giovedì 31 agosto 2023

Conseguenze di una subalternità velleitaria



 Governo Meloni

CONSEGUENZE di una

SUBALTERNITÀ VELLEITARIA


All'opinione pubblica il governo Meloni presenta la propria politica estera come la dimostrazione di quanto sia premiante, per l'Italia, essere fedele alleato degli Stati Uniti ed “affidabile” partner nell'attuazione della strategia di blocco militare della Nato.

In tal modo avrebbe ottenuto una migliore “difesa dell'interesse nazionale”.

Presa per mano

Alla Casa Bianca come al G7 di Hiroshima.


Presa per mano da Joe Biden, Giorgia Meloni a Washington ha assicurato:

  • il pieno sostegno italiano all'Ucraina di Zelensky ed al prolungamento della guerra e delle sanzioni contro la Russia, secondo modi e tempi stabiliti dalla Casa Bianca;
  • l'impegno militare diretto dell'Italia nelle acque e nei cieli attorno a Taiwan,1 in appoggio alla strategia statunitense che si predispone alla resa dei conti finale con la Cina, considerata il nemico numero 1.
    Ottenendo in cambio:
  • il riconoscimento di affidabile referente locale della Nato nel Mediterraneo, in particolare verso l'Africa settentrionale ed occidentale;
  • l'avallo statunitense al cosiddetto Piano Mattei, centrato sull'energia, col proposito di coinvolgere i Paesi nordafricani e della fascia subsahariana anche nel controllo dei flussi migratori “irregolari”;
  • l'attribuzione, nel piano di ricostruzione postbellico, dell'Ucraina occidentale.

Su un campo minato

In seguito al fallimento della controffensiva ucraina, dai vertici della Nato è stata avanzata un'ipotesi di negoziato: in cambio di alcune “concessioni territoriali”, la Russia dovrebbe dare il suo placet al passaggio del resto dell'Ucraina nella Nato.

Molti hanno plaudito come fosse una realistica base per avviare una trattativa di pace, benché l'allargamento della Nato all'Ucraina sia notoriamente ritenuta dalla Russia una minaccia esistenziale, dunque inaccettabile, neppure se all'offerta della Crimea si aggiungesse quella delle regioni del Donbass, peraltro già in mano russa.

Pertanto, quali sono i veri motivi della avance di Stian Jenssen, capo di gabinetto del segretario generale Stoltenberg?

La controparte russa è reduce da numerose esperienze che la inducono a diffidare di accordi sulla carta, quando non accompagnati da fatti concreti a garanzia della loro esecuzione. Cito solo quelli più recenti: gli accordi di Minsk I e II, usati come espedienti per armare Kiev; l'accordo di Ankara dell'aprile 2022, sconfessato dopo il ritiro dell'esercito russo dalle porte di Kiev; l'accordo umanitario su grani e fertilizzanti, non rispettato solo per l'esportazione di quelli russi, mentre i grani ucraini invadevano i mercati continentali, abbattevano i prezzi a danno delle agricolture concorrenti (polacche, magiare e rumene) e finivano accaparrati al 97% da più facoltosi Paesi europei.

È impensabile che Putin sia disponibile ad intavolare una trattativa per consentire a Kiev ed alla Nato di guadagnare tempo e riprendersi dalla precaria condizione militare e politica in cui oggi versa. Sicché la mossa dei vertici atlantici è indirizzata ad altro.

Va gestita l'opinione pubblica occidentale, già alquanto dubbiosa per non dire resistente al racconto dei governi e dei ripetitori mediatici, sia al cospetto dell'innegabile “evidenza empirica” (fallimento militare e della politica di isolamento e dissanguamento della Russia), sia in vista di possibili nuovi svolgimenti.

Si dà risalto alle critiche di importanti esponenti ed analisti militari che accusano lo stato maggiore ucraino di “incapacità”, per non avere seguito le metodologie e le direttive della Nato, scaricandola della responsabilità degli insuccessi sul campo di battaglia. Così si prospetta una giubilazione del comando militare che può coinvolgere lo stesso Zelensky.

Non è in discussione il prolungamento della “guerra contro l'aggressione” e la consegna degli F16, che però non potranno entrare in azione prima dell'autunno-inverno e non sono in grado di rovesciare l'andamento del conflitto. Nè, congiuntamente, si rinuncia a disaccoppiare l'Europa dalla Russia e mantenere sotto scacco permanente la Germania, nella cui recessione è trascinata tutta l'eurozona.

Tantomeno è ammesso il proprio fiasco militare e politico (attribuito a Kiev), che mina l'intera strategia dell'amministrazione Biden, proprio in prossimità delle elezioni presidenziali.

Piuttosto, mostrando realismo, elasticità e disponibilità alla trattativa, ci si dispone a fronteggiare i casi peggiori, tra i quali quello del collasso del regime di Kiev, rubricato ora tra le congetture fantapolitiche.

In tal caso le “concessioni territoriali” non sarebbero negoziate ma de facto. Dopo aver combattuto la Russia fino all'ultimo ucraino e nell'impossibilità di includere tutta l'Ucraina, si passerebbe al suo smembramento,2 mettendo “in sicurezza” almeno la sua parte occidentale.3 Compito quest'ultimo riservato alla Polonia, che eviterebbe alla Nato di entrare direttamente in guerra4 e le permetterebbe di sottrarre “all'espansionismo russo”, occupandoli, gli oblasti ai propri confini, già polacchi prima del secondo conflitto mondiale.

In tale contesto paragonare il ruolo dell'Italia a quello della Polonia, come ha fatto il ministro della Difesa Guido Crosetto, è vanto avventurista dal “sen fuggito”. Tanto più che una funzione analoga a quella di Varsavia, sul fianco nord-orientale della Nato, è stata assunta da Roma sul fianco meridionale dell'alleanza.

In continuità con la linea tracciata da Draghi, sulla quale si sono compromessi anche i partiti partecipanti al suo esecutivo ed oggi fuori dal governo, la premier Meloni ha trascinato l'Italia su un terreno alquanto minato.

L'art. 11 della nostra Costituzione è stato rinnegato, al pari di qualsiasi iniziativa diplomatica italiana o di appoggio a proposte altrui.

Quella cinese, articolata in 12 punti e nel pieno rispetto del diritto internazionale, instradava le parti su un percorso che, a partire dall'immediato cessate il fuoco, portava alla definizione concertata di un sistema di garanzie per la reciproca sicurezza in Europa, da Est ad Ovest, il solo in grado di garantire una pace stabile.

La premier Meloni ci ha invece consegnato a qualsiasi decisione proveniente da Washington, anche la più scellerata.

Postura gregaria

Nel maggiore partito al governo domina l'inebriata esaltazione della postura assunta dall'Italia. Il guadagnato innalzamento di status (Italia “protagonista”) può giusto soddisfare un ceto politico votato a portare la borraccia.

Postura resa ancora più subalterna dall'impegno preso alla Casa Bianca di disdire il Memorandum con la Cina sulla Via della Seta, a suo tempo firmato dal primo governo Conte.5 Impegno avallato da Romano Prodi, a testimoniare che il centro-destra al governo fa quel che al suo posto farebbe il centro-sinistra.

Poiché anche l'amministrazione Biden è protesa a non entrare per ora in collisione con la Cina, sarà consentito alla premier Meloni nella prossima visita a Pechino di cercare una mediazione, che non affossi del tutto le nostre relazioni economiche e commerciali con il “Dragone”, almeno fino a quando da Washington non dovesse arrivare un ordine belligerante sullo scacchiere attorno a Taiwan.

La stessa postura gregaria è rintracciabile nella corsa al riarmo, connessa all'adesione alla strategia guerrafondaia di blocco militarizzato.6

In un'audizione parlamentare a gennaio, Guido Crosetto ha sostenuto:

«L'aiuto che abbiamo dato in questi mesi all'Ucraina ci impone di ripristinare le scorte che servono per la difesa nazionale.»

Eppure Giorgia Meloni aveva affermato che dare all'Ucraina nostre armi era senza costi. Veniamo ora a conoscenza dell'esistenza di costi di “ripristino”, tra i quali rientra l'acquisto di numerosi (da 125 a 200) Leopard 2 A8 dall'azienda tedesca Krauss-Maffei Wegmann.

L'etichetta di “Piano Mattei”

Riferita alla politica energetica del governo italiano, avrà fatto beffardamente sorridere gli interlocutori nord-americani, specialisti in questo genere di contraffazione semantica.

Non possono essersi scordati del fatto che Enrico Mattei, proprio a causa della sua intraprendenza a capo dell'Eni, in comunanza d'interesse con i Paesi africani ed in contrasto con le “sette sorelle” anglo-americane, ebbe un “incidente” mortale nei cieli di Bescapé.

Per gli Stati Uniti è assai vantaggioso incoraggiare l'aspirazione della Meloni di fare dell'Italia il futuro hub energetico dell'Europa dal Mediterraneo, mentre nel concreto immediato si assicurano, al triplo dei prezzi russi del gas bloccato dalle sanzioni, le forniture al nostro Paese del loro gas da scisti bituminosi. Gas naturale liquido (Gnl) che implica l'uso di rigassificatori, vere e proprie bombe ambientali sul territorio della Nazione.

Per Meloni la furbata dell'etichetta può essere buona per il marketing finto sovranista del governo, ma non può trarre in inganno i Paesi ai quali, insieme alla Ue, si rivolge, pretendendo credibilità per il solo fatto di loro offrire rapporti da “pari a pari” ed improntati ad “un modello virtuoso di collaborazione”.

Decenni di belle parole hanno ammantato la predazione estrattiva delle multinazionali occidentali, le pratiche neo-coloniali ed imperialiste, non solo della Francia.

Nessuna meraviglia se, come ricorda la ex diplomatica Elena Basile:7

«decenni di politica mediterranea (dal processo di Barcellona 1995 all'Upm 2008) siano falliti nonostante gli sforzi di partnership egualitaria, di codecisione, di approccio olistico e non settoriale.»

Mentre si sta dalla parte del neo-colonialismo, reiterare il falso storico degli “italiani brava gente” non può nascondere il contrasto radicale con l'interesse dei Paesi africani alla ricerca di un proprio sviluppo autonomo, non a caso attratti dal multilateralismo.

Quarte sponde cercasi

Mancano solide quarte sponde per realizzare l'hub energetico del cosiddetto Piano Mattei, di cui manca un documento pubblico sul quale valutare l'azione di governo.

L'Algeria, sulla quale pare imperniato il Piano, ha presentato una richiesta ufficiale di entrare tra i Brics+6,8 un concerto economico alternativo al G7. Il presidente Abdelmadjid, al Forum sull'Economia di San Pietroburgo, ha definito Putin un “amico dell'umanità”. Algeri come è attestato dalla sua posizione sulle vicende del Niger,9 non è disponibile a sottostare alle mire dell'”Occidente collettivo”.

È contraddittorio assumersi un ruolo di responsabilità sul fianco Sud della Nato, e, al contempo, proporsi come partner “alla pari” con l'Algeria per realizzare, insieme alla Germania, il progetto del Piano Mattei del SouthH2 Corridor

«un gasdotto di 3.300 km che unirà il Nord Africa al continente europeo per il trasporto di idrogeno prodotto in Nord Africa, passando attraverso Italia, Austria e Germania. (…) che dovrebbe essere pronto nel 2030.»10

Nell'articolo sopra citato, ciò che entusiasma Sergio Giraldo su 'La Verità' è la “duplice valenza” della pipeline, capace di trasportare gas, in attesa dell'idrogeno, per la cui produzione sono al momento disponibili soluzioni o molto costose o molto impattanti per l'ambiente. Davvero fatidico l'anno 2030!

Oltre ad essere territorio di transito energetico dall'Algeria, la Tunisia per Roma riveste particolare importanza, giacché dalle sue coste partono gran parte dei migranti che sbarcano sulle nostre, molti provenienti dall'Africa Occidentale, oggi al centro di una nuova crisi internazionale. In forti difficoltà economiche, ha accettato i pochi fondi offerti dall'Ue (100 milioni di euro) per fare da “filtro” verso gli immigrati “irregolari”, ma è restia ad accogliere quelli collegati del Fondo monetario internazionale (1,9 miliardi di dollari), perché vincolati all'attuazione di “riforme di struttura” lacrime e sangue, tipiche del Washington consensus.

Rispetto ai problemi del Paese africano ed alle “riforme” del Fmi, Italia e Francia11 pensano solo di diluire l'amara medicina, piuttosto che rinunciare alla solita cura, mentre gli “sforzi congiunti” non hanno minimamente contribuito a sbloccare la situazione in Libia,12 precipitata nella divisione attuale dalla consorteria (compresa l'Italia) che ha rovesciato Mu'ammar Gheddafi.

Sul versante orientale del Mediterraneo da tempo la Turchia si è proposta al ruolo di hub energetico verso l'Europa a cui ora mira l'Italia, predisponendo quattro linee nazionali di rifornimento, che coinvolgono Russia, Iran, Turkmenistan e, tramite la Tracia, la Bulgaria.13 Raggiungere un accordo con la Turchia significa rimettere in gioco Paesi o oggetto delle sanzioni o che non le hanno condivise.

Meloni sembra ignorare i forti cambiamenti in corso in tutto il Medio Oriente e nei rapporti internazionali, portati dal riposizionamento dell'Arabia Saudita, dopo il ristabilimento delle relazioni con l'Iran, mediato dalla Cina, e dall'adesione della Russia all'Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (Opec).

Nel frattempo l'Egitto è entrato tra i Brics.

Complicazioni balcaniche

A fine maggio è riemersa la irrisolta questione del Kosovo.

A compimento della voluta, anche dall'Italia, disgregazione della Jugoslavia, gli Stati Uniti hanno raggiunto l'obiettivo di presidiare militarmente una possibile area di transito energetico dalla Russia verso l'Europa. L'intervento in guerra della Nato, volto a separare il Kosovo dalla Serbia, legata alla Russia, a questo obiettivo mirava. Oggi, a guardia dei Balcani e dell'Est Mediterraneo, c'è la grande base militare di Camp Bondsteel.

Dopo la “guerra umanitaria” del democratico Clinton, senza mandato Onu ed a cui si prestò il governo D'Alema, nacque un piccolo Stato vassallo degli Stati Uniti, con la presenza di una forza Nato di interposizione (Kfor) tra le due etnie in contrasto, serba ed albanese, su mandato internazionale.

Nel corso di due decenni l'Italia ha sviluppato forti relazioni economiche e commerciali con la Serbia, divenendovi il Paese con il più elevato stock di investimenti diretti.

Il governo di Pristina, che ha provocato i recenti disordini in cui sono rimasti feriti dei militari italiani ed ungheresi del Kfor, non può essersi mosso in modo autonomo dal comando statunitense, benché Washington cerchi di nascondere la mano che ha lanciato il sasso, per atteggiarsi poi a pacificatore sopra le parti.

Qualora il governo di Belgrado fosse costretto ad intervenire in protezione della minoranza serba, la Nato non esiterebbe a rispondere militarmente,14 coinvolgendoci direttamente.

Oneri in cambio di onori

Sposare la strategia atlantista a tutto campo, assumersi responsabilità sul fianco Sud della Nato ed al contempo ottenere “credibilità” dai Paesi africani del Mediterraneo e sub-sahariani, attestano una sostanziale mancanza di realismo. Mancanza che sfocia nel velleitarismo politico, sia se si aspira a fare da hub energetico, sia se alla pretesa di instaurare nuovi rapporti economici si pensa di collegare il controllo dei flussi migratori “irregolari”.

Ne sono la riprova le reazioni alla crisi nigerina. L'angelo della morte, alias Victoria Nuland,15 sottosegretaria di Stato per gli affari politici degli Stati Uniti, ha condotto una ricognizione. Rientra nel suo metodo spingere alla guerra l'Ecowas16 contro la “illegale giunta golpista” e mettere africani contro africani, ma gli sfavorevoli rapporti di forza militare sul terreno lo sconsiglierebbero. Almeno per il momento. Come è sconsigliabile rinunciare ad un'occasione per indebolire la Francia, sempre sospettata di “neo-gaullismo”.

Dal canto suo Roma si è subito detta d'accordo con Washington nel seguire la via diplomatica per ristabilire la “legalità costituzionale” in Niger, mentre la Francia, la principale imputata di neo-colonialismo nell'area sub-sahariana, morde il freno.

Poco prima della visita della premier Meloni negli Stati Uniti, si erano alzati peana all'asse Roma-Washington, giacché la rivista 'The national interest', di cui è presidente onorario Henry Kissinger, lodava la expertise italiana sullo Spazio, invitandola a seguire la linea Draghi per una maggiore cooperazione, specialmente nel controllo satellitare in Maghreb e Sahel, collegato all'attività militare.17

Appena qualche giorno dopo i colloqui della premier Meloni con Biden e Kissinger, il solito Claudio Antonelli dalle colonne di 'La Verità', strenua sostenitrice delle iniziative “di buon senso” della Meloni in senso anti-cinese, sottolineava che:

«L'alleanza con gli Stati Uniti si spinge un po' più in là, fino a lambire la Cina e tutta la zona attorno a Taiwan.»

A proposito del Mediterraneo, aggiungeva:

«gli Stati Uniti hanno “preso atto del piano Mattei del governo italiano sull'Africa”, ovviamente, al di là delle parole retoriche e un po' ampollose si legge il chiaro messaggio di affidamento. Affidamento nel senso che gli Usa sembrano darci onori e oneri. Basta vedere quanto sta accadendo in queste ore con il colpo di Stato in Niger. La Francia è ormai fuori da tutto il Sahel e qualcuno dovrà prendere il suo posto. Altrimenti i buchi saranno riempiti da russi, cinesi o se va meglio dai sauditi. (…) Per il premier è un “errore fatale”, in politica estera, “non vedere tutta la scacchiera”, aggiungendo di “aver trovato condivisione e voglia di collaborare al nostro piano Mattei per l'Africa”. A questo punto e con il termine della pausa di Ferragosto sarà importante entrare nella scacchiera con tutti e due i piedi.»18

Intervistato sempre da 'La Verità', Germano Dottori, analista di 'Limes', dopo aver inquadrato il Mediterraneo nella geo-politica mondiale, ha affermato:

«Fatichiamo a comprendere un dato cruciale di realtà: potremmo un giorno avere nemici, a prescindere dal carattere pacifico della nostra politica estera che forse non basterà più a proteggere i nostri interessi.»19

Onori ed oneri, potremmo avere dei nemici … Quali sarebbero i “nostri interessi” da proteggere in modo non pacifico?

La scelta

La narrazione che, in forza dell'ultima ondata di globalizzazione neo-liberale, raffigurava un mondo oramai transnazionale e lo Stato nazionale come obsoleto, non regge più al confronto con i fatti in rapido svolgimento.

In questo nuovo contesto storico di grande trasformazione dei rapporti internazionali, la scelta dirimente in capo ad ogni Stato è se associarsi al continuo ricorso alla guerra voluta dagli Stati Uniti, alla vana ricerca di una via d'uscita alla decadenza del proprio dominio unipolare, oppure aderire ad una strategia di pace levatrice di un nuovo ordine mondiale multilaterale, più democratico e favorevole allo sviluppo umano autonomo di tutti i Paesi.

Dopo aver guadagnato consensi su posizioni “sovraniste” e “populiste”, la premier Meloni già durante l'ultima campagna elettorale aveva invertito la rotta.

Pensando di “durare”, ha preferito agli interessi nazionali, intesi come interessi della stragrande maggioranza, la piena inclusione nella classe dirigente politica che, nell'alternanza bipolare al governo, da decenni opera per conto degli interessi del capitalismo finanziario italiano, senza più territorio né patria, accorpato a quello dei G7.

Identificando i nostri interessi con quelli degli Stati Uniti, siamo sempre più direttamente trascinati nei loro intrighi ed avventure belliche. Con dure conseguenze sul piano interno: la rinuncia all'esercizio della sovranità democratica nazionale è pagata da subito dalle classi sociali che vivono del proprio lavoro.

Per reggere la prova non basteranno al governo Meloni il finto sovranismo, il velleitarismo di status protagonista ed il ricorso alle etichette marketing del cosiddetto Piano Mattei, che nascondono la mancanza di una reale volontà di dialogo nel reciproco interesse, tra Stati riconosciuti nella loro sovranità, mediterranei e non.

La ribadita subalternità conduce al generale declino del Paese ed al rischio di coinvolgimento bellico non solo “indiretto”.

Si staglia all'orizzonte un futuro pericoloso per la nostra stessa vita, da difendere palmo a palmo, a partire dalle condizioni in cui viene sempre più precipitato il nostro quotidiano.


Note

1 La teoria delle “due Cine”, ritirata fuori dal cassetto della guerra fredda dagli Stati Uniti, è avversata dai partiti (tra i quali lo storico Kuomintang) che, secondo i sondaggi sulle prossime elezioni presidenziali del 13 gennaio 2024, sono in vantaggio rispetto al Partito Democratico Progressista, oggi al governo dell'isola e favorevole alla rottura di Taiwan con la Cina.

2 Una sorta di “cannibalizzazione”, qualora anche Ungheria e Romania decidessero di allargare i propri confini ai territori abitati dalle loro minoranze nazionali, assai maltrattate da Kiev.

3 La cui ricostruzione, come prima detto, è stata affidata all'Italia.

4 Attenendosi all'articolo 5 del suo Trattato istitutivo (articolo detto “difensivo”, giacché prevede l'attivazione della difesa comune solo in caso di attacco esterno ad uno Stato membro dell'alleanza) la Nato si limiterebbe a garantire ai polacchi il supporto ora dato a Kiev.

5 Con la Lega non solo al governo, ma attivamente coinvolta alla sua stesura.

6 Sul tema vedi “Due strategie”, https://mega.nz/file/bB5DTCKS#_qnKt_cgW9k4SMKwvsK7xAz_Hm6Z8NZSy1mnTTgxKbk.

7 Elena Basile,”Piano Mattei, sovranisti finti e altre prese in giro”, Il Fatto Quotidiano, 2 agosto 2023.

8 Dal 2024 ai Brics si aggiungono: Argentina, Egitto, Etiopia, Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. L'effettiva adesione dell'Argentina è condizionata dall'esito delle prossime elezioni presidenziali.

9 Il governo algerino ha reso noto che un intervento armato negli affari interni del Niger è considerato una minaccia per la stessa Algeria.

10 Sergio Giraldo, “Il gasdotto dall'Africa un affare per l'Italia. Saremo l'hub dell'Ue”, La Verità, 12 giugno 2023.

11 Claudio Antonelli, “Francia e Italia in pressing sulla Libia per accelerare il ritorno alle elezioni”, La Verità, 22/6/2023.

12 C'è che paventa che la Cina possa riuscire laddove l'Italia ha fallito. Stefano Graziosi, “Tripoli flirta col Dragone: nuovi guai per Roma e Nato”, La Verità, 29 agosto 2023.

13 https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/turchia-nuovo-hub-energetico-nel-mediterraneo-36802

14 Come afferma Fabio Mini, “La Nato nei Balcani ha sbagliato tutto, ma ora deve restare”, Il Fatto Quotidiano, 1° giugno 2023.

15 La Nuland, protagonista sia del colpo di Stato in Ucraina nel 2014, sia della divisione del Sudan, è ai vertici del partito “dem-neocon” Usa, che trasversalmente unisce parte dei democratici e dei repubblicani.

16 Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale.

17 Claudio Antonelli, “Gli Usa ci tendono la mano sullo Spazio”, La Verità, 21 luglio 2023.

18 Claudio Antonelli, “Tra Italia e Usa si apre il dossier indopacifico”, La Verità, 29 luglio 2023.

19 Intervista di Fabio Dragoni a Germano Dottori, “Gli Usa stanchi della guerra. Non cercano il crollo di Putin”, La Verità, 24 luglio 2023.

sabato 17 giugno 2023

Ucraina. I tempi della guerra prolungata

Ucraina

I TEMPI DELLA GUERRA PROLUNGATA

Il tritacarne ucraino deve continuare.

Gli Stati Uniti hanno impedito ogni soluzione negoziale, spingendo il governo di Kiev a cercare una vittoria sul campo che, non potendo essere ottenuta, prolungherà ed incancrenirà la guerra. Con tutte le sue pesanti conseguenze.

Attorno a questa scelta, al recente vertice di Hiroshima hanno ottenuto l'appoggio del G7,1 mentre è rimandata l'apertura di un secondo fronte contro la Cina su Taiwan, per evitare la “simultaneità” tanto invisa al Pentagono.

Guadagnare tempo

Nella strategia del blocco contro blocco, al quale gli Stati Uniti aderiscono in opposizione al multilateralismo emergente, il prolungamento della guerra in Ucraina, e in Europa, occupa lo spazio di un tempo guadagnato ed indirizzato ai propri fini strategici mondiali.

Serve tempo per meglio preparare lo scontro con la Cina, considerato principale e conclusivo bersaglio, dissanguando e destabilizzando la Russia, suo entroterra strategico ed alleato nella coppia che spinge il mondo al multipolare.

Serve tempo per dividere il “Sud globale” ed attizzare altri focolai bellici o ricattare e rovesciare governi non compiacenti. Voler cingere attorno a Russia e Cina una cortina di ferro può provocare guerre locali nelle vaste aree comprese tra l'Oceano Indiano e l'Est Mediterraneo, a Sud della Federazione Russa, in ostilità alla alleanza navale dei 7 Paesi nel Golfo Persico2 e per contrastare il grande sviluppo logistico e commerciale dell'EAEU3 e dello SCO4 [vedi cartina sotto]. Risale appena agli inizi di febbraio dello scorso anno il tentativo, fallito, di una “rivoluzione colorata” in Kazakistan.



La guerra in Ucraina deve continuare, col sangue degli ucraini e, se necessario, anche di altri “combattenti volenterosi” di Paesi europei, davanti ai cui governi viene agitato lo spettro di una sconfitta che, investendo la Nato, travolgerebbe l'Unione europea. Una Unione scioltasi politicamente nell'Alleanza Atlantica nel momento stesso in cui, in subalternità a Stati Uniti, Germania e Francia condivisero l'inganno degli accordi di Minsk,5 partecipando attivamente alla provocazione della guerra in Ucraina, nonostante i suoi prevedibili “effetti collaterali” fossero a loro devastante danno.

L'Europa è sotto scacco ed ai governi al suo vertice gerarchico Mario Draghi, nella veste effettiva di plenipotenziario dell'impero e della finanza anglo-americana, si rivolge seccamente:

«non c’è alternativa per gli Stati Uniti, l’Europa e i loro alleati ad assicurare che l’Ucraina vinca questa guerra», quindi si rassegnino ad «un conflitto prolungato al confine orientale dell’Europa».6

Espressione allargata del G1 (gli Stati Uniti), i G7 hanno sottoscritto ad Hiroshima l'aggravamento della guerra in Ucraina ed il rallentamento della corsa allo scontro con la Cina. Ridicolmente hanno invitato quest'ultima a premere sulla Russia, minacciandola di provvedimenti,7 e, in funzione della escalation in Ucraina, hanno esteso le future forniture belliche pure agli aerei F-16. Non avendone, l'Italia si è proposta per l'addestramento dei piloti. Poche settimane prima aveva dimostrato quanto era “affidabile”, inviando navi della marina militare in appoggio alle manovre di “difesa di Taiwan”.

Di contro, la Cina opera per una soluzione negoziale in Ucraina al fine di impedire sia il depotenziamento della Russia, sia che un futuro trattato di pace contenga regole di ordine internazionale favorevoli all'indipendentismo di Taiwan.

Il rallentamento della corsa allo scontro con la Cina non ha solo motivazioni strategico-militari.

Permette alla Unione europea di disporre di un intervallo di ambiguità, essendo la Francia indisponibile a venire coinvolta su Taiwan e la Germania, che trascina in recessione l'Eurozona, nelle condizioni di non potere immediatamente rompere anche i rapporti economici con il Dragone, dopo aver subito l'interruzione dei flussi energetici dalla Russia.

La sua economia, rivolta alle esportazioni, per recuperare competitività somministrerà ai lavoratori tedeschi, al posto dei bassi prezzi del gas russo, una nota “cura italiana”: i bassi salari.

Oltre Atlantico, per la Casa Bianca è più urgente: superare la grave crisi finanziaria e consolidare l'area bancaria amica del dollaro; “disaccoppiarsi” dall'economia cinese e reinternalizzare le produzioni anche a spese dell'Europa; rintuzzare la crescente avversione alla politica di Biden, senza caricarla di ulteriori decisioni impopolari, quando mancano 17 mesi alle elezioni presidenziali.

Per giunta, svuotare gli arsenali dei Paesi Nato per rifornire il governo di Kiev risponde all'esigenza di incrementare la produzione bellica statunitense in sostituzione, facendola pagare ai partners e così riequilibrare la bilancia commerciale statunitense.

Tuttavia, se guadagnare tempo può avvantaggiare da un lato, dall'altro è controproducente, giacché lo concede al progredire del multipolare. È salito a 25 il numero dei Paesi candidati ai Brics ed interessati ad una moneta comune per gli scambi.

Il “Sud Globale” si allarga.

Questione di “fiducia”

Avanza la “de-dollarizzazione”. Cresce la debolezza del dollaro.

Sul piano strutturale deriva dagli sbilanci commerciali Usa, permanenti dalla dichiarazione di inconvertibilità in oro, di Nixon nel 1971, sino ai giorni nostri [vedi grafico “Bilancia commerciale USA dal 1960 al 2020”, a seguire].



La struttura economica interna nord-americana non regge più il suo dominio monetario. Negli anni, in cambio dei beni importati sono stati dati dollari, ovvero debito. Non essendo più convertibile, il valore del dollaro è basato sulla “fiducia”, alimentata dal suo prevalente utilizzo negli scambi internazionali, a sua volta garantito dalla supremazia militare.

Il primato militare è incrinato dal ritardo nello sviluppo dei sistemi ipersonici.8

Al contempo il primato monetario, a cui sono intimamente legati gli assetti finanziari, tende a venire eroso alla radice.

Detenendo forti riserve valutarie in dollari e buoni del Tesoro statunitense, la Cina deve agire con cautela. Lo sganciamento richiede tempi non immediati, fidando sul progredire delle transazioni internazionali in monete nazionali (la nuova moneta, tipo bancor keynesiano, ne sarebbe risultato) e sulla tendenza accentuata a disfarsi degli assets in dollari.

La quota di Treasuries Usa, detenuta dagli investitori esteri, ha raggiunto il livello più basso degli ultimi 19 anni [vedi il grafico a seguire]. L'aumento dei tassi stabilito dalla Fed non sembra in grado di invertire la tendenza generale.


Nel lasso di tempo disponibile agisce la ministra Janet Yellen, che spinge per una rapida riforma degli assetti monetario-finanziari con i più stretti alleati, accompagnata da una ristrutturazione produttiva del sottostante, che abbisogna però della presa di controllo delle materie prime e dei prodotti di base, nonché delle produzioni strategiche.9

L'arroccamento degli States, oltre a volere evitare il tonfo – in attesa del quale sembrano attestarsi alcuni analisti di casa nostra - e difendere il primato mondiale, punta a frenare l'ascesa del multipolare, un vero e proprio incubo,10 e, in ogni caso, a preservare una propria polarità forte.

Perciò gli Stati Uniti insistono nella guerra in Europa, anima del loro tempo strategico, non rinunciando ad allargare le minacce.


Note

1 Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Giappone, Francia, Germania, Italia.

2 https://www.rainews.it/articoli/2023/06/golfo-persico-teheran-annuncia-una-nuova-alleanza-navale-di-7-paesi-34db3318-beee-4dd3-8c42-56084f41acd5.html

3 EuroAsian Economic Union.

4 Shanghai Cooperation Organisation.

5 Angela Merkel e François Hollande hanno ammesso che gli accordi di Minsk furono solo un espediente per dare a Kiev il tempo di prepararsi alla guerra.

6 Mario Draghi, “Kiev deve vincere la guerra o per la UE sarà un colpo fatale”, Il Sole24Ore, 8 Giugno 2023. https://www.ilsole24ore.com/art/draghi-kiev-deve-vincere-guerra-o-l-ue-sara-colpo-fatale-AEm2zdbD

7 In risposta il governo cinese ha sanzionato Micron Technology, produttrice di micro-chips.

8 In ritardo sia verso la Russia, che verso la Cina.

https://it.insideover.com/scienza/la-cina-inaugura-la-galleria-ipersonica-jf-22.html

9 Più del 90% dei semiconduttori fabbricati negli Stati Uniti sfrutta il neon ucraino prodotto da due compagnie, Ingas e Cryoin che si trovano rispettivamente a Mariupol e a Odessa.

Vedi anche: https://www.dday.it/redazione/42122/ucraina-russia-neon-microchip

10 Tom O'Connor,”BRICS Is Envolving from China-Russia Dream to Potential U.S. Nightmare”, Newsweek, 6/6/23. 

venerdì 12 maggio 2023

Due strategie

 DUE STRATEGIE

si confrontano nel mondo globalizzato


Ucraina, Taiwan, corsa agli armamenti, guerra economica, commerciale e monetaria, “disaccoppiamento” … il mondo è scosso, terremotato da una confronto politico globale.

Siamo davanti a due definite strategie in lotta tra loro?

A tutto campo

Il colpo di Stato a Kiev del febbraio 2014 ha scatenato una guerra civile interna, che l'invasione russa, otto anni dopo, ha trasformato in guerra tra Russia ed Ucraina.

La riapertura da parte statunitense della contesa su Taiwan, concomitante con il progetto di estensione della Nato dall'Europa all'Estremo Oriente, può portare ad un'altra guerra che, congiunta a quella in Ucraina, avvicinerebbe ad un conflitto militare generalizzato. Pechino ha annunciato di voler reagire con durezza alla eventuale riproduzione dello “schema ucraino” su Taiwan, ma non abbandona la via del ritorno in tempi lunghi della “provincia ribelle” in seno alla madre patria.

Dopo aver rimesso in discussione la sovranità della Cina sull'isola - da decenni le relazioni con Pechino si sono basate sul riconoscimento dell'esistenza di “una sola Cina” -, cosa possa indurre Washington a raddoppiare i fronti dello scontro militare è materia controversa. Sul punto, come su altri, persistono forti divergenze interne, che hanno impedito sinora una chiara definizione della strategia globale degli Stati Uniti.

Intanto la corsa agli armamenti riposiziona le economie del campo occidentale, favorendo il complesso militare industriale statunitense, e si acutizza la contrapposizione a tutto campo, in particolare sul lato economico-monetario.

Arroccamenti

Traballa la posizione del dollaro moneta universale, la cui difesa, per molti analisti, è stata all'origine dell'interventismo militare statunitense in Medio Oriente ed in Libia.

Inconvertibile in oro dal lontano 1971, il dollaro non è più retto dal suo netto prevalere negli scambi e nei flussi di capitale. Mano a mano che intere aree del pianeta mostrano di poterne fare a meno, la derivante rendita per gli States si riduce.

In difesa della propria supremazia monetaria, la segretaria al tesoro Janet Yellen punta su un'alleanza sistemica tra banche centrali amiche, unite nella moneta elettronica “Unicoin”.

Si tratta di un arroccamento, al quale, per avere successo, deve corrispondere una ripresa di controllo delle catene del valore in “disaccoppiamento” sia dalla Russia che dalla Cina.

Il “disaccoppiamento” (decoupling) delle catene della fornitura (supply chains), già in atto, investe le principali fonti di energia e di materie prime, i semilavorati ed i prodotti finiti.

Attuata dagli inizi degli anni Ottanta dello scorso secolo, la globalizzazione neo-liberista aveva permesso alle economie occidentali di uscire dalla stagflazione in cui si erano impantanate nei Settanta. Il coinvolgimento della Cina, tuttavia, ha consentito a quest'ultima di crescere fino a mettere in discussione i rapporti di forza preesistenti. Mentre il “Dragone” diveniva la “fabbrica del mondo”, le economie dei Paesi ricchi d'Occidente si finanziarizzavano, a scapito della propria base produttiva interna, oltre ad avvantaggiarsi di una divisione internazionale del lavoro che li poneva, oltremodo “terziarizzati”, nella fascia superiore.

Ora gli Stati Uniti adottano politiche protezionistiche, ma il loro sistema finanziarizzato entra in contraddizione con il voluto “disaccoppiamento”, che implica un riposizionamento in casa o nelle vicinanze, delle attività industriali, in tempi brevi ed in condizioni efficienti.

Da un canto, i tempi medi e lunghi del decoupling dalla Cina non coincidono con l'urgenza di varare il nuovo sistema monetario. Pur accelerata [vedi grafico a seguire] dalla interruzione delle vecchie supply chains, la ricollocazione (reshoring), anche nelle vicinanze (nearshoring), incontra forti resistenze da chi non può ricostruire rapidamente tutte le condizioni, a partire dal know how produttivo, prima dislocate altrove.


Dall'altro, il rialzo dei tassi di interesse, ancorato alle aspettative dei mercati e teso a convogliare i risparmi finanziari in titoli denominati in dollari, ha condotto a fallimenti bancari negli USA, che, da gennaio ad aprile, hanno interessato attività in valore pari a quelle del 2008. L'aumento dei rendimenti ha abbattuto il valore dei titoli di credito a reddito fisso “in pancia” di banche, assicurazioni e fondi pensione. Sono perdite, per il momento nascoste nei bilanci.

Inoltre, alcuni Paesi emergenti, che detengono riserve in buoni USA svalutati, si ritrovano a dover ricontrattare i loro debiti a condizioni più onerose.

Viceversa, la Cina deve difendere la globalizzazione di cui ha saputo trarre grande vantaggio, almeno fino a quando la sua strategia multipolare non abbia consolidato strutture alternative a quelle su cui poggia il Washington consensus.

In predicato non è una moneta nazionale (yuan o rublo) sostitutiva del dollaro, bensì una moneta internazionale, tipo il bancor proposto da Keynes a Bretton Woods nel 1944, atta a calzare un nuovo assetto multipolare. La nuova moneta sarebbe basata sul compendio tra le principali monete nazionali, su un sottostante di valori reali e sulle loro basi produttive. L'esatto contrario del fiat money illimitato, che ha inondato di dollari il mondo.

Materie prime contese

Ogni Paese detentore di materie prime tende a metterle sotto il proprio controllo sovrano.

Alla base del successo della Cina, nella mediazione tra Arabia Saudita1 e Iran, c'è la sua posizione di maggiore acquirente di petrolio per alimentare, dopo la pandemia, una forte ripresa.

La chiusura delle importazione dirette dalla Russia ha generato un “giro” di cui si avvale l'India, che acquista a buon prezzo il greggio russo per poi rivendere i prodotti raffinati sul mercato europeo. Le economie in via di sviluppo non sopportano gli alti prezzi del GLN proveniente dall'America, di cui hanno fatto incetta i Paesi europei. Pertanto il Pakistan, che ha più sofferto della carenza di gas, si è rivolto alla Russia. Con il risultato di aver vanificato, almeno in parte, le manovre che portarono alla destituzione del premier “populista” Imran Khan.

Volendo perseguire i propri piani di passaggio all'elettrico green, l'Unione europea non può fare a meno della produzioni cinesi, né dei suoi mercati di sbocco.

Grande è la debolezza della UE e dell'eurozona in particolare. Infatti a cadere in primis è l'euro, sempre più moneta subalterna al dollaro, intrappolata nel cul de sac in cui si dibattono le economie più “avanzate” del vecchio continente.

La stagnazione rischia di accompagnarsi all'inflazione, riproponendo la stagflazione.

Europa in piena crisi

Dopo il vertice con Xi Jinping, il presidente francese Macron si è detto favorevole alla “autonomia strategica” dell'Europa, per non venire coinvolto nella crisi di Taiwan, ovvero per non dover aderire alla interruzione dei canali economici con la Cina, in disastrosa ripetizione dello “schema ucraino”, che ha portato alla inibizione di quelli con la Russia. Il governo francese, peraltro, è alle prese con un fronte interno popolare tutt'altro che passivo rispetto ai tagli allo Stato sociale.

La Germania vorrebbe salvare “capre e cavoli”. Cosa comporta nel concreto dire, per bocca di Ursula von der Leyen, “no al decoupling, ma sì al derisking”? Come basare le relazioni con la Cina sulla terna “partner, concorrenti e rivali sistemici” (parole di Olaf Scholz), mentre prevale la rivalità, istigata dall'interno del suo governo dai Verdi?

Data l'instabilità del quadro internazionale, non è ancora chiaro a quali effettivi riassetti delle allocazioni produttive possa condurre, né quale sarà la posizione dell'Europa nella nuova divisione internazionale del lavoro.

La mancanza di energia a basso costo, prima proveniente dalla Russia, obbliga gli investimenti industriali del grande capitale europeo ad indirizzarsi fuori dal vecchio continente, per riguadagnare i perduti margini di profitto. Alcuni si dirigono verso gli Stati Uniti, territorio reso appetibile dalle misure fiscali del suo governo. Altri vanno a localizzarsi direttamente in Cina ed Estremo Oriente, in Paesi che fruiscono dei flussi e dei prezzi energetici prima destinati all'Europa. Incombe la minaccia di desertificazione della produzione industriale europea e delle sue catene interne di subfornitura, come quelle italiane verso la Germania, con enormi negative ricadute sull'occupazione.

Ciò nonostante la Commissione europea è pressoché la sola a seguire l'agenda di Davos, su “transizione climatica” e “'industria 4.0”, nell'illusione di farsi avanguardia tecnocratica di un mondo che non c'è più. Incurante dei cambiamenti che investono la divisione internazionale del lavoro, non più stabilmente ripartita sui prefigurati tre livelli2 e derivanti dalla sua stessa subalternità agli USA.

In aggiunta, il nuovo “patto di stabilità” non mostra di discostarsi dal precedente. Ci consegna tutti, pervicacemente, ad un austero declino, continuando a scaricare le peggiori conseguenze sui Paesi più deboli della scala gerarchica, come successe a seguito della crisi del 2007-2008.

Ai governi dell'Unione, a partire da Paesi quali l'Italia, sono e saranno richiesti ulteriori giri di vite del welfare pubblico, nonché politiche di “contenimento” dei salari per reggere la concorrenza.

Blocco contro Blocco

Benché la strategia statunitense non sia stata definita compiutamente, le decisioni tattiche prese in base al susseguirsi degli eventi, la fanno scivolare nella “trappola di Tucidide”, ossia nella contrapposizione di blocchi militari pronti alla guerra.

La dottrina Wolfowitz ha trovato terreno fertile.

Nella concezione geo-politica di Washington, l'impegno militare diretto in Ucraina della Federazione Russa, e le predisposte misure sanzionatorie di ritorsione, avrebbero condotto ad un suo forte indebolimento, se non alla crisi ed al rovesciamento del “regime di Putin”. Ciò avrebbe permesso agli Stati Uniti di concentrarsi sul nemico numero 1 - la Cina -, evitando la “simultaneità” dell'impengo nei due quadranti militari dell'Atlantico e del Pacifico, storicamente le sponde della loro disposizione geopolitica al dominio mondiale.

Sennonché le ottimistiche aspettative del gruppo Dem+Neocon,3 installatosi col presidente Joe Biden alla guida della Casa Bianca, sono andate disattese. Al contrario, la Russia si è indirizzata con successo verso Oriente. Non è stata destabilizzata né sul piano economico e commerciale, né su quello politico, mentre le relazioni bilaterali con la Cina si sono aperte ad uno sviluppo “illimitato”.

In permanenza dell'indirizzo comunque intrapreso, l'escalation del conflitto in Ucraina e l'apertura della crisi su Taiwan instradano verso la confrontation globale, come se si trattasse di combattere gli stessi nemici della vecchia Guerra Fredda, da vincere in un ideologico “scontro di civiltà”, nel quale l'Occidente è portabandiera della “democrazia” contro le “autocrazie” dei Paesi ostili.

A tal fine la Nato vorrebbe allargarsi ad Est sino ad incorporare Giappone, Corea del Sud, Filippine ed Australia, per erigere una cortina di ferro attorno a Russia, Cina e Corea del Nord. Dando per scontato che altri Paesi, geograficamente esterni alla linea definita, i non allineati in Asia, Africa e nel “cortile di casa” sudamericano, si tengano passivamente neutrali, minacciati dall'Aut-Aut “o con noi, o contro di noi” e dal sottostante ricatto tra rimanere senza energia e cibo o andare in default sul debito accumulato verso l'estero.

Multipolare contro Unipolare

A questa prospettiva strategica, di arroccamento, relativamente statica, tesa a preservare, si contrappone una strategia alquanto dinamica, volta a guadagnare consenso ed inclusione.

Per non venire intrappolata nella prevedibile logica di una Guerra Fredda 2.0, da alcuni lustri i vertici di Russia e Cina hanno intessuto relazioni diplomatiche ed economico-commerciali articolate ed a largo spettro. Ne sono frutto gli accordi BRICS, SCO, con relativa Nuova Banca per lo Sviluppo, nonché il forum di Boao, l'altra Davos.

Loro tramite hanno predisposto uno spazio di cooperazione tra Paesi neo-industriali emergenti e del Sud mondiale, che, elasticamente tenuto aperto, consente a Pechino e Mosca di non venire chiuse in un blocco pur potente, bensì di operare in allargamento, non tralasciando l'autodifesa militare.

In effetti, la postura militare di Russia e Cina tende al “bilanciamento dissuasivo” rispetto alla minaccia di una guerra generalizzata e nucleare, piuttosto che alla superiorità offensiva, spostata invece su un terreno non militare, bensì di coesistenza e sviluppo.

Il terreno strategico multipolare è retto, da un lato, dal potere derivante dal più grande detentore di materie prime, di sottosuolo e suolo, unito alla “fabbrica del mondo”, e, dall'altro, dalla forza attrattiva ed aggregativa di relazioni fondate su comuni prospettive di sviluppo, sicurezza alimentare e nazionale, tra Paesi, i quali, con reciproco vantaggio, hanno l'opportunità di crescere liberandosi dalle dipendenze, nell'ambito del rispetto delle regole sancite universalmente dall'Onu e pattuite in seno al vigente commercio internazionale.

La non intromissione negli affari interni, per cambi di regime, “rivoluzioni colorate” e guerre eterodirette, consente l'avvio di soluzioni negoziate dei conflitti locali, come nello Yemen, in forza del ristabilimento delle relazioni diplomatiche tra Arabia Saudita e Iran, mediato dalla Cina.

Alla prova dei fatti, l'offerta di un mondo multipolare “più pacifico” surclasserà l'imposizione del mondo unipolare che sospinge alla guerra?

Fenditure sistemiche

Nel sottostante agiscono fenditure sistemiche, oggetto di analisi e riflessioni.

Un certo rilievo assumono le valutazioni sul livello qualitativo dei gruppi dirigenti, laddove è persino facile scorgere, proprio in constatazione della strategia indeterminata degli uni e della definita strategia degli altri, la inadeguatezza di quelli alla guida del mondo unipolare.

Di superiore rilevanza mi paiono, tuttavia, i movimenti “tettonici”, attinenti alla grande spaccatura sistemica in due.

Mentre il sistema capeggiato dagli Stati Uniti è neo-liberista e finanziarizzato, sicché deprime le proprie interne basi produttive, quello della Cina e è basato sul controllo statale della finanza e su economie miste volte ad uno sviluppo capace di allargare il welfare pubblico ed accrescere i salari. Inoltre, come prima visto, per conservarsi nel mondo in posizione egemone deve “disaccoppiarsi” dalla Cina, negando l'asse fondamentale della globalizzazione su cui poggia l'egemonia che vorrebbe preservare.

Si può sostenere che la fase industriale vissuta dal mondo emergente si attagli “naturalmente” alla attuazione di politiche socialdemocratiche, del tipo di quelle praticate nei “trenta gloriosi” post-bellici in Occidente. Vi si può pure intravvedere una spinta ad una forma di socialismo, suffragata, verso l'esterno, dall'adozione di un modello di cooperazione, più vantaggioso per i Paesi del Sud, ora solo fornitori di materie prime e mano d'opera.

Di contro, i Paesi che hanno raggiunto uno stadio post-industriale “avanzato” non possono più contare su una prevalenza tecnologica e su livelli di sviluppo che li preservino compatti e dominanti nella nuova divisione internazionale del lavoro.


La Cina ha investito fortemente nella ricerca e sviluppo di nuove tecnologie in tutti i principali settori [vedi sopra il grafico sui brevetti]. Sebbene ciò inevitabilmente la porrà davanti alla scelta di quale indirizzo dare al “progresso tecno-scientifico” - se rivolto allo sviluppo umano o al transumano -, non è più relegabile al ruolo secondario di semplice fornitrice di prodotti industriali, pensati e commissionati da altri.

Nel contempo i livelli di crescita economica previsti [vedi sotto le previsioni Bloomberg] paiono piuttosto ottimistici per gli USA. Non tengono conto della instabilità derivante dalla mina vagante della crisi monetario-finanziaria e delle contraddizioni insite nel “disaccoppiamento”, che minacciano tutti i Paesi dell'Occidente giunti allo stadio del post-industriale “avanzato” e, comunque, non nascondono l'inesorabile perdita di posizione dell'Europa.

Contributo alla crescita economica mondiale 2023-2028 - Previsioni Bloomberg

Mentre su scala mondiale è confermato lo sviluppo ineguale, le principali economie della UE rischiano l'arretramento. Per i Paesi europei appare sempre più evidente che tale tendenza può diventare un sicuro destino, qualora non adottassero scelte politiche in accoglimento dell'emergente altro ordine mondiale. Ovvero, nuovi indirizzi politici e nuovi governi non recuperassero sovranità nazionale e democratica, poggiando sulle classi subordinate, invece di esautorarle e reprimerle.

Divenuti “anelli deboli” nella grande frattura, o degradano in difesa reazionaria delle proprie dominanti oligarchie finanziarie, o, convogliando nei BRICS ed in altre istituzioni alternative al mondo unipolare, abbracciano una ristrutturazione sistemica verso economie miste ed indipendenti, di “repressione finanziaria”, aprendosi al socialismo dell'interesse pubblico che prevale su quello privato.

Nelle presenti condizioni storiche, le classiche politiche socialdemocratiche non potranno più assolvere alla funzione di mediare le istanze delle classi subalterne, consentendo al capitalismo occidentale di reggere il confronto globale, come fu nei glorificati trenta contro il comunismo.

Solo nel cambiamento sistemico, capace di rovesciare il neo-liberalismo e, con esso, gli oligopoli finanziarizzati e le loro élites, si può riaffermare il welfare ed assicurare stabile vivibilità sociale.

Il corso della storia non può essere riavvolto come una pellicola dei vecchi film.


Note

1 Anche grazie alla Arabia Saudita, la Siria è stata reintegrata nella Lega araba, 12 anni dopo la sua espulsione.

2 Al 1° livello i Paesi post-industriali, produttori di idee; al 2° gli emergenti, produttori di beni materiali; al 3° i fornitori di materie prime e di manodopera a basso costo.

3 Rappresentato dalla triade Blinken-Sullivan-Nuland.