del Donbass -, rendono insostenibile la tesi della “aggressione russa”.

Ci si dovrebbe interrogare su quali erano le possibili opzioni per Mosca.

Si può rimproverare alla dirigenza russa di non aver saputo agire politicamente, in modo tempestivo e con altri mezzi non bellici, per contrastare il colpo di Stato detto di Euromaidan - orchestrato nel 2014 dal plenipotenziario statunitense Victoria Nuland - e la deriva successiva.

Si può persino imputare al Cremlino di non aver saputo in tale azione politica contemplare e sollecitare il possibile appoggio del pacifismo internazionale7 per costringere i governi occidentali a dare esecuzione effettiva agli accordi di Minsk, arrestando l'escalation ai primi scalini. Tuttavia, non è accettabile porre a fondamento del proprio ragionamento sulle attuali basi negoziali, la elusione delle condizioni reali in cui la dirigenza russa si è trovata a decidere come reagire alle mosse ostili.

Al netto delle proprie incapacità o inadempienze, le restavano tre opzioni:

  1. dare avvio ad una limitata operazione bellica, come ha fatto non senza incertezze, con una invasione condizionata dalle “mani legate dietro la schiena”;

  2. condurre una operazione bellica tipo Desert Storm, come volevano alcuni settori estremisti;

  3. attendere passivamente il momento in cui la minaccia esterna di una forza sovrastante (tale è la potenza del binomio Usa-Nato) si fosse concretizzata sino a mettere a rischio la stessa esistenza della Federazione Russa.

Sicché dobbiamo constatare che, oggettivamente, la prima lascia almeno il tempo per non precipitare nella terza. Ossia il tempo per una effettiva de-escalation dal rischio di una guerra nucleare.

Minsk: un ritorno assai problematico

Al punto a cui siamo, il ritorno seppur parziale agli accordi di Minsk (punto 4 dell'appello) appare piuttosto impraticabile.

Quattro oblasti sono stati inglobati formalmente nella Federazione Russa. Difficilmente quest'ultima potrebbe accettare la ripetizione dei referendum, sotto l'egida dell'Onu, unicamente nel Lugansk e nel Donetsk (punto 3), escludendo quelli di Cherson e Zaporižžja. Inoltre, il rispetto del voto - si suppone valido a sé per ciascuna di queste regioni – dovrebbe comportare l'eventuale ritiro tanto dei russi quanto degli ucraini, che hanno riguadagnato il controllo di una parte di quei territori.

D'altro canto, il fallimento degli accordi di Minsk è dipeso in buona parte dalla rinuncia dei governi di Germania e Francia a svolgervi il ruolo di garanti, assunto insieme alla OSCE. Un ruolo che la soverchiante strategia Usa-Nato ha di fatto annullato e di cui non si vede volontà di ripristino.

Quanto al punto 5), la de-escalation per essere simmetrica deve investire sia le sanzioni, sia l'impegno militare di tutte le parti implicate nella guerra, non solo di quella russa.

Il rifornimento idrico della Crimea (proposta Musk), la gestione compartecipata delle risorse minerarie del Donbass e la ricostruzione (punti 4 e 6 dell'appello) dipendono dal modo in cui il negoziato risolverà il contenzioso politico territoriale.

Implicazioni

È in questione il diritto di autodeterminazione dei popoli e della esclusione di interferenze egemoniche imperialiste.

Qualora un popolo non veda rispettato il diritto alla propria lingua, cultura e rappresentanza politica da parte dello Stato nel quale vive in minoranza, l'autodeterminazione può spingersi sino al punto di di separare un territorio ed aderire ad un altro Stato, e farne parte, oppure costituirsi in Stato indipendente?

Gli Stati Uniti hanno stabilito che questo diritto andava esercitato dal Kosovo separandolo dalla Serbia, previo bombardamento di Belgrado, mentre si oppone, armando l'Ucraina da anni, acché il medesimo diritto sia esercitato dai russi di Crimea e del Donbass. E qui prescindo sia dal misurare l'effettivo livello d'oppressione e di discriminazione esistente nei due casi, sia dall'analizzare l'incontestabile uso in entrambi i casi di milizie e battaglioni fascisti per terrorizzare i civili.

Il caso di Taiwan è di altra natura. Non attiene alla convivenza etnica, linguistica e religiosa: la contesa è solo di ordine politico, benché non siano mancati i tentativi di connotare la sua popolazione come una nazione altra da quella cinese.

Nonostante ciò sia chiaro, la Cina rimane assai prudente sul tema del separatismo e all'Onu si è astenuta sulla mozione di condanna dei referendum di adesione alla Russia degli oblasti del Donbass. Lo stesso Elon Musk ha sentito il bisogno di raccomandare il riconoscimento di Taiwan come provincia della Cina, secondo il modello della “doppia amministrazione” di Hong Kong.8

Un altro caso è costituito dalla Palestina. Poiché la soluzione dei “due Stati” si è rilevata impraticabile, per porre fine al conflitto non rimane che la creazione di uno Stato plurinazionale e plurireligioso, politicamente laico, sorgente dall'inclusione in un unico Stato israelo-palestinese dei territori palestinesi di fatto sotto pluriennale occupazione.

In ogni caso, la condivisione territoriale tra etnie e religioni, la pari dignità politica istituzionale, linguistica e culturale possono essere affermate solo sconfiggendo il nazionalismo para-fascista, spesso eterodiretto. Altrimenti prevale la guerra civile, la disgregazione interna e la feroce pratica della pulizia etnica. Come è avvenuto nella ex-Jugoslavia.

Cosa osta

In realtà l'apertura del negoziato e la definizione delle sue linee guida dipende dalla volontà politica degli Stati Uniti. Zelensky non dispone di alcuna autonomia.

Cosa potrebbe indurre Washington a fermarsi, rinunciando all'escalation ed in quale momento?

In larga parte, ma non tutti gli obiettivi strategici della Casa Bianca sono falliti.

È fallito il tentativo di destabilizzare Putin per insediare un nuovo Eltsin e mettere le mani sulle enormi ricchezze di suolo e sottosuolo russe.

È fallito il tentativo di neutralizzare la Russia per privare la Cina di ogni “entroterra strategico” - ritenuta il bersaglio principale - e meglio colpirla, anche grazie alla decisione di un settore dell'establishment di riattizzare il contenzioso su Taiwan. Il Pentagono sa bene di non poter reggere una confrontation simultanea sui due fronti dell'Atlantico e del Pacifico.

Cina e Russia hanno rinsaldato, con gli incontri allargati di Pechino e Samarcanda, il loro sistema di legami e di cooperazione internazionale con gli altri emergenti ed i Paesi in via di sviluppo. Traballa l'egemonia del dollaro. Il G7 non rappresenta la “comunità internazionale”, come ancora pretendono i nostri prevalenti media.

Scricchiola persino la fedeltà delle monarchie petrolifere, mentre la Turchia, Paese della Nato, agisce in crescente autonomia geo-politica per i propri interessi nazionali.

Analogamente si comporta la piccola Ungheria.

Appare chiaro, per bocca del Fmi, che l'economia russa non risente delle sanzioni se non in misura secondaria, essendosi rivolta ad Oriente, in virtù della propria posizione geografica euro-asiatica.

Intanto l'economia nord-americana attraversa una forte crisi interna, mentre il “cuore dell'Europa” (Germania, Italia e Francia) è sull'orlo di una recessione distruttiva.

In entrambi i casi l'inflazione da offerta non è rimediabile dalle misure delle banche centrali, volte invece a raffreddare la domanda.

La guerra va bene per la finanza guerrafondaia e per il sottostante apparato produttivo di armi, ma i conti generali economici e politici non tornano.

Rimane un solo obiettivo realizzabile, per stabilizzare il quale sono necessari ancora lunghi mesi di guerra: la piena subalternità dei maggiori Paesi manifatturieri d'Europa verso gli Stati Uniti, tramite la rottura dei rifornimenti dalla Russia e la dipendenza energetica da importazione di gas liquido nord-americano, da rigassificare a destino.

Washington non ha ancora preso pienamente atto degli obiettivi falliti e, comunque, vuole tener fermo l'unico rimasto alla portata. Pertanto la escalation bellica prosegue e con essa cresce il rischio di un conflitto nucleare.

Le base politica per aprire al più presto il negoziato, porre fine alla carneficina ucraina e segnare il tempo di una pace purtroppo solo temporanea e locale, dipenderà da due principali fattori.

Il primo, interno al potere statunitense, che non è compatto e vede la presidenza Biden in difficoltà presentarsi alle prossime elezioni di Midterm.

Il secondo, dal rifiuto dei popoli e dai Paesi europei di pagare lo scotto della crisi e della subalternità a quanto rimane della strategia Nato-Usa.

Nel migliore dei casi, il parto di un nuovo ordine mondiale multipolare sarà ancora lungo e doloroso. Per non soffrire inutilmente va accompagnato ed accelerato.

1 Acli, Arci, Cgil, comunità di Sant'Egidio, Pax Christi, Una tavola per la pace e molti altri.

2 Antonio Baldassarre, Pietrangelo Buttafuoco, Massimo Cacciari, Franco Cardini, Agostino Carrino, Francesca Izzo, Mauro Magatti, Eugenio Mazzarella, Giuseppe Vacca, Marcello Veneziani, Stefano Zamagni.

3 “Pagherò ancora satelliti Starlink”, il Fatto Quotidiano, 16 ottobre 2022.

4 https://www.farodiroma.it/elon-musk-presenta-un-piano-di-pace-russia-ucraina-una-proposta-molto-intelligente-equilibrata-e-concreta/

5 https://www.newsweek.com/us-needs-change-course-right-now-ukraine-opinion-1749740?fbclid=IwAR1oPYrY9umQPzCwtubzWcGxY7qZgJJWupQCPvFS2VzDv62MnGXwWCXX_nI

7 Nel secondo dopoguerra, sotto la minaccia dell'unica potenza detentrice della bomba atomica, in una situazione politica piuttosto diversa, l'Urss si appoggiò al pacifismo internazionale per scongiurare la guerra.

8 https://www.corriere.it/esteri/22_ottobre_10/elon-musk-taiwan-a28bc7a8-4884-11ed-9137-2a999573b4c6.shtml