lunedì 15 aprile 2019

Italia, sinistra addio

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In Francia e nel Regno Unito la sinistra può ancora essere protagonista del cambiamento. Perché in Italia, invece, i promotori del “Manifesto per la sovranità costituzionale” se ne separano nettamente. Un antidoto al pessimismo della volontà. Un primo passo, al quale devono seguirne altri.

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Alla sinistra francese la chance di interpretare il “momento Polanyi”,1 in ambito nazionale ed in Europa, è data dalla preponderante presenza al suo interno di France insoumise e dalla concomitante crisi del partito socialista. Una crisi che pur abbattendosi su tutta la socialdemocrazia europea, ad eccezione del Labour di Geremy Corbyn [vedi riquadro qui sotto], si è fatta particolarmente sentire oltralpe.
Il Labour britannico fa eccezione perché la nuova segreteria di Corbyn, storico rappresentante della hard left (sinistra dura), ha segnato un netto distacco dalla precedente linea liberista di Tony Blair e Gordon Brown. Lo stesso Corbyn è accusato di “euroscettismo”, giacché, pur avendo a suo tempo optato per il Remain nella Ue, non contrasta l'esito del referendum popolare favorevole alla Brexit, come vorrebbero i fautori del ricorso ad un secondo referendum. Corbyn tenta di agganciare quella parte di classe lavoratrice non qualificata che, non riconoscendosi negli interessi della City londinese, ha votato per la Brexit ed ora viene disprezzata dagli “istruiti di Eton” (la famosa scuola superiore privata del Berkshire, da cui proviene la élite intellettuale del Regno Unito). È consapevole che, senza il consenso di tutta la working class, non ha alcuna possibilità di prevalere sulle forze conservatrici.
Alle ultime presidenziali francesi la candidatura socialista di Benoît Hamon ha assolto all'unica funzione di sbarrare la strada per il secondo turno di ballottaggio a Jean-Luc Mélenchon, spianandola a Emmanuel Macron.2
Del dibattito interno alla sinistra francese ho dato conto nel mio ultimo Post di marzo. Va messo a confronto con quello che si tiene in Italia, considerando la diversità delle situazioni. Nella sinistra politica italiana prevale una sorta di nostalgia dei bei tempi andati, che nel breve si traduce nella speranza di ripristinare il bipolarismo centro-destra/centro-sinistra. Sicché la Lega viene spinta a riabbracciare Forza Italia e Fratelli d'Italia e tutti si adoperano per eliminare, o addomesticare, il M5S, considerato una pericolosa anomalia.
Coloro che vogliono “rifare la sinistra” italiana, a livello continentale aspirano a “rifare l'Unione europea”,3 finendo nel fronte antisovranista ed antipopulista. Al di là delle intenzioni e dei distinguo, ciò significa rientrare nell'arco di forze che, secondo i piani del nuovo segretario del PD Zingaretti, dovrebbe comprendere “da Macron a Tsipras”. Un insieme che, tuttalpiù, riformerebbe quanto basta per conservare i principali istituti dell'Europa attuale, se non crearne di peggiori.
Sia pure con variazioni di programma atte a raccogliere nelle urne ogni minuta “sensibilità” particolare, tutte le liste elettorali in via di definizione – a marzo ne annoveravo già quattro di centro-sinistra e sinistra - appartengono a quel fronte unico in cui anche Macron “ci può stare” (ma Tsipras può stare con Macron?), opposto alla tendenza prevalente nella sinistra francese.
Toccatemi tutto, ma non le banche!
Mentre in Francia abbiamo assistito alla ribellione dei gilets jaunes contro il presidente Macron, nel nostro Paese governa una coalizione giallo-verde, di M5S e Lega, la quale trova cemento nella contestazione degli attuali assetti europei, in particolare finanziari. Si tratta di una coalizione attraversata da molti pesanti contrasti. Registra non solo la difficile convivenza tra i due partiti firmatari del “Contratto per il governo del cambiamento”, ma il latente conflitto con una terza componente interna, imposta dal presidente Sergio Mattarella in cambio del suo assenso al varo del governo Conte.
Al presidente della Repubblica spetta il diritto, una volta conferito l'incarico, di avallare o meno la compagine governativa risultante da quell'incarico. Per rifiutarne la prima versione, con Paolo Savona ministro dell'Economia, Mattarella si era attestato sulla difesa della Costituzione, congiungendo:
a) i vincoli derivanti dai Trattati internazionali sottoscritti - fissati nel 1948, sui quali tornerò dopo -;
b) all'“obbligo del pareggio di bilancio”, il famigerato articolo 81, riscritto nel 2012 per aderire al fiscal compact europeo di stampo ordo-liberista.
Non potendo sostituirsi al corpo elettorale, Mattarella per concedere il suo placet ottenne di inserire a sua garanzia alcuni ministri in dicasteri chiave. É oramai di pubblico dominio che il ministro Giovanni Tria, all'Economia e Finanze, sia il principale rappresentante della terza componente presidenziale extraparlamentare.
Il professor Tria, allorché divampava la discussione sul TAV, prese posizione a favore di quella inutile ed ingente spesa. In seguito, però, ha posto ostacoli tecnici di compatibilità europea alla spesa per ristorare i risparmiatori truffati dalle banche. Al di là della soluzione trovata dal governo, va registrato che in sua difesa si è immediatamente schierato tutto il vecchio establishment, ivi compresa la Commissione europea per bocca di Pierre Moscovici e Valdis Dombrovskis.
Per parte sua, Mattarella, quando ha promulgato la legge che istituisce la commissione d'inchiesta sulle banche, trasmettendo a corredo una lettera monito al parlamento (in stile Giorgio Napolitano), ha inteso fissare dei “paletti di garanzia” a protezione della supposta indipendenza di Bankitalia e dell'attuale sistema creditizio italo-europeo. L'inchiesta potrebbe evidenziare non solo le connivenze della vigilanza, ma mettere in discussione la commistione bancaria tra attività d'investimento ed attività commerciale.
Mentre una terza recessione incombe sull'intera Europa, lo svolgimento del conflitto sugli assetti finanziari nazionali e continentali con la terza componente, come quello tra M5S e Lega, è rimandato a dopo le elezioni europee.
Tuttavia, la questione di fondo costituzionale, inerente alla nostra sovranità di bilancio, finanziaria e monetaria, con le sue dirette implicazioni sociali ed economiche, si è ancora una volta riproposta come dirimente, cardine di una scelta politica di più lunga durata.
In questo senso pongo all'attenzione l'unico evento che, a mio parere, si distingue come fatto nuovo nel panorama politico italiano.
Mi riferisco al “Manifesto per la sovranità costituzionale”, presentato al Teatro dei servi di Roma, lo scorso 9 marzo.
Esso rompe gli indugi, si dichiara estraneo ad «una sinistra che si è fatta destra», raccontando controcorrente la storia del nostro Paese e del mondo, con uno spirito che mostra di non abbandonarsi al desolante pessimismo in cui sono caduti alcuni maîtres à penser della sinistra italiana.

Pessimismi
Aleggia tra gli intellettuali principi della sinistra italiana uno sconfortante pessimismo. Si direbbe per “ragioni storiche”.
Mario Tronti, uno dei maître à penser, ha cercato di spiegare il popolo perduto dalla sinistra e, nel suo libro,4 con amarezza, ha scritto:
«Il dramma, almeno per me insopportabile, è una sinistra di benpensanti e una destra di nullatenenti» è «stare con chi alle nove entra all'Auditorium contro quelli che alle sei escono di casa.»
Alberto Asor Rosa [vedi “Alberto Asor Rosa, il popolo e la sinistra”, nella finestra in pagina] ha dovuto tornare a Machiavelli per capire l'endemica crisi italiana, alla quale riconduce quella della sinistra.
Alberto Asor Rosa (1933), di formazione marxista, vicino alle posizioni operaiste di Mario Tronti, collaborò alle riviste Quaderni rossi, Classe operaia, Laboratorio politico e Mondo Nuovo. Fu direttore della rivista Contropiano (1968) e, dal 1990, del settimanale del PCI Rinascita. Ha progettato e diretto per Einaudi la collana Letteratura Italiana.
Nel 1965, col saggio Scrittori e popolo, sottopone a critica quello che egli ritiene il filone populista presente nella letteratura italiana contemporanea, criticando, tra gli altri, il romanzo di Pier Paolo Pasolini, Ragazzi di vita. Deputato per il PCI dal 1979 al 1980, è stato ed è docente universitario di Letteratura italiana. Dal 2003 svolge l'attività didattica presso la Sapienza a titolo gratuito.
Alberto Asor Rosa, il popolo e la sinistra
«Il popolo è un organismo dotato di una sua molteplice identità che non esclude una conflittuale unità. Nel popolo c'è la borghesia, la piccola borghesia, il proletariato di fabbrica, i contadini e così via: le diverse parti sono in conflitto, ma l'insieme è identitario. La mia tesi è che questa cosa sia venuta meno: ciò con cui abbiamo a che fare è piuttosto un insieme di individui che si riconoscono per macro-forme di identificazione ed interessi. Ovviamente la massa ha un rapporto sommario e primitivo con l'idea di nazione e può essere governata con approssimazioni ideologiche che a queste idee si riferiscono, ma in realtà ne prescindono.» (...)
«Restando alla formula gramsciana, in Italia la Resistenza costruisce una realtà politica unitaria al cui centro sono i grandi partiti, moderno principe. Questa funzione viene meno nel corso degli anni 80 e 90 quando i partiti popolari, per motivi che sarebbe lungo spiegare, escono di scena e si affermano forze fondate sulla disunione e sull'affermazione del capo.» (…)
«(...) se la sinistra rimane questa è quasi naturale che resista solo nei ceti abbienti.» «(...) esiste una dimensione dell'interesse economico che la sinistra ha messo tra parentesi. (…) è il sociale che va affrontato di nuovo economicamente, culturalmente e, se posso dire così, antropologicamente.»
«Bisognerebbe che gli uomini della sinistra assomigliassero di più ai loro interlocutori popolari, invece ne sono così diversi come cliché umano che è difficile pensare che riescano a superare questa barriera. Ma li guardi: come si muovono, come parlano...»
Passi tratti dall'intervista di Marco Palombi ad Alberto Asor Rosa, “Sono dovuto tornare a Machiavelli per capire l'endemica crisi italiana”, il Fatto Quotidiano, 31/03/19.
Machiavelli visse a cavallo tra il Quattrocento ed il Cinquecento, periodo in cui il nostro Paese, sino ad allora diviso ma indipendente, divenne, proprio a causa della sue divisioni, terra di conquista degli Stati europei più potenti. Gran parte della sua opera fu dedicata al come superare, in base a quale modo di intendere la politica, lo Stato e l'azione del Principe, la disunione italiana, per non cadere nella sottomissione che, poi, durò tre secoli e mezzo, sino al Risorgimento. Delle vicende storiche che condussero alla “schiavitù d'Italia” e di Niccolò Machiavelli, i manuali scolastici sono pieni e molti libri sono stati scritti. Perché allora ritornare su di lui, da parte di Asor Rosa, eminente storico della letteratura italiana?
Per darci, tramite il resoconto di una passata disfatta,5 una interpretazione del presente che la ripropone: Asor Rosa racconta la disfatta di una generazione, come Machiavelli raccontò la sua.
Da disunione e dipendenza il popolo italiano si liberò solo in due momenti storici: il Risorgimento e la Resistenza. Ora, a suo modo di vedere, “il popolo” come costruzione politica nazionale e popolare, non c'è più, sicché il pessimismo troverebbe fondamento e ragione. Ma dell'ottimismo della volontà di Antonio Gramsci, al quale Alberto Asor Rosa pur dice di richiamarsi, non c'è più traccia.
Come mai?
Perché il popolo si è fatto “massa” di individui, presi, di volta in volta, “da macro-forme di identificazione ed interessi”, con un “rapporto sommario” con la “idea di nazione”. Sicché, usciti di scena i partiti popolari della prima Repubblica, si sono affermate le forze della disunione che arridono al “capo”. Sottoposta (coinvolta?) a questa trasformazione, la sinistra resiste solo nei “ceti abbienti”.
Eppure, cosa impedisce agli uomini della sinistra di connettersi con i loro ”interlocutori popolari”?
Se, come sostiene, “il sociale” e la “dimensione dell'interesse economico” fossero stati semplicemente “messi tra parentesi”, basterebbe toglierli da quelle parentesi e rimetterli al centro del proprio operato. Asor Rosa non ammette che ciò non può accadere, giacché la sinistra ha aderito ad un'altra “dimensione dell'interesse economico”, quello avverso alle classi sociali subalterne, verso le quali ha eretto una “barriera”. Ecco perché ha assunto una diversità “antropologica”, visibile persino nel loro “cliché umano”.
Se l'intelligenza non si contrappone a quella delle classi dominanti, come può la ragione della volontà sollevarsi a favore di quelle subalterne?
La diagnosticata “mutazione antropologica” della sinistra andrebbe spiegata con una lettura storica più radicale, nel senso di “andare alle radici” del rapporto tra “questione nazionale” e “questione sociale”. Nel qual caso la Storia sarebbe meno matrigna e ci offrirebbe, magari attraverso una più concreta comprensione della globalizzazione capitalistica e delle divisioni del mondo, Europa inclusa, prospettive meno anguste del continuo inesorabile “vichiano” ripetersi della disunione e della sottomissione dell'Italia.
Completa rottura
Rimane il fatto che, mentre un altro intellettuale pessimista, Massimo Cacciari, pensa di superare l'assenza di religio civis nazionale, alla quale attribuisce l'endemica crisi italiana, restando aggrappati all'Unione europea (accarezzando l'idea di condidarsi con il PD di Zingaretti), dal pessimismo si divincolano i promotori del “Manifesto per la sovranità costituzionale”, i quali annunciano una alternativa di sistema.
Auspicandone la lettura,6 ne riprendo alcuni contenuti attraverso l'introduzione all'assemblea di Carlo Formenti7 [vedi finestra dedicata, in pagina] ed avvalendomi di quello successivo di Mimmo Porcaro8 [vedi finestra dedicata, nell'ultimo paragrafo].
Carlo Formenti (1947), Laureato in Scienze Politiche a Padova, di formazione marxista, negli anni 1970 milita nel Gruppo Gramsci, nato dalla disgregazione del Pcd'I. Dal 1970 al 1974 lavora come operatore sindacale della Federazione dei Lavoratori Metalmeccanici, responsabile provinciale per gli impiegati e i tecnici. Dopo lo scioglimento del Gruppo Gramsci, partecipa alla fase iniziale dell'esperienza della “Autonomia Operaia”, ma nella seconda metà degli anni settanta se ne allontana progressivamente.
Giornalista professionista, ha lavorato in Alfabeta e all'Europeo, collabora nel settore cultura con il Corriere della Sera.
Docente di Teoria e tecnica dei nuovi media all'Università del Salento, è autore di numerosi libri, tra i quali:
Oligarchi e plebei – diario di un conflitto globale”, Mimesis, 2018;
La variante populista – lotta di classe nel neoliberismo”, DeriveApprodi, 2016;
Utopie letali”, Joca Book, 2013;
Felici e sfruttati – Capitalismo digitale ed eclissi del lavoro”, EGEA, 2011.
Per Formenti:
«Andare oltre la dicotomia destra/sinistra significa andare oltre il paradigma politico, sociale, economico e culturale di cui questi termini sono espressione.»
Non solo «la sinistra si è fatta destra» ed ha sposato l'ideologia neoliberista contrapponendosi agli interessi popolari, ma non rappresenta più una speranza di cambio sistemico e di civiltà.
Una più chiara spiegazione di questa “rottura” la offre Mimmo Porcaro nel suo intervento teletrasmesso, proposto in occasione del 9 marzo:
«Quando e se la sinistra è stata qualcos’altro, quando e se ha saputo connettersi, identificarsi con le classi subalterne, ciò è accaduto per l’intreccio tra essa e qualcosa di diverso: il movimento operaio socialista e comunista.»
Dichiarando finita la storia di quel movimento e data per morta l'idea stessa di socialismo, la sinistra è ritornata al suo passato “pre-socialista”, aderendo pienamente al capitalismo presente: «La sinistra è questo: capitalismo, parlamentarismo, guerra; quando serve, suffragio universale, quando invece il voto è d’ostacolo, governo dei tecnici.»
Inevitabilmente un giudizio così drastico porta alla «completa rottura, culturale prima ancora che politica, con la sinistra italiana.» Rottura posta da Mimmo Porcaro quale prima condizione affinché si possano realizzare le promesse contenute nel “Manifesto per la sovranità costituzionale”.
Riandando alla storia del Novecento, mi pare utile evidenziare la doppia parabola della socialdemocrazia tedesca che tanto peso ha avuto nella sinistra europea, “intrecciata” prima e “distaccata” poi dal movimento operaio.
Agli albori dello scorso secolo, essa era di gran lunga quella più forte ed influente nel movimento operaio. Subì la sua prima caduta quando sposò l'entrata in guerra della Germania e del suo imperialismo, causando la rottura internazionale con l'ala comunista contraria alla guerra, capeggiata da Lenin.
Nel secondo dopoguerra riprese ruolo e consistenza, quando negò l'originaria matrice marxista (Programma di Bad Godesberg, 1959), per porsi, in Germania come in altri Paesi europei, a mediazione-difesa degli interessi operai e popolari, all'interno di un “capitalismo controllato” che si sentiva minacciato sul piano internazionale dal “vento dell'Est” e dalle liberazioni nazionali del Sud del mondo, nonché, su quello interno, da forti organizzazioni operaie e social-comuniste.
Quel periodo post-bellico (1945-1975) venne denominato dagli economisti il “trentennio glorioso”, caratterizzato da una ineguagliata crescita economica.
Negli anni Ottanta, venuta meno l'incombente minaccia del comunismo, il capitalismo dei Paesi ricchi d'Occidente, a guida statunitense, si è sentito libero di ritornare ad essere se stesso, senza i freni politici ed economico-finanziari imposti dal precedente stato di necessità.
Fu reintrodotto il liberismo economico e si diede inizio ad una nuova fase di globalizzazione, con l'intento di superare la crisi strutturale manifestatasi già dalla seconda metà degli anni Settanta. Benché il tutto fosse presentato come “nuovo”, ed in qualche modo lo era, si trattava pur sempre di una restaurazione9 politica, sociale e culturale.
La socialdemocrazia e le sinistre europee, ivi compreso il Partito Democratico della Sinistra nato dallo scioglimento del PCI alla “svolta della Bolognina” (1991), avendo via via e pienamente aderito al liberalismo, alla restaurazione ed alla globalizzazione, con lo scoppio della epocale crisi del 2007-2008 si sono trovate totalmente “spiazzate”. Non erano più né portatrici di un cambio di civiltà socialista rispetto al capitalismo, né mediatrici delle contraddizioni di classe all'interno del capitalismo stesso.

Da qui la seconda parabola discendente, evidenziata dagli insuccessi elettorali patiti dai partiti socialisti in tutto il vecchio continente.
Alla caduta del muro di Berlino il gruppo dirigente del PCI ha badato innanzitutto alla propria auto-conservazione. Ha creduto di salvare la propria funzione politica, aderendo al “nuovo” capitalismo ed alle sue logiche. Di conseguenza anche i successori di quel gruppo si ritrovano nella condizione di condividere la parabola discendente poc'anzi, per sommi capi, descritta. Queste scelte spiegano il motivo per cui le menti più illuminate della sinistra patiscono sconsolate la propria disfatta, come fosse quella di una intera generazione.
Indomiti italiani
Non temono gli anatemi di coloro che, in Francia, Frédéric Lordon chiama la “classe borghese istruita”, già pronta in Italia a scagliarsi contro i nuovi “sovranisti-populisti-nazionalisti”, tramite i veicoli giornalistici e televisivi di cui ampiamente dispone.
Offrono una visione controcorrente della realtà.
Sostiene Formenti:
«Nel mondo è in corso una guerra fra centri e periferie sia a livello nazionale che a livello globale.»
Sul piano nazionale, esiste un popolo delle periferie territoriali e sociali, accomunato dal vivere sulla propria pelle gli effetti della globalizzazione. Riunisce categorie fino a ieri in disaccordo: «giovani, lavoratori, pensionati, impiegati, disoccupati e sottoccupati, dipendenti pubblici, agricoltori, piccoli imprenditori» ed altri ancora.
«Non nutrono una coscienza di classe tradizionalmente intesa», ma si trovano in opposizione ad una élite di ricchissimi, «sostenuta dai settori neoborghesi che gestiscono i settori del terziario avanzato (comunicazione, finanza, industrie digitali, spettacolo, ecc.) i quali occupano il centro delle grandi concentrazioni urbane ad alto tasso di gentrificazione10».
Sul piano globale «assistiamo alle guerre scatenate dalle potenze occidentali per conservare il dominio neocoloniale sui popoli del Medioriente, dell'Africa e dell'America Latina.»
Gli Stati Uniti cercano di difendere il loro traballante impero dalla emergente potenza cinese, dalla Russia e da altre potenze regionali, in un contesto che vede riproporsi il ruolo dello Stato-nazione sia nei conflitti tra capitalismi nazionali, sia «come terreno strategico del conflitto sociale, e quindi come cornice in cui i popoli possono far valere i propri interessi e riconquistare spazi di democrazia.»
Questi passaggi mi sembrano fondamentali.
In primo luogo, perché assumono la contraddizione tra Centro e Periferie, prima adottata da molti analisti per interpretare le grandi divisioni del mondo, anche per spiegare il principale diaframma sociale interno alla nazione.
In secondo luogo, perché la globalizzazione nella crisi ha rimesso in gioco lo Stato-nazione, dato per scomparso o in via di sparizione.
Più da vicino, osservando attentamente il modo in cui si è formata l'Europa attuale, troviamo che lo Stato-nazione è andato depotenziandosi non i tutti i Paesi ed in differente misura da Paese a Paese, benché in ciascuno di essi abbia prevalso la rivalsa sociale e politica contro le classi popolari. L'Europa attuale è la realizzazione su scala continentale della globalizzazione liberista, divisa in un Centro a trazione tedesca e differenziate Periferie, sia in seno che attorno all'Unione. L'affermarsi del Centro non può essere letto come una semplice conseguenza dell'andamento economico, giacché le regolazioni ordinative (ordoliberiste) del mercato appartengono ad una costruzione politicamente architettata, seppure in itinere: imposta da alcuni Stati-nazione e subita, in modo più o meno “pesante”, da altri. Vi si scorge una dinamica nella quale gli Stati-nazione più forti hanno agito a detrimento della sovranità nazionale degli altri, affermando di fatto il proprio nazionalismo e dissimulandolo sotto la retorica europeista.
Sovranità ed Exit
Se ciò è vero, e se è altrettanto vero che, come sostiene Formenti, la sovranità popolare non può essere disgiunta dalla sovranità nazionale, come luogo in cui qui e subito può-deve esercitarsi la riconquista di spazi di democrazia per le classi subalterne, ne consegue che la loro congiunta riaffermazione entra in contraddizione con il nazionalismo degli Stati del Centro, solo in apparenza abbandonato ma sempre praticato. Come dimostra la crisi greca, “risolta” a favore della finanza tedesca e francese, sequestrando a quel Paese sia la sovranità nazionale che quella democratica.
L'establishment vuole presentare lo scontro in atto come uno scontro tra nazionalisti-sovranisti fascistizzanti ed Europa sovranazionale della convivenza pacifica tra i suoi popoli.
A tal fine avvolge nell'oblio e non di rado censura la storia più recente: dalla guerra nella ex-Jugoslavia, sospinta dai riconoscimenti delle patrie etnico-confessionali, a quella “umanitaria” contro la Serbia per staccarne il Kosovo, alla guerra ancora in corso in Ucraina ai confini con la Russia. Tace di avere utilizzato i più deleteri nazionalismi dell'Est europeo per espandere il capitalismo occidentale in quei territori, salvo dirsi “preoccupata” della loro presenza anche ai vertici degli Stati inglobati o in via di inglobamento nell'Unione e gridare al pericolo nazionalista e fascista da loro rappresentato.
D'altro canto la stessa guerra in Libia, come ebbe ad affermare Prodi, fu scatenata dalla Francia contro Mu'ammar Gheddafi per colpire, per interposta persona, gli “interessi italiani”. E, come dimostrano gli sviluppi più recenti, Macron non molla la presa.
In questa trappola ideologica, negazionista storica, sono cadute anche le forze della sinistra radicale.
In questa trappola mostrano di non cadere i promotori del “Manifesto per la sovranità costituzionale”, ancorando (Formenti) la rivendicazione di sovranità al recupero di un concetto di patria fondato su «un'unità frutto di costruzione politica e non di ancestrale retaggio di sangue. Un patriottismo la cui parola d'ordine non è prima l'Italia ma prima il popolo e la Costituzione italiani. La sovranità nazionale non è infatti per noi fine a se stessa bensì il mezzo per realizzare i valori e i principi di quella Costituzione del 48 tuttora in larga parte inattuati e che le élite mondiali e la nostra borghesia nazionale vogliono affossare.»
Per Mimmo Porcaro (seconda condizione) va segnato un ulteriore distacco, «l'allontanamento da quello che io chiamo “sovranismo storico”, ossia da un atteggiamento culturale e politico che meritoriamente sottolinea e ribadisce il carattere antipopolare dell'Ue e dell'Uem (ndr Unione europea monetaria), ma proprio per questo tende, pur quando non vuole, a fare dell'exit e del recupero della sovranità nazionale un fine in sé e non un mezzo (…). Non si può costruire un partito sull'uscita dall'euro e sulla rottura con l'Unione. Non si costruisce un partito con un largo seguito popolare su una serie di negazioni.»
Bisogna altresì muovere dalle esigenze positive, tornando a “fare società” e a fare politica.
Rispetto all'Europa: «Si tratta di non presentare l'exit come programma immediato, di avere per ogni evenienza un programma di governo sic stantibus rebus, e di definire contemporaneamente un piano A di uscita negoziata e di apertura ad una ricostruzione dell'Ue su basi confederali, ed un piano B di uscita unilaterale in risposta al precipitare di una crisi non altrimenti gestibile. (…) Non esiste nessuna possibilità di uscita negoziata se gli interlocutori non percepiscono che l'Italia ha elaborato e un programma di exit unilaterale credibile e dotato di sostegno popolare.»
Come appare evidente, pur con articolazione diversa delle possibili soluzioni, questa impostazione è piuttosto in sintonia con quella di Thomas Guénolé di France insoumise, di cui ho trattato nel precedente Post di marzo, a proposito del dibattito nella sinistra francese.

Il dato è tratto?
Un nuovo percorso è iniziato. Mi pare opportuno avanzare qualche considerazione in vista di ulteriori approfondimenti. Comincio da due punti salienti: la nostra Costituzione ed il rapporto con la Lega ed il M5S, oggi al governo giallo-verde.
La nostra Costituzione
Il patriottismo costituzionale italiano si differenzia dal patriottismo costituzionale europeo, a suo tempo preconizzato da Jürgen Habermas, per un fatto sostanziale: la nostra Carta del 1948 fu frutto di un reale processo di unificazione politica nazionale e popolare che in Europa non si è mai realizzato. Per molti motivi, tra i quali figura proprio il modo in cui è stata ordinata l'Unione.
L'ancoraggio alla nostra Carta permette di sviluppare un discorso solido sul piano sociale, sulla funzione pubblica in economia, sulla pace e cooperazione tra i popoli, sui Trattati,11 capace di fermentare una ampia unità popolare. Non è poca cosa avere alle spalle il responso di due referendum popolari, uno voluto dal centro-destra e uno dal centro-sinistra, che ne hanno impedito lo stravolgimento.
Benché la condotta del presidente Mattarella, ricordata all'inizio, sia in conflitto con la ratio del dettato costituzionale (da cui è estraneo l'art. 81 sul “pareggio di bilancio”), non di meno viene esercitata sulla base di un vincolo: esso attiene non tanto al rispetto dei Trattati internazionali sottoscritti dall'Italia, quanto all'esclusione di qualsivoglia pronunciamento popolare diretto, a convalida o rifiuto, di tali Trattati.
È un nodo che rimanda al 1948, quando l'Italia, Paese sconfitto ed occupato, doveva rientrare forzatamente nell'Occidente atlantico. La sua sovranità doveva essere e fu limitata.
Questa limitazione di sovranità post-bellica è stata utilizzata anche in rapporto alla costruzione dell'Europa dopo il muro, allorché - si era già alla fine degli anni Ottanta – salvo non poche “perplessità”, l'intero establishment italiano la condivise, intendendo mettere sotto chiave, a futura memoria, questa decisione a(nti)democratica.
Se, per fare un esempio di attualità, i popoli del Regno Unito hanno potuto pronunciarsi prima (1975) sull'adesione alla Comunità europea e poi (2016) sulla permanenza nell'Ue, ciò è dovuto all'esercizio della piena sovranità britannica. Una sovranità esercitata dai francesi e dagli olandesi quando (2005) hanno respinto la cosiddetta Costituzione europea.
Stante questo vulnus storico, il nostro Paese si ritrova ora nella condizione di dover riconquistare la propria piena sovranità, navigando nelle contraddizioni sia con la Nato e gli Usa, sia con l'Unione europea, sia tra Ue e Stati Uniti. Un compito difficile, se solo pensiamo alle polemiche scatenate dalla recente firma dell'accordo commerciale con la Cina e dalla scelta del governo giallo-verde di non allinearsi con gli Stati Uniti nel riconoscimento dell'autoproclamato presidente Guaidó in Venezuela. Tutte occasioni nelle quali la Lega di Salvini si è prontamente allineata a Washington.
Un compito che richiede una articolata strategia di politica estera, senza la quale anche il confronto con le forze politiche oggi al governo rischia di rimanere inefficace.
Lega e M5S
Ho riportato per intero la terza condizione posta da Porcaro [vedi nella finestra in pagina], in quanto essa contiene importanti indicazioni di metodo e, al tempo stesso, lascia in sospeso temi sui quali, e Porcaro mostra di esserne consapevole, sarà indispensabile l'approfondimento.
Mimmo Porcaro
è autore di:
I difficili inizi di Karl Marx. Contro chi e per che cosa leggere Il Capitale oggi”, Dedalo, 1986;
Metamorfosi del partito politico. Associarsi contro il capitale”, Punto Rosso, 2000;
Tendenzen des Sozialismus im 21. Jahrhundert: Beiträge zur kritischen Transformationsforschung 4. Eine Veröffentlichung der Rosa-Luxemburg-Stiftung”, VSA, 2015;
L'invenzione della politica. Movimenti e potere”, (con Stefano Calzolari), Punto Rosso, 2017.
Ai frequentatori dei dibattiti sul Web, è noto per il “dialogo” con Alberto Bagnai, il quale, nonostante le riflessioni sugli argomenti portati da Porcaro, scelse di aderire alla Lega, venendo eletto senatore.
Nel maggio del 2018, insieme a Carlo Formenti e Ugo Borghetta, Mimmo Porcaro crea “Rinascita! Per un'Italia sovrana e socialista”.
Mimmo Porcaro, nel suo intervento all'assemblea di presentazione del “Manifesto per la sovranità costituzionale” indica 3 condizioni affinché le promesse ivi contenute possano realizzarsi.
Di seguito, in versione integrale, la terza condizione:
«Dobbiamo avere la capacità di connetterci immediatamente ad ogni movimento sociale in cui si esprima il disagio popolare. Anche quando si tratta (come è oggi inevitabile) di movimenti spuri ed ambigui. Ma prima ancora dobbiamo costruire un’organizzazione politica che sia espressione di quel popolo: un partito i cui aderenti e dirigenti provengano soprattutto dalle fila del precariato, del lavoro malpagato, dell’immigrazione; un partito in cui si possa creare l’abbozzo di quell’alleanza tra lavoro più e lavoro meno qualificato la cui mancanza condanna tutti i lavoratori alla subalternità. E una tale organizzazione deve, appunto, fare politica. Intendo con ciò qualcosa di diverso dalla semplice rivendicazione della propria identità e dalla circolazione di tale identità nell’universo mediatico: quella sorta di “selfie di massa” a cui si è ridotta oggi la politica della sinistra. Intendo piuttosto la capacità di intervenire sempre, in ogni congiuntura determinata, con proposte che tendano a spostare i rapporti di forza a nostro favore e a favore delle classi subalterne. Ad esempio sottolineare le manchevolezze del M5S e contrapporvi la nostra più lucida e completa analisi è un’operazione identitaria; individuare le contraddizioni nel M5S e avanzare proposte precise che ne accentuino la dialettica interna è fare politica. La prassi identitaria è inevitabile, e in certi momenti è l’unica che ci è concessa. Ma bisogna sempre avere presente la differenza.»
La situazione italiana si differenzia da quella francese, oltre per la rottura necessaria con la sinistra qual è a casa nostra, per il fatto che il “momento Polanyi”, di rifiuto sociale dei disastri prodotti dalla globalizzazione liberista, è stato già raccolto, seppur in modo parziale e contraddittorio, dalle due forze parlamentari oggi alleate al governo.
A mio avviso, l'invito ad accentuare la dialettica interna al M5S andrebbe estesa anche alla Lega, giacché non è affatto scontato che il suo popolo digerisca tutte le piroette politiche del suo capo, in particolare nel rapporto affatto sovrano con l'impero degli Stati Uniti d'America.
Per agire con incisività sulle contraddizioni materiali e politiche, gioverebbe comprendere meglio il latente contrasto tra il capitale finanziarizzato italiano, accorpatosi “senza se e senza ma” tanto all'Unione europea quanto alla globalizzazione, ed il capitale delle produzioni di merci e servizi (la cosiddetta economia reale) legato sì all'export ma soprattutto al mercato interno. Questo capitale è composto da una miriade di piccole-medie imprese, alle quali il vecchio regime non sa offrire prospettive. Una adeguata ripresa del ruolo pubblico nella grande impresa, nonché piani di riassetto del nostro disastrato territorio nazionale e del welfare, a partire dalla sanità e da scuola-università-ricerca, potrebbe offrire loro uno sbocco, che va condizionato alla rivalorizzazione del lavoro dipendente ed autonomo. Sarebbe un modo, se connesso alle nuove tecnologie, per staccare dal carro della neo-borghesia tutti coloro i quali, pur lavorando nei settori del terziario avanzato, sono avvolti dalla sua nube ideologica, ma rimangono sfruttati e precari al pari e più di altri settori, come pure sostiene Carlo Formenti nelle sue recenti pubblicazioni.
Perciò è oltremodo condivisibile proporsi con un atteggiamento che eviti il più possibile la “prassi identitaria”, preferendole “proposte precise” sulle quali confrontarsi.
Anche perché molti dei promotori del Manifesto non vengono dal nulla e sconteranno sicuramente il ritardo col quale sono arrivati alle odierne scelte.
Ciò chiama in causa aspetti dell'agire politico e della forma organizzativa di questo agire.
Se è piuttosto facile mettere alla berlina il “selfie di massa” a cui si è ridotta la sinistra, non altrettanto si può dire dello sforzo di usare le possibilità, offerte dalle nuove tecnologie comunicative, di connettere in rete la partecipazione politica, nonché della risposta da dare al diffuso rigetto del “professionismo politico” di chi s'insedia nelle istituzioni per decenni.
Non appare ancora chiaro, quale forma debba assumere il “nuovo partito”, così come non si comprende chi e con quali mezzi debba connettersi con i movimenti sociali, dando per scontato che si tratti di movimenti spuri ed ambigui, con i quali occorre collegarsi non temendo, coraggiosamente, di “sporcarsi le mani”.
In particolare vanno chiariti i rapporti tra movimenti ed organizzazione, nonché tra questi e gli eletti nelle assemblee istituzionali.
La società nella quale viviamo ha visto mutare la vita quotidiana, fatta di tempi e luoghi di lavoro, di studio-formazione, che hanno magari dilatato un frammentato “tempo libero” nel generale contrarsi di un effettivo “tempo liberato”. Comunicazione e cultura in questo contesto sono immersi.
L'esperienza del M5S va attentamente compresa, senza supponenze, perché essere consapevoli dei suoi limiti e delle sue contraddizioni, del rischio che venga isolata e condannata alla sconfitta, o peggio all'addomesticamento, non ci esime ma ci impone di affrontare i problemi che ha posto all'agire politico di chi vuole cominciare un nuovo percorso d'impegno e di lotta dalla parte delle classi subalterne.

Note
1 Per “momento Polanyi” s'intende quel passaggio, analizzato agli inizi degli anni quaranta del '900 dallo studioso Karl Polanyi, per cui al movimento della finanziarizzazione segue il rigetto (il Contromovimento) dell'insieme sociale che non ne accetta le devastanti conseguenze.
2 Al primo turno delle elezioni presidenziali del 2017, Jean-Luc Mélenchon raccolse il 19,58% dei suffragi, distanziando di molti punti il candidato socialista, Benoît Hamon, fermo al 6,36%. I candidati che passarono al secondo turno furono Emmanuel Macron (En marche!) con il 24,01% e Marine Le Pen (Front National) con il 21,30%.
3 Come ad esempio vorrebbero i promotori (Punto Rosso, Fondazione Sabattini e Fiom-CGIL Milano) dell'assemblea convocata presso la Camera del Lavoro di Milano per il 15 aprile. Previsti interventi di Luciana Castellina, Rosa Fioravanti, Matteo Gaddi, Gianni Rinaldini. Coordina Roberta Turi.
4 Mario Tronti e Andrea Bianchi, “Il popolo perduto – Per una critica della sinistra”, Nutrimenti, 2019.
5 Alberto Asor Rosa, “Machiavelli e l'Italia – Resoconto di una disfatta”, Einaudi, 2019.
9 Luciano Gallino ha scritto di “Colpo di Stato di banche e governi – L'attacco alla democrazia europea”, Einaudi, 2013.
10 Gentrificazione: trasformazione di un quartiere popolare in zona abitativa di pregio, con conseguente cambiamento della composizione sociale e dei prezzi delle abitazioni.
11 Vedi anche: di Luciano Barra Caracciolo: ”Euro e (o?) democrazia costituzionale – La convivenza impossibile tra Costituzione e Trattati europei”, Dike, 2013; “La Costituzione nella palude – Indagine su trattati al di sotto di ogni sospetto”, Imprimatur, 2015; di Vladimiro Giacché, “Costituzione italiana contro Trattati europei – Il conflitto inevitabile”, Imprimatur, 2015.


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lunedì 1 aprile 2019

Una chance per la sinistra francese

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Elezioni europee. Mentre in Italia proliferano le liste di centro-sinistra e di sinistra “eurocredenti”, in Francia la gauche “euroscettica” discute su come uscire dal cul-de-sac dell'Unione, approfondendo temi e prefigurando strategie.
Nella sinistra italiana fervono i preparativi.
A gennaio Carlo Calenda aveva lanciato l'idea, con il suo manifesto Siamo Europei!, di una lista unitaria europeista antisovranista.1
Gli iniziali entusiasmi sono stati spenti dalla semplice considerazione che il “listone” non conveniva, dato il sistema elettorale europeo proporzionale. Molto più utile la presentazione di più liste “eurocredenti”. Eccone l'elenco provvisorio:
  • una prima lista, +Europa in Comune, sarebbe composta da: +Europa di Emma Bonino e Benedetto della Vedova, che avevano declinato da subito l'invito di Calenda; Italia in Comune di Federico Pizzarotti; i “prodiani” del deputato Serse Soverini;
  • il neo-segretario Nicola Zingaretti presenta il simbolo PD-Siamo europei con Calenda e lavora ad una lista con gli ex fuoriusciti guidati da Roberto Speranza (Articolo 1 – LeU), volendo stare in Europa in un fronte ampio “da Macron a Tsipras”;
  • una terza lista, Sinistra europea, potrebbe essere il risultato della convergenza tra Sinistra Italiana di Nicola Fratoianni e quel che rimane di Rifondazione Comunista, con l'eventuale adesione dei Verdi di Angelo Bonelli, “traditi” dal voltafaccia di Pizzarotti col quale avevano raggiunto una precedente intesa.
Qualora, come traspare, anche DiEm25 di Yanis Varoufakis si presentasse “in proprio” in Italia, avremo 4 liste di centro-sinistra, tutte interessate a riformare l'Unione preservandone le attuali strutture portanti, accomunate dall'avversione al “sovranismo ed al populismo”.
In questo fronte non si riconoscono i promotori del Manifesto per la sovranità costituzionale,2 presentato il 9 di marzo al Teatro dei Servi a Roma, col quale si vuole dare vita ad una nuova formazione politica non limitata alla questione europea.
Introdotto da un articolo in prima di Frédéric Lordon (“Uscire dall'impasse europea”), il Dossier nelle pagine interne del mensile francese, contiene articoli di Antoine Schwartz (“L'euro, venti anni dopo”), Thomas Guénole di France insoumise (“Di fronte a Bruxelles, la scommessa della non sottomissione”) e Yanis Varoufakis del Movimento per la democrazia in Europa 2025 (“Verso una primavera elettorale”).
Tutto ciò accade mentre oltralpe ferve una discussione nella sinistra francese, riportata da Le Monde diplomatique (in versione italiana è uscito come supplemento mensile del quotidiano il Manifesto), con un dossier sull'Unione europea “da rifare”.
Dalle pagine di Le MondeDiplo [vedi nella finestra sopra] emerge un dibattito incentrato sulla impasse in cui versa l'Unione, ben chiarita dalla ricostruzione di Antoine Schwartz, ed oggetto di un'analisi di Frédéric Lordon, latore di una proposta per superarla. Il Dossier non trascura di riportare la posizione di Yanis Varoufakis, in un contesto caratterizzato dalla presenza preponderante nella sinistra di France insoumise, della cui strategia verso l'Ue rende conto Thomas Guénoble.
Partire dal dibattito nella sinistra francese sui destini dell'Unione europea, mi pare utile per comprendere le differenze con la situazione italiana, di cui mi occuperò nel prossimo Post.
La classe istruita
Può far sorridere che, giustappunto da un proprio supplemento, provenga una così pungente critica all'atteggiamento del quotidiano (il Manifesto) che lo contiene in edizione italiana.
Dalla prima scrive Frédéric Lordon:3
«In effetti, c'è tutta una parte dell'opinione pubblica di sinistra che, pur disapprovando, a volte con veemenza, il contenuto specifico delle politiche europee e i conseguenti vincoli sulla condotta delle politiche nazionali, non accetta l'idea generale, e coerente, di rompere con l'euro. Questi individui non fanno che pontificare contro “l'Europa dell'austerity”, ma non appena si propone loro di uscirne rispondono “assolutamente no!”. Finché tale impasse rimarrà irrisolta, la sinistra non riuscirà mai ad andare al governo.»
Lordon non è affatto tenero con la borghesia istruita di sinistra che «si ritiene la punta avanzata della razionalità all'interno della società, mentre di fatto costituisce il suo elemento più incoerente: in preda più di ogni altra alla paura, sublima i suoi timori in un umanesimo europeista e in posizioni internazionaliste astratte che le consentono, o almeno così crede, di ergersi a piedistallo morale – qualunque sia il prezzo economico e sociale (pagato da altri). Questa compagine continua a cercare nell'”euro democratico” e nel suo “parlamento” una soluzione irrealistica alle proprie contraddizioni interne.»
Vista in controluce, piuttosto chiara è la critica rivolta alle posizioni di Yanis Varoufakis.
Poiché, constata Lordon, dall'impasse non si esce facendo a meno dei voti influenzati dalla borghesia istruita di sinistra, bisognerà arrivare ad un accordo.
In cambio del riconoscimento alle classi popolari dell'uscita dal sistema euro, essa dovrà ottenere:
«La promessa di una sorta di “nuovo progetto europeo”, al quale bisogna dare la consistenza di una prospettiva storica.» Una prospettiva di ordine culturale e politico, in cui sia possibile «avvicinare i popoli europei gli uni agli altri in tutt'altro modo rispetto a quello dell'economia.»
Trascuro il dettaglio, pur importante, della proposta e passo alla conclusione:
«è sicuramente possibile spiegare ai più preoccupati che, se persistere sulla via dell'euro sarebbe la tomba di ogni speranza di sinistra, l'idea di una comunità politica europea non dovrà necessariamente uscire di scena, ma potrà anzi essere salvata. A condizione che le si forniscano le sue condizioni di possibilità storica, a coronamento di un lungo avvicinamento, ma questa volta davvero “sempre più stretto”, tra i popoli del continente, avvicinamento a cui il “nuovo progetto europeo”, disintossicato dal veleno liberista dell'unione attuale, darà finalmente il suo tempo, i suoi mezzi e la sua opportunità.»


«La vittoria del fascismo fu praticamente resa inevitabile dall'ostruzione dei liberali ad ogni riforma che comportasse pianificazione, regolazione, o controllo.»



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In Contromovimento
Giunti a questo punto, osservo:
  • in Italia come in Francia, ciò che tiene ancorata la borghesia istruita di sinistra all'euro non è meramente una “aspirazione ideale”, bensì la retrostante convinzione “materiale” che la perdita della moneta unica equivalga alla perdita di potere d'acquisto dei propri alti redditi, nonché di valore (espresso in euro) delle proprietà mobili ed immobili;
  • in Italia la convinzione della borghesia di sinistra istruita è assai diffusa anche presso gli istruiti che definire “borghesi” sarebbe improprio, in particolare quando appartengono agli strati medio e medio-bassi della middle class di reddito-consumo (anche da lavoro dipendente qualificato) di cui tutte le statistiche, immancabilmente, rilevano il declino;
  • nel nostro Paese, mercé la crisi e la forte disoccupazione, nonché una certa radicata cultura del risparmio, per le famiglie appena sopra la soglia della povertà “mettere qualcosa da parte” è diventato un obbligo morale; al momento, la paura della perdita di valore della moneta prevale sulla spinta a riguadagnare quanto è stato perso in vent'anni di euro;4
  • non è altrimenti spiegabile la prevalente opinione in ambito nazionale, risultante da una indagine d'opinione della Commissione Ue,5 per cui, a fronte di un giudizio complessivamente “non entusiasta” sull'Eurozona, permanga un giudizio positivo sull'euro.
Se ne desume che il rigetto dell'attuale Unione europea sia frutto di un Contromovimento della società in sua autodifesa. Una autodifesa che attiene alle conseguenze devastatrici delle politiche europee, piuttosto che alla lucida individuazione delle strutture e dei meccanismi originati da tali politiche.
Ciò nonostante essa, ovunque in Europa, mostra una certa resistenza al quotidiano martellamento fazioso dei maggiori media tradizionali (quotidiani e televisioni), dai quali trasuda un malcelato disprezzo delle élites intellettuali verso i popoli, soprattutto in occasione di “inquietanti fenomeni” come la Brexit, il movimento dei giubbotti gialli o il successo elettorale del M5S. Fenomeni di cui non riescono a capacitarsi, perché in preda al proprio ”essere sociale che fa la coscienza”.
Nel magma convulso di questo Contromovimento dipende da come e da quali forze verrà gestito il “momento Polanyi”,6 non a caso evocato da Stefano Fassina nel presentare alla stampa il “Manifesto per la sovranità costituzionale”, se si potrà o meno aprire la prospettiva di un effettivo e stabile avvicinamento tra i popoli europei.
In Francia, grazie alla forte presenza di France insoumise, la discussione può ancora vertere sui destini della sinistra, mentre in Italia la situazione è diversa, perché la sinistra si è infilata al completo nel cul-de-sac dell'Unione, a tal punto da aver perso i propri connotati novecenteschi, di rappresentare le “classi subalterne” ed i loro interessi.
Frédéric Lordon
L'impasse
Prima di avanzare la proposta di scambio alla classe borghese istruita, Lordon riassume lucidamente in tre punti l'impasse europea.
Poiché (punto 1) i trattati hanno sottratto alle deliberazioni delle assemblee elettive alcune essenziali politiche pubbliche, rendendo straordinaria la procedura democratica per riappropriarsene:
«2. Un progetto che volesse rendere l'Europa davvero democratica dovrebbe proporre una revisione dei trattati che istituisca un vero parlamento, a cui sia restituita l'integrità dei campi decisionali attualmente fuori dalla portata di qualsiasi nuova deliberazione sovrana.»
«3. Purtroppo, allo stato delle cose, a una simile revisione si opporrebbe quantomeno il rifiuto categorico della Germania. La Germania, infatti, ha posto come condizione della sua partecipazione all'euro la difesa della propria ortodossia all'interno dei trattati. Se fosse messa in minoranza proprio su questo, preferirebbe l'integrità dei suoi principi alla permanenza nell'Unione.»
Pertanto, qualsiasi fantasia sull'euro democratico e sulla democratizzazione dell'Unione che riveda i trattati, si scontra inevitabilmente con la dura realtà della posizione tedesca.
Una presa d'atto a cui Yanis Varoufakis mostra di non voler aderire. Nel suo intervento, “Verso una primavera elettorale”, sostiene che la vita della maggioranza dei cittadini può venire migliorata nel quadro delle regole esistenti e «poco importa che l'Unione sia riformabile o meno. Ciò che conta è presentare proposte concrete su quello che intendiamo fare delle istituzioni europee.» Proposte contenute nel “New Deal per l'Europa” di cui il suo Movimento per la democrazia in Europa 2025 (DiEm25) si è fatto portatore in vista delle prossime europee.
Varoufakis lancia «un messaggio all'establishment autoritario europeo: vi resisteremo attraverso un programma radicale più sofisticato del vostro sul piano tecnico.»
Ma contrapporsi all'establishment attraverso la radicalità tecnicamente sofisticata di un programma riformatore, rivela la stessa attitudine del farmacista che presume, dosando abilmente gli ingredienti di una pozione, di superare la diagnosi del medico sulla reale natura della malattia.
Ciò non bastasse, per smarcarsi da coloro che gli chiedono perché DiEm25 non si allei con France insoumise di Jean-Luc Mélenchon e, in Germania, con il movimento Aufstehen di Sahra Wagenknecht ed Oskar Lafontaine, l'ex ministro delle Finanze greco ricorre ad un argomento, a suo dire, dirimente.
Yanis Varoufakis
La priorità assoluta
Per l'ex ministro delle Finanze greco, con le suddette forze l'unità della sinistra non è possibile, poiché non aderiscono ad un “umanesimo radicale, razionale ed internazionalista”.
La prova della “non adesione” era stata premessa sin dalle righe iniziali:
«Negli ultimi anni è successa una cosa singolare: molti cittadini di sinistra sono stati spinti a pensare che le frontiere aperte siano nocive per la classe operaia. “Non sono mai stato a favore della libertà di stabilimento”, ha dichiarato più volte Jean-Luc Mélenchon (La France insoumise). Intervenendo al parlamento europeo nel luglio del 2016 sulla questione dei lavoratori distaccati, ha dichiarato che ogni volta che uno di questi arriva “ruba il pane ai lavoratori che si trovano sul posto”. In seguito si è pentito di queste affermazioni, ma la sua analisi degli effetti delle migrazioni sui salari domestici non è cambiata.»
Benché la frase sul “pane rubato” di Mélenchon sia oltremodo inaccettabile, l'analisi degli effetti delle delocalizzazioni e delle migrazioni sui salari domestici è ineccepibile e spiega uno dei motivi reali (non il solo) per cui l'establishment europeo vi sia così tenacemente affezionato: contrapponendo i lavoratori residenti ai lavoratori impiegati negli stabilimenti traslocati ed agli immigrati, si massimizza il monte profitti del capitalismo finanziario che lo sorregge.
Un dato di fatto ineludibile, anche ricorrendo a Lenin (!), il quale nel 1913 giustamente accusava di sciovinismo7 quei socialisti nord-americani che volevano imporre delle “restrizioni” all'immigrazione negli Stati Uniti. I quali - per inciso, siamo agli inizi del Novecento - non possono venire paragonati ai Paesi europei, dell'Unione o desiderosi di entrarvi, dei primi due decenni del Duemila.
La priorità di Varoufakis rivela un approccio generale che pretende di estrapolare la questione migratoria odierna dal contesto della globalizzazione contemporanea, per anteporla ad ogni altra considerazione, in quanto “questione umana” posta a fondamento di un ”umanesimo radicale, razionale ed internazionalista”. Sicché le altre “questioni umane” derivanti da guerra, sfruttamento, povertà e disuguaglianze globali, passerebbero in subordine, a prescindere dall'insieme sistemico che continuamente le genera. Sarebbero meno umane, meno radicali, meno razionali e, va da sé, contrarie all'internazionalismo.
In virtù della assoluta priorità data alla questione migratoria, in quanto “più umana”, di conseguenza, le frontiere aperte sono cosa buona e giusta.
Poco importa che esse permettano un esercito di riserva sempre rinfoltito e disponibile alla bisogna, mercifichino ai più bassi livelli il lavoro salariato ed ogni bene comune, in quanto strutturalmente connesse alla circolazione transnazionale di capitali e merci, segnando il tempo del predominio della finanza e delle sue logiche a detrimento dei diritti sociali, della sovranità democratica e dell'indipendenza delle nazioni. Si dà il caso che, imponendo le migrazioni, il capitalismo finanziarizzato ottenga due concorrenti risultati a proprio tornaconto: espellere dai Paesi depredati delle loro risorse i poveri “in sovrappiù” e reimpiegarli nei Paesi ricchi in condizioni di super-sfruttamento.
L'accoglienza è pura retorica moralistica, quando non è accompagnata da effettive politiche di integrazione, le quali richiedono innanzitutto un ripristino del welfare dello Stato, continuamente rimaneggiato ed osteggiato, per “superiori necessità di bilancio”, proprio da coloro che vogliono le frontiere aperte.
Meno ancora può importare che l'Unione europea sia la realizzazione su scala continentale, secondo i dettami dell'ordo-liberismo, della globalizzazione finanziaria. Forse Lenin meriterebbe di essere letto per intero, così l'internazionalismo socialista non verrebbe, alla spicciolata, confuso con quello imperialista...
Forse la questione migratoria andrebbe vista non all'esterno, bensì all'interno di una complessiva “analisi concreta della situazione concreta” (Lenin).
Concretezza analitica sull'Unione europea alla quale Yanis Varoufakis crede di sfuggire, estrapolando e distorcendo un problema per giustificare le proprie fantasie di sofisticato riformatore tecnico.
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Trasformazioni ecologiche e sociali ritenute indispensabili per un trattato di rifondazione dell'Unione europea

«La transizione del nostro sistema economico ed energetico deve essere pianificata e resa obbligatoria. La politica agricola comune deve passare da un'agricoltura produttivistica a un'agricoltura ecologicamente responsabile, basata su un sistema di quote. È necessario istituire un protezionismo solidale europeo, vale a dire proporre alle altre potenze economiche nuovi trattati di commercio equo e tassare le importazioni in funzione di specifiche condizioni economiche, sociali ed ecologiche di produzione e trasporto.
Bisogna abolire il vincolo dell'austerity in tema di bilancio e mettere in primo piano l'armonizzazione fiscale e sociale verso l'alto di tutta l'Unione. La politica di privatizzazione forzata dei servizi pubblici finalizzata alla loro trasformazione in mercati oligopolistici deve cessare e gli Stati membri devono poter rinazionalizzare i settori su cui è già intervenuta. Serve una moratoria sul pagamento dei debiti pubblici, al fine di valutare la quota di “debito odioso” attraverso degli audit civici. L'indipendenza della Banca centrale europea (Bce) dai governi deve essere abolita e le sue priorità in materia di politica monetaria devono diventare la piena occupazione, la transizione ecologica e l'acquisto dei debiti degli Stati membri. Infine, per disciplinare il sistema finanziario, devono essere introdotte la tassazione delle transazioni finanziarie (Tobin tax) e una rigorosa separazione tra banche d'affari e banche di risparmio.»
Indomiti disobbedienti
Questa polemica nella sinistra europea è tutt'uno con la necessità di “non sottomettersi” a Bruxelles, di cui si fa carico France insoumise.
Per il suo principale candidato, Thomas Guénolé, poiché la «Unione europea non è un super-Stato la cui volontà s'imporrebbe inesorabilmente sugli Stati membri», disobbedire è legale. «Questa possibilità è chiamata opting-out.(...) Questa clausola può essere attivata da uno Stato membro anche senza negoziazione.» Come nel caso della Svezia, la quale, nel 2003 a seguito di un referendum che ha detto no all'euro, ha deciso un opting-out senza negoziazione.
Si tratta, per Guénolé, di un modo diverso di disobbedire da quello, più brutale, della Germania la quale, avvalendosi del «proprio status di grande potenza», si sottrae alle sanzioni previste dal regolamento europeo per il Paese che registri un avanzo sulle partite correnti superiore al 6%.
«La nostra strategia di non sottomissione è una strategia diplomatica che considera come interlocutori principali e i governi degli altri Stati membri. (…) Questa strategia, per tener conto di tutti i casi possibili, deve dunque prendere la forma di un canovaccio a episodi.»
Quando le urne permetteranno in Francia un nuovo governo, esso «proporrà allora agli altri Stati membri di adottare, in sostituzione dei trattati vigenti, un trattato di rifondazione dell'Unione europea. Questa proposta includerà le trasformazioni ecologiche e sociali che riteniamo indispensabili.» [Su queste trasformazioni, proposte da France insoumise, vedi estratto nella finestra sopra.]
«Nell'attesa dell'esito della negoziazione, la Francia disobbedirà a tutte le regole che impediscono l'applicazione del nostro programma, “Il Futuro in comune”.8 Si tratterà quindi di un opting out unilaterale e temporaneo.»
Giunti a quel punto si prospetterebbero 3 soluzioni:
  1. l'adozione di un trattato di rifondazione;
  2. un accordo per un opting out collettivo di tutti i Paesi favorevoli alla proposta francese;
  3. la porta chiusa della Germania che si assumerebbe «la responsabilità di innescare un meccanismo che porterebbe la Francia e i suoi alleati a uscire dai trattati per fondare una nuova costruzione europea che possa applicare il progetto politico che abbiamo descritto – allargata, se necessario, a paesi europei che attualmente non fanno parte dell'Unione e ad alcuni Stati della sponda meridionale del Mediterraneo.»
Come si evince da questa sintesi, per ottenere un accordo soddisfacente, bisogna disporre di una soluzione di forza “alternativa”. Data la posizione della Germania, Guénoble ritiene, delle 3 possibili, molto probabile la seconda soluzione.
A proposito di Germania
A dar retta ai sondaggi pre-elettorali i Verdi tedeschi riscuoteranno un notevole successo alle prossime elezioni europee. Essi sono visti in alternativa ai due maggiori partiti che hanno governato e governano dall'ultimo dopoguerra la Repubblica Federale, la CDU-CSU di Angela Merkel e la SPD di Martin Schulz, verso i quali è cresciuto il malcontento.
In attesa del responso delle urne di maggio, da cui potrebbero venire premiati, va sottolineata l'ambiguità della loro posizione.
Nel 2012, intervistato da Paolo Valentino,9 Joschka Fischer, ministro verde degli affari esteri e vice-cancelliere nel governo di Gerhard Schröder dal 1998 al 2005, si disse piuttosto preoccupato dal prevalere della strategia della «austerità in una fase di crisi finanziaria [che] porta solo alla depressione». Una strategia europea dimentica degli insegnamenti della crisi del 1929, approfondita dalle politiche deflattive di Herbert Hoover negli Stati Uniti e del cancelliere Heinrich Brüning in Germania.
Aggiungeva: « Sfortunatamente, sembra che i primi a dimenticarlo siamo proprio noi tedeschi.»
Da questa convinzione derivava:
«Per due volte, nel XX secolo, la Germania con mezzi militari ha distrutto se stessa e l'ordine europeo. Poi ha convinto l'Occidente di averne tratto le giuste lezioni: solo abbracciando pienamente l'integrazione d'Europa, abbiamo conquistato il consenso alla nostra riunificazione. Sarebbe una tragica ironia se la Germania unita, con mezzi pacifici e le migliori intenzioni, causasse la distruzione dell'ordine europeo per la terza volta. Eppure il rischio è proprio questo.»
Dal 2012 ad oggi la strategia della Germania non è mutata, al contrario ha contribuito “con mezzi pacifici” al processo di disintegrazione dell'Europa, usando il sistema euro a proprio spropositato vantaggio, sempre “con le migliori intenzioni”, natürlich. Sistema a moneta unica al quale aveva aderito di malavoglia, dovendo rinunciare al marco, pur di ottenere dal presidente francese François Mitterand il nulla osta alla propria riunificazione lampo.
Sapranno i Grünen tener conto di questo monito?
E se anche ciò avvenisse, c'è ancora qualcuno disposto a credere che i Verdi tedeschi possano prevalere sulle altre forze politiche nazionali nel determinare le scelte del loro Paese?

Note:
1 https://www.democratica.com/focus/manifesto-siamo-europei-calenda/.
2 https://www.huffingtonpost.it/stefano-fassina/perche-il-manifesto-per-la-sovranita-costituzionale_a_23664881/.
3 Il sociologo filosofo ed economista francese Frédéric Lordon insegna alla “école des Hautes Etudes en Sciences Sociales” a Parigi. Membro degli “Economiste atterrés”, è autore del libro “La Malfaçon – Monnai européenne et soveraineté démocratique”, Les liens qui libérent, 2014.
4 In “Con i soldi degli altri. Il capitalismo per procura contro l'economia”, Einaudi 2009, Luciano Gallino calcola che, in 20 anni di euro, il trasferimento dal monte retribuzioni dei lavoratori dipendenti ai profitti ed alle rendite è stato di circa 8 punti di Pil.
5 Il 57% degli italiani, pur restando i meno entusiasti in Europa di appartenere alla Zona euro, ritiene l'euro una “buona cosa”. È il risultato di un sondaggio, dello scorso ottobre, realizzato da “Eurobarometro” per la Commissione Ue.
6 Per “momento Polanyi” s'intende quel passaggio, analizzato agli inizi degli anni quaranta del '900 dallo studioso Karl Polanyi, per cui al movimento della finanziarizzazione segue il rigetto (il Contromovimento) dell'insieme sociale che non ne accetta le devastanti conseguenze.
7 Nazionalismo esclusivo ed esaltato, che si esprime in un’aprioristica negazione dei valori e dei diritti degli altri popoli e nazioni. Dal francese chauvinisme.
8 https://franceinsoumiseinfo.wordpress.com/programmi/laec/.
9 Paolo Valentino, “La Germania non affondi l'Europa. Sarebbe la terza volta in cent'anni”, il Corriere della Sera, 26 maggio 2012.