lunedì 1 aprile 2019

Una chance per la sinistra francese

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Elezioni europee. Mentre in Italia proliferano le liste di centro-sinistra e di sinistra “eurocredenti”, in Francia la gauche “euroscettica” discute su come uscire dal cul-de-sac dell'Unione, approfondendo temi e prefigurando strategie.
Nella sinistra italiana fervono i preparativi.
A gennaio Carlo Calenda aveva lanciato l'idea, con il suo manifesto Siamo Europei!, di una lista unitaria europeista antisovranista.1
Gli iniziali entusiasmi sono stati spenti dalla semplice considerazione che il “listone” non conveniva, dato il sistema elettorale europeo proporzionale. Molto più utile la presentazione di più liste “eurocredenti”. Eccone l'elenco provvisorio:
  • una prima lista, +Europa in Comune, sarebbe composta da: +Europa di Emma Bonino e Benedetto della Vedova, che avevano declinato da subito l'invito di Calenda; Italia in Comune di Federico Pizzarotti; i “prodiani” del deputato Serse Soverini;
  • il neo-segretario Nicola Zingaretti presenta il simbolo PD-Siamo europei con Calenda e lavora ad una lista con gli ex fuoriusciti guidati da Roberto Speranza (Articolo 1 – LeU), volendo stare in Europa in un fronte ampio “da Macron a Tsipras”;
  • una terza lista, Sinistra europea, potrebbe essere il risultato della convergenza tra Sinistra Italiana di Nicola Fratoianni e quel che rimane di Rifondazione Comunista, con l'eventuale adesione dei Verdi di Angelo Bonelli, “traditi” dal voltafaccia di Pizzarotti col quale avevano raggiunto una precedente intesa.
Qualora, come traspare, anche DiEm25 di Yanis Varoufakis si presentasse “in proprio” in Italia, avremo 4 liste di centro-sinistra, tutte interessate a riformare l'Unione preservandone le attuali strutture portanti, accomunate dall'avversione al “sovranismo ed al populismo”.
In questo fronte non si riconoscono i promotori del Manifesto per la sovranità costituzionale,2 presentato il 9 di marzo al Teatro dei Servi a Roma, col quale si vuole dare vita ad una nuova formazione politica non limitata alla questione europea.
Introdotto da un articolo in prima di Frédéric Lordon (“Uscire dall'impasse europea”), il Dossier nelle pagine interne del mensile francese, contiene articoli di Antoine Schwartz (“L'euro, venti anni dopo”), Thomas Guénole di France insoumise (“Di fronte a Bruxelles, la scommessa della non sottomissione”) e Yanis Varoufakis del Movimento per la democrazia in Europa 2025 (“Verso una primavera elettorale”).
Tutto ciò accade mentre oltralpe ferve una discussione nella sinistra francese, riportata da Le Monde diplomatique (in versione italiana è uscito come supplemento mensile del quotidiano il Manifesto), con un dossier sull'Unione europea “da rifare”.
Dalle pagine di Le MondeDiplo [vedi nella finestra sopra] emerge un dibattito incentrato sulla impasse in cui versa l'Unione, ben chiarita dalla ricostruzione di Antoine Schwartz, ed oggetto di un'analisi di Frédéric Lordon, latore di una proposta per superarla. Il Dossier non trascura di riportare la posizione di Yanis Varoufakis, in un contesto caratterizzato dalla presenza preponderante nella sinistra di France insoumise, della cui strategia verso l'Ue rende conto Thomas Guénoble.
Partire dal dibattito nella sinistra francese sui destini dell'Unione europea, mi pare utile per comprendere le differenze con la situazione italiana, di cui mi occuperò nel prossimo Post.
La classe istruita
Può far sorridere che, giustappunto da un proprio supplemento, provenga una così pungente critica all'atteggiamento del quotidiano (il Manifesto) che lo contiene in edizione italiana.
Dalla prima scrive Frédéric Lordon:3
«In effetti, c'è tutta una parte dell'opinione pubblica di sinistra che, pur disapprovando, a volte con veemenza, il contenuto specifico delle politiche europee e i conseguenti vincoli sulla condotta delle politiche nazionali, non accetta l'idea generale, e coerente, di rompere con l'euro. Questi individui non fanno che pontificare contro “l'Europa dell'austerity”, ma non appena si propone loro di uscirne rispondono “assolutamente no!”. Finché tale impasse rimarrà irrisolta, la sinistra non riuscirà mai ad andare al governo.»
Lordon non è affatto tenero con la borghesia istruita di sinistra che «si ritiene la punta avanzata della razionalità all'interno della società, mentre di fatto costituisce il suo elemento più incoerente: in preda più di ogni altra alla paura, sublima i suoi timori in un umanesimo europeista e in posizioni internazionaliste astratte che le consentono, o almeno così crede, di ergersi a piedistallo morale – qualunque sia il prezzo economico e sociale (pagato da altri). Questa compagine continua a cercare nell'”euro democratico” e nel suo “parlamento” una soluzione irrealistica alle proprie contraddizioni interne.»
Vista in controluce, piuttosto chiara è la critica rivolta alle posizioni di Yanis Varoufakis.
Poiché, constata Lordon, dall'impasse non si esce facendo a meno dei voti influenzati dalla borghesia istruita di sinistra, bisognerà arrivare ad un accordo.
In cambio del riconoscimento alle classi popolari dell'uscita dal sistema euro, essa dovrà ottenere:
«La promessa di una sorta di “nuovo progetto europeo”, al quale bisogna dare la consistenza di una prospettiva storica.» Una prospettiva di ordine culturale e politico, in cui sia possibile «avvicinare i popoli europei gli uni agli altri in tutt'altro modo rispetto a quello dell'economia.»
Trascuro il dettaglio, pur importante, della proposta e passo alla conclusione:
«è sicuramente possibile spiegare ai più preoccupati che, se persistere sulla via dell'euro sarebbe la tomba di ogni speranza di sinistra, l'idea di una comunità politica europea non dovrà necessariamente uscire di scena, ma potrà anzi essere salvata. A condizione che le si forniscano le sue condizioni di possibilità storica, a coronamento di un lungo avvicinamento, ma questa volta davvero “sempre più stretto”, tra i popoli del continente, avvicinamento a cui il “nuovo progetto europeo”, disintossicato dal veleno liberista dell'unione attuale, darà finalmente il suo tempo, i suoi mezzi e la sua opportunità.»


«La vittoria del fascismo fu praticamente resa inevitabile dall'ostruzione dei liberali ad ogni riforma che comportasse pianificazione, regolazione, o controllo.»



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In Contromovimento
Giunti a questo punto, osservo:
  • in Italia come in Francia, ciò che tiene ancorata la borghesia istruita di sinistra all'euro non è meramente una “aspirazione ideale”, bensì la retrostante convinzione “materiale” che la perdita della moneta unica equivalga alla perdita di potere d'acquisto dei propri alti redditi, nonché di valore (espresso in euro) delle proprietà mobili ed immobili;
  • in Italia la convinzione della borghesia di sinistra istruita è assai diffusa anche presso gli istruiti che definire “borghesi” sarebbe improprio, in particolare quando appartengono agli strati medio e medio-bassi della middle class di reddito-consumo (anche da lavoro dipendente qualificato) di cui tutte le statistiche, immancabilmente, rilevano il declino;
  • nel nostro Paese, mercé la crisi e la forte disoccupazione, nonché una certa radicata cultura del risparmio, per le famiglie appena sopra la soglia della povertà “mettere qualcosa da parte” è diventato un obbligo morale; al momento, la paura della perdita di valore della moneta prevale sulla spinta a riguadagnare quanto è stato perso in vent'anni di euro;4
  • non è altrimenti spiegabile la prevalente opinione in ambito nazionale, risultante da una indagine d'opinione della Commissione Ue,5 per cui, a fronte di un giudizio complessivamente “non entusiasta” sull'Eurozona, permanga un giudizio positivo sull'euro.
Se ne desume che il rigetto dell'attuale Unione europea sia frutto di un Contromovimento della società in sua autodifesa. Una autodifesa che attiene alle conseguenze devastatrici delle politiche europee, piuttosto che alla lucida individuazione delle strutture e dei meccanismi originati da tali politiche.
Ciò nonostante essa, ovunque in Europa, mostra una certa resistenza al quotidiano martellamento fazioso dei maggiori media tradizionali (quotidiani e televisioni), dai quali trasuda un malcelato disprezzo delle élites intellettuali verso i popoli, soprattutto in occasione di “inquietanti fenomeni” come la Brexit, il movimento dei giubbotti gialli o il successo elettorale del M5S. Fenomeni di cui non riescono a capacitarsi, perché in preda al proprio ”essere sociale che fa la coscienza”.
Nel magma convulso di questo Contromovimento dipende da come e da quali forze verrà gestito il “momento Polanyi”,6 non a caso evocato da Stefano Fassina nel presentare alla stampa il “Manifesto per la sovranità costituzionale”, se si potrà o meno aprire la prospettiva di un effettivo e stabile avvicinamento tra i popoli europei.
In Francia, grazie alla forte presenza di France insoumise, la discussione può ancora vertere sui destini della sinistra, mentre in Italia la situazione è diversa, perché la sinistra si è infilata al completo nel cul-de-sac dell'Unione, a tal punto da aver perso i propri connotati novecenteschi, di rappresentare le “classi subalterne” ed i loro interessi.
Frédéric Lordon
L'impasse
Prima di avanzare la proposta di scambio alla classe borghese istruita, Lordon riassume lucidamente in tre punti l'impasse europea.
Poiché (punto 1) i trattati hanno sottratto alle deliberazioni delle assemblee elettive alcune essenziali politiche pubbliche, rendendo straordinaria la procedura democratica per riappropriarsene:
«2. Un progetto che volesse rendere l'Europa davvero democratica dovrebbe proporre una revisione dei trattati che istituisca un vero parlamento, a cui sia restituita l'integrità dei campi decisionali attualmente fuori dalla portata di qualsiasi nuova deliberazione sovrana.»
«3. Purtroppo, allo stato delle cose, a una simile revisione si opporrebbe quantomeno il rifiuto categorico della Germania. La Germania, infatti, ha posto come condizione della sua partecipazione all'euro la difesa della propria ortodossia all'interno dei trattati. Se fosse messa in minoranza proprio su questo, preferirebbe l'integrità dei suoi principi alla permanenza nell'Unione.»
Pertanto, qualsiasi fantasia sull'euro democratico e sulla democratizzazione dell'Unione che riveda i trattati, si scontra inevitabilmente con la dura realtà della posizione tedesca.
Una presa d'atto a cui Yanis Varoufakis mostra di non voler aderire. Nel suo intervento, “Verso una primavera elettorale”, sostiene che la vita della maggioranza dei cittadini può venire migliorata nel quadro delle regole esistenti e «poco importa che l'Unione sia riformabile o meno. Ciò che conta è presentare proposte concrete su quello che intendiamo fare delle istituzioni europee.» Proposte contenute nel “New Deal per l'Europa” di cui il suo Movimento per la democrazia in Europa 2025 (DiEm25) si è fatto portatore in vista delle prossime europee.
Varoufakis lancia «un messaggio all'establishment autoritario europeo: vi resisteremo attraverso un programma radicale più sofisticato del vostro sul piano tecnico.»
Ma contrapporsi all'establishment attraverso la radicalità tecnicamente sofisticata di un programma riformatore, rivela la stessa attitudine del farmacista che presume, dosando abilmente gli ingredienti di una pozione, di superare la diagnosi del medico sulla reale natura della malattia.
Ciò non bastasse, per smarcarsi da coloro che gli chiedono perché DiEm25 non si allei con France insoumise di Jean-Luc Mélenchon e, in Germania, con il movimento Aufstehen di Sahra Wagenknecht ed Oskar Lafontaine, l'ex ministro delle Finanze greco ricorre ad un argomento, a suo dire, dirimente.
Yanis Varoufakis
La priorità assoluta
Per l'ex ministro delle Finanze greco, con le suddette forze l'unità della sinistra non è possibile, poiché non aderiscono ad un “umanesimo radicale, razionale ed internazionalista”.
La prova della “non adesione” era stata premessa sin dalle righe iniziali:
«Negli ultimi anni è successa una cosa singolare: molti cittadini di sinistra sono stati spinti a pensare che le frontiere aperte siano nocive per la classe operaia. “Non sono mai stato a favore della libertà di stabilimento”, ha dichiarato più volte Jean-Luc Mélenchon (La France insoumise). Intervenendo al parlamento europeo nel luglio del 2016 sulla questione dei lavoratori distaccati, ha dichiarato che ogni volta che uno di questi arriva “ruba il pane ai lavoratori che si trovano sul posto”. In seguito si è pentito di queste affermazioni, ma la sua analisi degli effetti delle migrazioni sui salari domestici non è cambiata.»
Benché la frase sul “pane rubato” di Mélenchon sia oltremodo inaccettabile, l'analisi degli effetti delle delocalizzazioni e delle migrazioni sui salari domestici è ineccepibile e spiega uno dei motivi reali (non il solo) per cui l'establishment europeo vi sia così tenacemente affezionato: contrapponendo i lavoratori residenti ai lavoratori impiegati negli stabilimenti traslocati ed agli immigrati, si massimizza il monte profitti del capitalismo finanziario che lo sorregge.
Un dato di fatto ineludibile, anche ricorrendo a Lenin (!), il quale nel 1913 giustamente accusava di sciovinismo7 quei socialisti nord-americani che volevano imporre delle “restrizioni” all'immigrazione negli Stati Uniti. I quali - per inciso, siamo agli inizi del Novecento - non possono venire paragonati ai Paesi europei, dell'Unione o desiderosi di entrarvi, dei primi due decenni del Duemila.
La priorità di Varoufakis rivela un approccio generale che pretende di estrapolare la questione migratoria odierna dal contesto della globalizzazione contemporanea, per anteporla ad ogni altra considerazione, in quanto “questione umana” posta a fondamento di un ”umanesimo radicale, razionale ed internazionalista”. Sicché le altre “questioni umane” derivanti da guerra, sfruttamento, povertà e disuguaglianze globali, passerebbero in subordine, a prescindere dall'insieme sistemico che continuamente le genera. Sarebbero meno umane, meno radicali, meno razionali e, va da sé, contrarie all'internazionalismo.
In virtù della assoluta priorità data alla questione migratoria, in quanto “più umana”, di conseguenza, le frontiere aperte sono cosa buona e giusta.
Poco importa che esse permettano un esercito di riserva sempre rinfoltito e disponibile alla bisogna, mercifichino ai più bassi livelli il lavoro salariato ed ogni bene comune, in quanto strutturalmente connesse alla circolazione transnazionale di capitali e merci, segnando il tempo del predominio della finanza e delle sue logiche a detrimento dei diritti sociali, della sovranità democratica e dell'indipendenza delle nazioni. Si dà il caso che, imponendo le migrazioni, il capitalismo finanziarizzato ottenga due concorrenti risultati a proprio tornaconto: espellere dai Paesi depredati delle loro risorse i poveri “in sovrappiù” e reimpiegarli nei Paesi ricchi in condizioni di super-sfruttamento.
L'accoglienza è pura retorica moralistica, quando non è accompagnata da effettive politiche di integrazione, le quali richiedono innanzitutto un ripristino del welfare dello Stato, continuamente rimaneggiato ed osteggiato, per “superiori necessità di bilancio”, proprio da coloro che vogliono le frontiere aperte.
Meno ancora può importare che l'Unione europea sia la realizzazione su scala continentale, secondo i dettami dell'ordo-liberismo, della globalizzazione finanziaria. Forse Lenin meriterebbe di essere letto per intero, così l'internazionalismo socialista non verrebbe, alla spicciolata, confuso con quello imperialista...
Forse la questione migratoria andrebbe vista non all'esterno, bensì all'interno di una complessiva “analisi concreta della situazione concreta” (Lenin).
Concretezza analitica sull'Unione europea alla quale Yanis Varoufakis crede di sfuggire, estrapolando e distorcendo un problema per giustificare le proprie fantasie di sofisticato riformatore tecnico.
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Trasformazioni ecologiche e sociali ritenute indispensabili per un trattato di rifondazione dell'Unione europea

«La transizione del nostro sistema economico ed energetico deve essere pianificata e resa obbligatoria. La politica agricola comune deve passare da un'agricoltura produttivistica a un'agricoltura ecologicamente responsabile, basata su un sistema di quote. È necessario istituire un protezionismo solidale europeo, vale a dire proporre alle altre potenze economiche nuovi trattati di commercio equo e tassare le importazioni in funzione di specifiche condizioni economiche, sociali ed ecologiche di produzione e trasporto.
Bisogna abolire il vincolo dell'austerity in tema di bilancio e mettere in primo piano l'armonizzazione fiscale e sociale verso l'alto di tutta l'Unione. La politica di privatizzazione forzata dei servizi pubblici finalizzata alla loro trasformazione in mercati oligopolistici deve cessare e gli Stati membri devono poter rinazionalizzare i settori su cui è già intervenuta. Serve una moratoria sul pagamento dei debiti pubblici, al fine di valutare la quota di “debito odioso” attraverso degli audit civici. L'indipendenza della Banca centrale europea (Bce) dai governi deve essere abolita e le sue priorità in materia di politica monetaria devono diventare la piena occupazione, la transizione ecologica e l'acquisto dei debiti degli Stati membri. Infine, per disciplinare il sistema finanziario, devono essere introdotte la tassazione delle transazioni finanziarie (Tobin tax) e una rigorosa separazione tra banche d'affari e banche di risparmio.»
Indomiti disobbedienti
Questa polemica nella sinistra europea è tutt'uno con la necessità di “non sottomettersi” a Bruxelles, di cui si fa carico France insoumise.
Per il suo principale candidato, Thomas Guénolé, poiché la «Unione europea non è un super-Stato la cui volontà s'imporrebbe inesorabilmente sugli Stati membri», disobbedire è legale. «Questa possibilità è chiamata opting-out.(...) Questa clausola può essere attivata da uno Stato membro anche senza negoziazione.» Come nel caso della Svezia, la quale, nel 2003 a seguito di un referendum che ha detto no all'euro, ha deciso un opting-out senza negoziazione.
Si tratta, per Guénolé, di un modo diverso di disobbedire da quello, più brutale, della Germania la quale, avvalendosi del «proprio status di grande potenza», si sottrae alle sanzioni previste dal regolamento europeo per il Paese che registri un avanzo sulle partite correnti superiore al 6%.
«La nostra strategia di non sottomissione è una strategia diplomatica che considera come interlocutori principali e i governi degli altri Stati membri. (…) Questa strategia, per tener conto di tutti i casi possibili, deve dunque prendere la forma di un canovaccio a episodi.»
Quando le urne permetteranno in Francia un nuovo governo, esso «proporrà allora agli altri Stati membri di adottare, in sostituzione dei trattati vigenti, un trattato di rifondazione dell'Unione europea. Questa proposta includerà le trasformazioni ecologiche e sociali che riteniamo indispensabili.» [Su queste trasformazioni, proposte da France insoumise, vedi estratto nella finestra sopra.]
«Nell'attesa dell'esito della negoziazione, la Francia disobbedirà a tutte le regole che impediscono l'applicazione del nostro programma, “Il Futuro in comune”.8 Si tratterà quindi di un opting out unilaterale e temporaneo.»
Giunti a quel punto si prospetterebbero 3 soluzioni:
  1. l'adozione di un trattato di rifondazione;
  2. un accordo per un opting out collettivo di tutti i Paesi favorevoli alla proposta francese;
  3. la porta chiusa della Germania che si assumerebbe «la responsabilità di innescare un meccanismo che porterebbe la Francia e i suoi alleati a uscire dai trattati per fondare una nuova costruzione europea che possa applicare il progetto politico che abbiamo descritto – allargata, se necessario, a paesi europei che attualmente non fanno parte dell'Unione e ad alcuni Stati della sponda meridionale del Mediterraneo.»
Come si evince da questa sintesi, per ottenere un accordo soddisfacente, bisogna disporre di una soluzione di forza “alternativa”. Data la posizione della Germania, Guénoble ritiene, delle 3 possibili, molto probabile la seconda soluzione.
A proposito di Germania
A dar retta ai sondaggi pre-elettorali i Verdi tedeschi riscuoteranno un notevole successo alle prossime elezioni europee. Essi sono visti in alternativa ai due maggiori partiti che hanno governato e governano dall'ultimo dopoguerra la Repubblica Federale, la CDU-CSU di Angela Merkel e la SPD di Martin Schulz, verso i quali è cresciuto il malcontento.
In attesa del responso delle urne di maggio, da cui potrebbero venire premiati, va sottolineata l'ambiguità della loro posizione.
Nel 2012, intervistato da Paolo Valentino,9 Joschka Fischer, ministro verde degli affari esteri e vice-cancelliere nel governo di Gerhard Schröder dal 1998 al 2005, si disse piuttosto preoccupato dal prevalere della strategia della «austerità in una fase di crisi finanziaria [che] porta solo alla depressione». Una strategia europea dimentica degli insegnamenti della crisi del 1929, approfondita dalle politiche deflattive di Herbert Hoover negli Stati Uniti e del cancelliere Heinrich Brüning in Germania.
Aggiungeva: « Sfortunatamente, sembra che i primi a dimenticarlo siamo proprio noi tedeschi.»
Da questa convinzione derivava:
«Per due volte, nel XX secolo, la Germania con mezzi militari ha distrutto se stessa e l'ordine europeo. Poi ha convinto l'Occidente di averne tratto le giuste lezioni: solo abbracciando pienamente l'integrazione d'Europa, abbiamo conquistato il consenso alla nostra riunificazione. Sarebbe una tragica ironia se la Germania unita, con mezzi pacifici e le migliori intenzioni, causasse la distruzione dell'ordine europeo per la terza volta. Eppure il rischio è proprio questo.»
Dal 2012 ad oggi la strategia della Germania non è mutata, al contrario ha contribuito “con mezzi pacifici” al processo di disintegrazione dell'Europa, usando il sistema euro a proprio spropositato vantaggio, sempre “con le migliori intenzioni”, natürlich. Sistema a moneta unica al quale aveva aderito di malavoglia, dovendo rinunciare al marco, pur di ottenere dal presidente francese François Mitterand il nulla osta alla propria riunificazione lampo.
Sapranno i Grünen tener conto di questo monito?
E se anche ciò avvenisse, c'è ancora qualcuno disposto a credere che i Verdi tedeschi possano prevalere sulle altre forze politiche nazionali nel determinare le scelte del loro Paese?

Note:
1 https://www.democratica.com/focus/manifesto-siamo-europei-calenda/.
2 https://www.huffingtonpost.it/stefano-fassina/perche-il-manifesto-per-la-sovranita-costituzionale_a_23664881/.
3 Il sociologo filosofo ed economista francese Frédéric Lordon insegna alla “école des Hautes Etudes en Sciences Sociales” a Parigi. Membro degli “Economiste atterrés”, è autore del libro “La Malfaçon – Monnai européenne et soveraineté démocratique”, Les liens qui libérent, 2014.
4 In “Con i soldi degli altri. Il capitalismo per procura contro l'economia”, Einaudi 2009, Luciano Gallino calcola che, in 20 anni di euro, il trasferimento dal monte retribuzioni dei lavoratori dipendenti ai profitti ed alle rendite è stato di circa 8 punti di Pil.
5 Il 57% degli italiani, pur restando i meno entusiasti in Europa di appartenere alla Zona euro, ritiene l'euro una “buona cosa”. È il risultato di un sondaggio, dello scorso ottobre, realizzato da “Eurobarometro” per la Commissione Ue.
6 Per “momento Polanyi” s'intende quel passaggio, analizzato agli inizi degli anni quaranta del '900 dallo studioso Karl Polanyi, per cui al movimento della finanziarizzazione segue il rigetto (il Contromovimento) dell'insieme sociale che non ne accetta le devastanti conseguenze.
7 Nazionalismo esclusivo ed esaltato, che si esprime in un’aprioristica negazione dei valori e dei diritti degli altri popoli e nazioni. Dal francese chauvinisme.
8 https://franceinsoumiseinfo.wordpress.com/programmi/laec/.
9 Paolo Valentino, “La Germania non affondi l'Europa. Sarebbe la terza volta in cent'anni”, il Corriere della Sera, 26 maggio 2012.

giovedì 14 marzo 2019

I broccoli del Venezuela


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I broccoli del Venezuela


Gli Stati Uniti restano centro della finanza globale e prima potenza finché il petrolio si scambia in dollari - Motivi della crisi venezuelana. La minaccia di un intervento militare esterno. Il difficile passaggio ad un mondo multilaterale. Il ruolo delle armi nucleari.

Nell'agosto del 1990 una coalizione internazionale capeggiata dagli Stati Uniti intervenne contro l'Iraq di Saddam Hussein che, per ripagarsi dei servizi loro resi aggredendo l'Iran di Khomeyni (la guerra Iraq-Iran fu sanguinosissima e durò dal 1980 al 1988) si era annesso il Kuwait. Fu la prima Guerra del Golfo di Bush padre, alla quale seguì la seconda (2003) di Bush figlio. Nell'aspro dibattito sulla “legittimità” di quel primo intervento bellico,1 dal mondo cattolico pacifista fu posta la domanda: "Che avrebbero fatto Bush e i suoi alleati se il Kuwait avesse prodotto solo broccoli?"2
Quella domanda oggi si ripresenta: se il sottosuolo del Venezuela non celasse la più grande riserva di petrolio mondiale ed altri minerali strategici e preziosi, gli Stati Uniti considererebbero “sul tavolo” anche l'opzione militare? Aggiungo: la crisi venezuelana avrebbe assunto i connotati internazionali ed interni che le vengono attribuiti?
Ovviamente i “broccoli” del Venezuela sono le sue risorse minerarie. Ma non solo. Lo sono anche i progetti, tra cui quello venezuelano,3 di sostituire il dollaro nelle transazioni petrolifere, andando a minare le basi monetarie e finanziarie del dominio statunitense. Perciò lo scontro interno ed esterno al Venezuela coinvolge gli assetti del mondo e le relazioni internazionali, ivi comprese quelle dipendenti dagli armamenti convenzionali e nucleari.
A scavare nella crisi del Golfo ed ai reali motivi delle guerre dei Bush fu un vasto movimento per la pace che seppe andare oltre l'oggetto immediato del contendere: il petrolio. Quel movimento, non caso, divenne “no global”.
Oggi come allora, per comprendere la crisi venezuelana, occorre partire dai suoi “broccoli” per andare oltre, tenendo presente che, nel frattempo, il mondo ha vissuto significativi cambiamenti. Proprio a causa della globalizzazione in quegli anni vincente ed ora in crisi.
Di fronte agli Stati Uniti di Donald Trump che, riesumando la dottrina Monroe,4 sembrano non voler dismettere il vecchio ruolo di gendarmi del mondo, a cominciare dal “cortile di casa”, qualcuno rimpiange Obama e la sua politica estera, scordando che fu lo stesso Obama a varare le prime sanzioni sulla base dell'accusa rivolta al Venezuela di costituire «una minaccia insolita e straordinaria per la sicurezza nazionale e la politica estera degli Stati Uniti».
Fatto sta che tra sanzioni, riconoscimenti, aiuti umanitari e minaccia di guerra umanitaria, pare di rivedere un vecchio film, nel quale gli usuali strumenti di Washington si combinano in una strategia di révanche. Un film nel quale ancora una volta l'autonomia politica della Unione europea si smarrisce. Benché, e non è poca cosa, alcuni Paesi europei, tra cui Italia Grecia e Norvegia, non si siano prontamente e pavlovianamente allineati.
Sul fronte decisamente opposto troviamo Cina e Russia, divenuti nel frattempo “paesi emergenti”, i quali, nella difesa del presidente Maduro e nel ribadire il principio di non ingerenza negli affari interni del Venezuela, mostrano di non volere rinunciare ad un riassetto multilaterale del mondo.
Ecco perché, sotto la martellante campagna mediatica pro Guaidó, eletto a campione della democrazia e della libertà anche e soprattutto da chi è attento alle risorse minerarie del Venezuela, va mantenuta la lucidità necessaria per capire dove stiamo andando.
Nicolás Maduro attorniato da soldati 
Il braccio di ferro
Il governo del Venezuela è disputato da “due presidenti.” Nicolás Maduro, erede di Hugo Chávez, nel 2018 è stato eletto presidente da un suffragio boicottato dall'opposizione, la quale, in maggioranza nel parlamento (eletto nel 2015), ha nominato Juan Guaidó presidente ad interim. La costituzione bolivariana non prevede un simile caso, se non in presenza di una vacanza di potere presidenziale. Poiché una tale vacanza non è riscontrabile, continuando Maduro ad esercitare i suoi poteri, la lettura del dettato costituzionale da parte dell'opposizione è capziosa.
A dare forza al “golpe bianco” di Guaidó sono le manifestazioni di massa in suo favore e l'emergenza umanitaria in cui versa il paese, attanagliato da una forte crisi economica, nonché i riconoscimenti internazionali, degli Stati Uniti in primo luogo e di molti governi al seguito.
Juan Guaidò mostra il ritratto di Simon Bolivar
Non si tratta però, come viene spesso affermato, della “comunità internazionale”, salvo che da essa, Cina e Russia al pari di tanti altri stati, ne vengano espulsi per decreto mediatico.
Per esercitare i poteri di governo Guaidó ha bisogno delle forze armate che, tranne limitate defezioni, sembrano saldamente schierate con Maduro. Ciò ha indotto Guaidó a dichiarare5 che qualora i militari non lo abbandonino, non avranno l'amnistia promessa dalla Organizzazione degli Stati americani e dal Gruppo di Lima.6
Perdurando l'atteggiamento delle forze armate a sostegno di Nicolás Maduro, il braccio di ferro tra i “due presidenti” è destinato a continuare, a meno che un intervento militare dall'esterno non trasformi il “golpe bianco” in “golpe nero”. Ne potrebbe derivare un sanguinoso scontro armato in terra venezuelana e gravi ricadute sulle relazioni internazionali.
All'interno Maduro non gode solo di un appoggio attivo da parte dei soldati e dei settori popolari che non hanno dimenticato i programmi contro la dilagante povertà messi in atto dalla revolución bolivariana, ma pure di un appoggio passivo della borghesia nazionale. Quest'ultima, legata ai graduati dell'esercito, teme di ritornare alla IV repubblica dominata da una oligarchia di poche famiglie e dal sottobosco della borghesia compradora, subalterne al Grande Fratello nord-americano. Buona parte della borghesia nazionale pur non amando Maduro, diffida di Guaidó, il quale ne cerca insistentemente il consenso, presentandosi nella veste democratica nazionale, rispettoso della costituzione bolivariana e fautore della “transizione incruenta”. Consenso che si allontanerebbe, qualora si rendesse responsabile di un'intervento armato esterno anti-nazionale, privo di una “suprema” motivazione. Da qui l'insistente narrazione di aiuti umanitari bloccati alle frontiere, i quali, nel caso, potrebbero richiedere l'uso di una “coalizione internazionale” per essere consegnati a soccorso della popolazione stremata, affamata e malata.
Mancando l'avallo dell'ONU, sarebbe un'aggressione in violazione del diritto internazionale, travestita da “guerra umanitaria”. Ossimoro in uso dalla guerra del Kosovo voluta da Bill Clinton, a cui partecipò il governo D'Alema.7
Di solo petrolio
Come un Paese tra i più ricchi al mondo di risorse minerarie [vedi sotto la finestra dedicata] sia potuto precipitare in una così grave emergenza umanitaria, di carenza alimentare e sanitaria, non può essere spiegato unicamente dagli errori del governo di Nicolás Maduro.
Risorse minerarie
Petrolio e gas, gestiti dalla società statale PDVSA, sono le principali risorse minerarie di cui il Venezuela era il primo produttore mondiale.
Le sue riserve petrolifere sono le prime al mondo e, stimate in barili, superano quelle dell'Arabia Saudita, come risulta dal grafico (dati OPEC).
Il Venezuela figura anche tra i maggiori produttori mondiali di oro e ferro, bauxite, cobalto e altri, tra i quali: diamanti, asfalto, amianto, magnesite, carbone e fosfati.


Benché sia presente una corruzione non sufficientemente repressa, il governo bolivariano è soprattutto responsabile di una “monocoltura”, in questo caso non agricola bensì petrolifera. Quando negli anni della presidenza di Hugo Chávez, pressati dalla immediata necessità di sollevare i milioni di poveri dalla miseria, si pensò forse di poter contare per lungo tempo sui ricavi provenienti dall'export del barile. La mancanza di una sufficiente articolazione e diversificazione dell'economia venezuelana doveva inevitabilmente presentare il conto. Nello stesso settore minerario le iniziative, che evitassero di puntare tutto su petrolio e gas, giunsero tardive, sebbene impostate in modo eco-compatibile.8
Pertanto, la crisi attuale è venuta proprio e soprattutto da quel settore su cui si è fatto quasi esclusivo affidamento. In mancanza dei ricavi a suo tempo garantiti dal petrolio, le importazioni, di cui il Venezuela ha assoluta necessità, si sono bloccate. Ciò non è avvenuto senza il contributo decisivo del Grande Fratello nord-americano, il quale ha colpito il Venezuela nel suo punto debole (che sembrava quello forte).
Elenco i momenti della crisi in sequenza temporale:
  • il crollo del prezzo del barile in seguito alla crisi del 2007-2008, che ha ricominciato a salire solo tra il 2017 ed il 2018, dopo aver raggiunto nel 2016 il suo minimo dal 2006;
  • l'esodo di personale tecnico addetto all'estrazione-produzione, attratto dalle remunerazioni offerte dalle maggiori compagnie mondiali del petrolio;
  • le sanzioni volute dagli Stati Uniti che hanno provocato effetti negativi sia sul commercio (colpendo l'export e l'import), sia su quello finanziario (accesso al credito);
  • il forte calo delle estrazioni che nel solo mese di novembre del 2018 sono diminuite di 216mila barili al giorno, portando la perdita nell'anno a quasi -30%;
  • l'impossibilità dell'export, rimasto stagnante, di approfittare della relativa ripresa del prezzo del barile [come si evince dal grafico qui sotto].
Il ruolo delle sanzioni
Tenendo presente la sequenza di cui sopra, appare chiaro il ruolo delle sanzioni [vedi nella finestra “Sanzioni USA”, in pagina]. Un Paese che dipende dalle esportazioni di un unico prodotto, il petrolio, viene colpito al cuore se è sottoposto a sanzioni. Esse impediranno ai Paesi destinatari di importare e di essere “pagati” in valuta per i beni che volessero, a loro volta, esportare verso quel Paese.
Sanzioni USA
Legate al narco-traffico (Bush figlio).
La mancata firma di Hugo Chávez all'Addendum al Memorandum of Undertanding bilaterale del 1978 sarebbe stata la causa di queste sanzioni. Secondo Chávez l'addendum, fornendo fondi per progetti congiunti di lotta al narcotraffico ed istituendo programmi di formazione anti-riciclaggio, rendeva permeabile la struttura di governo bolivariana ai voleri di Washington. Nell'occasione furono espulsi i funzionari della DEA (Drug Enforcement Administration) statunitense che vennero accusati di attività di spionaggio, sabotaggio, traffico di droga, infiltrazioni e violazione della legge per screditare il Venezuela nella lotta al narcotraffico.
Legate al terrorismo (Bush figlio).
Vengono istituite nel 2006 per le relazioni intrattenute dal Venezuela con gli “stati canaglia” Cuba e Iran.
Legate alla tratta delle persone, alle azioni antidemocratiche e alla violazione dei diritti umani (Barack Obama).
Istituite dal 2014. Il Venezuela viene inserito dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti tra i paesi del livello 3, quelli i cui governi non rispettano pienamente gli standard minimi di legge (statunitense) sulla protezione delle vittime di tratta. A fine 2014, il congresso USA promulga la “Legge sulla difesa dei diritti dell'uomo e della società civile in Venezuela”.
A marzo del 2015 Obama emette l'ordine esecutivo 13692 che, oltre a colpire chi aveva contribuito a fermare la guerriglia nel 2014, stabilisce che il Venezuela “costituisce una minaccia insolita e straordinaria per la sicurezza nazionale e la politica estera degli Stati Uniti.” Pertanto Obama dichiara “l'emergenza nazionale per fra fronte a tale minaccia.”
Di ordine economico (Donald Trump).
Trump rinnova ed estende le precedenti sanzioni, di “emergenza nazionale”, e ne impone di ulteriori di ordine economico. Le motivazioni sono sempre in difesa dei diritti umani, della democrazia e contro la repressione dell'opposizione politica.
Nell'agosto del 2017 Trump emette l'ordine esecutivo 13808 che limita fortemente l'accesso ai mercati finanziari statunitensi da parte del governo venezuelano e dalla sua compagnia petrolifera statale (PDVSA). Trump estende le sanzioni a tutti coloro che negozino con un'istituzione pubblica venezuelana.
Poi, nel marzo 2018, emette l'ordine esecutivo 13827 contro l'entrata in vigore della fase operativa della criptovaluta Pedro (annunciata da Maduro): proibisce le transazioni connesse all'uso della moneta digitale che viene ritenuta pericolosa per l'egemonia del dollaro, soprattutto nel commercio del petrolio OPEC.
Con l'ordine esecutivo 13835, del maggio 2018, vieta le transazioni relative al debito venezuelano, compresi i crediti, e di qualsiasi debito verso il Venezuela impegnato come collaterale. Il 1° novembre dello stesso anno, tramite l'ordine esecutivo 13850, congela il patrimonio di qualsiasi persona operi nel settore dell'oro o, a discrezione, in qualsiasi altro settore dell'economia, sia responsabile o complice in transazioni che implichino “pratiche ingannevoli o corruzione”.
Tutte le sanzioni prendono a bersaglio singoli individui, identificati quali responsabili venezuelani delle violazioni della legge “universale” stabilita dagli Stati Uniti. Inoltre, per quanto concerne l'economia, prevedono delle esclusioni a tutela degli interessi di persone ed imprese statunitensi.

[Liberamente tratto da:
Le sanzioni prima di Bush junior e Obama, poi di Trump, sono tese non solo a bloccare i commerci, ma pure a preservare il ruolo dominante del dollaro USA nelle transazioni internazionali.
Inoltre, aspetto collegato al ruolo del diritto ed alla sua validità, esprimono tutto il desiderio di imporre le proprie leggi come “universali”, con la sottintesa minaccia che, qualora gli “imputati” cadessero nelle loro mani, verrebbero giudicati secondo tali leggi. Se vi fosse qualche dubbio, a riguardo, sono le stesse parole prima citate di Guaidó a proposito dell'amnistia, a fugarle. Insieme alla propensione del “presidente ad interim” ad assecondare la strategia del Grande Fratello ai danni della sovranità suo paese.
Alla escalation delle sanzioni è venuta ad aggiungersi, a suggello, la pratica dei riconoscimenti internazionali. Essa subentra, dopo che il Paese è stato spinto in condizione di grave crisi umanitaria, per destituire il presidente Maduro dall'esterno, riconoscendo come legittimo quello alternativo di Guaidó, autoproclamatosi tale.
In tal modo la sua sovranità viene avocata e la sua indipendenza minacciata da un intervento militare che pretende di assumere sul piano internazionale sia la veste umanitaria che legale.
Il nervo scoperto
Nel dibattito sulla posta in gioco attorno alla crisi del Venezuela si è inserita la voce controcorrente di Pino Arlacchi. In due articoli, apparsi su “Il Fatto Quotidiano”, prende chiara e motivata posizione contro le pretese degli Stati Uniti.
Pino Arlacchi
è professore ordinario di Sociologia generale presso l'Università di Sassari.
Amico dei giudici Chinnici, Falcone e Borsellino, è stato presidente onorario della Fondazione Falcone e tra gli ideatori della strategia antimafia italiana negli anni Novanta dello scorso secolo. Deputato e senatore del Partito democratico della sinistra e vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia, si è dimesso dal Senato per ricoprire l'incarico, dal 1997 al 2002 di vicesegretario generale dell'ONU. Direttore esecutivo dell'Onodc (United Nations Office on Drugs and Crime) è stato anche direttore generale dell'ufficio delle Nazioni unite di Vienna. Deputato al Parlamento europeo con L'Italia dei Valori, ha poi aderito al PD e al gruppo dell'Alleanza progressista dei socialisti e dei democratici europei.
È autore del libro “I padroni della finanza mondiale – Lo strapotere che ci minaccia e i contromovimenti che lo combattono”, uscito nel 2018 per Chiarelettere, nel quale fa riferimento alle idee di Karl Polanyi.
Nel primo articolo9 riprende i dati e l'analisi contenuti nel rapporto dell'esperto Onu Alfred De Zayas, il quale, dopo la visita effettuata in Venezuela nel 2017, propose il deferimento degli Stati Uniti alla Corte Penale Internazionale per i crimini contro l’umanità perpetrati in Venezuela dopo il 2015.
Nel secondo articolo,10 oltre alla «voglia delle élite americane di afferrare finalmente in Venezuela la preda agognata, sfuggitagli in Russia negli anni '90, e in Iraq e Libia dopo: le riserve di un grande produttore di idrocarburi (...)», mette in luce «un'ulteriore, poco conosciuta, matrice di ostilità: la sfida all'egemonia del dollaro lanciata da Chavez-Maduro proprio all'alba della de-dollarizzazione dell'economia mondiale. La decisione del Venezuela di evitare l'uso del dollaro nelle compravendite di petrolio e di creare un sistema di scambi con l'estero, il Sucre, basato su una cripto-moneta, il Pedro, garantita dal suo petrolio e da altre risorse, ha toccato il nervo scoperto della finanza americana. E ne ha scatenato la collera.»
Quanto all'Europa, Arlacchi aggiunge: «(...) la minaccia euro alla supremazia del dollaro si è sgonfiata poco dopo la creazione della moneta unica. Il suo peso nelle transazioni globali è sceso dal 30% delle origini al 20% attuale. Per i padroni della finanza mondiale è sufficiente mantenere l'attuale frattura tra Ue e Russia perché l'euro resti dove si trova.»
Moneta e dominio
Condividendo le osservazioni di Arlacchi, mi preme evidenziare due aspetti ulteriori.
La prima attiene al ruolo della moneta in generale: non è un semplice “velo” che copre gli scambi senza alcuna influenza sui fenomeni reali. Non è “neutrale” in meri rapporti economici, tanto più in un mondo finanziarizzato, bensì uno strumento di politica economica connessa alle pratiche internazionali di dominio. Se così non fosse, gli Stati Uniti trascurerebbero di preservare la posizione preminente del loro dollaro ed avrebbero aderito alla proposta cinese di dar vita ad una nuova valuta internazionale di riserva, sul modello del bancor proposto da J.M. Keynes in vista della conferenza di Bretton Woods del luglio 1944.
La storiella della moneta “velo”, basata sulla teoria quantitativa classica, è stata raccontata anche allorché venne introdotto l'euro. Anche in questo caso smentita dai fatti, come conferma un recente studio di un think tank tedesco, liberista e conservatore.11
La qual cosa dimostra che, alla base del calo dell'uso dell'euro negli interscambi globali, sta la subalternità dell'Ue agli Stati Uniti ed al suo centro finanziario (come sostiene Arlacchi) che, tuttavia, non basterebbe se non si aggiungesse alla sua cronica inconsistenza politica, minata all'interno dalla dilatazione degli squilibri tra le sue economie nazionali, alla quale la moneta unica ha fortemente contribuito.
Se traballa il dollaro, non riuscendo a nascondere la decadenza dell'imperialismo statunitense, non di meno traballa l'euro, dietro al quale invano si nasconde il nazionalismo egemonico teutonico (a sua insaputa?) sul vecchio continente, fonte permanente di disgregazione, inaccettabile ed inaccettato.
Bombe
Nella disamina di Arlacchi colpisce la connessione tra ruolo del dollaro ed armamenti nucleari:
«La de-dollarizzazione è in pericolo mortale. I suoi segnali vanno soffocati sul nascere. Come? Nel caso di Paesi relativamente marginali e non dotati di armi nucleari, perché disarmati in precedenza dall'Onu come l'Iraq o convinti ad abbandonare i programmi nucleari come la Libia, si può andare per le spicce. L'Iraq è stato invaso perché non aveva l'atomica.
Nel caso dell'Iran – potenza di medio rango in via di de-dollarizzazione che produce petrolio senza dipenderne integralmente e in grado di acquisire in tempi brevi l'atomica – occorre più cautela. L'ideale è spingere il Paese a disarmare e poi colpirlo e ri-dollarizzarlo. (...)»
Il rapporto tra imperio del dollaro, della sua finanza, ed armi nucleari era già stata sollevata, tra gli altri, da Elido Fazi nel 2012.12
Secondo Fazi, per riaffermare la signoria del dollaro, gli States erano passati dal dollar exchange standard ad uno standard dollaro-petrolio:
«Cos'era successo, Gli Stati Uniti avevano dovuto abdicare al cambio fisso con l'oro, che aveva permesso loro di far crescere l'economia per tre decenni. Per questo, avevano architettato un sistema per legare la loro moneta al petrolio. L'accordo siglato con i sauditi portò ben presto anche tutti gli altri membri dell'opec a seguire la medesima strada. Si era di fatto stabilito uno standard. Tutti i paesi che dovevano importare petrolio erano obbligati a conservare vaste riserve di dollari per acquistare il greggio. Chi, invece, lo esportava, otteneva in cambio dollari, che venivano reinvestiti per lo più nell'economia americana.»
Negli sviluppi successivi, tuttavia, gli Stati Uniti videro crescere un enorme deficit della loro bilancia dei pagamenti, di cui quella commerciale è solo una parte. Sono anni in cui il dollaro corre nel vuoto. Sicché «gli squilibri strutturali degli usa non sarebbero stati sostenuti in eterno, a meno che non venissero difesi con una serie continua di guerre.»
A tale proposito Elido Fazi ricorda le funeste previsioni del suo amico Gore Vidal, contenute nel suo “La fine della libertà”, pubblicato all'indomani dell'11 settembre 2001.13 Tra queste “Iraq first, Iran next”, perché il «petrolio rappresentava, da un certo punto di vista, l'ultimo grande laccio che teneva la comunità internazionale indissolubilmente legata alla valuta americana».
Gore Vidal (1925-2012)
è considerato il più grande scrittore statunitense del Novecento.
Tra i suoi numerosi libri: “Impero”, Fazi Editore, 2002.
Le guerre di Bush junior confermarono le previsioni di Vidal, mentre il ritiro dall'accordo sul nucleare iraniano da parte di Washington (non disconosciuto dall'Ue) lasciano aperta la possibilità che l'Iran sia il prossimo bersaglio, a cui potrebbe fare da battistrada un intervento in Venezuela.
D'altro canto, è pur vero che Trump ha intavolato una trattativa col “diavolo nord-coreano”, detentore della bomba, mentre si rifiuta di farlo con l'Iran e minaccia tutti coloro che intrattengono rapporti con Teheran di subire severe sanzioni.
Cose nostre
Date le motivazioni, Pino Arlacchi rappresenta una anomalia in seno al PD. Non è comunque il solo a nutrire delle riserve. Agli inizi di febbraio, quando il Parlamento europeo votò a larga maggioranza per il riconoscimento di Juan Guaidó, 5 europarlamentari del PD (Benifei, Bettini, Briano, Cozzolino, Kyenge) si astennero, insieme a quelli del M5S e della Lega. Mentre i pentastellati si riconoscevano nella posizione del governo italiano, la Lega si astenne solo per non contrapporvisi, avendo Salvini dichiarato ai quattro venti che stava dalla parte di Washington.
In questa controversa vicenda ritroviamo alcuni elementi dirimenti sulle scelte politiche di fondo, in questo caso non nazionali (vedi TAV) ma internazionali. Mentre Salvini ancora una volta mostra una opportunistica e pericolosa disinvoltura nel passare da una posizione all'altra, dalla difesa della sovranità nazionale al suo opposto, dall'elogio a Mosca al suo opposto, compattandosi con Forza Italia e Fratelli d'Italia, il PD (come sul TAV) mostra di condividere le posizioni del vecchio regime europeo, e di Salvini, piuttosto che discostarsene.
In base a queste scelte, qualora cadesse il governo Conte, sarebbe più logico che gli subentrasse un governo di “larga coalizione”, con il solo Movimento 5 Stelle all'opposizione, visto che anche LeU sulla questione venezuelana (come sul TAV) è divisa, incerta e confusa. Solo una componente (capeggiata da Stefano Fassina) di Sinistra Italiana, a sua volta aderente a LeU, diverge da quella di coloro i quali, sebbene si siano separati dal PD, ne hanno una totale nostalgia e gli restano aggrappati pur far parte di una coalizione di centro-sinistra. Essa dovrebbe ricomporsi per rieditare il bipolarismo, in alternativa ad un ricomposto centro-destra, dal quale comunque, sui temi essenziali, non riesce a distinguersi.
Mi pare importante sottolineare, ai fini della presente analisi, che nella presentazione del Manifesto per la Sovranità Costituzionale, Fassina,14 di cui sono note le critiche al sistema euro, faccia espresso riferimento al “momento Polanyi”:
«La nostra valutazione è che la Brexit, l'elezione di Trump, il nostro referendum del 4 Dicembre 2016 e, dopo, i risultati di tutte le elezioni politiche nei Paesi europei segnano un passaggio di fase. La regolazione liberista, propria del capitalismo globale trainato dalla finanza, si è rivelata insostenibile sul piano ambientale, economico, sociale e democratico.
"History is back", scriveva The Economist nell'editoriale dopo il terremoto alla Casa Bianca. Per noi, siamo al "momento Polanyi": la società, in particolare le classi medie, si ribella al dominio dell'economia e invoca il ritorno della Politica a sua difesa.»
Nel riferimento al “momento Polanyi”, Fassina incontra Pino Arlacchi e la spiegazione del “Contromovimento” della società in opposizione al dominio della finanza, presente nel suo ultimo libro.
Addomesticamenti
Guardando in casa nostra, in Italia ed in Europa, si direbbe che non solo il Venezuela è vittima di un addomesticamento. Certo non da fame, come Washington tenta di fare ai danni del Venezuela sottoposto ad embargo, ma politico.
Sennonché seguire l'alleato nord-americano sulla via del petrolio-dollaro porta alla guerra. E qui, dopo aver lanciato il sasso, la mano europea si ritrae timorosa e spaventata dagli effetti, come se non fossero prevedibili. Dopo avere baldanzosamente riconosciuto Guaidó, ora la Ue, come altri Stati dell'America Latina, teme che ai pronunciamenti possa seguire un ricorso alle armi, al quale però si dice contraria.
È in questa contraddizione che l'atteggiamento del governo italiano, se confermata, mostra di essere più lungimirante di quello dettato dal parlamento e dalla maggioranza dei governi europei. Giacché lascia un più ampio margine al negoziato, alla ricerca di una soluzione pacifica, la quale ha bisogno di una mediazione internazionale. Ad essa può contribuire papa Francesco, al quale si è espressamente rivolto il presidente Maduro.
La china è assai pericolosa, perché l'Iran da un addomesticamento da fame del Venezuela o, peggio, da un intervento bellico a guida statunitense, ricaverà immediatamente la conseguenza che non dotarsi della bomba nucleare significa dover sottostare poi ai voleri di Washington e, nel vicino Oriente, del governo israeliano (dotato di bomba nucleare) che non ha mai fatto mistero delle sue intenzioni.
Analogamente altri Stati potrebbero trarre le medesime conclusioni, scatenando una corsa agli armamenti nucleari.
Perciò opporsi all'addomesticamento del Venezuela, tanto più per via militare, è di vitale importanza per la pace mondiale.
Se, come sostiene Carlin Petrini, siamo alla vigilia di un nuovo '68, un nuovo movimento non potrà che unire la coscienza ambientalista, per la salvezza della vita umana sul pianeta, alla coscienza contro la guerra che nutre anch'essa la medesima finalità.

Note
1 Saddam si era impadronito di uno Stato confinante e coloro che gli si opposero annunciarono l'intervento militare in nome del diritto internazionale violato.
2 http://www.fmboschetto.it/utopiaucronia/Grande_Muraglia_Romana_7.htm
3 Il Venezuela ha assunto nell'anno in corso la presidenza di turno dell'OPEC.
4 La dottrina Monroe (1823), esprime l'idea della supremazia degli Stati Uniti sul continente americano. Di recente, vi ha fatto esplicito riferimento il consigliere di Trump per la sicurezza, John Bolton.
5 Guido Gazzoli, intervista a Juan Guaidó, “I militari mollino Maduro o non avranno l'amnistia”, il Fatto Quotidiano, 3 marzo 2019.
6 Formato da 12 paesi dell'America del Nord e del Sud. È considerato il “blocco anti-Maduro”. Tra i fondatori di tale blocco vi sono Argentina, Brasile, Colombia, Canada e Messico. Per il momento, gli Usa hanno deciso di partecipare alle iniziative del forum soltanto in qualità di “Paese osservatore”.
7 L'intervento militare della NATO (1999) nella crisi del Kosovo contro la Serbia, voluto dal presidente Clinton, assunse il nome di “guerra umanitaria”. Il governo D'Alema concesse alla NATO l'uso delle basi aeree in Italia.
8 “Venezuela, le miniere saranno l'alternativa alla schiavitù del petrolio”, Greenreport, 29 agosto 2016.
9 Pino Arlacchi, Io, ex vicesegretario dell’Onu vi spiego il grande imbroglio della crisi in Venezuela, tra Wall Street e petrolio”, Il Fatto Quotidiano, 27/2/2019.
10 Pino Arlacchi, “Dollari & Petrolio: perché l'America azzanna Caracas”, Il Fatto Quotidiano, 9/3/2019.
11 Il Center for european politicy ha fatto i conti dei guadagni e delle perdite di reddito di ciascun Paese, dal 1997 al 2017. In miliardi di euro, risultano in attivo: Germania (+1.893) ed Olanda (+346). In passivo: Spagna (-224), Portogallo (-424), Francia (-3.591) ed Italia (-4.325).
12 Elido Fazi, “La terza guerra mondiale? - La verità sulle banche, Monti e l'Euro”, Fazi Editore, febbraio 2012.
13 Gore Vidal, “La fine della libertà – Verso un nuovo totalitarismo?”, Fazi Editore, 2001.
14 Il 7 febbraio, le associazioni Patria e Costituzione, Senso Comune e Rinascita! hanno presentato il Manifesto per la Sovranità Costituzionale. Vedi anche:
https://www.huffingtonpost.it/stefano-fassina/perche-il-manifesto-per-la-sovranita-costituzionale_a_23664881/.


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