sabato 17 giugno 2023

Ucraina. I tempi della guerra prolungata

Ucraina

I TEMPI DELLA GUERRA PROLUNGATA

Il tritacarne ucraino deve continuare.

Gli Stati Uniti hanno impedito ogni soluzione negoziale, spingendo il governo di Kiev a cercare una vittoria sul campo che, non potendo essere ottenuta, prolungherà ed incancrenirà la guerra. Con tutte le sue pesanti conseguenze.

Attorno a questa scelta, al recente vertice di Hiroshima hanno ottenuto l'appoggio del G7,1 mentre è rimandata l'apertura di un secondo fronte contro la Cina su Taiwan, per evitare la “simultaneità” tanto invisa al Pentagono.

Guadagnare tempo

Nella strategia del blocco contro blocco, al quale gli Stati Uniti aderiscono in opposizione al multilateralismo emergente, il prolungamento della guerra in Ucraina, e in Europa, occupa lo spazio di un tempo guadagnato ed indirizzato ai propri fini strategici mondiali.

Serve tempo per meglio preparare lo scontro con la Cina, considerato principale e conclusivo bersaglio, dissanguando e destabilizzando la Russia, suo entroterra strategico ed alleato nella coppia che spinge il mondo al multipolare.

Serve tempo per dividere il “Sud globale” ed attizzare altri focolai bellici o ricattare e rovesciare governi non compiacenti. Voler cingere attorno a Russia e Cina una cortina di ferro può provocare guerre locali nelle vaste aree comprese tra l'Oceano Indiano e l'Est Mediterraneo, a Sud della Federazione Russa, in ostilità alla alleanza navale dei 7 Paesi nel Golfo Persico2 e per contrastare il grande sviluppo logistico e commerciale dell'EAEU3 e dello SCO4 [vedi cartina sotto]. Risale appena agli inizi di febbraio dello scorso anno il tentativo, fallito, di una “rivoluzione colorata” in Kazakistan.



La guerra in Ucraina deve continuare, col sangue degli ucraini e, se necessario, anche di altri “combattenti volenterosi” di Paesi europei, davanti ai cui governi viene agitato lo spettro di una sconfitta che, investendo la Nato, travolgerebbe l'Unione europea. Una Unione scioltasi politicamente nell'Alleanza Atlantica nel momento stesso in cui, in subalternità a Stati Uniti, Germania e Francia condivisero l'inganno degli accordi di Minsk,5 partecipando attivamente alla provocazione della guerra in Ucraina, nonostante i suoi prevedibili “effetti collaterali” fossero a loro devastante danno.

L'Europa è sotto scacco ed ai governi al suo vertice gerarchico Mario Draghi, nella veste effettiva di plenipotenziario dell'impero e della finanza anglo-americana, si rivolge seccamente:

«non c’è alternativa per gli Stati Uniti, l’Europa e i loro alleati ad assicurare che l’Ucraina vinca questa guerra», quindi si rassegnino ad «un conflitto prolungato al confine orientale dell’Europa».6

Espressione allargata del G1 (gli Stati Uniti), i G7 hanno sottoscritto ad Hiroshima l'aggravamento della guerra in Ucraina ed il rallentamento della corsa allo scontro con la Cina. Ridicolmente hanno invitato quest'ultima a premere sulla Russia, minacciandola di provvedimenti,7 e, in funzione della escalation in Ucraina, hanno esteso le future forniture belliche pure agli aerei F-16. Non avendone, l'Italia si è proposta per l'addestramento dei piloti. Poche settimane prima aveva dimostrato quanto era “affidabile”, inviando navi della marina militare in appoggio alle manovre di “difesa di Taiwan”.

Di contro, la Cina opera per una soluzione negoziale in Ucraina al fine di impedire sia il depotenziamento della Russia, sia che un futuro trattato di pace contenga regole di ordine internazionale favorevoli all'indipendentismo di Taiwan.

Il rallentamento della corsa allo scontro con la Cina non ha solo motivazioni strategico-militari.

Permette alla Unione europea di disporre di un intervallo di ambiguità, essendo la Francia indisponibile a venire coinvolta su Taiwan e la Germania, che trascina in recessione l'Eurozona, nelle condizioni di non potere immediatamente rompere anche i rapporti economici con il Dragone, dopo aver subito l'interruzione dei flussi energetici dalla Russia.

La sua economia, rivolta alle esportazioni, per recuperare competitività somministrerà ai lavoratori tedeschi, al posto dei bassi prezzi del gas russo, una nota “cura italiana”: i bassi salari.

Oltre Atlantico, per la Casa Bianca è più urgente: superare la grave crisi finanziaria e consolidare l'area bancaria amica del dollaro; “disaccoppiarsi” dall'economia cinese e reinternalizzare le produzioni anche a spese dell'Europa; rintuzzare la crescente avversione alla politica di Biden, senza caricarla di ulteriori decisioni impopolari, quando mancano 17 mesi alle elezioni presidenziali.

Per giunta, svuotare gli arsenali dei Paesi Nato per rifornire il governo di Kiev risponde all'esigenza di incrementare la produzione bellica statunitense in sostituzione, facendola pagare ai partners e così riequilibrare la bilancia commerciale statunitense.

Tuttavia, se guadagnare tempo può avvantaggiare da un lato, dall'altro è controproducente, giacché lo concede al progredire del multipolare. È salito a 25 il numero dei Paesi candidati ai Brics ed interessati ad una moneta comune per gli scambi.

Il “Sud Globale” si allarga.

Questione di “fiducia”

Avanza la “de-dollarizzazione”. Cresce la debolezza del dollaro.

Sul piano strutturale deriva dagli sbilanci commerciali Usa, permanenti dalla dichiarazione di inconvertibilità in oro, di Nixon nel 1971, sino ai giorni nostri [vedi grafico “Bilancia commerciale USA dal 1960 al 2020”, a seguire].



La struttura economica interna nord-americana non regge più il suo dominio monetario. Negli anni, in cambio dei beni importati sono stati dati dollari, ovvero debito. Non essendo più convertibile, il valore del dollaro è basato sulla “fiducia”, alimentata dal suo prevalente utilizzo negli scambi internazionali, a sua volta garantito dalla supremazia militare.

Il primato militare è incrinato dal ritardo nello sviluppo dei sistemi ipersonici.8

Al contempo il primato monetario, a cui sono intimamente legati gli assetti finanziari, tende a venire eroso alla radice.

Detenendo forti riserve valutarie in dollari e buoni del Tesoro statunitense, la Cina deve agire con cautela. Lo sganciamento richiede tempi non immediati, fidando sul progredire delle transazioni internazionali in monete nazionali (la nuova moneta, tipo bancor keynesiano, ne sarebbe risultato) e sulla tendenza accentuata a disfarsi degli assets in dollari.

La quota di Treasuries Usa, detenuta dagli investitori esteri, ha raggiunto il livello più basso degli ultimi 19 anni [vedi il grafico a seguire]. L'aumento dei tassi stabilito dalla Fed non sembra in grado di invertire la tendenza generale.


Nel lasso di tempo disponibile agisce la ministra Janet Yellen, che spinge per una rapida riforma degli assetti monetario-finanziari con i più stretti alleati, accompagnata da una ristrutturazione produttiva del sottostante, che abbisogna però della presa di controllo delle materie prime e dei prodotti di base, nonché delle produzioni strategiche.9

L'arroccamento degli States, oltre a volere evitare il tonfo – in attesa del quale sembrano attestarsi alcuni analisti di casa nostra - e difendere il primato mondiale, punta a frenare l'ascesa del multipolare, un vero e proprio incubo,10 e, in ogni caso, a preservare una propria polarità forte.

Perciò gli Stati Uniti insistono nella guerra in Europa, anima del loro tempo strategico, non rinunciando ad allargare le minacce.


Note

1 Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Giappone, Francia, Germania, Italia.

2 https://www.rainews.it/articoli/2023/06/golfo-persico-teheran-annuncia-una-nuova-alleanza-navale-di-7-paesi-34db3318-beee-4dd3-8c42-56084f41acd5.html

3 EuroAsian Economic Union.

4 Shanghai Cooperation Organisation.

5 Angela Merkel e François Hollande hanno ammesso che gli accordi di Minsk furono solo un espediente per dare a Kiev il tempo di prepararsi alla guerra.

6 Mario Draghi, “Kiev deve vincere la guerra o per la UE sarà un colpo fatale”, Il Sole24Ore, 8 Giugno 2023. https://www.ilsole24ore.com/art/draghi-kiev-deve-vincere-guerra-o-l-ue-sara-colpo-fatale-AEm2zdbD

7 In risposta il governo cinese ha sanzionato Micron Technology, produttrice di micro-chips.

8 In ritardo sia verso la Russia, che verso la Cina.

https://it.insideover.com/scienza/la-cina-inaugura-la-galleria-ipersonica-jf-22.html

9 Più del 90% dei semiconduttori fabbricati negli Stati Uniti sfrutta il neon ucraino prodotto da due compagnie, Ingas e Cryoin che si trovano rispettivamente a Mariupol e a Odessa.

Vedi anche: https://www.dday.it/redazione/42122/ucraina-russia-neon-microchip

10 Tom O'Connor,”BRICS Is Envolving from China-Russia Dream to Potential U.S. Nightmare”, Newsweek, 6/6/23. 

venerdì 12 maggio 2023

Due strategie

 DUE STRATEGIE

si confrontano nel mondo globalizzato


Ucraina, Taiwan, corsa agli armamenti, guerra economica, commerciale e monetaria, “disaccoppiamento” … il mondo è scosso, terremotato da una confronto politico globale.

Siamo davanti a due definite strategie in lotta tra loro?

A tutto campo

Il colpo di Stato a Kiev del febbraio 2014 ha scatenato una guerra civile interna, che l'invasione russa, otto anni dopo, ha trasformato in guerra tra Russia ed Ucraina.

La riapertura da parte statunitense della contesa su Taiwan, concomitante con il progetto di estensione della Nato dall'Europa all'Estremo Oriente, può portare ad un'altra guerra che, congiunta a quella in Ucraina, avvicinerebbe ad un conflitto militare generalizzato. Pechino ha annunciato di voler reagire con durezza alla eventuale riproduzione dello “schema ucraino” su Taiwan, ma non abbandona la via del ritorno in tempi lunghi della “provincia ribelle” in seno alla madre patria.

Dopo aver rimesso in discussione la sovranità della Cina sull'isola - da decenni le relazioni con Pechino si sono basate sul riconoscimento dell'esistenza di “una sola Cina” -, cosa possa indurre Washington a raddoppiare i fronti dello scontro militare è materia controversa. Sul punto, come su altri, persistono forti divergenze interne, che hanno impedito sinora una chiara definizione della strategia globale degli Stati Uniti.

Intanto la corsa agli armamenti riposiziona le economie del campo occidentale, favorendo il complesso militare industriale statunitense, e si acutizza la contrapposizione a tutto campo, in particolare sul lato economico-monetario.

Arroccamenti

Traballa la posizione del dollaro moneta universale, la cui difesa, per molti analisti, è stata all'origine dell'interventismo militare statunitense in Medio Oriente ed in Libia.

Inconvertibile in oro dal lontano 1971, il dollaro non è più retto dal suo netto prevalere negli scambi e nei flussi di capitale. Mano a mano che intere aree del pianeta mostrano di poterne fare a meno, la derivante rendita per gli States si riduce.

In difesa della propria supremazia monetaria, la segretaria al tesoro Janet Yellen punta su un'alleanza sistemica tra banche centrali amiche, unite nella moneta elettronica “Unicoin”.

Si tratta di un arroccamento, al quale, per avere successo, deve corrispondere una ripresa di controllo delle catene del valore in “disaccoppiamento” sia dalla Russia che dalla Cina.

Il “disaccoppiamento” (decoupling) delle catene della fornitura (supply chains), già in atto, investe le principali fonti di energia e di materie prime, i semilavorati ed i prodotti finiti.

Attuata dagli inizi degli anni Ottanta dello scorso secolo, la globalizzazione neo-liberista aveva permesso alle economie occidentali di uscire dalla stagflazione in cui si erano impantanate nei Settanta. Il coinvolgimento della Cina, tuttavia, ha consentito a quest'ultima di crescere fino a mettere in discussione i rapporti di forza preesistenti. Mentre il “Dragone” diveniva la “fabbrica del mondo”, le economie dei Paesi ricchi d'Occidente si finanziarizzavano, a scapito della propria base produttiva interna, oltre ad avvantaggiarsi di una divisione internazionale del lavoro che li poneva, oltremodo “terziarizzati”, nella fascia superiore.

Ora gli Stati Uniti adottano politiche protezionistiche, ma il loro sistema finanziarizzato entra in contraddizione con il voluto “disaccoppiamento”, che implica un riposizionamento in casa o nelle vicinanze, delle attività industriali, in tempi brevi ed in condizioni efficienti.

Da un canto, i tempi medi e lunghi del decoupling dalla Cina non coincidono con l'urgenza di varare il nuovo sistema monetario. Pur accelerata [vedi grafico a seguire] dalla interruzione delle vecchie supply chains, la ricollocazione (reshoring), anche nelle vicinanze (nearshoring), incontra forti resistenze da chi non può ricostruire rapidamente tutte le condizioni, a partire dal know how produttivo, prima dislocate altrove.


Dall'altro, il rialzo dei tassi di interesse, ancorato alle aspettative dei mercati e teso a convogliare i risparmi finanziari in titoli denominati in dollari, ha condotto a fallimenti bancari negli USA, che, da gennaio ad aprile, hanno interessato attività in valore pari a quelle del 2008. L'aumento dei rendimenti ha abbattuto il valore dei titoli di credito a reddito fisso “in pancia” di banche, assicurazioni e fondi pensione. Sono perdite, per il momento nascoste nei bilanci.

Inoltre, alcuni Paesi emergenti, che detengono riserve in buoni USA svalutati, si ritrovano a dover ricontrattare i loro debiti a condizioni più onerose.

Viceversa, la Cina deve difendere la globalizzazione di cui ha saputo trarre grande vantaggio, almeno fino a quando la sua strategia multipolare non abbia consolidato strutture alternative a quelle su cui poggia il Washington consensus.

In predicato non è una moneta nazionale (yuan o rublo) sostitutiva del dollaro, bensì una moneta internazionale, tipo il bancor proposto da Keynes a Bretton Woods nel 1944, atta a calzare un nuovo assetto multipolare. La nuova moneta sarebbe basata sul compendio tra le principali monete nazionali, su un sottostante di valori reali e sulle loro basi produttive. L'esatto contrario del fiat money illimitato, che ha inondato di dollari il mondo.

Materie prime contese

Ogni Paese detentore di materie prime tende a metterle sotto il proprio controllo sovrano.

Alla base del successo della Cina, nella mediazione tra Arabia Saudita1 e Iran, c'è la sua posizione di maggiore acquirente di petrolio per alimentare, dopo la pandemia, una forte ripresa.

La chiusura delle importazione dirette dalla Russia ha generato un “giro” di cui si avvale l'India, che acquista a buon prezzo il greggio russo per poi rivendere i prodotti raffinati sul mercato europeo. Le economie in via di sviluppo non sopportano gli alti prezzi del GLN proveniente dall'America, di cui hanno fatto incetta i Paesi europei. Pertanto il Pakistan, che ha più sofferto della carenza di gas, si è rivolto alla Russia. Con il risultato di aver vanificato, almeno in parte, le manovre che portarono alla destituzione del premier “populista” Imran Khan.

Volendo perseguire i propri piani di passaggio all'elettrico green, l'Unione europea non può fare a meno della produzioni cinesi, né dei suoi mercati di sbocco.

Grande è la debolezza della UE e dell'eurozona in particolare. Infatti a cadere in primis è l'euro, sempre più moneta subalterna al dollaro, intrappolata nel cul de sac in cui si dibattono le economie più “avanzate” del vecchio continente.

La stagnazione rischia di accompagnarsi all'inflazione, riproponendo la stagflazione.

Europa in piena crisi

Dopo il vertice con Xi Jinping, il presidente francese Macron si è detto favorevole alla “autonomia strategica” dell'Europa, per non venire coinvolto nella crisi di Taiwan, ovvero per non dover aderire alla interruzione dei canali economici con la Cina, in disastrosa ripetizione dello “schema ucraino”, che ha portato alla inibizione di quelli con la Russia. Il governo francese, peraltro, è alle prese con un fronte interno popolare tutt'altro che passivo rispetto ai tagli allo Stato sociale.

La Germania vorrebbe salvare “capre e cavoli”. Cosa comporta nel concreto dire, per bocca di Ursula von der Leyen, “no al decoupling, ma sì al derisking”? Come basare le relazioni con la Cina sulla terna “partner, concorrenti e rivali sistemici” (parole di Olaf Scholz), mentre prevale la rivalità, istigata dall'interno del suo governo dai Verdi?

Data l'instabilità del quadro internazionale, non è ancora chiaro a quali effettivi riassetti delle allocazioni produttive possa condurre, né quale sarà la posizione dell'Europa nella nuova divisione internazionale del lavoro.

La mancanza di energia a basso costo, prima proveniente dalla Russia, obbliga gli investimenti industriali del grande capitale europeo ad indirizzarsi fuori dal vecchio continente, per riguadagnare i perduti margini di profitto. Alcuni si dirigono verso gli Stati Uniti, territorio reso appetibile dalle misure fiscali del suo governo. Altri vanno a localizzarsi direttamente in Cina ed Estremo Oriente, in Paesi che fruiscono dei flussi e dei prezzi energetici prima destinati all'Europa. Incombe la minaccia di desertificazione della produzione industriale europea e delle sue catene interne di subfornitura, come quelle italiane verso la Germania, con enormi negative ricadute sull'occupazione.

Ciò nonostante la Commissione europea è pressoché la sola a seguire l'agenda di Davos, su “transizione climatica” e “'industria 4.0”, nell'illusione di farsi avanguardia tecnocratica di un mondo che non c'è più. Incurante dei cambiamenti che investono la divisione internazionale del lavoro, non più stabilmente ripartita sui prefigurati tre livelli2 e derivanti dalla sua stessa subalternità agli USA.

In aggiunta, il nuovo “patto di stabilità” non mostra di discostarsi dal precedente. Ci consegna tutti, pervicacemente, ad un austero declino, continuando a scaricare le peggiori conseguenze sui Paesi più deboli della scala gerarchica, come successe a seguito della crisi del 2007-2008.

Ai governi dell'Unione, a partire da Paesi quali l'Italia, sono e saranno richiesti ulteriori giri di vite del welfare pubblico, nonché politiche di “contenimento” dei salari per reggere la concorrenza.

Blocco contro Blocco

Benché la strategia statunitense non sia stata definita compiutamente, le decisioni tattiche prese in base al susseguirsi degli eventi, la fanno scivolare nella “trappola di Tucidide”, ossia nella contrapposizione di blocchi militari pronti alla guerra.

La dottrina Wolfowitz ha trovato terreno fertile.

Nella concezione geo-politica di Washington, l'impegno militare diretto in Ucraina della Federazione Russa, e le predisposte misure sanzionatorie di ritorsione, avrebbero condotto ad un suo forte indebolimento, se non alla crisi ed al rovesciamento del “regime di Putin”. Ciò avrebbe permesso agli Stati Uniti di concentrarsi sul nemico numero 1 - la Cina -, evitando la “simultaneità” dell'impengo nei due quadranti militari dell'Atlantico e del Pacifico, storicamente le sponde della loro disposizione geopolitica al dominio mondiale.

Sennonché le ottimistiche aspettative del gruppo Dem+Neocon,3 installatosi col presidente Joe Biden alla guida della Casa Bianca, sono andate disattese. Al contrario, la Russia si è indirizzata con successo verso Oriente. Non è stata destabilizzata né sul piano economico e commerciale, né su quello politico, mentre le relazioni bilaterali con la Cina si sono aperte ad uno sviluppo “illimitato”.

In permanenza dell'indirizzo comunque intrapreso, l'escalation del conflitto in Ucraina e l'apertura della crisi su Taiwan instradano verso la confrontation globale, come se si trattasse di combattere gli stessi nemici della vecchia Guerra Fredda, da vincere in un ideologico “scontro di civiltà”, nel quale l'Occidente è portabandiera della “democrazia” contro le “autocrazie” dei Paesi ostili.

A tal fine la Nato vorrebbe allargarsi ad Est sino ad incorporare Giappone, Corea del Sud, Filippine ed Australia, per erigere una cortina di ferro attorno a Russia, Cina e Corea del Nord. Dando per scontato che altri Paesi, geograficamente esterni alla linea definita, i non allineati in Asia, Africa e nel “cortile di casa” sudamericano, si tengano passivamente neutrali, minacciati dall'Aut-Aut “o con noi, o contro di noi” e dal sottostante ricatto tra rimanere senza energia e cibo o andare in default sul debito accumulato verso l'estero.

Multipolare contro Unipolare

A questa prospettiva strategica, di arroccamento, relativamente statica, tesa a preservare, si contrappone una strategia alquanto dinamica, volta a guadagnare consenso ed inclusione.

Per non venire intrappolata nella prevedibile logica di una Guerra Fredda 2.0, da alcuni lustri i vertici di Russia e Cina hanno intessuto relazioni diplomatiche ed economico-commerciali articolate ed a largo spettro. Ne sono frutto gli accordi BRICS, SCO, con relativa Nuova Banca per lo Sviluppo, nonché il forum di Boao, l'altra Davos.

Loro tramite hanno predisposto uno spazio di cooperazione tra Paesi neo-industriali emergenti e del Sud mondiale, che, elasticamente tenuto aperto, consente a Pechino e Mosca di non venire chiuse in un blocco pur potente, bensì di operare in allargamento, non tralasciando l'autodifesa militare.

In effetti, la postura militare di Russia e Cina tende al “bilanciamento dissuasivo” rispetto alla minaccia di una guerra generalizzata e nucleare, piuttosto che alla superiorità offensiva, spostata invece su un terreno non militare, bensì di coesistenza e sviluppo.

Il terreno strategico multipolare è retto, da un lato, dal potere derivante dal più grande detentore di materie prime, di sottosuolo e suolo, unito alla “fabbrica del mondo”, e, dall'altro, dalla forza attrattiva ed aggregativa di relazioni fondate su comuni prospettive di sviluppo, sicurezza alimentare e nazionale, tra Paesi, i quali, con reciproco vantaggio, hanno l'opportunità di crescere liberandosi dalle dipendenze, nell'ambito del rispetto delle regole sancite universalmente dall'Onu e pattuite in seno al vigente commercio internazionale.

La non intromissione negli affari interni, per cambi di regime, “rivoluzioni colorate” e guerre eterodirette, consente l'avvio di soluzioni negoziate dei conflitti locali, come nello Yemen, in forza del ristabilimento delle relazioni diplomatiche tra Arabia Saudita e Iran, mediato dalla Cina.

Alla prova dei fatti, l'offerta di un mondo multipolare “più pacifico” surclasserà l'imposizione del mondo unipolare che sospinge alla guerra?

Fenditure sistemiche

Nel sottostante agiscono fenditure sistemiche, oggetto di analisi e riflessioni.

Un certo rilievo assumono le valutazioni sul livello qualitativo dei gruppi dirigenti, laddove è persino facile scorgere, proprio in constatazione della strategia indeterminata degli uni e della definita strategia degli altri, la inadeguatezza di quelli alla guida del mondo unipolare.

Di superiore rilevanza mi paiono, tuttavia, i movimenti “tettonici”, attinenti alla grande spaccatura sistemica in due.

Mentre il sistema capeggiato dagli Stati Uniti è neo-liberista e finanziarizzato, sicché deprime le proprie interne basi produttive, quello della Cina e è basato sul controllo statale della finanza e su economie miste volte ad uno sviluppo capace di allargare il welfare pubblico ed accrescere i salari. Inoltre, come prima visto, per conservarsi nel mondo in posizione egemone deve “disaccoppiarsi” dalla Cina, negando l'asse fondamentale della globalizzazione su cui poggia l'egemonia che vorrebbe preservare.

Si può sostenere che la fase industriale vissuta dal mondo emergente si attagli “naturalmente” alla attuazione di politiche socialdemocratiche, del tipo di quelle praticate nei “trenta gloriosi” post-bellici in Occidente. Vi si può pure intravvedere una spinta ad una forma di socialismo, suffragata, verso l'esterno, dall'adozione di un modello di cooperazione, più vantaggioso per i Paesi del Sud, ora solo fornitori di materie prime e mano d'opera.

Di contro, i Paesi che hanno raggiunto uno stadio post-industriale “avanzato” non possono più contare su una prevalenza tecnologica e su livelli di sviluppo che li preservino compatti e dominanti nella nuova divisione internazionale del lavoro.


La Cina ha investito fortemente nella ricerca e sviluppo di nuove tecnologie in tutti i principali settori [vedi sopra il grafico sui brevetti]. Sebbene ciò inevitabilmente la porrà davanti alla scelta di quale indirizzo dare al “progresso tecno-scientifico” - se rivolto allo sviluppo umano o al transumano -, non è più relegabile al ruolo secondario di semplice fornitrice di prodotti industriali, pensati e commissionati da altri.

Nel contempo i livelli di crescita economica previsti [vedi sotto le previsioni Bloomberg] paiono piuttosto ottimistici per gli USA. Non tengono conto della instabilità derivante dalla mina vagante della crisi monetario-finanziaria e delle contraddizioni insite nel “disaccoppiamento”, che minacciano tutti i Paesi dell'Occidente giunti allo stadio del post-industriale “avanzato” e, comunque, non nascondono l'inesorabile perdita di posizione dell'Europa.

Contributo alla crescita economica mondiale 2023-2028 - Previsioni Bloomberg

Mentre su scala mondiale è confermato lo sviluppo ineguale, le principali economie della UE rischiano l'arretramento. Per i Paesi europei appare sempre più evidente che tale tendenza può diventare un sicuro destino, qualora non adottassero scelte politiche in accoglimento dell'emergente altro ordine mondiale. Ovvero, nuovi indirizzi politici e nuovi governi non recuperassero sovranità nazionale e democratica, poggiando sulle classi subordinate, invece di esautorarle e reprimerle.

Divenuti “anelli deboli” nella grande frattura, o degradano in difesa reazionaria delle proprie dominanti oligarchie finanziarie, o, convogliando nei BRICS ed in altre istituzioni alternative al mondo unipolare, abbracciano una ristrutturazione sistemica verso economie miste ed indipendenti, di “repressione finanziaria”, aprendosi al socialismo dell'interesse pubblico che prevale su quello privato.

Nelle presenti condizioni storiche, le classiche politiche socialdemocratiche non potranno più assolvere alla funzione di mediare le istanze delle classi subalterne, consentendo al capitalismo occidentale di reggere il confronto globale, come fu nei glorificati trenta contro il comunismo.

Solo nel cambiamento sistemico, capace di rovesciare il neo-liberalismo e, con esso, gli oligopoli finanziarizzati e le loro élites, si può riaffermare il welfare ed assicurare stabile vivibilità sociale.

Il corso della storia non può essere riavvolto come una pellicola dei vecchi film.


Note

1 Anche grazie alla Arabia Saudita, la Siria è stata reintegrata nella Lega araba, 12 anni dopo la sua espulsione.

2 Al 1° livello i Paesi post-industriali, produttori di idee; al 2° gli emergenti, produttori di beni materiali; al 3° i fornitori di materie prime e di manodopera a basso costo.

3 Rappresentato dalla triade Blinken-Sullivan-Nuland.

sabato 11 marzo 2023

Ucraina - La via cinese alla pace

Ucraina

La via cinese alla pace

Il significato della presa di posizione cinese attraverso il vaglio di commenti ed analisi che la discutono.


Il significato del viaggio

Alla preparazione dei 12 punti della presa di posizione cinese è stato incaricato Wang Yi, il responsabile esteri del Partito Comunista Cinese. Il giro di consultazioni ai massimi livelli ha toccato Francia, Italia, Ungheria e Russia, passando dalla Conferenza sulla sicurezza, a Monaco di Baviera. Il rilievo conferito alla missione testimonia della grande importanza delle scelte, alle quali i governi interpellati sono chiamati in rapporto ai destini della pace.

Nel risultante documento cinese1 il locale ucraino è posto nel globale. Segue alcuni riconosciuti principi guida dell'Onu ed è volto a raccogliere un ampio consenso, anche dei Paesi su posizioni “intermedie”, attorno ad una proposta di pace planetaria, non solo alla immediata necessità di porre fine alla guerra in Ucraina e scongiurare una escalation che porterebbe all'uso di armi chimiche, batteriologiche e persino nucleari.

I 12 punti non parlano di multipolarità. Essa è implicita nell'invito a tutti cooperare per un quadro di sicurezza mondiale più equilibrato e stabile, che non privilegi quella di alcuni a scapito di altri e rifiuti i doppi standard nell'applicazione del diritto internazionale.

Riallacciate le relazioni Iran-Arabia Saudita

Pechino offre la propria disponibilità a negoziati, ferma tenendo l'alleanza “dagli sviluppi illimitati” con la Russia, così vanificando il disegno degli Stati Uniti, tramite la guerra in Ucraina, di neutralizzarla, per fare della Cina il bersaglio finale della sua strategia di dominio unipolare.

L'Italia reale dissente da quella ufficiale

Le reazioni alla presa di posizione cinese della Casa Bianca e della Nato sono state di totale chiusura. A ruota l'Unione europea, i Paesi della nuova cortina di ferro dal Baltico al Mar Nero, con l'eccezione ad Est dell'Ungheria, non a caso una tappa del viaggio.

Il G20 si è diviso. L'India non ci sta. Macron mostra qualche apertura. Forse qualche cancelleria lavora dietro le quinte per riaprire il negoziato.

Allineata e coperta” come un soldatino al vecchio addestramento reclute dei coscritti, l'Italia meloniana ha cominciato a mostrare delle crepe. Il Paese reale dissente da quello ufficiale.

Mentre per un sondaggio gli italiani che “stanno dalla parte dei russi” sarebbero “solo” il 7%,2 per un altro sondaggio la maggioranza degli italiani “la pensa come Berlusconi”,3 che, stando alle esatte sue parole, giustifica la reazione di Putin alla politica sconsiderata di Zelensky.

Ove si tenga conto del bombardamento mediatico filo-atlantico e dell'orientamento prevalente tra i partiti in parlamento, quel 7% appare sorprendente, raggruppando in realtà chi avversa la narrazione atlantica e non è rappresentato nelle istituzioni, né ha voce nei grandi media. Si tratta di un popolo in buona parte informato in rete da siti e televisioni youtube – solo Byoblu è sul digitale terrestre – che si avvalgono di valenti studiosi pressoché sconosciuti al grande pubblico.

Sulla scorta di una consistente maggioranza, che rifiuta l'invio di armi e l'escalation, traggono vigore le posizioni di chi avanza solidi argomenti critici e non si fa tappare la bocca dall'aut aut: “o con l'Ucraina di Zelensky o con la Russia di Putin!”

Di particolare rilevanza le analisi del generale Fabio Mini e del professor Alessandro Orsini.

Quest'ultimo ha escluso la possibilità della Cina di “far finire la guerra”, perché: a) gli Stati Uniti non le “consentirebbero di diventare il fulcro delle relazioni internazionali in Europa”; b) essa non può rimuoverne le cause.4

Concentrato sull'Europa e sui possibili reali esiti della guerra, lo sguardo di Orsini è focalizzato sulla crisi ucraina e non vede la reale portata dell'iniziativa diplomatica di Pechino nel contesto euroasiatico e globale.

Alessandro Orsini

«(...) la guerra finirà con una cessione territoriale in favore della Russia. Scartata l'ipotesi di una guerra diretta della Nato, gli esiti possibili della guerra sono infatti soltanto tre. Il primo è la vittoria della Russia che prenderebbe i territori che gradisce. Il secondo è la sconfitta della Russia che userebbe l'arma nucleare tattica per prendere i territori che preferisce. Il terzo esito è la sconfitta della Russia e il suo ritiro dall'Ucraina senza fare uso dell'arma nucleare. In questo caso, la Russia si prenderebbe alcuni anni per ricaricarsi sotto la spinta di un nazionalismo spaventoso e invaderebbe di nuovo l'Ucraina dopo un certo numero di anni in base allo schema già seguito in Cecenia. (…) Una superpotenza che combatta una guerra esistenziale contro un Paese infinitamente più debole può essere sconfitto soltanto con la sua invasione e la sostituzione della sua leadership con una classe dirigente amica dei nemici. (…) l'Occidente avrebbe dovuto lavorare per dirimere la controversia con la diplomazia sapendo bene che, una volta invasa, l'Ucraina sarebbe stata schiacciata e, alla fine, smembrata. I primi a infilare i denti nel collo degli ucraini sono stati i falchi d'Occidente con le loro politiche espansive sconsiderate.»
5

In effetti, il rispetto degli accordi di Minsk I e II avrebbe consentito la soluzione diplomatica. Ma, per ammissione di Porošenko, presidente dell'Ucraina dal 2014 al 2019, e di Angela Merkel, la loro formale accettazione fu solo un espediente6 per guadagnare tempo e rafforzare le capacità di Kiev di passare dal bombardamento del Donbass alla sua riconquista militare. Un inganno che, una volta svelato, ha messo Putin con le spalle al muro, spingendolo alla “operazione militare speciale”.

La manovra diversiva occidentale era ben conosciuta dai vertici della nostra Repubblica e fu resa possibile anche col loro pilatesco beneplacito.7

Falchi per vocazione o per subalternità? Fatto sta che i falchi d'Italia, disposti a combattere fino all'”ultimo ucraino”, vanno dalla destra di Fd'I, ai centristi di Bonino, Renzi e Calenda, fino al PD e persino a quella parte “più a sinistra”, che, stravolgendo la storia e le parti in lotta, paragona la resistenza all'invasione russa alla nostra ed a quelle dei popoli del terzo mondo contro l'imperialismo.

Oltreoceano si dividono

Di grande importanza, per visione complessiva, è la posizione del noto economista Jeffrey Sachs, il quale sostiene che la guerra è il più grande nemico dello sviluppo economico e paventa l'olocausto atomico. La sua disamina8 parte dalla considerazione che gli Stati Uniti hanno fomentato “guerre per procura” un po' ovunque nel mondo, lasciando, dopo conflitti decennali, in grande rovina i Paesi coinvolti.

«Kiev va incontro a un futuro disastroso, se questa guerra non finirà presto.»

Sachs non aderisce al “keynesismo bellico” e non vede nella guerra una schumpeteriana “distruzione creativa”.

«In vent'anni gli Stati Uniti hanno sprecato più di 2 trilioni di dollari di spese militari e l'Afghanistan si è impoverito tanto che il suo Pil pro-capite è sceso sotto i 1400 dollari nel 2021. L'ultimo regalo di Washington a Kabul è stato il sequestro delle ultime disponibilità di valuta estera residue, che ha avuto l'effetto di paralizzare il sistema bancario.»

Nel mirino di Sachs c'è il team Biden-Sullivan-Nuland (ndr dem+neocons) che ha architettato dal 2014 la guerra per procura in Ucraina, prima contro il presidente Yanukovic, poi facendo fallire gli accordi di Minsk e le mediazioni di Turchia ed Israele del marzo 2022. L'accusa loro rivolta è di aver sottovalutato il fattore etnico-linguistico interno all'Ucraina e costretto Mosca nella condizione estrema di combattere “fino alla fine” pur di impedire alla Nato di incorporare l'Ucraina.

Per Sachs:

Jeffrey Sachs

«Le condizioni base per la pace sono chiare. L'Ucraina dovrebbe diventare un Paese neutrale, senza entrare nella Nato, la Crimea dovrebbe rimanere sede della flotta navale russa del Mar Nero come accade dal 1783 e sul Donbass si potrebbe trovare una soluzione pratica che vada dalla divisione territoriale all'autonomia o all'istituzione di una linea verde. Così, ed è la cosa più importante, si arriverebbe al cessate il fuoco e al ritiro della truppe russe dal Paese, mentre la sovranità dell'Ucraina sarebbe garantita dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu e da altre nazioni garanti. Un accordo su queste basi si sarebbe potuto raggiungere già a dicembre 2021 o a marzo 2022.»

Sachs, che arriva a conclusioni analoghe a quelle del professor Orsini, rappresenta una componente interna agli Stati Uniti forte, più di quanto sia valutata nella periferia italica.9 È avversaria di quella capeggiata dal presidente Biden, diretta fautrice degli interessi guerrafondai del potente complesso militar-industriale. Quest'ultimo, a sua volta, appare in contrasto, per questioni di ordine militare strategico, con i generali dello Stato Maggiore.

Della posizione cinese l'economista statunitense nulla dice. Eppure l'iniziativa della Cina si inserisce in questi acuti contrasti interni. La qual cosa potrà apparire conservatrice della “globalizzazione deregolata”, solo ad occhi che sottostimano l'impatto rivoluzionario insito nel passaggio epocale in corso verso un ordine mondiale non più unipolare e votato alla guerra.

Nei 12 punti, quando la Cina chiede di abbandonare la mentalità della guerra fredda, di cessare il fuoco e di «opporsi all'uso dell'economia mondiale come strumento o arma per scopi politici» esalta spaccature in seno alle élites mondiali, che hanno segnato la crisi del piano di reset unipolare del World Economic Forum di Davos. Non a caso quest'anno disertato.

L'economico sottostante

Il punto di vista economico globale, espresso dall'appello “Le condizioni economiche per la pace” (The Economic Conditions for the Peace), ha il merito di aprire ad una lettura che non si limiti all'analisi geo-politica.

Sottoscritto da decine di economisti di tutto il mondo e pubblicato dal Financial Times il 17 febbraio,10 è stato promosso da Robert Skidelsky dell'università di Warwick (UK) e da Emiliano Brancaccio dell'Università del Sannio.

Brancaccio, intervistato da Marco Palombi,11 prima di entrare nel merito dell'appello, afferma perentorio: «La Russia si è macchiata di un'infamia di cui noi occidentali siamo stati cattivi maestri per anni: aggredire altri Paesi per distruggere e controllare. Rispetto al passato, però, c'è una novità. L'invasione russa dell'Ucraina ha attivato una catena di azioni e reazioni ancora più letale, perché trae linfa da contraddizioni economiche di dimensioni mondiali, che vanno esaminate ed affrontate.»

Concentriamoci sulla “novità”.

Emiliano Brancaccio

«L'epoca della globalizzazione liberista ci ha lasciato un'eredità scomoda: un grande debito estero a carico degli Stati Uniti e di vari Paesi occidentali, a fronte di un notevole credito verso l'estero della Cina e dell'oriente e, in parte, della Russia. In questo grande squilibrio la Cina e altri Paesi orientali avrebbero la possibilità di esportare i loro ingenti capitali a ovest (…) per effettuare acquisizioni di aziende occidentali: una “centralizzazione del capitale” in mani orientali.»

Per avversare questa “tendenza” Usa e Ue, hanno abbandonato il liberismo ed adottato il friend shoring, «un protezionismo commerciale e finanziario aggressivo, che mira soprattutto a bloccare l'ingresso di capitali cinesi e orientali.» Le sanzioni anti-russe non sarebbero che la prosecuzione del protezionismo nella guerra. Agli squilibri generati dalla “globalizzazione capitalistica deregolata” è seguita la pretesa di risolverli con la “de-globalizzazione unilaterale”, che alza muri.

«A questo punto, si fa forte la tentazione di aprire varchi all'esportazione di capitale attraverso le truppe ed i cannoni.»

La sequenza ricorda quelle che precedettero le due guerre mondiali. Per evitarne la ripetizione e, per così dire, sminare il terreno economico “decisivo”, per i firmatari dell'Appello:

«Servirebbe un piano per la regolazione politica degli squilibri economici internazionali, che si basi su un controllo coordinato dei movimenti di capitale e su meccanismi condivisi di riassorbimento dei crediti e dei debiti.»

Perciò è proposta una Camera internazionale di compensazione (International clearing union), come inutilmente chiesto da Keynes a Bretton Woods (1944), sul finire della seconda guerra mondiale. Incombeva la “minaccia sovietica” ed oggi è ancora più difficile da far passare.

Al momento, la strategia occidentale di invio di nuove armi all'Ucraina:

«È sbagliata soprattutto se non viene accompagnata da un'iniziativa diplomatica.»

Benché sia evidente che l'invio di armi contraddica alla radice l'iniziativa diplomatica, se ne desume che tale strategia sarebbe meno sbagliata qualora venisse “accompagnata”.

«Quel che è certo e che per avviare una trattativa del genere gli Stati Uniti e l'Unione Europea dovrebbero innanzitutto abbandonare il protezionismo unilaterale del friend shoring, mentre la Cina dovrebbe metter da parte la retorica globalista, che è origine e non soluzione dei problemi.»

Osserva Palombi che, al punto 11, la proposta cinese insiste sulla stabilità.

Per chiarezza, riporto l'intero punto incriminato.

«Mantenere stabili le catene industriali e di approvvigionamento. Tutte le parti dovrebbero mantenere seriamente l'attuale sistema economico mondiale e opporsi all'uso dell'economia mondiale come strumento o arma per scopi politici. Sono necessari sforzi congiunti per mitigare le ricadute della crisi e impedire che interrompa la cooperazione internazionale nei settori dell'energia, della finanza, del commercio alimentare e dei trasporti e comprometta la ripresa economica globale.

Ciò da modo a Brancaccio, in riferimento alla proposta di pace cinese, di concludere:

«In linea di principio si tratta di un buon segnale. Ma se lo scopo cinese è “preservare” il sistema deregolato che abbiamo ereditato dagli anni della globalizzazione, si tratta di una posizione a sua volta insostenibile. Del resto, è un'altra bizzarria di questo tempo che un Paese a guida definita “comunista” si faccia oggi alfiere del libero mercato globale. Per la pace serve più politica, non più mercato.»

Prima di cercare di capire la “bizzarria” dei comunisti cinesi, non sfugga la “bizzarria” di un intellettuale di sinistra che, prima ancora di esprimersi sul sottostante economico, sente il bisogno di allinearsi al mainstream nel giudizio di “infamia” rivolto alla Russia. Come se, per dominare il mondo, i “cattivi maestri” occidentali non avessero messo quel Paese alle strette di una lotta esistenziale.

La “bizzarria” comunista cinese

Il punto 11 della posizione cinese è considerato problematico, in un'ottica di riassetto globale delle relazioni economiche e politiche.

Come sostiene lo stesso Brancaccio, la de-globalizzazione unilaterale occidentale, protezionistica ed aggressiva, è già iniziata da tempo.

A mio avviso, dal momento in cui gli oligopoli finanziarizzati d'Occidente si sono resi conto che ai vantaggi della prima globalizzazione liberista, stavano subentrando gli svantaggi della sua seconda fase, per loro tali da minarne la posizione dominante. Da questa presa d'atto, scaturisce l'adozione del cosiddetto friend shoring.

Per molte economie, non solo “neo-mercantili”, il “disaccoppiamento” o decoupling12 accelerato nelle catene delle forniture può avere gravi effetti e non immediatamente rimediabili. Non è un mistero che il governo statunitense ha intrapreso misure per portare sul proprio territorio produzioni industriali, ritenute strategiche; fatto che danneggia sia la Cina, sia la Germania, già umiliata dal sabotaggio del gasdotto Nord stream.

Cosa dovrebbe fare la Cina di fronte al cordone sanitario, che gli Stati Uniti cercano di stringere dall'Europa all'Estremo Oriente, estendendo la Nato fino al Mar del Giappone?

Cosa significa accantonare la “retorica globalista”?

A cosa di concreto dovrebbe rinunciare la Cina? Alla via della seta o altro?

Da cosa si deduce che la Cina voglia restaurare il mercato de-regolato ?

E qui veniamo al punto nodale.

Intanto, ciò che sconcerta nella critica alla posizione cinese è la riproposizione “monca” del progetto internazionale keynesiano, che teneva invece insieme la compensazione internazionale dei crediti e dei debiti con la riforma del sistema monetario. Keynes non era contrario al “libero scambio”, bensì contrario ad un sistema di scambi che creava squilibri strutturali e portava alla guerra. Sicché univa strettamente la riforma monetaria alla Camera di compensazione.13

Di contro, agli economisti dell'appello non possono essere sfuggiti i seguenti fatti.

  • Il piano del governo cinese di aumentare, tramite investimenti pubblici, il reddito disponibile per allargare la domanda interna, in riduzione degli squilibri strutturali tra le diverse aree del Paese, ma pure per evitare di far dipendere l'andamento della sua economia dalla domanda esterna.
  • L'instaurazione di rapporti di “mutuo vantaggio” negli scambi internazionali, grazie ai quali molti Paesi dell'attuale terzo mondo (vedi Africa) mostrano di preferire la partnership con la Cina e con la Russia a quella, a lungo negativamente sperimentata, con i Paesi ricchi d'Occidente.
  • I numerosi tentativi di superare il ruolo del dollaro posto forzatamente al centro degli scambi mondiali, giusto a partire dal sistema inaugurato alla conferenza di Bretton Woods - scartando il progetto di Keynes -, alla cui obsolescenza ha decisamente contribuito la dichiarazione di inconvertibilità del dollaro in oro (Nixon, 15 agosto 1971). Obsolescenza rafforzata, seppure in modo “non intenzionale”, dalle recenti sanzioni anti-russe.
  • Il progetto, in itinere, di dare vita ad un sistema monetario alternativo,14 tipo bancor keynesiano, basato su un paniere di valute nazionali e su assets economici reali, sganciati dalla volatilità del fiat money USA. 

Infatti, è sul primato del dollaro che si fonda il sistema unipolare finanziario, negato il quale si apre uno spazio tutto favorevole a quello multipolare.

Contraddizione principale politica, sconosciuta all'analisi del sottostante economico, che vorrebbe però “più politica e non più mercato”.

Diffidenza, cautela, avversione

Sui 12 punti, presi nel loro complesso, è più condivisibile un “sasso nello stagno”, gettato il 24 febbraio da Alberto Bradanini dalle pagine in rete di La Fionda.15

Il quadro d'insieme tratteggiato non ha pretesa di neutralità, come nel caso dell'appello testé esaminato, avendo a bersaglio privilegiato la Nato e la subalternità dei governi europei agli Stati Uniti.

Piuttosto suscita perplessità la interpretazione della mossa cinese, riconosciuta efficace nella “sostanza”. Scrive Bradanini:

«Nella sostanza la proposta cinese sembra suggerire una (già testata) soluzione alla “coreana”, con caratteristiche cinesi dunque, un po’ sconclusionata nella forma, ma efficace nella sostanza.»

Che dalla guerra in corso possa scaturire una situazione alla “coreana”, è nelle effettive possibilità. Eppure non è chiaro come tale sbocco sia implicito o persino voluto nella presa di posizione di Pechino, solo perché - par di capire - non entra direttamente nei particolari di quali debbano essere i termini specifici di un trattato di pace in Ucraina, successivo alla entrata in vigore del cessate il fuoco.

In linea generale, è comprensibile una certa cautela nel valorizzare le politiche di una emergente potenza qual è la Cina. Dietro al pacifismo al momento professato, potrebbe nascondersi la volontà di instaurare un ordine multipolare sbilanciato a proprio favore. Un ordine che, in sé - va ribadito -, non garantisce da ogni possibile conflitto geopolitico, sebbene permetta una maggiore “democrazia” nei rapporti internazionali, finalmente sottratti alla gabbia delle dipendenze imposte dall'imperialismo nord-americano.

Alcuni aspetti dello sviluppo cinese e delle politiche adottate dal PCC sono controversi.

A seguito della svolta pragmatica impressa da Deng Xiaoping negli anni Ottanta, la modernizzazione ed il grande sviluppo produttivo è stato conseguito al prezzo di notevoli spazi concessi al capitale privato nazionale ed estero, fortemente intrecciato con la globalizzazione liberalista.

Di contro, la dirigenza cinese ha saputo gestire l'inurbamento di milioni di persone, evitando sia le bidonvilles tipiche del terzo mondo, sia la distruzione dell'agricoltura contadina, e mantenere nelle mani dello Stato il controllo delle leve economico-finanziarie, a garanzia dell'indipendenza nazionale.16 La Cina ha così potuto elevare le condizioni di vita generali, diminuire i livelli di povertà e collocarsi saldamente tra gli emergenti, in compagnia di una Russia la quale aveva pesantemente pagato, con il disastro della distruzione dell'URSS, le politiche dei tempi di Bréžnev.

Tuttavia, proprio perché in Cina il grande sviluppo ha trasformato la borghesia nazionale in grande borghesia capitalistica, è nell'ordine delle cose che, nel prossimo divenire, quest'ultima possa tentare di avere il sopravvento sulle altre tre componenti popolari – operai, contadini e piccola borghesia – del blocco nazionale, portando alla fine dell'esperienza socialista e ad un egemonismo esterno con caratteristiche nazionalistiche.

Dell'esistenza di tensioni interne alla coalizione nazionale per lo sviluppo, abbiamo avuto segnale dal recente ridimensionamento del potere finanziario concentrato nelle mani di Jack Ma (il padrone di Alibaba),17 attuato dal PCC.

Anche le contraddittorie misure adottate dal governo cinese in occasione della pandemia, con lo “strano” ruolo dei laboratori di Wuhan, appaltati alle ricerche sui virus commissionate dalla finanza occidentale e da personaggi come il dottor Fauci, possono lecitamente indurre ad un atteggiamento di sospetto e cautela. In particolare se teniamo conto della penetrazione in Cina della cultura e dell'ideologia del progressivismo tecno-scientifico, cara al globalismo anglo-americano.

È tuttavia da vincere la diffidenza, quando oltrepassa la cautela per avversare il ruolo della Cina nel porre fine alla lunga storia egemonica degli Stati Uniti,18 costellata da colpi di Stato e guerre d'aggressione.

Berlino, manifestazione del 25 febbraio 2023

Dietro al paravento del “pericolo del Dragone” finisce per nascondersi l'appoggio al governo Meloni, supposto male minore nonostante preferisca gli arsenali ai granai e riconfermi la subalternità dell'Italia al binomio Nato-USA, nella ribadita appartenenza ad un Occidente che instrada pericolosamente alla guerra generale.

Sullo sfondo c'è il persistente rifiuto di ogni concreta forma di sovranità democratica nazionale, giacché essa rimetterebbe in moto la lotta di classe e la possibilità di quella subalterna di aprire la via al socialismo in Italia.


Note

1 https://www.mfa.gov.cn/eng/zxxx_662805/202302/t20230224_11030713.html

2 https://www.open.online/2023/02/24/sondaggio-guerra-ucraina-italiani-invio-armi/

3 https://www.fattieavvenimenti.it/sondaggio-ghisleri-su-zelensky-gli-italiani-la-pensano-come-berlusconi/

4 Alessandro Orsini, “Non può essere la Cina a far finire la guerra”. Il Fatto Quotidiano, 19 febbraio 2023.

5 Alessandro Orsini, “Pessimi scenari. La guerra finirà male per l'Ucraina costretta a cedere territori”, Il Fatto Quotidiano, 28 febbraio 2023.

6 https://www.agerecontra.it/2022/12/la-merkel-ammette-che-minsk-era-solo-un-espediente/

7 Nel novembre 2014, Matteo Renzi partecipò ad un incontro con Putin, Porošenko, Merkel, Cameron e Hollande, in cui venne proposta una soluzione tipo Sud Tirolo. Accettata da Putin, venne rifiutata da Porošenko.

8 Jeffrey Sachs, “Guerre per procura, lezione afghana”, Il Fatto Quotidiano, 2 marzo 2023.

9 Casa del Sole TV, “Umberto Pascali, il nuovo mondo multipolare prende forma“, 5 marzo 2023, https://www.youtube.com/watch?v=Ykx4nfn5-ps

10 https://www.emilianobrancaccio.it/2023/02/16/the-economic-conditions-for-the-peace/

11 Marco Palombi, “Per la pace dobbiamo creare pure le condizioni economiche”, intervista a Emiliano Brancaccio, il Fatto Quotidiano, 27 febbraio 2023.

12 Vedi grafico riportato dal professore Gabriele Pastrello, sulla sua pagina FaceBook del 15 febbraio 2023.

13 https://eticaeconomia.it/attualita-di-un-riformatore-monetario-il-piano-di-keynes-per-la-liberta-del-commercio-e-il-disarmo-finanziario/

14 https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/prove-generali-di-monete-rivali-34394

15 https://www.lafionda.org/2023/02/24/la-proposta-di-pace-della-repubblica-popolare-di-cina-una-sintesi-essenziale/

16 Sul tema vedasi “In rotta di collisione”, su berniniric.blogspot.com e su https://mega.nz/file/zIZXnaJS#PToEG6Njr6frzKuX7XjWcgM7eSlEJAjSHYVAKE4bgcU

17 https://www.editorialedomani.it/politica/mondo/jack-ma-alibaba-cina-xi-jiping-ncckq81g

18 Vedi “L'egemonia degli Stati Uniti e i suoi pericoli”,

https://www.fmprc.gov.cn/mfa_eng/wjbxw/202302/t20230220_11027664.html