sabato 7 dicembre 2019

Chi salva il MES


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    nel “pacchetto” di riforme dell'Unione economica
    e monetaria. Sommersi e salvati.

    Infuria in Italia la contesa sul MES, il Meccanismo Europeo di Stabilità, cosiddetto salva-Stati, se approvarne la riforma senza o nel “pacchetto”, comprendente anche il completamento dell'Unione bancaria, ossia la garanzia sui depositi bancari, ed un primo budget della Zona euro.
    Sono coinvolti molti interessi: delle banche e dei risparmi delle famiglie; degli investimenti e dell'occupazione; dell'economia e della società. È coinvolto il rapporto tra questione sociale e questione nazionale che l'Europa dei trattati rende inestricabile.
    Le “ricadute” delle riforme della Unione economica e monetaria sono comprensibili in base all'indirizzo politico che affermano.
    Qual è la reale finalità del nuovo MES?
    Il MES nel “pacchetto”
    Le due crisi, delle industrie italiana e tedesca [vedi il prossimo Post, dedicato al tema], incontrano le politiche europee, ovvero il “pacchetto” di riforme con le quali “stabilizzare” la Zona euro e l'Unione europea. Il “pacchetto” contiene:
    • la riforma del MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), cosiddetto Fondo salva-Stati ;
    • il completamento dell'Unione bancaria con il pilastro mancante, la garanzia sui depositi bancari;
    • un iniziale budget della Zona euro, del quale assai poco si parla.
    Il MES passa per una “tecno-struttura”. Il suo Consiglio di Amministrazione è di nomina intergovernativa. A stretto controllo teutonico, il suo direttore generale, con diritto di voto nel Consiglio di Amministrazione, è Klaus Regling. Con la riforma il MES, sul cui direttore l'Italia non ha diritto di veto, assume il ruolo di “prestatore di ultima istanza”.1
    Klaus Regling
    Pertanto, in assenza di uno Stato federale unitario, un nuovo potere sovrano “anomalo” si affianca ad un altro potere altrettanto “anomalo”, quello della Banca Centrale Europea (BCE): entrambi sottratti al controllo dei parlamenti europeo e nazionali. Inoltre, il nuovo MES sposta su di sé l'asse del potere in materia economica, sminuendo quello della Commissione europea.
    Al MES è affidato il primo giudizio “tecnico” di affidabilità del Paese che, in caso di estremo bisogno, chiedesse un prestito al Fondo. A sua volta tale giudizio è basato sulla rispondenza di quel Paese ai riconfermati parametri europei.2 In mancanza del rispetto dei quali - è il caso non solo dell'Italia – l'erogazione del prestito verrebbe condizionata alla ristrutturazione del debito, ossia ad un trattamento tipo quello subito dalla Grecia.
    Come ha scritto Barbara Spinelli: «Vero è che la ristrutturazione del debito non sarebbe automatica, ma diventa obbligatoria se il MES giudica insostenibile un indebitamento.»3
    Una profezia che si auto-avvera
    Le “condizionalità” hanno suscitato grande allarme pure all'interno delle file europeiste dell'establishment italiano, perché, anche se la ristrutturazione non è prevista in automatico, al primo stormir di fronde gli investitori sarebbero spinti immediatamente a non sottoscrivere i titoli del debito italiano.
    È quanto sostiene l'onnipresente Carlo Cottarelli: «La riforma del MES è insidiosa e può scatenare le crisi.» «Se gli investitori sanno che il Fondo salva-Stati richiederà probabilmente la ristrutturazione del nostro debito come condizione per un prestito, come pensate che si comportino? Smetterebbero di comprare titoli di Stato al primo segnale di tensione: un momento di difficoltà che potrebbe essere superato, potrebbe trasformarsi in una crisi profonda.» Di analogo avviso è stato Visco, governatore di Bankitalia, prima di una posizione più “prudente”.
    «Sarebbe un colpo di pistola a sangue freddo alla tempia dei risparmiatori, una sorta di bail-in applicato a milioni di risparmiatori» ha detto in audizione alla Camera Giampaolo Galli, vicedirettore dell’Osservatorio sui conti pubblici presieduto da Cottarelli.
    Segnalo che lo sparo alla tempia è consentito dalle “clausole di azione collettiva” (CACs), spesso ignote ai piccoli risparmiatori in titoli di Stato, che permettono agli emittenti dell'Unione, tra l'altro, di “tosare” il valore nominale del titolo alla scadenza e di allungarne i tempi di rimborso.
    Il governo tedesco gioca d'anticipo
    La riforma del MES viene collegata in particolare al completamento dell'Unione bancaria, il cosiddetto “terzo pilastro”, costituito dal “sistema di garanzia comune per i depositi bancari”.
    Sulla seconda componente del “pacchetto”, il ministro delle Finanze Olaf Scholz,4 socialdemocratico, ha giocato d'anticipo, suscitando ulteriori allarmi. Scholz ha proposto di completare l'Unione bancaria eliminando il “rischio zero” per la detenzione dei titoli di Stato e chiedendo alle banche di accantonare, a garanzia, fondi in proporzione ai titoli posseduti. Per il governo tedesco il rischio per le banche detentrici di titoli di Stato va misurato sul rating del debito pubblico dei Paesi dell'Eurozona che li emettono.
    Olaf Scholz
    Una minaccia che sa di ricatto, visto che il rating dell'Italia è “BBB” (con outlook negativo)5 e quello tedesco è “AAA”. Come a dire ai Paesi periferici e semi-periferici tra cui l'Italia: evitate di sollevare immediatamente il problema delle garanzie sui depositi bancari, perché avete tutto da rimetterci; approvate la riforma del MES così com'è e ringraziateci.
    Il disegno strategico è chiaro: prima di condividere gli eventuali rischi connessi alla garanzia sui depositi bancari ed al mini-budget dell'Eurozona, i Paesi “devianti” devono accettare di ridurre i rischi (per i Paesi “disciplinati”) derivanti dal loro debito pubblico, in obbedienza ai parametri dell'austerità.
    Districandoci tra meccanismi e sigle di cui è disseminata la costruzione istituzionale europea – il post-moderno latino con cui cantano messa i tecnocrati dell'Unione – possiamo fare alcune considerazioni.
    I trascorsi del MES nelle crisi spagnola e greca non depongono a suo favore. Tramite il salvataggio dello Stato ellenico, in realtà furono salvate le banche tedesche e francesi esposte, riversando sul popolo greco la sanguinosa austerità inflitta dalla Troika.
    Novità sostanziali
    L'estensione del suo soccorso alle banche, insieme al suo ruolo parallelo fintamente “tecnico”, in pratica sottoposto al solo controllo politico degli esecutivi, introduce una novità sostanziale.
    [Vedi nella finestra “Il MES vecchio e nuovo”, in fondo al paragrafo.]
    Nel difenderlo, Gualtieri e Gentiloni confermano la novità, pretendendo che sia positiva e persino un successo per l'Italia.
    Cito l'agenzia ANSA: «Il 'backstop', ossia la disponibilità del Meccanismo europeo di stabilità ad essere utilizzato dal fondo per le risoluzioni bancarie, “raddoppia” i fondi disponibili per salvare le banche: si tratta dunque “di un successo per l'Italia”. Lo ha detto il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri durante un'audizione a Palazzo Madama.»6
    Paolo Gentiloni è ancora più chiaro: «Da Commissario europeo posso dire che la riforma di cui si parla è stata fatta per introdurre un ombrello protettivo in caso di crisi bancarie non gestibili con gli strumenti attuali. Si tratta di un obiettivo positivo.»7
    Ma i due esponenti del PD, lisciando il pelo alle allarmate banche italiane che dovrebbero sentirsi “rassicurate”, sfuggono a due connessi importanti quesiti:
    1. il più ovvio: quali sono oggi in Europa le banche da salvare?
    2. il più generale: perché mai il salvataggio delle banche, su cui è imperniato il sistema finanziario europeo, assume la priorità?
    Sfuggendo al secondo quesito si dà per scontato che le banche private vadano protette “a priori” con la contribuzione degli Stati, con il sotto inteso che i rischi privati sono garantiti dal denaro pubblico. In buona sostanza, invece di “mettere i ceppi alla finanza”, affrancando da essa l'economia “reale”, come richiederebbe l'ultimo crollo finanziario e la conseguente stagnazione in atto, in virtù del loro riconfermato ruolo centrale nel sistema, è “naturale” le si debba “coprire” prima di eventuali futuri crack.
    Ma questo va nella direzione esattamente contraria all'auspicato cambiamento, richiesto dal riformismo europeo che sostiene il “restare per riformare” le istituzioni della Zona euro e dell'Unione.                                          

                                                                                                          Il MES vecchio e nuovo

    MES è l'acronimo di Meccanismo Europeo di Stabilità della Zona euro, Dal 2012 sostituisce il Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria (FESF) ed il Meccanismo europeo di stabilizzazione finanziaria (MESF), ereditando da essi l'etichetta di Fondo salva-Stati. L'ingegneria del FESF era basata su prodotti “tossici”, simili a quelli che hanno scatenato la crisi del 2007-2008 ed alla quale si proponeva di rimediare.
    A differenza del FESF, il MES prevede il versamento di una quota di contribuzione reale, rapportata al PIL, di ciascun Paese membro, per cui l'Italia è il terzo contributore. In caso di default del Paese beneficiario del suo programma di assistenza, il Fondo è “creditore privilegiato” rispetto agli altri creditori, eventualmente secondo solo al Fondo Monetario Internazionale (FMI).
    Il MES ha un capitale autorizzato di 700 miliardi di €, di cui 80 versati dagli stati membri: i rimanenti 620 miliardi, se necessari, possono venire raccolti attraverso apposite emissioni di obbligazioni sul mercato. Le obbligazioni sino ad ora emesse dal MES sono per circa la metà collocate in Europa e, per l'altra metà, sui mercati extra-europei.
    Nel 2012, per accedere al “soccorso” del MES, il governo spagnolo ha dovuto pagare 4 miliardi di euro solo per la procedura d'avviamento e si è indebitato a tassi punitivi per costituire il capitale con cui sono stati erogati i prestiti, nella forma di obbligazioni MES o FESF, previsti per il salvataggio. In continuità con il FESF, il MES è intervenuto anche nella crisi greca. Dei 216 miliardi di euro erogati alla Grecia fino al 2016, appena il 5% è finito nelle casse di Atene. Il resto è servito a ricapitalizzare il sistema creditizio del Paese e ripagare i creditori, soprattutto le banche francesi e tedesche.
    Il MES interviene di fatto nelle decisioni di politica economica.
    Il nuovo MES prefigurato dall’Eurogruppo sviluppa strumenti di intervento più agili, “linee di credito precauzionali” capaci di garantire una copertura finanziaria minima ma efficace agli Stati disciplinati. Ma, nel contempo, afferma il principio della cosiddetta condizionalità ex-ante: se ti comporti bene, cioè se rispetti tutti i vincoli europei (austerità), sei schermato da attacchi speculativi perché hai automaticamente accesso a queste linee di credito; in caso contrario sei lasciato in balia della speculazione finanziaria internazionale.
    Il modello a cui si ispira è il Fondo Monetario Internazionale (FMI), i cui prestiti sono stati erogati in base a “condizionalità” socialmente devastanti, soprattutto per i Paesi poveri del mondo.
    In particolare il soccorso del nuovo MES è duplicato rispetto alle banche e nell'insieme assume il ruolo di una struttura parallela alla Commissione europea ed alla Banca Centrale Europea.


    Dissesti privati
    In quanto alla domanda più ovvia, si dà il caso che sul sistema finanziario tedesco non pesi affatto il dissesto statale, bensì quello privato: la Deutsche Bank ha in pancia titoli tossici “derivati” per un ammontare pari a 15-16 volte il Pil tedesco!8 E, in qualsiasi modo si vogliano calcolare i cosiddetti “titoli tossici”, le banche tedesche e francesi sono messe piuttosto male, anzi malissimo.9
    Emmanuel Macron e Angela Merkel
    Per saperlo basta sfogliare i giornali economico-finanziari degli ultimi anni.
    Alla constatazione sulle difficoltà delle banche dei Paesi centrali, si risponde che anche le banche italiane, della cui salute è lecito dubitare, potrebbero aver bisogno di una maggiore disponibilità del salva-banche del MES.
    Ma è proprio in vista di questa eventualità che la proposta di Olaf Scholz ha giocato d'anticipo, minacciando i Paesi con alto debito pubblico, Italia in primis, sulla seconda componente del “pacchetto”.
    Il discorso dell'establishment europeo è chiaro: o accettate di garantire tutte le banche private con i soldi pubblici e di confermare “qualsiasi cosa accada” il ruolo dominante della finanza, o, come Paese Italia sarete messi all'indice.
    È su questo crinale che la questione economico-sociale del primato della finanza viene a collocarsi nella crescente divergenza degli interessi nazionali e si crea il giusto “contesto” per risolvere i problemi delle banche tedesche e francesi.
    Opacità
    Alla proposta di Olaf Scholz sul “terzo pilastro” dell'Unione bancaria si è opposto Roberto Gualtieri, ministro italiano dell'Economia e delle Finanze, il quale però è favorevole alla riforma del MES, che a suo avviso non cambierebbe granché il vecchio MES, salvo raddoppiare i fondi disponibili per salvare le banche.
    Delle due l'una. Se non cambiasse granché, non esisterebbe una valida ragione per la riforma prioritaria del MES e, tantomeno, non sarebbe comprensibile il motivo per il quale Germania e Francia ci tengano così tanto a farla passare (subito). Poiché, invece, la riforma è stata fatta per offrire un “ombrello protettivo” alle banche, va detto di quali banche si tratti e quale connessione sussista tra il nuovo ruolo del MES e le restanti parti del “pacchetto”. Innanzitutto quella riguardante il completamento dell'Unione bancaria.
    Il nuovo MES estende le sue funzioni da salva-Stati a salva-banche ed il “pacchetto” viene spacchettato in un prima ed un dopo, con la minaccia tedesca sul rischio a cui sottoporre i titoli di Stato sottoscritti dai risparmiatori. Pertanto, non esiste la condizione minima di trasparenza complessiva, indispensabile a qualsivoglia democrazia della decisione.
    C'è bisogno di altro per “pensar male”?
    Alle prese con decisioni dirimenti, il dibattito italiano si nutre di mezze verità.
    Mezze verità
    Benché M5S e Lega, che diedero vita al governo Conte I, si siano ufficialmente pronunciate contro la riforma del MES, approvando a giugno una mozione parlamentare che impegnava Conte e Tria ad informare le Camere ed a non firmare accordi potenzialmente dannosi, il ministro Tria, a capo di Economia e Finanze, e lo stesso Conte, hanno sostanzialmente dato il loro “via libera”, non certo all'insaputa del parlamento, delle sue commissioni e degli altri ministri del governo, compresi i vice Salvini e Di Maio. Un via libera per cui ora il parlamento, pur disponendo dell'ultima parola per la firma definitiva, è sottoposto alla pressante scelta se “restare isolati in Europa”, “perdendo credibilità”, o sottostare.
    Sta di fatto che di recente il commissario europeo uscente Moscovici si è recato dal capo dello Stato Mattarella, per invocare il rispetto degli “impegni presi”.
    Il percorso seguito dal Conte I non è dissimile da quello del Conte II, stante l'adesione delle relative forze di maggioranza alla linea di migliorare l'Eurozona e l'Ue. Unica differenza: il PD (e Italia Viva) erano già su questa linea, quando, invece, il M5S e la Lega si dicevano euroscettici e per l'uscita dall'euro. Inoltre, non va trascurato il ruolo di quello che ho chiamato il “terzo partito” nella defunta coalizione giallo-verde, capeggiato dal Presidente Mattarella ed attestato sull'azione garante dei trattati dell'allora ministro Tria. Questi si è subito associato alla richiesta di Moscovici, col beneplacito del premier Conte, al quale la riforma del MES appare oggi “digeribile” se attuata in un concordato “pacchetto”.
    Sul tema del MES Salvini ha ripetuto il metodo sperimentato quando si trattò di votare a Bruxelles per la elezione di Ursula von der Leyen a capo della Commissione europea. Dopo aver dato il proprio assenso, che comprendeva la nomina di un esponente della Lega nella Commissione europea, all'ultimo momento ha denunciato l'accordo, lasciando il M5S col cerino in mano.10
    Salvini fa a gara con Meloni nel riesumare un nazionalismo della peggior specie gridando all“Italia tradita”, un Leitmotiv ormai centenario. Lo spazio politico gli è fornito non tanto dal comportamento di Conte, sul quale mente ed è stato smentito, come s'è appurato in parlamento il 2 dicembre, quanto dalle inevitabili conseguenze derivanti dalla concreta pratica del percorso riformista dell'Eurozona, cuore dell'Unione: il riproporsi della questione nazionale, in sovrapposizione alle esigenze irrinunciabili del nostro Paese di far fronte alla sua crisi, ingabbiato dalle regole europee in materia di spese per investimenti e di bilancio.
    Prescindendo dalla querelle tra Conte e Salvini, che ha riempito i mass-media, constatiamo che tra le forze della maggioranza del presente governo si è determinata una divergenza, temporaneamente tamponata con la richiesta di concordare l'intero “pacchetto”: PD ed Italia Viva sono favorevoli a firmare la riforma del MES; M5S e LeU contro.
    Tra le fila di queste ultime forze spiccano le posizioni più lucide di Alessandro Di Battista e Stefano Fassina, nelle quali è presente il nesso tra questione sociale e questione nazionale che il MES pesantemente coinvolge.
    Tra sociale e nazionale
    La riforma del MES acuisce la perdita di sovranità nazionale economica e monetaria, posta in capo ai trattati, al mercato unico ed alla moneta unica:
    • rafforza il dominio della finanza, delle banche e delle multinazionali finanziarizzate nel contesto liberista, a detrimento dell'economia “reale”, imperniata sulle piccole e medie imprese;
    • impedisce una politica economica pubblica espansiva di grandi investimenti, necessari a fronteggiare il declino industriale, effettuare la riconversione verso una economia verde ed il riassesto del territorio e delle sue infrastrutture;
    • riconferma la concorrenza salariale al ribasso che peggiora le condizioni dei lavoratori, la qualità dei posti di lavoro, diffonde precariato e disoccupazione, contribuendo all'ulteriore deperimento del welfare;
    • disgrega le società nazionali ed aumenta le distanze tra Paesi della Zona euro e dell'Unione, invece della promessa “integrazione”.
    Lega e Fratelli d'Italia hanno gioco facile ad inserirsi nelle contraddizioni governative, dal momento che la stessa linea di “restare per riformare” l'Eurozona e l'Unione è così pesantemente smentita dai fatti. Salvini e Meloni possono sfruttare il malcontento sociale, riconducendolo al nazionalismo più retrivo.
    Qualora il M5S e LeU non tenessero ferma la loro posizione, sia sul MES che sul “pacchetto”, il campo sarà sempre più dominato da un lato dagli europeisti ad oltranza che cedono sovranità democratica e nazionale, dall'altro, dal sovranismo di stampo nazionalistico e fascistizzante.
    Una prospettiva scongiurabile solo collegando la generale lotta al liberismo alla ripresa della sovranità nazionale costituzionale, ambito nella quale è possibile esercitare la democrazia a difesa della società.
    Allo stato attuale gli uni sono liberisti quanto gli altri. I Dem ed Italia Viva in fedeltà all'Europa liberista dei trattati sovra-nazionali. Lega-Fd'I-FI perché vogliono la flat tax, hanno in odio lo Stato sociale e minime misure come il reddito di cittadinanza, contro il quale anche Italia Viva concorda.
    Tutti insieme si sono schierati a favore dei “prenditori” delle concessioni autostradali e del TAV, il partito unico del Pil e del cemento che ha ridotto il Paese nelle condizioni in cui si trova.
    Firmare la riforma del MES così com'è, magari in presenza di qualche rassicurazione formale sul futuro restante “pacchetto”, equivale ad offrire a Salvini ed alla Meloni una solida carta vincente. Poi, ci si chiede desolati perché mai, con la loro demagogia nazionalistica ed i loro tanto deprecati “toni forti”, “politicamente scorretti”, prevalgano nei sondaggi elettorali.
    Non sarà il bon ton a salvarci.
    Viene in mente la famosa parabola dell'economista americano Arthur Okun, che Federico Caffé interpretò in chiave euro: «Se ci si imbarca con un leone, occorre munirsi di parecchie pecore.»
    Il leone è la Germania, fate voi chi sono le pecore.                                                   Note                      
    1 Quando, in una situazione di crisi, a fronte di una richiesta di liquidità enorme, alla quale nessun altro soggetto può rispondere, il prestatore interviene, appunto, in ultima istanza. Negli Stati Uniti questa funzione è svolta dalla Fed, nell'ambito di uno Stato Federale.
    2 Deficit non superiore al 3% del Pil; debito pubblico sotto il 60% del Pil.
    3 Barbara Spinelli, “I rischi sui debiti e i lati oscuri del 'salva Stati'”, Il Fatto Quotidiano, 4 dicembre 2019.
    4 Scholz ha perso la gara per la segreteria del Partito socialdemocratico tedesco (SPD), sconfitto da Saskia Esken e Norbert Walter-Borjans, considerati più a sinistra.
    5 Il rating è una classificazione di affidabilità del debito operata da agenzie internazionali; è accompagnato da un previsione (l'outlook) sul suo andamento nel medio-lungo termine.
    7 Paolo Valentino, intervista a Paolo Gentiloni, Corriere della Sera, 1 dicembre 2019.
    10 Quello di Salvini è un metodo. Rimprovera al ministero dei Trasporti di essere inerte di fronte ai disastri delle rete autostradale, “dimenticando” che fu la Lega ad opporsi alla revoca delle concessioni ai Benetton all'indomani del crollo del ponte Morandi, senza la quale al ministero è impedito ogni intervento diretto. Ragione per cui oggi, sui lavori di messa in sicurezza, può prendere provvedimenti solo la magistratura.

domenica 17 novembre 2019

Qui Brexit, a voi Europa...


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- Nel Regno Unito la Brexit ha messo in moto una crisi politica con risvolti paradossali. Ma solo in apparenza -

La crisi politica innescata dal voto referendario del 2016, a favore dell'uscita del Regno Unito dall'Unione europea (Brexit), è entrata in una nuova fase.
Nei mesi scorsi la Camera dei Comuni aveva ripetutamente bocciato ogni ipotesi di accordo, raggiunto con Bruxelles dai governi tory di Teresa May e di Boris Johnson, ponendo il veto, però, ad una uscita senza accordo (no-deal Brexit).
Ne è scaturito uno stallo, superabile solo con nuove elezioni politiche, infine fissate per il prossimo 12 dicembre. In attesa del loro esito, la scadenza “ultima” di uscita dall'Ue è slittata al 31 gennaio 2020.
La spinta al Leave
La Brexit mostra quanto la rappresentanza politica parlamentare si sia staccata dalla realtà sociale e fatichi a coglierne disagio ed aspirazioni. Il referendum per scegliere tra Remain or Leave, restare o uscire dall'Ue, ha scoperchiato un vasto malcontento. Vi si è riversato il malessere dei più penalizzati dalle politiche perseguite dai governi sia dei conservatori (tory), sia del New Labour di Tony Blair, nei quattro decenni neoliberisti.
L'economia britannica, in linea accentuata rispetto a quelle degli altri Paesi europei post-industriali, ha subito profonde trasformazioni dagli anni '80 in poi.
Le produzioni manifatturiere rappresentano ancora il 45% delle esportazioni, ma, dall'iniziale 25%, generano solo circa il 10% del Pil. In parte ciò è dovuto al fatto che alcune attività integrate nelle produzioni (come la logistica) sono state riclassificate nel settore dei servizi, i quali oggi generano l'80% del Pil nazionale. Tra i servizi, il più importante è quello finanziario, concentrato nella City di Londra, la principale piazza d'Europa ed una delle maggiori del mondo.
Bassi investimenti, bassi salari e dequalificazione della forza lavoro hanno comportato una bassa crescita della produttività. Nel frattempo si è rafforzata la proprietà straniera, come nel caso delle produzioni automobilistiche. Attualmente la Gran Bretagna ha una delle economie più finanziarizzate ed insieme più globalizzate, in termini di proprietà della capacità produttiva, di afflussi e deflussi di investimenti esteri diretti. Nel 2014 il Regno Unito, secondo la Bundesbank, era il primo Paese destinatario degli investimenti esteri diretti tedeschi.
Dagli anni '70 il manifatturiero ha perso più di 5 milioni di occupati. I colletti bianchi sono aumentati in relazione all'ampliamento dei servizi. Eppure l'importante settore dei servizi finanziari ed assicurativi occupava nel 2018 appena il 4,3% dei lavoratori attivi, meno di un terzo di quelli impiegati nelle attività sanitarie e dell'assistenza sociale (13,2%). Nel complesso l'andamento economico ha offerto opportunità solo ad una parte via via più ristretta della società, impoverendo l'altra in modo pesante. I buoni posti di lavoro si sono ridotti e quelli precari e malpagati si sono moltiplicati,1 per giunta in presenza di un generale indebolimento del welfare pubblico. Fenomeni comuni a tutti i Paesi dell'Europa post-industriale.
Il malcontento non ha trovato valide sponde a sinistra e tra i progressisti. Avversando la globalizzazione, la City e ciò che rappresenta si è espresso nel referendum per il Leave, ritrovandosi in compagnia di componenti sociali attestate su posizioni conservatrici, neo-nazionalistiche e xenofobe.
Queste posizioni intrecciano origini e prospettive diverse. Vanno da chi, anche nel blocco dominante, mal sopporta la limitazione di sovranità a favore di una Unione europea ad egemonia tedesca ed in misura minore francese, a chi suppone di poter rinverdire gli antichi splendori imperiali, puntando sul Commonwealth con le ex-colonie. Non mancano, inoltre, coloro che vorrebbero saldare un patto speciale transatlantico di partnership con gli Stati Uniti di Donald Trump, sposando le sue ricette di politica commerciale protezionistica.
Sullo sfondo persiste l'orgogliosa immagine che il Paese ha di sé, di essere comunque in grado di cavarsela facendo affidamento sulle proprie forze.
Le ambiguità del Labour
Nel voto a favore della Brexit confondere le spinte derivanti dal disagio sociale con quelle reazionarie, xenofobe e neo-nazionalistiche è un grave errore. Significa consegnare il malcontento popolare nelle mani sbagliate, condannando lo svolgimento della crisi ad un esito infausto. Rischio che il partito laburista di Jeremy Corbyn deve avere ben presente, quando, alla ricerca dei legami con gli strati operai e più poveri, perduti a causa delle politiche neo-liberiste del New Labour di Tony Blair, cerca una via per ricollocarsi.
Quanto difficile sia intraprendere questa via è testimoniata dalle sue permanenti ambiguità sulla Brexit. La leadership di Corbyn è sottoposta ad una duplice pressione: da un lato l'europeismo, sostenuto da molti occupati nei servizi trainanti, dalla “classe istruita” e da una consistente deputazione ai Comuni; dall'altra, i settori popolari “esclusi” che avversano l'Unione e reclamano una svolta sociale antiliberista e la lotta contro la preminenza del capitale finanziario rappresentato dalla City.
Come uscirne?
Una risposta sembra provenire da una conferenza programmatica [vedi nella finestra “Il nuovo manifesto del Labour Party”, in pagina] tenutasi alla fine dello scorso settembre, in cui si palesa il tentativo di ricomporre l'unione tra diversi strati popolari divisi dalle trasformazioni degli ultimi quarant'anni, tramite l'adozione di una linea di sviluppo ecologico, tecnologico e sociale di nuovo welfare, attuabile solo con una forte ripresa del ruolo dello Stato in economia.

Il nuovo manifesto del Labour Party

«L'ultima conferenza programmatica del partito guidato da Jeremy Corbyn è andata oltre l'abbandono della «terza via» blairiana, immaginando una radicale riorganizzazione dell'economia. (…)
«Un nodo chiave di questa visione sono la progressiva automazione del lavoro e l’avvento di una epoca sempre più “robotizzata”. (…)
«Di fatto, quello che si sostiene, ed è un punto fondamentale, è che se la tecnologia in sé è neutra, il suo utilizzo e le sue conseguenze sono invece fattori squisitamente politici. Lo stesso vale per reddito e disoccupazione, che non sono il semplice risultato dell’incontro di domanda e offerta sul mercato del lavoro, ma riflettono piuttosto i rapporti di forza nella società. (...)
«E dunque è proprio attraverso una diversa allocazione delle risorse e all’utilizzo sociale della tecnologia che il Labour punta a ridisegnare tanto l’economia che la società britannica. Si parte da una «decommodificazione» dei bisogni sociali, attraverso inizialmente l’introduzione di un reddito di base universale (universal basic income), per poi passare a garantire servizi sociali universali (universal basic services), dalla sanità all’istruzione (dove Corbyn mette, finalmente, al centro del progetto di riforma scolastica e l’abolizione delle scuole private) ai trasporti all’abitazione – puntando a costruire almeno 3 milioni di nuove case popolari in 20 anni, introducendo, se necessari, controlli sui prezzi e arrivando a proporre la requisizione degli appartamenti sfitti.
Allo stesso tempo si punta su un grande piano di sviluppo, il cosiddetto Green New Deal per puntare alla riconversione ecologica dell’economia: zero emissioni in un decennio, decarbonizzazione da ottenere attraverso una tassazione fortemente progressiva in modo da nazionalizzare tutti i trasporti pubblici e renderli gratuiti o a bassissimo costo, investimenti in ferrovie, retrofitting di tutte le council house ed edifici pubblici esistenti. Il tutto accompagnato dalla creazione di posti di lavoro «verdi» in nuovi settori: da abitazioni a energia solare all’investimento in energia eolica; dall’accelerazione nella transizione alle auto elettriche fino alla riforestazione della Gran Bretagna e la messa in sicurezza del territorio. Ma anche, appunto, maggiori assunzioni in settori a impatto zero come sanità e istruzione. È però chiaro che un programma di così grande ambizione sarebbe possibile solo sotto una guida pubblica e una subordinazione del sistema finanziario al ruolo della politica, come in effetti fece Roosvelt con il suo, originale, New Deal.
E non è dunque un caso che l’ultimo asse del programma di Corbyn sia una rimodulazione del sistema delle corporations. (…)
«L’articolazione del programma del Labour punta dunque a una vera e propria riorganizzazione dell’economia per superare quella che Polanyi definiva società di mercato, l’organizzazione liberale che asservisce le esigenze sociali a quelle economiche. (...)»

estratti da un articolo di Nicola Melloni - 11 Ottobre 2019 (da jacobin.it)
Scaricabile integralmente da: http://www.puntorosso.it/materiali.html
Osservo che, al di là di ogni giudizio di merito, paradossalmente - ma solo in apparenza - questo programma avrebbe maggiori possibilità di successo in caso di sganciamento dall'Ue, piuttosto che dal mantenimento dei vincoli connessi al Remain. Nel Labour, invece, pare prevalere la tendenza al Remain and Reform, a restare nell'Ue per riformarla, con in subordine, in caso di Brexit, l'idea di raggiungere con Bruxelles un accordo (Deal) che mantenga con l'Europa una sorta di cordone ombelicale, sulla cui natura, peraltro, non c'è chiarezza.
Per completare il quadro, occorre tenere conto di due aspetti collegati all'orientamento degli elettori.
  1. La ripetizione del referendum Remain or Leave in Gran Bretagna sarebbe un azzardo altamente rischioso. A dispetto del risalto dato dai nostri media tradizionali, giornali e televisioni, alle manifestazioni pro Ue, i risultati delle ultime elezioni europee (2019) ribadiscono il Leave: al voto ha partecipato solo il 37% degli aventi diritto e tra i voti espressi ha primeggiato il Brexit Party di Nigel Paul Farage con il 30,52%; secondo i sondaggi nella stessa Londra, considerata capitale dell'europeismo, il 40% dei cittadini sarebbe pro-Brexit. Qualora un secondo referendum confermasse gli esiti del primo (2016), l'intero sistema politico britannico si avviterebbe su se stesso.
  2. Dato il sistema elettorale uninominale, in numerosi collegi i candidati del partito laburista non hanno alcuna possibilità di venire eletti senza il voto di una consistente parte di coloro che si sono espressi pro Brexit. Il che priverebbe il partito della maggioranza necessaria ad assumere il governo del Paese.
Remain and Reform
Il semplice Remain (restare nell'Ue) non è più predicabile. È stato sostituito da Remain and Reform, perché l'attuale assetto dell'Unione anche agli occhi di gran parte degli europeisti non è accettabile, sia sul piano delle politiche economico-sociali, sia sul piano istituzionale, essendo palese il suo permanente deficit di democrazia interna.
Così l'europeismo britannico approda alla posizione assunta nei Paesi del continente da molte forze politiche, tra le quali anche quelle più critiche verso l'Unione, come Syriza e Podemos, nonché, ultimamente, il M5S. (La stessa Lega di Salvini ha ripiegato su questa linea, ma in modo del tutto “tattico”.)
Benché il progetto di riformare l'Ue non sia affatto nuovo e negli anni non abbia conseguito apprezzabili risultati - cosa che dovrebbe indurre ad un radicale ripensamento -, permane un'aspettativa politica con la quale è doveroso confrontarsi.
Cosa impedisce all'Unione europea di riformarsi e cambiare?
Per rispondere a questa domanda parto dalla constatazione di un eclatante dato di fatto e dalla valutazione di un aspetto più teorico, ma dai molteplici risvolti pratici.
Il dato di fatto eclatante riguarda la riforma in itinere del Meccanismo europeo di stabilità (Mes), detto anche Fondo monetario europeo, perorato da Germania e Francia.
Non c'è traccia della invocata condivisione dei rischi, tanto cara all'europeismo del “restare per riformare”. Oggi Berlino e Parigi si muovono esattamente in senso contrario a quello auspicato. Vogliono istituire un meccanismo finanziario “tecnico” di preservazione dai rischi dei Paesi “forti”, a danno di quelli deboli, i quali, nel caso in cui abbiano bisogno di credito, vedrebbero saccheggiate le proprie economie tramite l'imposizione di una preventiva “ristrutturazione del debito”.
Non solo il M5S si è schierato contro la riforma del Mes [vedi nella finestra dedicata, in pagina].
La riforma del Mes
«In effetti ad oggi il MES non può decidere in solitaria quali sono le correzioni macro che i Paesi assistiti devono applicare. L’ultima parola è della Commissione Europea, che con tutti i suoi difetti rimane un organismo politico. Con la riforma studiata dall’Eurogruppo, invece, il MES avrebbe poteri di fatto esclusivi, emarginando la Commissione e rendendo tecnico un meccanismo che è profondamente politico.
Al nuovo MES, inoltre, potrebbero accedere solo gli Stati che rispettino tre condizioni molto rigide, tutte calibrate sul deficit e sul debito pubblico:
  • un rapporto deficit/Pil non superiore al 3%;
  • un saldo strutturale pubblico in pareggio o al di sopra del parametro di riferimento richiesto al singolo paese;
  • un rapporto debito pubblico/Pil al di sotto del 60% o, in caso di valori superiori a tale soglia, che tale rapporto sia stato ridotto di 1/20 in media nei due anni che precedono la richiesta di aiuto finanziario.
Otto paesi dell’area euro, tra i quali l’Italia, non rientrano in questi parametri e non potrebbero quindi essere aiutati, a meno che non accettino di firmare un memorandum di impegni gravosi che di fatto corrisponderebbe ad un commissariamento del Governo e del Parlamento nazionale.»

A giudizio dell'Osservatorio sui conti pubblici di Carlo Cottarelli, un think tank certamente non euro-scettico, la riforma costituisce un pericolo per l'Italia e gli italiani. Allarmanti sono le parole di un suo esponente, l'economista Giampaolo Galli, rivolte alle Camere: «L'Italia ha risparmio di massa e il 70% del debito è detenuto da residenti, tramite banche e fondi di investimento. In queste condizioni, una ristrutturazione sarebbe una calamità immensa, genererebbe distruzione del risparmio, fallimenti di banche ed imprese, disoccupazione di massa e impoverimento della popolazione senza precedenti nel Dopoguerra. Nessun governo può prendere una decisione del genere se non nel momento in cui non fosse più in grado di pagare stipendi e pensioni, ecc. Una ristrutturazione preventiva sarebbe un colpo di pistola a sangue freddo alla tempio dei risparmiatori.»2
Pur essendo il terzo contributore del Fondo, l'Italia potrebbe attingervi solo accettando condizioni draconiane. Qualora l'attuale governo non ponesse il veto alla riforma del Mes, alla quale il ministro Tria non aveva opposto la dovuta resistenza, disattenderebbe una risoluzione parlamentare che in giugno l'ha vincolato a non accettare qualsivoglia “condizionalità” penalizzante per i Paesi deboli dell'Unione.
L'aspetto teorico, dai molteplici risvolti pratici, si fonda sulla distinzione tra Unione europea e più ristretta Zona euro (Unione Economica e Monetaria, UEM). Anche per il compianto professor Gallino era auspicabile uscire dall'euro, senza uscire dall'Ue.3
A rendere allettante questa soluzione, la costatazione che le economie europee non aderenti all'euro hanno conseguito in questi anni migliori risultati economici rispetto a quelle aderenti.
Il Regno Unito non ha mai rinunciato alla sterlina in favore dell'euro. Tuttavia, pur godendo di una invidiabile condizione di sovranità monetaria, ha prevalso la spinta a lasciare l'Unione.
Il motivo sottostante e sostanziale deriva dalla struttura stessa dell'Unione che è basata su trattati tra Stati nazionali e non riesce ad uscire dalla combinazione contraddittoria tra:
  • trasferimento delle “dure decisioni economiche e sociali”, sottratte alla sovranità democratica nazionale, in capo alle istituzioni dell'Ue, le quali assumono il ruolo paternalistico sovranazionale di dettare austere regole (e fastidiose regolucce) e “compiti a casa” agli Stati membri per il “bene di tutti”, ma in realtà penalizzano salari e lavoro, tagliano il welfare pubblico e perciò sono invise ad un crescente numero di cittadini delle classi popolari;
  • progressiva gerarchizzazione delle relazioni tra gli stessi Stati, la quale, benché coperta dalla retorica solidaristica ed anti-nazionalista, non riesce a nascondere l'emergente egemonismo (tartufesco) del nucleo tedesco che, sebbene si affermi soprattutto sulle economie e sulle società delle Periferie del Sud e dell'Est europeo, oltremanica appare insopportabile.
Senza sovranità non può esserci democrazia. E la gerarchizzazione trasforma un problema sociale in un problema nazionale.
Questa combinazione contraddittoria trae origine dalle strutture stesse dell'Ue, basate sul mercato unico e sulla connessa moneta unica.
La funzione per così dire “attiva” risiede nel mercato unico: libera circolazione di denaro, merci, servizi e persone (lavoro), secondo l'indirizzo neo-liberista sancito da Maastricht (1992) in poi, giacché il trattato di Roma (1957) fu sottoscritto in una fase storica in cui prevalevano le politiche economiche keynesiane.
Il moto economico “inerziale” del mercato unico ha prodotto la polarizzazione tra un centro forte e periferie deboli. Fenomeno affatto insolito nei rapporti capitalistici tra Paesi e territori. Quand'anche un Paese forte non agisse politicamente per assumere un ruolo egemonico, questo gli verrebbe conferito “naturalmente” dai meccanismi del mercato liberalizzato. Caso che non riguarda la Germania, il cui ruolo di potenza economica dominante è stato consapevolmente perseguito anche tramite il controllo del denaro, “merce” suprema.
Alla moneta unica è affidata la funzione per così dire “passiva”: la sua stabilità dev'essere difesa ad ogni costo.4 Ciò impone disciplina di bilancio (patto fiscale), attraverso le politiche di austerità ed un regime di deflazione salariale concorrenziale, soprattutto a chi ha adottato l'euro e non comanda più il denaro interno. Comando posto in capo alla Banca Centrale Europea, formalmente “indipendente”, la quale ha come obiettivo costitutivo ed assoluto la lotta all'inflazione. È significativo il fatto che nemmeno sia riuscita ad elevarla al 2%, pur volendolo in funzione anticiclica. Di contro, ha inondato di liquidità il sistema finanziario con il Quantitative easing, senza che tale liquidità percolasse nella sottostante economia “reale” per ridarle linfa.
Va ricordato che il patto fiscale è stato sottoscritto sia dagli aderenti alla Unione monetaria, sia dagli altri membri dell'Unione. Inoltre, l'euro influenza le operazioni finanziarie anche nei Paesi dell'Ue non aderenti alla moneta unica. Pertanto, è arduo sostenere che esista una divaricazione tra insieme dell'Unione e Unione monetaria, perché quest'ultima ne è il cuore. Non casualmente il trattato sull'Unione europea prevede solo una uscita dall'Unione (art. 50), ma non dall'euro.
Il prezzo del dominio
La locomotiva tedesca sembra inceppata.
Secondo l'economista Martin Wolf,5 l'euro funziona a vantaggio della Germania, la quale tuttavia «è presa in quella che si chiama una “trappola della liquidità” globale: con investimenti deboli nonostante i tassi d'interesse estremamente bassi, i risparmi non sono scarsi ma sovrabbondanti.»
A differenza del Giappone che soffre di malanni analoghi, la Germania ha goduto di un tasso di cambio reale stabile e competitivo, sia ovviamente verso i Paesi della zona euro con la quale condivide la moneta, in direzione dei quali va il 40% delle sue esportazioni, sia verso l'esterno, giacché il tasso di cambio dell'euro «riflette la competitività della media ponderata dei paesi che lo utilizzano». Ossia è inferiore a quello di un ipotetico marco. Pertanto, questi vantaggi «hanno notevolmente facilitato la combinazione tanto auspicata in Germania di avanzi privati, fiscali e commerciali.»
Se ne deduce che invece di lamentarsi dei bassi tassi d'interesse sul “risparmio delle famiglie”, a cui è andato il 72% dell'avanzo privato complessivo, la Germania dovrebbe essere grata all'euro e a Draghi.
Allo sguardo meramente economico non compare ciò che il problema dei bassi tassi d'interesse nasconde.
Anche la Germania è intrappolata nella combinazione contraddittoria poc'anzi evidenziata, la stessa che domina la scena della Brexit. È restia a pagare il prezzo del proprio dominio, perdendo in sovranità. Al tempo stesso non pare disposta né a riattivare la spesa interna, né a consentire un riequilibrio del rapporto tra import ed export a favore delle economie periferiche, né, tantomeno, alla condivisione dei rischi.
D'altro canto, la Brexit britannica colloca la Francia in posizione militare leader nell'Unione. Le recenti dichiarazioni di Macron sulla Nato6 sottendono la volontà di Parigi di rinnovare l'asse con Berlino, in vista di una autonoma forza armata dell'Unione. La Germania, in altri termini, è chiamata a sostenere maggiori costi per la “fortezza Europa” ed un ruolo più attivo sul piano militare. Sotto la retorica che invoca una economia verde, si fa strada quella grigia.
Un modo di uscire dalla crisi dell'Unione non proprio auspicabile.
Riviene in mente la battuta provocatoria di Andreotti quando si trattò di avallare la riunificazione tedesca: ”Amo talmente tanto la Germania che ne preferivo due”.
Note
1 Nel 2013 solo i contratti a zero ore (zero hours) coinvolgevano il 3,5% della mano d'opera totale (fonte: ilsole24ore).
2 Marco Palombi, “Banche e un nuovo fondo Salva-Stati: le minacce all'Italia”, Il Fatto Economico, 13/11/ 2019.
3 Luciano Gallino, “Come e perché USCIRE DALL'EURO ma non dall'Unione europea”, Laterza, 2016.
4 Nel quale rientra la riforma prima citata del Mes.
5 Martin Wolf, articolo per il Financial Times pubblicato dal Fatto Quotidiano del 3/11/2019, col titolo “Germania inceppata, sindrome giapponese e il Draghi salvatore”.
6 «La Nato è in stato di morte cerebrale», Emmanuel Macron in un'intervista all'Economist del 9 novembre 2019.