venerdì 18 settembre 2015

Nuove frontiere

Nuove frontiere

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Qual è la differenza?

La barriera tra Stati Uniti d'America e Messico (sopra) può venire considerata diversa da quella che separa l'Ungheria dalla Serbia (sotto), oggetto di così vasta e umanitaria riprovazione?

Quali sarebbero i comuni “valori della civiltà” così gelosamente custoditi?

Ucraina. La seconda guerra europea


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Ucraina: la crisi ristagna, si acuisce, incombe sull'Europa. Una smentita, la seconda (dopo quella della ex-Jugoslavia) dalla caduta del Muro di Berlino, dell'assunto che l'Europa sia portatrice di pace. Le contraddizioni irrisolte, l'accordo Minsk 2 e la non-pace che può diventare guerra aperta.la crisi ristagna, si acuisce, incombe sull'Europa. Una smentita, la seconda (dopo quella della ex-Jugoslavia) dalla caduta del Muro di Berlino, dell'assunto che l'Europa sia portatrice di pace. Le contraddizioni irrisolte, l'accordo Minsk 2 e la non-pace che può diventare guerra aperta.

 Fonte: Limes, aprile 2014

1° settembre 2015: «Si aggrava il bilancio degli scontri scoppiati ieri a Kiev, fra le forze dell'ordine e militanti di estrema destra, di fronte al Parlamento dopo l'adozione di una riforma che conferisce maggiore autonomia alle regioni separatiste dell'est del paese.»1
La stessa fonte aggiungeva: «La coalizione di governo in Ucraina traballa».
Un governo che non sembra in grado di adempiere agli obblighi assunti (in primo luogo la riforma delle autonomie), in applicazione degli accordi di Minsk 2, per avviare a soluzione pacifica il conflitto con i separatisti del Donbass (regioni di Doneck e Lugansk).
Alle prese con altri grandi problemi immediati, l'Europa sembra non accorgersi che il “conflitto congelato” possa di nuovo precipitare nello scontro aperto.
Opposti nazionalismi
Dopo la caduta del Muro di Berlino avemmo la prima guerra europea (in Europa e d'Europa) nella disgregazione della Jugoslavia. Divampò dalla Slovenia, nel 1991, allargandosi alla Croazia e alla Bosnia-Erzegovina, sfociando infine, nel 1999, nella separazione del Kosovo2 dalla Serbia.
A distanza di tre lustri, nel 2014 è iniziata in Ucraina una seconda guerra europea, per ora congelata in uno stato precario di “non pace” dagli accordi di Minsk 23.
La seconda guerra europea riproduce della prima alcuni aspetti di continuità4 e, al contempo, presenta importanti elementi di novità. In senso peggiorativo, se le tendenze manifestatesi recentemente avranno libero corso, giacché esse conducono direttamente ad una rinnovata divisione continentale. Infatti, negli anni che seguirono la caduta del Muro, non era ancora chiaro quale rapporto sarebbe maturato tra l'Europa, la Nato, gli Stati Uniti e la Russia.
Ora tutto lascia intendere che un nuovo muro venga a separare l'Europa dalla Federazione Russa.
Mosca ha interpretato le conseguenze delle manifestazioni di Maidan ed il rovesciamento del presidente eletto Viktor Janukovyč5 non come una rivoluzione, secondo la versione occidentale, ma come un colpo di Stato. Ha reagito annettendosi la Crimea.
A prescindere dagli antefatti storici6, si violò per la seconda volta, dalla fine dell'ultimo conflitto mondiale, l'integrità territoriale degli Stati europei, come prima era accaduto in Kosovo. A parti invertite anche le reciproche accuse.
Attualmente si fronteggiano opposti nazionalismi. Da un lato le provincie di Doneck e Lugansk nel Donbass, di lingua a tradizione russa, si sono “autoproclamate”7 repubbliche autonome, contando anche su milizie di “volontari” e armamenti provenienti dalla Russia. Dall'altra, l'esercito ucraino di coscritti, rafforzato da gruppi volontari nazionalisti e fascisti, spesso formatisi nelle manifestazioni e negli scontri di Maidan. Alle spalle degli schieramenti nazionalisti, Russia da un lato, Usa e Ue dall'altro. Sempre più uno scontro per interposti interpreti, uno scontro eterodiretto.
Se questo è l'aspetto divenuto prevalente, va comunque ricordate le cause interne all'origine del conflitto: dalle modalità in cui venne realizzata la privatizzazione delle proprietà pubbliche ex-socialiste, passate a ristretti gruppi oligarchici, al mancato riconoscimento della molteplice identità linguistica ed etnica (russa in particolare) e di corrispondenti autonomie locali, alle laceranti discordie sul tema della storia e dell'identità nazionale del Paese.
Scelte strategiche
La crisi attuale fu incubata dalla precedente rivoluzione arancione (2004) e dal primo tentativo di far aderire il Paese alla Nato (2008). Seguì la vittoria elettorale di Janukovyč, alla vana ricerca di un equilibrio nei rapporti tra Russia ed Ue.
Sino alle manifestazioni di Maidan (“Euromaidan”), incoraggiate da Usa e Ue tramite visite di loro eminenti esponenti8, e nuove elezioni che portarono alla presidenza Petro Poroshenko, già tra i più stretti collaboratori del presidente arancione Juščenko.
Per l'ex ministro francese Pierre Chevènement9, la scelta politica dell'Unione europea fa di abbandonare l'idea di uno spazio di libera circolazione “da Lisbona a Vladivostock”, quindi inclusiva di Russia e Ucraina. «Invece, Bruxelles ha messo l'Ucraina di fronte al dilemma impossibile di scegliere tra l'Europa e la Russia.»10
Pierre Chevènement

All'idea mainstream di creare sempre nuovi spazi di “libera circolazione”, fino all'utopia di un globo senza frontiere11, si oppongono molte e diverse critiche. La materia è controversa.
Tuttavia, fatti anche recenti ci obbligano ad una immediata constatazione: nel mentre si evocano sempre nuovi “spazi aperti”, “società aperte” e quant'altro comporti la “libera circolazione degli agenti economici”, succede che, fenomeno inatteso12, i nazionalismi nelle loro forme più deleterie prendano piede e vengano eretti sempre nuovi muri. Come avviene nella crisi ucraina.
Rimandando un indispensabile approfondimento sul tema delle frontiere, dei profughi e delle migrazioni di massa, prendiamo atto della scelta dell'Ue di condividere la strategia espansionistica della Nato verso Oriente e di ribadire in modo assoluto la priorità del legame euro-atlantico con gli Stati Uniti13. Ciò ha via via spinto (o, se preferite, fornito un comodo alibi) la politica della Federazione Russa all'arroccamento, sino al recupero del nazionalismo panrusso, per tutti i russi fuori dalle frontiere della Grande Madre. Quasi un ritorno alla geopolitica degli inizi del “secolo lungo XX”, in una Europa, però, con una Nato in più.
In questo quadro la Germania ha mostrato, al di là delle speranze francesi, di poter intendere la Ostpolitik più come una spinta verso Est (Drang nach Osten) ad includere l'Ucraina nel proprio spazio d'egemonia economica14, piuttosto che come un partenariato con la Russia. D'altro canto, l'impegno di Angela Merkel per giungere ad una soluzione pacifica, può significare che la scelta non sia poi, al proprio interno, così indolore; l'optimum per lei sarebbe l'acquisizione dell'Ucraina proseguendo a sviluppare gli affari con la Russia. Una soluzione assai difficilmente conseguibile, visto la escalation di sanzioni, imposte da Washington in seguito all'accorpamento della Crimea alla Russia, e l'allontanamento dal G8 di Putin, ridivenuto così il vecchio G7.
A suo tempo Dominique de Villepin, ex primo ministro francese, aveva ammonito contro la tendenza nord-americana ad usare la Nato in funzione di una nuova guerra fredda in Europa. Possiamo aggiungere che questa tendenza ha avuto modo di concretizzarsi nel corso della crisi ucraina, senza dovere per forza aderire alla tesi, affatto peregrina, che a questo obiettivo si mirasse sin dall'iniziale appoggio dato, con relativa copertura mediatica, alle manifestazioni pro-occidentali di Maidan.
Memorie che dividono
Al di là del protocollo d'intesa Minsk 2, sul piano politico fu prevista una «sequenza ben definita: voto di una legge elettorale da parte della Rada (il parlamento ucraino), elezioni locali nel Donbass, riforma costituzionale, legge sul decentramento, nuove elezioni e infine recupero da parte di Kiev del controllo della frontiera con al Russia. Ma il 17 marzo scorso, la Rada ha adottato un testo che sconvolge questa sequenza, imponendo prima di ogni altra cosa il “ritiro delle truppe”. L'arenarsi della questione politica per responsabilità del governo di Kiev ha di fatto orientato il conflitto ucraino verso un “conflitto congelato”. La rimozione delle sanzioni è ostaggio di un circolo vizioso.»15
Prima della bomba pluriomicida davanti al parlamento ucraino (Rada) del 31 agosto, a creare nuove tensioni sono intervenute le “leggi sulla memoria” e l'equiparazione tra nazismo tedesco e socialismo sovietico, proprio a ridosso del 70° anniversario della vittoria dell'Urss nella guerra mondiale.
La Rada ucraina ad aprile varò un pacchetto di leggi16 volte a riscrivere il passato per escludere una intera parte della società dalla partecipazione al presente politico. Una pulizia storico-ideologica per produrne una etnica e politica.
Se si identificano le radici della attuale Ucraina nel nazionalismo di Stepan Bandera [vedi riquadro “Un eroe europeo?”] non è possibile né una memoria condivisa, né una riappacificazione. Non solo con i russofoni, giacché viene coinvolta anche la memoria di polacchi ed ebrei. Non solo per l'Ucraina ma per l'intera Europa.
Il presidente arancione Viktor Juščenko nel 2010 proclamò Stepan Bandera eroe nazionale con un decreto annullato dal suo successore Janukovyč. Quest'ultimo fu destituito dalle manifestazioni di Euromaidan, dalle quali Bandera fu riproposto come simbolo dell'idea nazionale. Attualmente alle leggi sulle autonomie, indispensabili per far avanzare il processo di pace, non a caso si oppongono leaders della rivoluzione arancione come la Timoschenko. Il tutto si tiene. E ripropone una spaccatura incolmabile.

Un eroe europeo?

Stepan Bandera

1909 - Nacque il 1° gennaio in un villaggio della Galizia nell'allora Austria-Ungheria, da genitori cattolici, madre di rito bizantino e padre di rito uniate.
1931 - Nella Galizia divenuta polacca fu vice-direttore delle Guide Regionali e Amministratore Delegato regionale.
1934 - É condannato a morte per aver organizzato con altre undici persone l'omicidio del ministro degli Interni polacco, sentenza poi commutata in ergastolo.
1939 Dopo l'invasione tedesca della Polonia viene scarcerato e si trasferisce a Cracovia sede del Governatorato Generale nazista.
1939/1941 – Organizza l'esercito dell'Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini per coadiuvare l'avanzata tedesca nell'Ucraina orientale ed assumere i poteri amministrativi locali nei territori occupati.
1941 – Il 30 giugno proclama lo Stato Ucraino Indipendente e dichiara la sua collaborazione con la Germania per la liberazione dal giogo di Mosca e l'affermazione del “nuovo ordine europeo” voluto dal nazismo. Dopo pochi giorni, temendo che voglia rendere la nuova entità autonoma dalla Germania, viene arrestato e condotto a Berlino con l'obbligo di risiedervi.
1942 – È internato nel campo di concentramento di Sachsenhausen, nella sezione dei detenuti politici. 
1944 – Viene nuovamente rilasciato dai tedeschi nella speranza di coinvolgere le popolazioni locali ucraine contro l'avanzata dell'Armata Rossa. Stabilisce il suo quartier generale a Berlino e guida attività di propaganda e sabotaggio
anche dietro le linee sovietiche. Colla- bora con i nazisti fino alla fine della guerra.
1959 – Muore a Monaco di Baviera per avvelena- mento. Tre anni dopo, il tribunale di Karlsruhe stabilì che fu ucciso dai servizi segreti sovietici su ordine di Krušcëv.

L'esercito di Bandera praticò la pulizia etnica in Galizia e Volinia, eliminando più di 60mila polacchi e collaborando allo sterminio degli ebrei, nonché alle più sanguinose imprese naziste contro la popolazione russa.
Definito “figura controversa”, Stepan Bandera incarnò un'idea del nazionalismo ucraino piuttosto definita: quella di uno Stato ucraino su un territorio epurato dal- le altre nazionalità. Non era affatto lontano dalle fonda- mentali idee naziste, pur volendo affermare la propria indipendenza, e quella dell'Ucraina, dalla Germania, con la quale non esitò mai a collaborare contro i russi e l'Unione Sovietica.
Sostenendo la rivoluzione arancione ed Euromaidan che ne hanno fatto un eroe nazionale, all'Ue si pone un quesito: Bandera è diventato anche un eroe europeo?

Espansione ai limiti
La reazione militare e diplomatica russa alla possibile inclusione dell'Ucraina nella periferia della Ue e, tramite essa, nella Nato, ha segnato un limite all'espansione euro-atlantica verso Oriente. Al tempo stesso la situazione in cui versa tutta l'area mediterranea, dalla Turchia al Medio Oriente alla Libia, drammaticamente segnata dagli esodi di intere popolazioni dalle guerre e dalle devastazioni innescate proprio dall'interventismo bellico occidentale17, traccia una divisione a Sud.
La duplice pratica politica di far leva sui peggiori nazionalismi per allargare la Nato e l'Europa dal Baltico al Mar Nero e al Mediterraneo, investendo al contempo questi Paesi di massicce dosi di liberismo socialmente disgregatore, ci ha condotto su una via estremamente pericolosa. Soprattutto ora che l'espansione incontra i suoi limiti.
Così racchiuso il vecchio continente non potrà rimandare sine die la soluzione delle sue interne dicotomie, tra centro e differenziate periferie a degradare, accorpate e in via di accorpamento. Nell'espansione i problemi, come i debiti, vengono rinviati; la fine dell'espansione implica, se non una resa dei conti interni, nuove e più avanzate strategie avversate dalle oligarchie politiche ed economiche dominanti, perseveranti nelle vecchie pratiche.
È risaputo che le condizioni economiche dell'Ucraina sono ben peggiori di quelle della Grecia. Riporto una istantanea scattata nell'aprile del 2015.18 Ufficio centrale di statistica ucraino: reddito nazionale nel 2014 a -6,8%, previsione 2015 a -12%; inflazione al 35% su base annua; deficit di bilancio al 10,3%; riserve a 5 miliardi di dollari; svalutazione della moneta pari al 70% annuale; tasso di sconto 30%; fuga continua di capitali all'estero. Per Moody's il debito è praticamente al default. Il sistema bancario ha in pancia fra un terzo e la metà degli attivi non solvibili. Dall'inizio della guerra sono fallite 40 banche.
Nella politica di fare dell'Ucraina un territorio neutrale, libero da alleanze militari, un ponte tra Europa e Russia, di frontiere osmotiche, c'era non solo il mantenimento dell'unità del Paese, bilingue e plurietnico, ma anche una possibile via di ripresa economica e di tenuta sociale.
Senza le regioni del Donbass, oggetto del contendere e attraversate dal conflitto, l'Ucraina si priva di un indispensabile motore industriale. Inoltre, è fortemente debitrice verso Mosca e dipendente dalle sue forniture di gas.
Davvero Bruxelles ha posto il Paese di fronte ad un “dilemma impossibile”. Senza di esso gli opposti nazionalismi non avrebbero acquisito la forza che ora mettono in campo per ricondurre la “non pace” in Donbass sulla via dello scontro aperto. Con buona pace delle “anime belle” anche di casa nostra19, l'ostinazione europea è diabolica. In ordine sparso Italia, Austria e Germania (con il Vaticano di Papa Wojtila) con la politica dei riconoscimenti delle patrie etniche riservarono il medesimo trattamento alla crisi della Jugoslavia.
Gli scontri di Kiev della fine di agosto annunciano la divisione dell'Ucraina ed essa, salvo miracoli, non sarà frutto di una concertata pacifica intesa che precluda il ricorso alle armi.
Chi sparerà il primo colpo di cannone, a quel punto, avrà scarsa importanza.
1 http://www.repubblica.it/esteri/2015/09/01.
2 Nel 2008 la successiva dichiarazione d'indipendenza.
3 http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/02/12/ucraina-dal-15-cessate-fuoco-i-13-punti-dellaccordo-minsk/1420251/
4 Per le quali rimando all'articolo “Krajne e dintorni” pubblicato in questo Blog nello scorso novembre.
5 Dal 21 novembre 2013 iniziarono manifestazioni contro la sospensione dell'accordo tra Ucraina ed Unione Europea. Tre mesi dopo Viktor Janukovyč fuggì in Russia.
6 Nel 1954, la Crimea fu "donata" da Kruščëv all'Ucraina nell'ambito dell'URSS, per festeggiare i 300 anni di unione tra Russia e Ucraina.
7 Il costituirsi di un nuovo Stato non può che essere una “autoproclamazione” a cui possono, o meno, seguire “riconoscimenti” da parte di altri Stati. Nel linguaggio mediatico, dal significato dato per ovvio, si nasconde in realtà un retro-pensiero: ogni dichiarazione d'indipendenza è nulla senza il previo consenso della “comunità internazionale”, o chi in suo nome.
8 Victoria Nuland, segretario di stato aggiunta americana per l'Europa e per l'Eurasia, il senatore americano John McCain, il ministro tedesco degli esteri Guido Westerwelle.
9 Pierre Chevènement, “Crisi ucraina, una prova di verità”, Le Monde diplomatique – il Manifesto, 15 giugno 2015.
10 Ibidem, nota 9.
11 A tale proposito può servire una riflessione critica sul discorso tenuto a Tokio da Régis Debray, “Elogio delle frontiere”, add editore, 2012 (2010).
12 Sabino Cassese, “L'inatteso ritorno dei confini”, Corriere della Sera, 1/9/2015.
13 Dal 2013 è in corso di negoziato il Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnership), il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti, tra L'Unione europea e gli Stati Uniti d'America.
14 Nell'articolo citato in nota 9, Chevènement scrive: «Il numero dei siti industriali tedeschi in Ucraina nel 2010 raggiungeva le milleottocento unità contro le cinquanta francesi. L'Ucraina si presenta come il naturale prolungamento del bacino di manodopera a basso costo della Mitteleuropa, vantaggio comparato per l'industria tedesca, che l'aumento dei salari nei paesi dell'Europa centrale e orientale tende ad erodere.»
15 Ibidem, nota 9.
16 “Sullo stato giuridico e l'onore della memoria dei partecipanti alla lotta per l'indipendenza dell'Ucraina nel XX secolo” - “Sulla condanna dei regimi totalitari comunista e nazional-socialista (nazista) in Ucraina e il divieto della propaganda dei loro simboli” - “Sull'accesso agli archivi degli organi repressivi del regime totalitario comunista 1917-1991” - “Sulla commemorazione della vittoria sul nazismo nella Seconda Guerra Mondiale 1939-1945”.
17 Angelo Panebianco (articolo di fondo del Corriere della Sera, 14/09/15), nel chiedere verso le aree di scontro un'azione diplomatica europea sorretta dalla disponibilità a fare uso della forza, cancella totalmente sia le guerre europee (“lungo periodo di pace”? Per chi?), sia di ricondurre all'interventismo bellico occidentale (pure di Francia e Regno Unito), i disastri di intere regioni mediorientali e nord-africane.
18 Gianpaolo Caselli, il Fatto Economico, 8 aprile 2015.
19 Ibidem, nota 12.

venerdì 28 agosto 2015

Politica con la P maiuscola

Riccardo Bernini - luglio 2015

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Politica con la P maiuscola

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9 luglio 2015
L'unico risultato positivo della crisi
il Fatto Quotidiano, da un Commento di Stefano Feltri
«L'euro è quasi crollato per assenza di politica dietro il progetto monetario. Proprio grazie alla Grecia, epicentro di questo disastro finanziario, sta invece nascendo un'agorà e una vera politica europea. In fondo, da dove altro poteva partire il salto di qualità nella democrazia del continente se non da Atene?»
Commento del Commento
Si discuterà a lungo dell'opportunità del referendum e del quesito posto ai greci (fu autentica “mossa del cavallo”?), della mancata preparazione ad ogni eventualità del governo Tsipras e della sua effettiva volontà di affrancarsi dall'austerità volendosi comunque nell'Eurozona, dei feroci ricatti palesi e nascosti ai quali esso è stato sottoposto... Ma un aspetto mi pare certo: chiamato in causa, il popolo greco si è espresso politicamente contro chi, poi, per il solo fatto di aver così rivendicato sovranità, democratica e nazionale, l'ha punito in modo umiliante.
Che nessuno più in Europa osasse farlo!
Atene ha aperto uno spazio pubblico, una agorà, nell'Unione europea “maschera democratica”1 del governo degli oligopoli, a guida tedesca. Un duplice disvelamento: degli interessi di ristretti gruppi capitalistici, finanziari soprattutto e non solo europei, nonché di uno Stato a cui la moneta unica avrebbe dovuto impedire il ritorno di nazionalistiche propensioni all'egemonia sullo spazio vitale, Lebensraum, continentale. Al tempo stesso un varco, attraverso il quale altri popoli potrebbero passare, non accettando l'austerità di una Comunità che riduce i più deboli a periferie sociali e territoriali, accusandoli di dar retta a partiti e movimenti “populisti”. (Come paventa, sul Corriere della Sera del 29/6/2015, il professor Francesco Giavazzi a suo tempo fautore della “austerità espansiva”2).
Ciò che non appare convincente in questa lettura é che il progetto monetario dell'euro sia privo di una politica, di una vera politica o sia economia e moneta senza sostanza politica.
Eppure, risalendo alla nascita dell'euro, la storia ci interroga altrimenti.
Quando Mitterand e Andreotti, in cambio dell'appoggio alla riunificazione tedesca, ottennero da un Kohl recalcitrante la moneta unica, non fu “vera politica”?
Non confondendo la diagnosi con la cura, potremmo constatare quanto velleitaria sia stata la soluzione imposta alla riunificata Germania3, rispetto alla iniziale fondatissima preoccupazione di Francia e Italia, ma non ridurre quel che ne nacque a mera moneta ed economia.
Maastricht, poi, non fu vera politica? Il sistema di governo della moneta unica cos'è, allora? Regolucce fiscali e di bilancio avulse da un indirizzo politico? La Troika che impone ricette di austerità, salassa i popoli delle periferie europee salvando banche e favorendo hedge funds, per scaricarne i costi sulla fiscalità degli Stati (istigando i popoli che pagano contro quelli che “vengono salvati”), non fa politica? La stessa strutturazione dell'Europa in un Centro forte e più Periferie deboli, a degradare, non è politica?
Andando indietro nel tempo di questi ultimi decenni, si potrebbe altrettanto dire che Nixon nel 1971, quando sganciò il dollaro dall'oro, non fece politica. O che l'abbandono di Bretton Woods e la liberalizzazione internazionale dei movimenti dei capitali non furono atti eminentemente politici. Di questo “non far politica” si potrebbero portare esempi a non finire.
Fatto sta che per trarre l'Europa fuori dalla sua conclamata crisi, in base a questa nominalistica distinzione, i ministri del pensiero dominante invocano un salvifico sopraggiungere della “Politica”con la P maiuscola, foriera:
dal minimo del salvataggio della Grecia che, al necessario “rigore” delle “riforme strutturali” (rialzi dell'Iva, privatizzazioni, deflazione salariale, tagli pensionistici, ecc.), associ non solo nuovi prestiti e ristrutturazioni di debiti insostenibili, ma pure un grande piano di investimenti europeo per la crescita (“austerità sì, ma anche crescita!”);
al massimo di un “salto di qualità” confederale4 o di un “colpo di reni” istituzionale verso un'Europa finalmente Politica, frutto di una “generosa cessione di sovranità” di ciascuno dei Paesi membri, per superare l'Europa monetaria, l'Europa asfittica ed incompiuta (mutilata?), e ridare nuova vita al progetto fondativo, al sogno comunitario post-bellico dei Padri.
Rimarrebbero da spiegare parecchie cose.
Per esempio: come possano combinarsi austerità e crescita, evitando l'esplodere del debito privato e gli squilibri commerciali intra-europei; chi paga, sia dal punto vista finanziario sia fiscale (attenzione ai “trasferimenti”!) e conseguentemente chi sarebbe posto nelle condizioni di incassare; come la “cessione di sovranità” verrebbe a situarsi in un contesto in cui la loro sovranità, i Paesi periferici, l'hanno già ceduta obtorto collo5 e con mezzi per nulla democratici; quale democrazia comunitaria sortirebbe dalla contemporanea egemonia dei Paesi centrali su quelli periferici e degli oligopoli finanziarizzati sull'insieme europeo.
E se, invece, politicamente parlando, si riconoscesse che l'austerità, la moneta unica, l'Europa finanziario-centrica e germano-centrica, la supposta indipendenza della Bce e quant'altro sono un governo sistemico, una ben precisa politica?
Si comprenderebbe, magari, il motivo per cui “i creditori” trovino un così robusto sostegno nelle élites politiche continentali e non ci si meraviglierebbe troppo delle posizioni (dal social-liberismo al social-patriottismo?) della SPD di Gabriel e Schulz. Élites di cui fanno parte anche coloro che sono disposti a concedere flessibilità “solidale” (sempre con i soldi degli altri), temporanea e circoscritta, scambiata con “riforme strutturali” non più sobriamente austere ma divenute d'incanto progressiste, pur di preservare e conservare la sostanza delle strutture e degli assetti di potere attuali.
Potremmo dedurne che il desiderato “salto” verso l'Europa Politica, data la concreta situazione e pure superando protervie nazionalistiche, sarebbe solo un rivestimento istituzionale del consolidamento di questi poteri. Infatti, esso non verrebbe accettato dalla Germania, quand'anche fosse divenuta “egemone per caso”6 (non certo a sua insaputa), al di fuori di questa prospettiva.
E se, contro ogni tambureggiamento mass-mediale, riconoscessimo che per costruire un edificio politico condiviso e democratico fosse non sufficiente ma prioritario azzerare questa Europa che di veramente comune, per i popoli, ha solo l'incubo della moneta unica?7

1 L. Canfora e G. Zagrebelsky, “La maschera democratica dell'oligarchia”, Laterza, maggio 2014.

2 F. Giavazzi e M. Pagano, “Can severe fiscal contractions be expansionary? Tales of two small European Countries.” NBER Macroeconomics Annual, Cambridge, MIT Press, 1990.
3 «La Francia e l'Italia chiesero l'impegno nei confronti delle moneta unica, ma fu la Germania a scrivere gran parte delle regole», Timothy Garton Ash, “Quel conflitto tra democrazie che ancora divide l'Europa”, la Repubblica, 10 luglio 2015.
4 Angelo Panebianco, “Il nuovo patto confederale per far ripartire l'Europa”, Corriere della Sera, 8/06/2015. 5 Ultimo episodio: nella seconda metà di luglio il Parlamento greco ha dovuto approvare in gran fretta testi di legge immodificabili perché concordati con i creditori, pena il blocco sia dei prestiti che della liquidità.
6 Come discutibilmente sostiene Wolfgang Streeck, “Egemone per caso”, Le Monde diplomatique – il Manifesto, maggio 2015. Streeck è autore di “Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico”, Feltrinelli, luglio 2013.
7 Wolfgang Streeck conclude il sopracitato articolo con questa speranzosa frase: «Merkel ha saputo cambiare radicalmente posizione sull'energia nucleare. Non si può escludere che passi alla storia come la cancelliera che avrà liberato l'Europa da una moneta unica diventata incubo comune.» 

lunedì 29 giugno 2015

Schede PENSIONI


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    A furia di voler classificare le pensioni, d'oro, d'argento e di bronzo, si tace del fatto più importante: del fuori podio, delle pensioni di legno.
    Su un totale di 16,5 milioni di pensionati, poco più della metà non arriva a 1.000 € al mese e tra questi 2,5 milioni percepiscono meno di 500 € mensili.
    Quindi troviamo* (importi lordi):
  • entro tre volte il minimo (481x3) = 1.443 € => 11,29 milioni di persone (68,29%);
  • da 1.443 € a 2.405 € (da 3 a 5 volte il minimo) => 3,81 milioni (23,07%);
  • da 2.405 € a 4.810 € (da 5 a 10 volte il minimo) => 1,24 milioni (7,50%);
  • oltre 4.810 € (da 10 volte a oltre 50 volte il minimo) => 188.140 persone (1,14%, ma per un “Importo complessivo lordo annuo del reddito pensionistico” del 5,80%).
    Oltre i 3.500 € lordi ci sono 350.000 persone, per 24 miliardi di spesa su 270, assistenza compresa.
    Da questa istantanea si evince che non si tratta del regno di Bengodi, salvo per una parte ristretta, a cui i “congelamenti” della Fornero non hanno provocato neanche un raffreddore.

*Raggruppamenti ricavati dal Casellario Centrale dei Pensionati, 31/12/2012.

Effetti del congelamento delle pensioni


Fonte:http://www.blitzquotidiano.it/foto-notizie/pensioni-insostenibili-retributivo-esagerato-controinchiesta-pensionato-1832805/

Restituzioni ed indicizzazioni governative

La risposta del Governo Renzi-Padoan alla sentenza della Consulta
I rimborsi del Bonus Poletti
Costo: 2 miliardi e 187 milioni di euro. Beneficiari: 3,7 milioni di pensionati, per le seguenti fasce a scalare:
  • entro 1.700 € lordi: 750 euro di bonus;
  • entro 2.000 €: 450 euro di bonus;
  • entro 2.700 €: 278 euro di bonus.
Non percepiranno un euro coloro che accumulano un reddito mensile lordo da pensione pari a 3.200 € o superiore.
Nuove indicizzazioni
A partire dal 2016 le nuove fasce di rivalutazione sarebbero le seguenti:
  • entro i 1.700 € lordi: 180 € all’anno;
  • entro i 2.200 €: 99 € all’anno;
  • entro i 2.700 € 60 € l’anno, ossia 5 euro al mese.

Il ministro Padoan ha spiegato:
«Il provvedimento sulle pensioni si può dividere in tre parti: il calcolo degli arretrati con l’indicizzazione degli anni 2012-2013, arretrati che coprono parzialmente quelli previsti col taglio della legge Fornero; il calcolo dell’indicizzazione 2014-2015; e poi, a partire dal 2016, l’introduzione di un meccanismo di indicizzazione più generoso, in modo che i principi ispiratori della sentenza della Consulta, adeguatezza, gradualità e proporzionalità siano rispettati.»
 

Pensioni: l'equità compatibile


Al cuore delle pensioni:

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Dopo la sentenza della suprema Corte sulla legge Fornero divampa la discussione sulle pensioni. Le sue motivazioni. I reali motivi della scelta del metodo contributivo rispetto al precedente metodo retributivo. Dalla riforma Dini alle proposte di Tito Boeri. Dentro ai conti dell'INPS. Sostenibilità ed equità del contributivo viste da vicino.

In superficie e sotto
Secondo i prevalenti mass-media è tutto spiegato e chiaro, tanto è nitida la linea di demarcazione tra equità e ingiusto privilegio.
Il metodo contributivo, che promette di erogare pensioni in base a quanto versato negli anni di lavoro, è senz'altro “equo” e “giusto” oltreché sostenibile economicamente. Al contrario, il metodo retributivo viene additato come “ingiusto” e “troppo generoso” rispetto a quanto versato ed insostenibile per la già esorbitante spesa dello Stato.
Sicché la legge Dini del 1995 ha il solo difetto di introdurre in modo troppo graduale il “contributivo” in sostituzione del “retributivo”. Una gradualità temporale perlomeno da ridurre o tassare, per non rischiare di compromettere definitivamente i dissestati conti dell'INPS (di cui si tace l'origine) e quindi di nuocere ai giovani, le cui future pensioni sono minacciate dagli esosi trattamenti di quiescenza in essere, ancora beneficati dal vecchio metodo di calcolo.
Di conseguenza, con ferrea logica, non si discute delle finalità della legge Fornero o della politica economica a cui concorreva, né per la parte inerente il “congelamento”1, né per quella parte che, innalzando repentinamente l'età pensionabile, ha confinato gli esodati nel vuoto sospeso di un tempo senza lavoro e senza pensione. Si diffonde l'idea che vi fu solo un tecnico errore, qualche incongruenza, forse superficialità, anche dal punto di vista giuridico. Una “trappola” in cui può cadere anche il recente decreto del Governo in risposta alla sentenza di “scongelamento” della suprema Corte, imperfetto nel vanificare i prevedibili e numerosi ricorsi dei danneggiati.
Le quotidiane gocce di verità divulgata sono penetrate al tal punto nella pubblica opinione che i giovani intervistati, per movimentare stucchevoli talk-show televisivi, premettono, quasi con rassegnata noncuranza, di non nutrire alcuna aspettativa verso la propria futura pensione. D'altro canto, se oggi non hanno lavoro o lavorano in nero, o sono precari e sottopagati, come possono attendersi di accumulare i contributi necessari ad ottenere una pensione domani?
A completare il quadro c'è, infine, lo stillicidio di notizie sui vitalizi dei parlamentari e sulle pensioni d'oro di alcuni “nababbi”, in cui vengono infilate anche quelle dei pensionati del prodigo retributivo, a cui si riconosce almeno, “per dovere di cronaca”, la funzione di nonni socialmente utili, poiché sopperiscono al decadimento del welfare state con il welfare familiare, verso figli e nipoti.
Di tutto e di più, purché non si metta sotto esame critico l'assunto preordinante: il contributivo è la terra promessa dell'equità compatibile, perché garante dell'equilibrio di bilancio dei conti pubblici.
Per chi non si senta appagato da una troppo scontata verità e nutra qualche dubbio, tuttavia, non mancano luoghi alternativi.
Da singoli tasselli si può tentare di ricomporre un puzzle pensionistico d'insieme diverso dal solito. Magari avvalendosi di spunti presenti nel dibattito sotterraneo su internet, la rete, nella quale si rintraccia, oltre gli sfoghi e la caccia all'imbroglio e al complotto, una travolgente voglia di riappropriazione di ciò che è stato confiscato: un reale dibattito politico pubblico per padroneggiare le materie più complesse2. Come, appunto, la questione pensionistica.
Costituzione ed austerità permanente
Nelle motivazioni della sentenza di scongelamento delle pensioni traspare una ratio in contrasto con perenni necessità di compatibilità di bilancio, poste nell'ambito dei vincoli europei.
In esse la Consulta richiama la priorità di garantire agli anziani una continuità tra tenore di vita durante il lavoro e nella quiescenza, dichiarando illegale non solo una misura fiscale diretta contro le sole pensioni, ma anche il loro depauperamento percentuale e per sempre, al di là di un contributo temporaneo legato ad una specifica situazione di bilancio.3
Intimidita dal diluvio di critiche piovutele addosso per non avere escluso perentoriamente i rimborsi pregressi ai pensionati danneggiati dalla Fornero, la suprema Corte ha tuttavia, nella successiva sentenza, sbloccato per l'immediato futuro anche le retribuzioni dei dipendenti pubblici.
Per quanto combattuta e divisa possa essere la Corte, è il corpo complessivo della Costituzione a rigettare come estraneo a sé l'articolo l'articolo 81 sul “pareggio di bilancio”4.
Si viene a configurare, pertanto, una questione che non riguarda solo i margini di discrezionalità della politica, in una democrazia basata su limiti e contrappesi istituzionali. Altrimenti la Costituzione non avrebbe ragion d'essere.
Essa attiene soprattutto alla legalità di imposizioni fiscali in forza delle quali, di volta in volta, un gruppo particolare di cittadini venga preso a bersaglio, siano essi pensionati o lavoratori pubblici. In gioco è il rispetto dell'art. 535, l'uguaglianza di trattamento dei cittadini in relazione alla permanente crisi fiscale dello Stato.
Dato il contesto, non tarderà a manifestarsi un'altra contraddizione latente: tra vincoli e prescrizioni esterne (sui quali la politica prevalente non esercita né rivendica discrezionalità alcuna), provenienti da organismi europei mai sottoposti a convalida e mandati democratici, ed esercizio della sovranità nazionale.
La riforma base
Benché la legge Dini risalga al 1995, essa appartiene appieno alla logica dell'Europa a moneta unica. Il trattato di Maastricht è del febbraio 1992. Anticipando l'euro, il cambio fisso viene adottato nel 1996 e con esso inizia il declino del reddito medio italiano rispetto a quello dell’Europa a 15 paesi.
Da un punto di vista più generale, la lotta di classe dall'alto della scala sociale, per la ridistribuzione dei redditi a sfavore del lavoro, ebbe inizio in Italia sin dalla seconda metà degli anni settanta. Sacrifici ed austerità erano allora imposti in nome della “solidarietà nazionale”, mentre più tardi lo furono in nome dell'Europa (“lo vuole l'Europa!”).
A quella stagione politica intermedia appartiene la riforma Dini. Ci venne raccontato che avrebbe sistemato i conti previdenziali per i decenni a venire, secondo indiscutibili evidenze matematico-attuariali.
Il metodo di calcolo contributivo prendeva il posto del metodo di calcolo retributivo in modo scaglionato e graduale negli anni. Se quest'ultimo garantiva, in relazione agli anni di lavoro, una pensione proporzionata (80-85%) alle ultime remunerazioni, col contributivo ogni futuro pensionato avrebbe percepito assegni in base a quanto versato nell'arco di tutta l'attività lavorativa. Come una trasfusione a distanza di tempo: nei forzieri frigoriferi di Stato il sangue, pieno d'ossigeno del periodo giovanile e maturo, sarebbe stato conservato e reso disponibile, a rate e secondo attesa di vita, per il periodo di quiescenza.
Ma il valore di un credito, tanto più di un accantonamento pluridecennale, è sottoposto nel tempo a molteplici ed imprevedibili variabili. Incuranti di tante lezioni della storia (non a caso dichiarata “finita” con l'avvento del liberismo universale), fu stabilito che esso dovesse essere agganciato al Pil e rivalutato in base alla sua crescita percentuale. Più precisamente: «il tasso annuo di capitalizzazione è dato dalla variazione media quinquennale del prodotto interno lordo (Pil) nominale, appositamente calcolata dall'Istat, con riferimento al quinquennio precedente l'anno da rivalutare.» E se il Pil fosse regredito? Al tempo l'eventualità non venne neanche presa in considerazione e neppure normata. Il che può attestare o della furbizia da raggiro di coloro che parteciparono alla sua estensione o della loro stupidità.
Con una ridotta opposizione, le prevalenti forze politiche e sindacali convalidarono6 come più “equo” e “sostenibile” il nuovo metodo, tacendo, tra gli altri, su alcuni aspetti essenziali: il “nuovo” paradigma di politica economica al quale esso di fatto aderiva; l'isolamento del “montante contributivo” a cui applicare una rivalutazione finanziaria su misura di quel paradigma; il mare di iniquità fiscali, retributive e contributive in cui si pretendeva di isolare la “barchetta” del montante contributivo a cui affidare le pensioni dei giovani.
Tutti aspetti che, alla prova dei fatti successivi, hanno minato la “sostenibilità” e reso l'”equità” alquanto virtuale, prospettando una pensione povera, di legno, per la stragrande maggioranza.
Accelerazioni
Correva l'anno 2011. Sulla scorta dell'ennesima emergenza e di austeri vincoli europei, una larga maggioranza parlamentare varò la riforma pensionistica voluta dal governo Monti e dalla ministro Fornero.
Quel che si pensava sostenibile non lo era stato, ma restava inalterata la terra promessa del contributivo. Sicché, invece di cambiare indirizzo politico, si scelse diabolicamente di perseverare, accelerando con sobria iattanza l'applicazione della legge Dini.
Non vennero introdotti nuovi principi e metodi di calcolo; si badò al sodo, tagliando la spesa di 320 miliardi di euro in 40 anni.
Lo si deduce dalle parole di Enrico Morando, attuale viceministro dell'Economia: «Dal 2004 ad oggi sono state approvate norme correttive del sistema previdenziale pubblico che al 2050 riducono la spesa di 60 punti di Pil, 960 miliardi di euro. Soltanto l'ultimo intervento, quello realizzato dal governo Monti contribuisce a questi 60 punti di prodotto con un risparmio pari ad un terzo.»7
In seguito alla sentenza della suprema Corte, Elsa Maria Fornero, non potendo difendere tecnicamente l'operato del governo tecnico di cui fece parte, ha ribadito la validità dell'intenzione originaria: il riequilibrio dei conti a favore dei giovani che, purtroppo e tra non dimenticate lacrime, comportava la decurtazione degli assegni degli anziani.
Insomma, un doveroso esercizio di giustizia intergenerazionale.
Nella maggior parte dei commenti non si andò oltre la preoccupazione per il buco di bilancio che lo scongelamento delle pensioni comportava. Tutti, o quasi, dimentichi delle conseguenze della ”austerità deflattiva” praticata dal governo Monti, alla quale era organica la riforma Fornero con il suo pesante obolo. Quella politica, infatti, causò una compressione della domanda interna, un incremento della disoccupazione e un peggioramento del rapporto tra debito pubblico e Pil (tramite il calo del denominatore). Conseguentemente anche una ricaduta negativa sulla rivalutazione del montante contributivo e sull'entità delle pensioni future dei giovani. Ah, come sono preoccupati per i giovani! Anche se non si esimono dal definirli “schizzinosi”, ma in inglese, perché rifiuterebbero i lavori loro offerti.8
La missione di Tito
Il governo Renzi-Padoan non sembra aver imboccato una strada diversa. È avvertito dai fallimenti del governo Monti-Fornero, di cui conosce le reali ragioni. Ma tutto il suo “cambiare verso” si riduce alla “marchetta elettorale” degli 80 euro mensili.
Se il Paese passa dalla recessione ad una sostanziale stagnazione non è per merito suo.
Di suo, il governo vara il Jobs Act, in perfetta continuità con la deflazione salariale concorrenziale, non potendo toccare moneta e cambio, nonché i vincoli di bilancio dell'eurozona.
Notoriamente ad ispirare il Jobs Act furono gli studi del professor Tito Boeri, a dire il vero tradotti in legge in senso peggiorativo.
Poiché il docente della Bocconi ha approfondito anche la questione pensionistica, il governo lo ha nominato presidente dell'INPS. Il perché lo si capisce dal piano da lui elaborato.
Come la Fornero, muove dalla premessa che “il patto intergenerazionale”, a causa dell'andamento demografico, con l'attuale sistema a ripartizione sia diventato insostenibile. Ragione per cui andrebbe sostituito con un sistema ad accantonamento, passando al contempo, per determinare gli assegni da erogare, dal metodo di calcolo retributivo al metodo di calcolo contributivo. Sin qui poco di nuovo.
L'idea nuova di Boeri riguarda l'oggi ed è questa: «prendere le pensioni calcolate con il metodo retributivo, ricalcolarle col metodo contributivo e tagliare la parte eccedente.»9 La parte eccedente è definita “squilibrio”.
Una misura non applicabile a tutti in modo integrale ed indiscriminato, giacché, supponendo di risparmiare 4,2 miliardi di euro,10 andrebbero tagliati gli “squilibri” delle pensioni erogate secondo il retributivo limitatamente agli “importi elevati”.
Seguendo il ragionamento di Boeri, sorgono due interrogativi:
  1. come rideterminare la storia contributiva degli ex-lavoratori privati e pubblici, ora percettori di pensioni calcolate ed erogate con il retributivo?
  2. al di sopra di quale importo, come e in quale misura tagliare?
Al primo quesito, e relativamente agli ex dipendenti pubblici, è assai difficile rispondere, giacché di essi mancano attestati attendibili della loro reale storia contributiva. La qual cosa non è indifferente se consideriamo che le loro attuali pensioni risultano mediamente più alte di quelle dei pensionati provenienti dal settore privato. Il motivo lo vedremo in seguito.
Al secondo quesito Boeri risponde proponendo un contributo progressivo, così modulato: 20% dello “squilibrio” su pensioni mensili lorde da 2.000 a 3.000 euro; 30% tra 3.000 e 5.000; 50% superiori a 5.000. In una recente intervista ha alzato il livello, da cui far partire il contributo, a 3.000 euro lordi mensili.
Non sarà lui, ma la “discrezionalità della politica” (Corte e pensionati permettendo) a decidere da chi cominciare, magari abbassando l'asticella quando e come lo si riterrà opportuno, secondo i soliti imprescindibili vincoli di bilancio dell'eurozona.
Con il piano Boeri siamo arrivati all'ultimo capitolo di una storia iniziata con la riforma Dini?
Sicuramente assistiamo all'affannoso ed inutile dibattersi delle élites dominanti nel circuito vizioso dei tagli che preludono ad altri tagli, in una sequenza di rincorsa al ribasso di salari e pensioni, da cui non scaturisce né crescita generale, né sostenibilità previdenziale.
Ragionieristiche proiezioni
Per spingere verso l'ultimo (?) taglio secondo il piano Boeri, vengono studiate e rese pubbliche proiezioni di futuri disastri dell'INPS.
L'attuale attivo patrimoniale, complessivamente posto a 18,5 miliardi di euro per il 2014, si tradurrà in una situazione patrimoniale netta passiva nel 2023 di -56.560 miliardi.
Sono previsioni “rosee” della Ragioneria generale dello Stato, che per il periodo 2019-2023 immagina «una crescita del Pil reale del 2%, un tasso d'inflazione del 2%, un aumento dell'occupazione all'1%».11
In base a verifiche “tecnico-attuariali”, veniamo informati che il prevedibile risultato d'esercizio dell'INPS del 2023 registrerà un passivo di 12 miliardi di euro, dato lo sbilancio determinato principalmente da tre gestioni: ex INPDAP (statali); ex Fondi a contabilità separata, tra cui primeggia l'ex fondo dirigenti privati (INPDAI); gestione Coltivatori diretti. [Vedi tabella “Le principali gestioni”]
Fonte: Corriere della Sera, 15 giugno 2015
Quand'anche fosse adottata, la cura Boeri basterebbe? E se le rosee previsioni della Ragioneria non si avverassero?
Se non altro queste “tempestive” proiezioni hanno il merito di permetterci di evidenziare, nel dissesto dell'INPS, mala gestione, diseguaglianze di trattamento e situazioni tali da rendere la pretesa “equità” del contributivo alquanto virtuale.
Flashback: il dissesto dell'INPS
Su un totale di spesa pubblica di 801 miliardi di euro (bilancio 2012), comprensiva degli interessi per 86,7 miliardi (11% del totale!), la spesa per pensioni, assistenza sociale e sanità ammontava a 392,4 miliardi (49% dell'intera spesa 2012).
Si spende troppo per le pensioni?
In realtà il vero esborso previdenziale per lo Stato si aggira attorno al 10% del Pil, una percentuale non proprio elevata. Comunque, per scoprirlo basterebbe, nel gran calderone dell'INPS, distinguere la spesa pensionistica e depurarla dagli oneri impropri, in primo luogo dall'assistenza addebitabile alla fiscalità generale.
Tra le varie voci da depurare risaltano i prepensionamenti assai criticati dai confindustriali solo “a babbo morto”, dopo averne approfittato a man bassa per le proprie ristrutturazioni aziendali, e la poco nota iper-tassazione delle pensioni italiane, che crea una partita di giro: lo Stato con una mano dà e con l'altra toglie.
[Vedi riquadro “Spesa per le pensioni”]
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Spesa per le pensioni

«(...) Tolti i costi relativi agli assegni familiari, alle maggiorazioni sulle pensioni, alle integrazioni al minimo (tutte legate al livello di reddito del pensionato o del nucleo familiare), e gli effetti degli oltre 450 mila prepensionamenti caricati da noi come pensioni mentre nella maggior parte dei Paesi sono contabilizzate alla voce «disoccupazione», emerge che:
a) sia il sostegno alla famiglia, sia l’aiuto ad anziani e indigenti singoli o nuclei familiari (esclusione sociale) sia il sussidio per i disoccupati, aumentano in rapporto al Pil, raggiungendo abbondantemente la media europea;
b) la voce pensione viceversa si riduce per due motivi;
il primo perché scorporando dalla spesa pensionistica (242,87 miliardi per il 2012) la quota di trasferimenti dalla Gias e Gpt (rispettivamente Gestione interventi assistenziali e Gestione prestazioni temporanee) che altro non sono se non fiscalità generale (le tasse che paghiamo) che valgono circa 40 miliardi, si riduce dal 15,6% al 13,1% (2,5 punti in meno);
il secondo perché da noi le pensioni sono tassate: nel 2012 l’Irpef e le addizionali comunali e regionali hanno sottratto 45,9 miliardi di euro ai pensionati; si stima che il 50% di queste tasse gravi solo su circa 2 milioni di pensionati, dato che gli 8,6 milioni di pensionati di cui sotto non pagano un euro di tasse.
Considerando che le tasse sono una partita di giro, dal momento che il pensionato prende solo il netto, il vero esborso per lo Stato è di 197 miliardi da depurare della spesa assistenziale (quindi attorno al 10% sul Pil).»

Alberto Brambilla, “I falsi miti sulla previdenza in Italia”, Corriere della sera, 29/12/2014.

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All'INPS negli ultimi anni sono state accollate casse previdenziali di categoria in deficit o sull'orlo del fallimento. È il caso del fondo per le pensioni dei dirigenti d'azienda (INPDAI) che “eroga poche ma ricche pensioni” e, in particolare, della previdenza dei dipendenti pubblici (INPDAP), conferita senza coperture dall'inizio del 2012.12
In pratica, con l'attuale sistema a ripartizione13, gli attivi dei fondi dei lavoratori dipendenti e dei lavoratori autonomi parasubordinati pagano i passivi dei fondi per gli ex-dirigenti del privato, dei fondi speciali a contabilità separata, delle gestioni come quella dei coltivatori diretti, nonché dei dipendenti pubblici (su cui occorre tornare).
Risultato?
Un crescente disavanzo, quando appena nel 2009 l'INPS era in attivo di quasi 4 miliardi.
Tra le molte “criticità” nella gestione dell'INPS, dal proliferare di dirigenti, premiati nonostante i pessimi risultati, alle consulenze esterne e ai 94 miliardi di crediti lasciati marcire, di assoluta rilevanza è la gestione dell'enorme patrimonio immobiliare.
Nel bilancio del 2015 il valore complessivo indicato è di 3,2 miliardi di euro per 26.000 immobili, su cui l'Istituto è riuscito a perdere in cinque anni, dal 2008 al 2013, ben 655 milioni di euro. Con l'aggiunta dell'IMU del governo Monti la perdita annuale ruota attorno ai 250 milioni.
Motivi? Costi di gestione, spesso derivanti da affidamenti a società eterne, affitti mai riscossi oppure troppo bassi o inesistenti, abbandono al degrado anche di palazzi di pregio e ben posizionati. A Firenze, tanto per fare un esempio, l'Istituto paga un affitto per la propria sede di oltre 1 milione di euro all'anno, pur disponendo di nove immobili di proprietà liberi in città.
Sulla gestione “inefficiente” volano i corvi della privatizzazione, solo rimandata da una delibera del Consiglio di indirizzo e vigilanza dell'INPS, perché «non ha ancora ricevuto, nonostante le numerose richieste, il piano degli investimenti e disinvestimenti (...)». 14
A pensar male si direbbe che l'INPS sia stata trasformata in un gran calderone e abbandonata allo sfascio gestionale, al preciso scopo di poter approfittare dell'ennesima emergenza per mettere le mani sul suo grande patrimonio immobiliare.
Chi ricostruirà e pagherà lo “storico” della mala gestione, secondo quale principio di “equità”?
Ricalcoli storici
Le proiezioni al 2023 della Ragioneria dello Stato evidenziano un passivo determinante: la gestione ex INPDAP.
Al di là della ricostruzione del loro storico contributivo, per la quale mancano attestati attendibili, non è difficile individuare la causa del passivo.
Strutturalmente nell'amministrazione pubblica la schiera degli “ufficiali” in rapporto al numero dei “soldati di truppa” è quasi tre volte quella della Francia.15 In rapporto al Pil i dirigenti pubblici italiani, se si escludono quelli di seconda fascia senza funzioni di coordinamento, sono retribuiti ben più del doppio dei pari grado tedeschi e, comunque, assai di più di quelli inglesi e francesi.16
Considerando le palesi ineguaglianze “a monte” rappresentate sia dal numero dei dirigenti pubblici che dalle loro remunerazioni, sarebbe interessante sapere dai numerosi sostenitori del contributivo come sistemerebbero il rapporto, attuale e storico, tra “merito” ed “equità”.
Peraltro, la stessa INPS non manca di informarci sui privilegi di trattamento riservati al comparto Difesa e Sicurezza (Carabinieri, Polizia, Guardia di Finanza, Vigili del Fuoco, Forestale).17
Inoltre, in riferimento ad altre gestioni, «se si parte dal principio che “chi ha avuto di più rispetto a quanto ha pagato” deve restituire di più, i lavoratori più sotto tiro dovrebbero essere quelli che hanno pensioni di 1.000 euro al mese, quelli che hanno pensioni integrate al minimo di 500 euro, e in misura massima i lavoratori autonomi agricoli, gli artigiani e i commercianti che hanno la parte retributiva della pensione calcolata con le medesime percentuali dei lavoratori dipendenti, per le quali però hanno pagato contributi ridotti all'incirca della metà.»18
Su questi punti i cavalieri dell'equità pensionistica sembrano smarrire la propria spiccata vocazione alla ricostruzione degli “storici” e ai paragoni con l'Europa.
Come succede per la iper-tassazione delle pensioni italiane posta in relazione alla vigente tassazione nei principali paesi europei. Le pensioni andrebbero paragonate al netto e non al lordo. [Vedi grafico “La tassazione delle pensioni in Europa”]
Appare lecito chiedersi: l'iper-tassazione non compensa varie volte la differenza di trattamento tra retributivo e contributivo?
Perché le rendite finanziarie dei titoli di Stato sono fisse e ferme al 12,5% e quelle pensionistiche sono iper-tassate? 
Fonte: elaborazioni Confesercenti sulla base delle
 normative tributarie vigenti - novembre 2013
Compatibilità
Che l'equità non sia che una mera ideologia mass mediale per coprire le compatibilità di sempre più austeri bilanci, emerge anche da una recente vicenda di cui si è reso protagonista il governo Renzi.
La legge Dini, come si ricordava all'inizio, non prevede la svalutazione del montante contributivo in relazione alla decrescita del Pil.
Nel 1997 il tasso di capitalizzazione si attestava al 5,6%; causa la bassa crescita e la ridotta inflazione esso è venuto progressivamente a ridursi.
Come rivalutare il montante contributivo in presenza di una diminuzione del 3,5%, quale si è verificata nel 2009? La ricaduta sul tasso di capitalizzazione per il 2014, con effetti sulle pensioni 2015, sarebbe pari a 0,998073. Sicché il suddetto montante dovrebbe diminuire a dispetto della legge.
Con disinvoltura, il governo ha trovato il modo di aggirarla, decretando: «il coefficiente di rivalutazione del montante contributivo (...) non può essere inferiore a uno, salvo recupero da effettuare sulle rivalutazioni successive.»
Salvo recupero sulle rivalutazioni successive?
Portato ad 1 il coefficiente per il 2014, il decreto governativo ha ridotto il coefficiente per il il 2015 da 1,005331 (quale risultava dalle statistiche) a 1,003394.
Considerando, ad esempio, un montante contributivo di 200.000 euro si darebbero tre casi: con coefficienti statistici effettivi il montante sarebbe di 220.732 euro; con coefficiente 1 per il 2014 e non riducendo il coefficiente 1,005331 per il 2015, la somma salirebbe a 221.120 euro; con il decreto del governo Renzi il valore è di 220.712 euro, inferiore all'uno e all'altro.
In attesa di conoscere il destino degli emendamenti parlamentari, constatiamo che il governo Renzi-Padoan, con un gioco delle tre carte19, ha lasciato sul tavolo l'opzione peggiore per i futuri pensionati (ah, come protegge le giovani generazioni!).
Tuttavia, dalla vicenda si può dedurre che il metodo contributivo non solo si addice più che all'equità (virtuale di dubbia virtù) alle compatibilità di bilancio dell'eurozona, ma pure si presta agli aggiustamenti ad hoc del governo del momento, il quale in futuro non avrà neanche il disturbo della doppia camera, avendo abolito il Senato nelle sue prerogative costituzionali.
Povertà da montante contributivo
Considerando gli storici contributivi e fiscali, cosa rimane degli “ingiusti privilegi” connessi al retributivo e della “equità” riservata alle pensioni calcolate con in contributivo?
Non si sfugge alla conclusione che il metodo contributivo, adottato sin dalla riforma Dini, sia solo e semplicemente un modo per far pagare alle pensioni da lavoro, in particolare dipendente e para-subordinato, i costi:
  1. della costante rincorsa al riequilibrio dei conti pubblici, secondo i dettami dell'eurozona;
  2. di quanto competeva alla fiscalità generale per l'assistenza e le integrazioni ai minimi;
  3. dei danni generati dalle mala gestioni (oggi tutte in INPS) e da privilegi accordati a segmenti medio-alti sia privati che pubblici (ex dirigenti).
Non è casuale che, nel lungo contenzioso tra Bruxelles e Grecia, il taglio delle pensioni siano un refrain ripetuto cinicamente dalla Troika dei creditori. Ad essi, come alle oligarchie europee alle quali appartengono, nulla importa dell'emergenza umanitaria in cui versa il popolo ellenico.
Sul piano storico, l'adozione del metodo contributivo corrisponde all'adozione del paradigma economico liberista. Un paradigma concretizzato, sul piano politico, dal sistema di governo dell'Europa a moneta unica, con tutti i suoi vincoli e la sua imprescindibile austerità. Il modello matematico-previdenziale segue la scelta di politica economica. Pretendere il contrario è, per dirla chiara, una supercazzola ideologica.
Una volta isolato il “montante contributivo” e reso schiavo dell'andamento del Pil e delle variabili macro-economiche che lo determinano, il gioco è sostanzialmente fatto.
Esiste qualche significativo valore monetario accantonato o finanziario che venga “rivalutato” in base al Pil? Certamente non della oligarchie finanziarie, use a ben altre “rivalutazioni” dei propri privati crediti.
Senonché, proprio la svalutazione delle pensioni, associata a quella salariale, insieme determinano un circuito vizioso da cui non si esce, incidendo negativamente sul Pil che, a sua volta, si riverbera negativamente sul “montante contributivo”. Di questo passo, avremo pensioni povere, di legno, per la stragrande maggioranza, in un futuro che si fa sempre più presente.
Le ragioni per non accettare contrapposizioni generazionali e storielle di equità compatibile, andando in direzione ostinatamente contraria, non mancano e si rafforzeranno.
Se vorremo e sapremo rafforzarle.

Note
1 Blocco degli adeguamenti all'inflazione, secondo l'indice ISTAT, per gli assegni pensionistici sopra i 1.443 euro lordi mensili.
2 Su questo argomento, lucida è l'analisi di Frédéric Lordon, Il sintomo di un'espropriazione, Le Monde diplomatique - il Manifesto, giugno 2015.
3 Michele Carugi, “Pensioni, ora si rispetti la sentenza della Consulta”, il Fatto Quotidiano, 3 maggio 2015.
4 Con la legge costituzionale 20 aprile 2012, n° 1, è stato introdotto nella Costituzione, in coerenza con quanto disposto da accordi internazionali quali il “Fiscal compact”, il principio dell'equilibrio strutturale delle entrate e delle spese di bilancio.
5 Art. 53 della Costituzione: "Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività".
6 I successivi ripensamenti autocritici non riguardarono l'impianto della riforma, ma la sua graduale applicazione. Al punto che Angeletti (Uil) affermò nel novembre del 2014: «Un errore il sindacato lo ha fatto, sulle pensioni. Avremmo dovuto accettare il contributivo pro rata per tutti. Ci saremmo risparmiati tanti problemi che sono venuti dopo». Di recente Cofferati ha sostenuto che la CGIL voleva introdurre subito e per tutti il contributivo e non venne ascoltata.
7 Marco Palombi, “Previdenza: numeri, segreti e bugie interessate”, il Fatto Quotidiano, 7 maggio 2015.
8 Secondo la storiella liberista per la quale la disoccupazione esiste perché il lavoro esistente non viene accettato.
9 Http;//www.a1life.it/2015/02/inps-piano-di-tito-boeri-pensioni-retributivo/, 16 febbraio 2015.
10 Secondo “il Sole 24 Ore” (M. Benetti e M. Maré, 17/03/2014) le stime di Boeri non sono esatte. Al netto degli effetti fiscali i risparmi conseguibili sarebbero di 2,5 miliardi.
11 Enrico Marro, I conti dell'Inps, Corriere Economia, 15/06/2015.
12 Fabio Pavesi, “Ecco come le pensioni pubbliche e quelle dei dirigenti d'azienda affossano i conti dell'Inps”, Il sole 24 ore, 11 agosto 2013.
13 In forza del quale le pensioni attuali vengono pagate con il gettito dei contributi di chi attualmente lavora. Sul piano pratico, la ripartizione non viene superata dalla proposta Boeri, che prevede un accantonamento dei contributi virtuale.
14 http://www.ilgiornale.it/news/politica/linps-spreme-i-pensionati-riesce-buttare-250-milioni-1131868.html
15 Secondo una ricerca di Forum PA condotta nel 2013, ogni dirigente poteva contare in media su 12,3 addetti del comparto nel 2003, che si sono ridotti a 11,5 nel 2013 (in Francia il rapporto è uno ogni 33 dipendenti).
16 Roberto Mania, “Riforma dei dirigenti pubblici, troppi, strapagati, inamovibili, così si rottamano i 'mandarini'”, La Repubblica Affari&Finanza, 11/05/15.
17 Il 90% dei circa 536mila iscritti di questa categoria prende un assegno che quasi doppia la cifra che dovrebbe percepire utilizzando il metodo contributivo. Praticamente 9 assegni su 10 sono in pagamento da prima che i beneficiari compissero 57 anni e – in caso di modifica del sistema di calcolo – subirebbe quindi una decurtazione del 40-60%.
18 http://www.leggo.it/CASA/NORME/pensione_al_vaglio_il_sistema_contributivo/notizie/849.shtml, Bruno Benelli, 5 maggio 2015.
19 Franco Mostacci, il Fatto Economico, Pensioni, il trucco mangia soldi, 17/06/2015.