sabato 11 marzo 2023

Ucraina - La via cinese alla pace

Ucraina

La via cinese alla pace

Il significato della presa di posizione cinese attraverso il vaglio di commenti ed analisi che la discutono.


Il significato del viaggio

Alla preparazione dei 12 punti della presa di posizione cinese è stato incaricato Wang Yi, il responsabile esteri del Partito Comunista Cinese. Il giro di consultazioni ai massimi livelli ha toccato Francia, Italia, Ungheria e Russia, passando dalla Conferenza sulla sicurezza, a Monaco di Baviera. Il rilievo conferito alla missione testimonia della grande importanza delle scelte, alle quali i governi interpellati sono chiamati in rapporto ai destini della pace.

Nel risultante documento cinese1 il locale ucraino è posto nel globale. Segue alcuni riconosciuti principi guida dell'Onu ed è volto a raccogliere un ampio consenso, anche dei Paesi su posizioni “intermedie”, attorno ad una proposta di pace planetaria, non solo alla immediata necessità di porre fine alla guerra in Ucraina e scongiurare una escalation che porterebbe all'uso di armi chimiche, batteriologiche e persino nucleari.

I 12 punti non parlano di multipolarità. Essa è implicita nell'invito a tutti cooperare per un quadro di sicurezza mondiale più equilibrato e stabile, che non privilegi quella di alcuni a scapito di altri e rifiuti i doppi standard nell'applicazione del diritto internazionale.

Riallacciate le relazioni Iran-Arabia Saudita

Pechino offre la propria disponibilità a negoziati, ferma tenendo l'alleanza “dagli sviluppi illimitati” con la Russia, così vanificando il disegno degli Stati Uniti, tramite la guerra in Ucraina, di neutralizzarla, per fare della Cina il bersaglio finale della sua strategia di dominio unipolare.

L'Italia reale dissente da quella ufficiale

Le reazioni alla presa di posizione cinese della Casa Bianca e della Nato sono state di totale chiusura. A ruota l'Unione europea, i Paesi della nuova cortina di ferro dal Baltico al Mar Nero, con l'eccezione ad Est dell'Ungheria, non a caso una tappa del viaggio.

Il G20 si è diviso. L'India non ci sta. Macron mostra qualche apertura. Forse qualche cancelleria lavora dietro le quinte per riaprire il negoziato.

Allineata e coperta” come un soldatino al vecchio addestramento reclute dei coscritti, l'Italia meloniana ha cominciato a mostrare delle crepe. Il Paese reale dissente da quello ufficiale.

Mentre per un sondaggio gli italiani che “stanno dalla parte dei russi” sarebbero “solo” il 7%,2 per un altro sondaggio la maggioranza degli italiani “la pensa come Berlusconi”,3 che, stando alle esatte sue parole, giustifica la reazione di Putin alla politica sconsiderata di Zelensky.

Ove si tenga conto del bombardamento mediatico filo-atlantico e dell'orientamento prevalente tra i partiti in parlamento, quel 7% appare sorprendente, raggruppando in realtà chi avversa la narrazione atlantica e non è rappresentato nelle istituzioni, né ha voce nei grandi media. Si tratta di un popolo in buona parte informato in rete da siti e televisioni youtube – solo Byoblu è sul digitale terrestre – che si avvalgono di valenti studiosi pressoché sconosciuti al grande pubblico.

Sulla scorta di una consistente maggioranza, che rifiuta l'invio di armi e l'escalation, traggono vigore le posizioni di chi avanza solidi argomenti critici e non si fa tappare la bocca dall'aut aut: “o con l'Ucraina di Zelensky o con la Russia di Putin!”

Di particolare rilevanza le analisi del generale Fabio Mini e del professor Alessandro Orsini.

Quest'ultimo ha escluso la possibilità della Cina di “far finire la guerra”, perché: a) gli Stati Uniti non le “consentirebbero di diventare il fulcro delle relazioni internazionali in Europa”; b) essa non può rimuoverne le cause.4

Concentrato sull'Europa e sui possibili reali esiti della guerra, lo sguardo di Orsini è focalizzato sulla crisi ucraina e non vede la reale portata dell'iniziativa diplomatica di Pechino nel contesto euroasiatico e globale.

Alessandro Orsini

«(...) la guerra finirà con una cessione territoriale in favore della Russia. Scartata l'ipotesi di una guerra diretta della Nato, gli esiti possibili della guerra sono infatti soltanto tre. Il primo è la vittoria della Russia che prenderebbe i territori che gradisce. Il secondo è la sconfitta della Russia che userebbe l'arma nucleare tattica per prendere i territori che preferisce. Il terzo esito è la sconfitta della Russia e il suo ritiro dall'Ucraina senza fare uso dell'arma nucleare. In questo caso, la Russia si prenderebbe alcuni anni per ricaricarsi sotto la spinta di un nazionalismo spaventoso e invaderebbe di nuovo l'Ucraina dopo un certo numero di anni in base allo schema già seguito in Cecenia. (…) Una superpotenza che combatta una guerra esistenziale contro un Paese infinitamente più debole può essere sconfitto soltanto con la sua invasione e la sostituzione della sua leadership con una classe dirigente amica dei nemici. (…) l'Occidente avrebbe dovuto lavorare per dirimere la controversia con la diplomazia sapendo bene che, una volta invasa, l'Ucraina sarebbe stata schiacciata e, alla fine, smembrata. I primi a infilare i denti nel collo degli ucraini sono stati i falchi d'Occidente con le loro politiche espansive sconsiderate.»
5

In effetti, il rispetto degli accordi di Minsk I e II avrebbe consentito la soluzione diplomatica. Ma, per ammissione di Porošenko, presidente dell'Ucraina dal 2014 al 2019, e di Angela Merkel, la loro formale accettazione fu solo un espediente6 per guadagnare tempo e rafforzare le capacità di Kiev di passare dal bombardamento del Donbass alla sua riconquista militare. Un inganno che, una volta svelato, ha messo Putin con le spalle al muro, spingendolo alla “operazione militare speciale”.

La manovra diversiva occidentale era ben conosciuta dai vertici della nostra Repubblica e fu resa possibile anche col loro pilatesco beneplacito.7

Falchi per vocazione o per subalternità? Fatto sta che i falchi d'Italia, disposti a combattere fino all'”ultimo ucraino”, vanno dalla destra di Fd'I, ai centristi di Bonino, Renzi e Calenda, fino al PD e persino a quella parte “più a sinistra”, che, stravolgendo la storia e le parti in lotta, paragona la resistenza all'invasione russa alla nostra ed a quelle dei popoli del terzo mondo contro l'imperialismo.

Oltreoceano si dividono

Di grande importanza, per visione complessiva, è la posizione del noto economista Jeffrey Sachs, il quale sostiene che la guerra è il più grande nemico dello sviluppo economico e paventa l'olocausto atomico. La sua disamina8 parte dalla considerazione che gli Stati Uniti hanno fomentato “guerre per procura” un po' ovunque nel mondo, lasciando, dopo conflitti decennali, in grande rovina i Paesi coinvolti.

«Kiev va incontro a un futuro disastroso, se questa guerra non finirà presto.»

Sachs non aderisce al “keynesismo bellico” e non vede nella guerra una schumpeteriana “distruzione creativa”.

«In vent'anni gli Stati Uniti hanno sprecato più di 2 trilioni di dollari di spese militari e l'Afghanistan si è impoverito tanto che il suo Pil pro-capite è sceso sotto i 1400 dollari nel 2021. L'ultimo regalo di Washington a Kabul è stato il sequestro delle ultime disponibilità di valuta estera residue, che ha avuto l'effetto di paralizzare il sistema bancario.»

Nel mirino di Sachs c'è il team Biden-Sullivan-Nuland (ndr dem+neocons) che ha architettato dal 2014 la guerra per procura in Ucraina, prima contro il presidente Yanukovic, poi facendo fallire gli accordi di Minsk e le mediazioni di Turchia ed Israele del marzo 2022. L'accusa loro rivolta è di aver sottovalutato il fattore etnico-linguistico interno all'Ucraina e costretto Mosca nella condizione estrema di combattere “fino alla fine” pur di impedire alla Nato di incorporare l'Ucraina.

Per Sachs:

Jeffrey Sachs

«Le condizioni base per la pace sono chiare. L'Ucraina dovrebbe diventare un Paese neutrale, senza entrare nella Nato, la Crimea dovrebbe rimanere sede della flotta navale russa del Mar Nero come accade dal 1783 e sul Donbass si potrebbe trovare una soluzione pratica che vada dalla divisione territoriale all'autonomia o all'istituzione di una linea verde. Così, ed è la cosa più importante, si arriverebbe al cessate il fuoco e al ritiro della truppe russe dal Paese, mentre la sovranità dell'Ucraina sarebbe garantita dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu e da altre nazioni garanti. Un accordo su queste basi si sarebbe potuto raggiungere già a dicembre 2021 o a marzo 2022.»

Sachs, che arriva a conclusioni analoghe a quelle del professor Orsini, rappresenta una componente interna agli Stati Uniti forte, più di quanto sia valutata nella periferia italica.9 È avversaria di quella capeggiata dal presidente Biden, diretta fautrice degli interessi guerrafondai del potente complesso militar-industriale. Quest'ultimo, a sua volta, appare in contrasto, per questioni di ordine militare strategico, con i generali dello Stato Maggiore.

Della posizione cinese l'economista statunitense nulla dice. Eppure l'iniziativa della Cina si inserisce in questi acuti contrasti interni. La qual cosa potrà apparire conservatrice della “globalizzazione deregolata”, solo ad occhi che sottostimano l'impatto rivoluzionario insito nel passaggio epocale in corso verso un ordine mondiale non più unipolare e votato alla guerra.

Nei 12 punti, quando la Cina chiede di abbandonare la mentalità della guerra fredda, di cessare il fuoco e di «opporsi all'uso dell'economia mondiale come strumento o arma per scopi politici» esalta spaccature in seno alle élites mondiali, che hanno segnato la crisi del piano di reset unipolare del World Economic Forum di Davos. Non a caso quest'anno disertato.

L'economico sottostante

Il punto di vista economico globale, espresso dall'appello “Le condizioni economiche per la pace” (The Economic Conditions for the Peace), ha il merito di aprire ad una lettura che non si limiti all'analisi geo-politica.

Sottoscritto da decine di economisti di tutto il mondo e pubblicato dal Financial Times il 17 febbraio,10 è stato promosso da Robert Skidelsky dell'università di Warwick (UK) e da Emiliano Brancaccio dell'Università del Sannio.

Brancaccio, intervistato da Marco Palombi,11 prima di entrare nel merito dell'appello, afferma perentorio: «La Russia si è macchiata di un'infamia di cui noi occidentali siamo stati cattivi maestri per anni: aggredire altri Paesi per distruggere e controllare. Rispetto al passato, però, c'è una novità. L'invasione russa dell'Ucraina ha attivato una catena di azioni e reazioni ancora più letale, perché trae linfa da contraddizioni economiche di dimensioni mondiali, che vanno esaminate ed affrontate.»

Concentriamoci sulla “novità”.

Emiliano Brancaccio

«L'epoca della globalizzazione liberista ci ha lasciato un'eredità scomoda: un grande debito estero a carico degli Stati Uniti e di vari Paesi occidentali, a fronte di un notevole credito verso l'estero della Cina e dell'oriente e, in parte, della Russia. In questo grande squilibrio la Cina e altri Paesi orientali avrebbero la possibilità di esportare i loro ingenti capitali a ovest (…) per effettuare acquisizioni di aziende occidentali: una “centralizzazione del capitale” in mani orientali.»

Per avversare questa “tendenza” Usa e Ue, hanno abbandonato il liberismo ed adottato il friend shoring, «un protezionismo commerciale e finanziario aggressivo, che mira soprattutto a bloccare l'ingresso di capitali cinesi e orientali.» Le sanzioni anti-russe non sarebbero che la prosecuzione del protezionismo nella guerra. Agli squilibri generati dalla “globalizzazione capitalistica deregolata” è seguita la pretesa di risolverli con la “de-globalizzazione unilaterale”, che alza muri.

«A questo punto, si fa forte la tentazione di aprire varchi all'esportazione di capitale attraverso le truppe ed i cannoni.»

La sequenza ricorda quelle che precedettero le due guerre mondiali. Per evitarne la ripetizione e, per così dire, sminare il terreno economico “decisivo”, per i firmatari dell'Appello:

«Servirebbe un piano per la regolazione politica degli squilibri economici internazionali, che si basi su un controllo coordinato dei movimenti di capitale e su meccanismi condivisi di riassorbimento dei crediti e dei debiti.»

Perciò è proposta una Camera internazionale di compensazione (International clearing union), come inutilmente chiesto da Keynes a Bretton Woods (1944), sul finire della seconda guerra mondiale. Incombeva la “minaccia sovietica” ed oggi è ancora più difficile da far passare.

Al momento, la strategia occidentale di invio di nuove armi all'Ucraina:

«È sbagliata soprattutto se non viene accompagnata da un'iniziativa diplomatica.»

Benché sia evidente che l'invio di armi contraddica alla radice l'iniziativa diplomatica, se ne desume che tale strategia sarebbe meno sbagliata qualora venisse “accompagnata”.

«Quel che è certo e che per avviare una trattativa del genere gli Stati Uniti e l'Unione Europea dovrebbero innanzitutto abbandonare il protezionismo unilaterale del friend shoring, mentre la Cina dovrebbe metter da parte la retorica globalista, che è origine e non soluzione dei problemi.»

Osserva Palombi che, al punto 11, la proposta cinese insiste sulla stabilità.

Per chiarezza, riporto l'intero punto incriminato.

«Mantenere stabili le catene industriali e di approvvigionamento. Tutte le parti dovrebbero mantenere seriamente l'attuale sistema economico mondiale e opporsi all'uso dell'economia mondiale come strumento o arma per scopi politici. Sono necessari sforzi congiunti per mitigare le ricadute della crisi e impedire che interrompa la cooperazione internazionale nei settori dell'energia, della finanza, del commercio alimentare e dei trasporti e comprometta la ripresa economica globale.

Ciò da modo a Brancaccio, in riferimento alla proposta di pace cinese, di concludere:

«In linea di principio si tratta di un buon segnale. Ma se lo scopo cinese è “preservare” il sistema deregolato che abbiamo ereditato dagli anni della globalizzazione, si tratta di una posizione a sua volta insostenibile. Del resto, è un'altra bizzarria di questo tempo che un Paese a guida definita “comunista” si faccia oggi alfiere del libero mercato globale. Per la pace serve più politica, non più mercato.»

Prima di cercare di capire la “bizzarria” dei comunisti cinesi, non sfugga la “bizzarria” di un intellettuale di sinistra che, prima ancora di esprimersi sul sottostante economico, sente il bisogno di allinearsi al mainstream nel giudizio di “infamia” rivolto alla Russia. Come se, per dominare il mondo, i “cattivi maestri” occidentali non avessero messo quel Paese alle strette di una lotta esistenziale.

La “bizzarria” comunista cinese

Il punto 11 della posizione cinese è considerato problematico, in un'ottica di riassetto globale delle relazioni economiche e politiche.

Come sostiene lo stesso Brancaccio, la de-globalizzazione unilaterale occidentale, protezionistica ed aggressiva, è già iniziata da tempo.

A mio avviso, dal momento in cui gli oligopoli finanziarizzati d'Occidente si sono resi conto che ai vantaggi della prima globalizzazione liberista, stavano subentrando gli svantaggi della sua seconda fase, per loro tali da minarne la posizione dominante. Da questa presa d'atto, scaturisce l'adozione del cosiddetto friend shoring.

Per molte economie, non solo “neo-mercantili”, il “disaccoppiamento” o decoupling12 accelerato nelle catene delle forniture può avere gravi effetti e non immediatamente rimediabili. Non è un mistero che il governo statunitense ha intrapreso misure per portare sul proprio territorio produzioni industriali, ritenute strategiche; fatto che danneggia sia la Cina, sia la Germania, già umiliata dal sabotaggio del gasdotto Nord stream.

Cosa dovrebbe fare la Cina di fronte al cordone sanitario, che gli Stati Uniti cercano di stringere dall'Europa all'Estremo Oriente, estendendo la Nato fino al Mar del Giappone?

Cosa significa accantonare la “retorica globalista”?

A cosa di concreto dovrebbe rinunciare la Cina? Alla via della seta o altro?

Da cosa si deduce che la Cina voglia restaurare il mercato de-regolato ?

E qui veniamo al punto nodale.

Intanto, ciò che sconcerta nella critica alla posizione cinese è la riproposizione “monca” del progetto internazionale keynesiano, che teneva invece insieme la compensazione internazionale dei crediti e dei debiti con la riforma del sistema monetario. Keynes non era contrario al “libero scambio”, bensì contrario ad un sistema di scambi che creava squilibri strutturali e portava alla guerra. Sicché univa strettamente la riforma monetaria alla Camera di compensazione.13

Di contro, agli economisti dell'appello non possono essere sfuggiti i seguenti fatti.

  • Il piano del governo cinese di aumentare, tramite investimenti pubblici, il reddito disponibile per allargare la domanda interna, in riduzione degli squilibri strutturali tra le diverse aree del Paese, ma pure per evitare di far dipendere l'andamento della sua economia dalla domanda esterna.
  • L'instaurazione di rapporti di “mutuo vantaggio” negli scambi internazionali, grazie ai quali molti Paesi dell'attuale terzo mondo (vedi Africa) mostrano di preferire la partnership con la Cina e con la Russia a quella, a lungo negativamente sperimentata, con i Paesi ricchi d'Occidente.
  • I numerosi tentativi di superare il ruolo del dollaro posto forzatamente al centro degli scambi mondiali, giusto a partire dal sistema inaugurato alla conferenza di Bretton Woods - scartando il progetto di Keynes -, alla cui obsolescenza ha decisamente contribuito la dichiarazione di inconvertibilità del dollaro in oro (Nixon, 15 agosto 1971). Obsolescenza rafforzata, seppure in modo “non intenzionale”, dalle recenti sanzioni anti-russe.
  • Il progetto, in itinere, di dare vita ad un sistema monetario alternativo,14 tipo bancor keynesiano, basato su un paniere di valute nazionali e su assets economici reali, sganciati dalla volatilità del fiat money USA. 

Infatti, è sul primato del dollaro che si fonda il sistema unipolare finanziario, negato il quale si apre uno spazio tutto favorevole a quello multipolare.

Contraddizione principale politica, sconosciuta all'analisi del sottostante economico, che vorrebbe però “più politica e non più mercato”.

Diffidenza, cautela, avversione

Sui 12 punti, presi nel loro complesso, è più condivisibile un “sasso nello stagno”, gettato il 24 febbraio da Alberto Bradanini dalle pagine in rete di La Fionda.15

Il quadro d'insieme tratteggiato non ha pretesa di neutralità, come nel caso dell'appello testé esaminato, avendo a bersaglio privilegiato la Nato e la subalternità dei governi europei agli Stati Uniti.

Piuttosto suscita perplessità la interpretazione della mossa cinese, riconosciuta efficace nella “sostanza”. Scrive Bradanini:

«Nella sostanza la proposta cinese sembra suggerire una (già testata) soluzione alla “coreana”, con caratteristiche cinesi dunque, un po’ sconclusionata nella forma, ma efficace nella sostanza.»

Che dalla guerra in corso possa scaturire una situazione alla “coreana”, è nelle effettive possibilità. Eppure non è chiaro come tale sbocco sia implicito o persino voluto nella presa di posizione di Pechino, solo perché - par di capire - non entra direttamente nei particolari di quali debbano essere i termini specifici di un trattato di pace in Ucraina, successivo alla entrata in vigore del cessate il fuoco.

In linea generale, è comprensibile una certa cautela nel valorizzare le politiche di una emergente potenza qual è la Cina. Dietro al pacifismo al momento professato, potrebbe nascondersi la volontà di instaurare un ordine multipolare sbilanciato a proprio favore. Un ordine che, in sé - va ribadito -, non garantisce da ogni possibile conflitto geopolitico, sebbene permetta una maggiore “democrazia” nei rapporti internazionali, finalmente sottratti alla gabbia delle dipendenze imposte dall'imperialismo nord-americano.

Alcuni aspetti dello sviluppo cinese e delle politiche adottate dal PCC sono controversi.

A seguito della svolta pragmatica impressa da Deng Xiaoping negli anni Ottanta, la modernizzazione ed il grande sviluppo produttivo è stato conseguito al prezzo di notevoli spazi concessi al capitale privato nazionale ed estero, fortemente intrecciato con la globalizzazione liberalista.

Di contro, la dirigenza cinese ha saputo gestire l'inurbamento di milioni di persone, evitando sia le bidonvilles tipiche del terzo mondo, sia la distruzione dell'agricoltura contadina, e mantenere nelle mani dello Stato il controllo delle leve economico-finanziarie, a garanzia dell'indipendenza nazionale.16 La Cina ha così potuto elevare le condizioni di vita generali, diminuire i livelli di povertà e collocarsi saldamente tra gli emergenti, in compagnia di una Russia la quale aveva pesantemente pagato, con il disastro della distruzione dell'URSS, le politiche dei tempi di Bréžnev.

Tuttavia, proprio perché in Cina il grande sviluppo ha trasformato la borghesia nazionale in grande borghesia capitalistica, è nell'ordine delle cose che, nel prossimo divenire, quest'ultima possa tentare di avere il sopravvento sulle altre tre componenti popolari – operai, contadini e piccola borghesia – del blocco nazionale, portando alla fine dell'esperienza socialista e ad un egemonismo esterno con caratteristiche nazionalistiche.

Dell'esistenza di tensioni interne alla coalizione nazionale per lo sviluppo, abbiamo avuto segnale dal recente ridimensionamento del potere finanziario concentrato nelle mani di Jack Ma (il padrone di Alibaba),17 attuato dal PCC.

Anche le contraddittorie misure adottate dal governo cinese in occasione della pandemia, con lo “strano” ruolo dei laboratori di Wuhan, appaltati alle ricerche sui virus commissionate dalla finanza occidentale e da personaggi come il dottor Fauci, possono lecitamente indurre ad un atteggiamento di sospetto e cautela. In particolare se teniamo conto della penetrazione in Cina della cultura e dell'ideologia del progressivismo tecno-scientifico, cara al globalismo anglo-americano.

È tuttavia da vincere la diffidenza, quando oltrepassa la cautela per avversare il ruolo della Cina nel porre fine alla lunga storia egemonica degli Stati Uniti,18 costellata da colpi di Stato e guerre d'aggressione.

Berlino, manifestazione del 25 febbraio 2023

Dietro al paravento del “pericolo del Dragone” finisce per nascondersi l'appoggio al governo Meloni, supposto male minore nonostante preferisca gli arsenali ai granai e riconfermi la subalternità dell'Italia al binomio Nato-USA, nella ribadita appartenenza ad un Occidente che instrada pericolosamente alla guerra generale.

Sullo sfondo c'è il persistente rifiuto di ogni concreta forma di sovranità democratica nazionale, giacché essa rimetterebbe in moto la lotta di classe e la possibilità di quella subalterna di aprire la via al socialismo in Italia.


Note

1 https://www.mfa.gov.cn/eng/zxxx_662805/202302/t20230224_11030713.html

2 https://www.open.online/2023/02/24/sondaggio-guerra-ucraina-italiani-invio-armi/

3 https://www.fattieavvenimenti.it/sondaggio-ghisleri-su-zelensky-gli-italiani-la-pensano-come-berlusconi/

4 Alessandro Orsini, “Non può essere la Cina a far finire la guerra”. Il Fatto Quotidiano, 19 febbraio 2023.

5 Alessandro Orsini, “Pessimi scenari. La guerra finirà male per l'Ucraina costretta a cedere territori”, Il Fatto Quotidiano, 28 febbraio 2023.

6 https://www.agerecontra.it/2022/12/la-merkel-ammette-che-minsk-era-solo-un-espediente/

7 Nel novembre 2014, Matteo Renzi partecipò ad un incontro con Putin, Porošenko, Merkel, Cameron e Hollande, in cui venne proposta una soluzione tipo Sud Tirolo. Accettata da Putin, venne rifiutata da Porošenko.

8 Jeffrey Sachs, “Guerre per procura, lezione afghana”, Il Fatto Quotidiano, 2 marzo 2023.

9 Casa del Sole TV, “Umberto Pascali, il nuovo mondo multipolare prende forma“, 5 marzo 2023, https://www.youtube.com/watch?v=Ykx4nfn5-ps

10 https://www.emilianobrancaccio.it/2023/02/16/the-economic-conditions-for-the-peace/

11 Marco Palombi, “Per la pace dobbiamo creare pure le condizioni economiche”, intervista a Emiliano Brancaccio, il Fatto Quotidiano, 27 febbraio 2023.

12 Vedi grafico riportato dal professore Gabriele Pastrello, sulla sua pagina FaceBook del 15 febbraio 2023.

13 https://eticaeconomia.it/attualita-di-un-riformatore-monetario-il-piano-di-keynes-per-la-liberta-del-commercio-e-il-disarmo-finanziario/

14 https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/prove-generali-di-monete-rivali-34394

15 https://www.lafionda.org/2023/02/24/la-proposta-di-pace-della-repubblica-popolare-di-cina-una-sintesi-essenziale/

16 Sul tema vedasi “In rotta di collisione”, su berniniric.blogspot.com e su https://mega.nz/file/zIZXnaJS#PToEG6Njr6frzKuX7XjWcgM7eSlEJAjSHYVAKE4bgcU

17 https://www.editorialedomani.it/politica/mondo/jack-ma-alibaba-cina-xi-jiping-ncckq81g

18 Vedi “L'egemonia degli Stati Uniti e i suoi pericoli”,

https://www.fmprc.gov.cn/mfa_eng/wjbxw/202302/t20230220_11027664.html

giovedì 9 febbraio 2023

Diritti umani, civili e LGBTQ+

DIRITTI UMANI, CIVILI e LGBTQ+

Approdi dell'ideologia liberale sui diritti 



I “nuovi diritti”, generalmente raggruppati sotto l'ombrello dell'acronimo LGBTQ+, stanno diventando sempre più importanti nel generale dibattito-scontro sui diritti umani e civili.

In questione sono un complesso di leggi riguardanti, in Italia, una popolazione stimabile in ben più di quattro milioni di persone, oggetto di oppressione e discriminazioni, tanto più pesanti se, come è per la maggior parte di loro, devono già sopportare la condizione sociale di appartenere al popolo dei precari, dei poveri e degli impoveriti, alla classe subordinata di un paese dipendente.

Tuttavia, i modi ed i contenuti proposti alla pubblica opinione dai prevalenti media e da alcune forze politiche, che si sono intestate la lotta per i “nuovi diritti”, suscitano forti sospetti di manipolazione per fini estranei a quelli dichiarati.

Sta di fatto che, invece di creare accordo e solidarietà in seno alle classi subordinate, vengono esacerbate divergenze culturali preesistenti, preconcetti e pregiudizi, indebolendo, da un lato, l'opposizione sociale e, dall'altro, spingendo queste minoranze in cerca di riscatto tra le braccia della classe dominante e del suo tardo liberalismo.

Inoltre, i sedicenti campioni di queste minoranze prendono iniziative o lasciano libero campo a pratiche che, estremizzando e storpiando l'indirizzo dell'impegno, generano reazioni di rigetto e rafforzano spinte tradizionaliste (passatiste), religiose e non, che arrivano a rimettere in discussione conquiste date per stabilmente acquisite. 

Come nel caso della legge sull'interruzione di gravidanza.

Presi nella stretta tra fautori di un falso progresso e di un passatismo tradizionalista, fatica a farsi strada una critica che, nella lotta a visioni ideologiche apparentemente opposte, sappia vedere il concreto reale di tutta la posta in gioco. 

Fanno ostacolo e vanno superati l'aperto timore di cadere nella rete di un dibattito-scontro che vada a sovrapporsi a quelli sociali e politici, nascondendoli in un dimenticato secondo piano, e quello più riposto di venire intrappolati da controversie su questioni ritenute “spinose”, di difficile se non impossibile soluzione.

Di contro, l'esercizio dell'analisi critica - alla quale questo articolo1 intende partecipare - rivelerà quanto l'affermazione dei diritti delle minoranze, nel rispetto delle loro umane identità, sia strettamente legata ed inseparabile dalla difesa delle umane identità della maggioranza.

Al punto di aprire la via a soluzioni equilibrate e socialmente unificanti.


“Evoluzioni” storiche

I diritti civili si sviluppano storicamente in relazione ai diritti umani, avendo presente che la loro stessa concezione varia in rapporto alle idee egemoni ed al contesto politico-sociale del periodo  in cui vengono pensati, formulati ed affermati.

La fonte primaria è costituita da due dichiarazioni: la Dichiarazione di Indipendenza americana del 1776 e la Dichiarazione dei diritti dell'Uomo e del Cittadino francese del 1789

Esse contengono asserzioni generali in forza delle quali, in opposizione al re ed alla tradizione, veniva presupposta la volontà di Dio di aver creato ogni uomo uguale alla nascita e detentore di pari diritto alla vita, alla libertà e (nella Dichiarazione americana) alla felicità.

I derivanti diritti civili furono sanciti da ciascun Stato in esercizio della propria sovranità nazionale (“Il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella nazione”, terzo articolo della Dichiarazione francese).2

Con la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo (UDHR) del 1948, che rappresenta una “evoluzione” delle Dichiarazioni delle rivoluzioni americana e francese, si determina un salto qualitativo nella relazione tra diritti umani e civili. 

I “diritti naturali” assumono la veste di “diritti universali”.

Nelle due prime Dichiarazioni la natura umana è definita dalla Ragione che interpreta la volontà del Creatore, mentre spetta alla Nazione sovrana stabilire i conseguenti diritti civili.

Nella UDHR i diritti umani sono sempre dichiarati in base ad una idea di “natura umana” concepita in modo pre-sociale ed individuale, astorico, ma la sovranità nazionale viene limitata in base ai “diritti inalienabili dell'individuo”, esigiti in base ad una nuova morale universale. 

Si entra nella cosiddetta “età dei diritti”.3 

Eppure, nel tempo e divenire storico dato, la morale universale viene ad assumere sempre più i tratti spiccati del paese egemone dell'Occidente. Con l'affermarsi del mondo unipolare, la morale trasloca dalla interpretazione della volontà del Creatore alla ragione tecno-scientifica, una verità incontrovertibile, sancita come tale dai possessori dei mezzi globali in grado di produrla.

Alla pretesa fine delle ideologie (e della storia) subentra una nuova ideologia, la quale, proprio per il fatto di negarsi come tale e volersi neutra, assume caratteri assoluti. 

Ad essa sono chiamati a piegarsi i diritti civili.

Razzismo e colonialismo

La condizione schiavile e quella coloniale hanno definito la pratica dei diritti. 

Negli Stati Uniti d'America (1776) la dichiarazione dei diritti umani non si tradusse nell'abolizione della schiavitù, in quanto non era riconosciuto agli schiavi importati dall'Africa che una incompleta “umanità”, variante in relazione alla presenza percentuale di “sangue bianco” nell'albero genealogico. Solo in seguito alla Guerra di secessione (1861-1865) gli USA si avviarono verso la soppressione della schiavitù. 

Fino a tempi recenti l'esistenza delle razze umane è stata oggetto di controversia scientifica. Sia pure per combattere il razzismo, la parola “razza” compare nella nostra Costituzione.

I diritti civili sono riconosciuti al cittadino della nazione. Tuttavia, poiché nel lungo periodo coloniale, molti popoli non hanno potuto darsi uno Stato nazionale indipendente ed anzi gli Stati europei hanno reso dipendenti molti popoli e nazioni di altri continenti, si verifica una disuguaglianza su ampia scala nel riconoscimento e nell'esercizio di tali diritti. Il problema dei diritti civili collegati alla cittadinanza permane aperto.

La UDHR e la “età dei diritti”

Con la UDHR del 1948 inizia un periodo storico che viene definito “età dei diritti”. 

Dal 1° gennaio entra in vigore la nostra Costituzione [vedi nel riquadro a seguire].


Nella UDHR, i diritti, posti in capo a quelli “inalienabili dell'individuo”, tendono a porre limiti alla sovranità degli Stati, che permangono tuttavia la fonte primaria della legittimità. La tendenza a porre limiti si rafforzerà nei decenni successivi.

I diritti umani universali, oltre a venire interpretata in chiave individualistica, sono disgiunti dalle specifiche storie e culture dei popoli, dai rapporti tra Stato e società, ed avulsi dalle reali condizioni sociali e dalla struttura dei rapporti internazionali, i quali ultimi divengono sempre più decisivi sull'onda della globalizzazione contemporanea.

In realtà, l'“età dei diritti” è chiamata a confrontarsi a livello mondiale con l'età dell'imperialismo post-coloniale ed i suoi conflitti.

L'insieme dei diritti sociali e del lavoro (articoli dal 22 al 25 della UDHR) non sono mai causa di limitazione della sovranità degli Stati, ossia imposti dagli organismi sovranazionali che regolano l'economia ed i mercati. Sono generalmente spinti dai movimenti e partiti operai e social-comunisti, dai movimenti di liberazione nazionale ed in qualche modo temporaneamente subiti/accettati dalle classi dominanti. 

Sino a quando, con la caduta del Muro di Berlino (1989) ed il pieno avvento della globalizzazione neoliberista, patiscono un generale arretramento. È il tempo della “lotta di classe senza lotta di classe”.  All'arretramento contribuiscono organismi sovranazionali e mondiali che agiscono a detrimento delle sovranità nazionali di molti paesi e ne esautorano l'esercizio democratico interno. Il fenomeno coinvolge anche paesi dell'Occidente “avanzato”.

 La “esigenza morale”4 può reclamare democrazia e pace, come condizioni necessarie all'esercizio dei diritti, ma queste possono realizzarsi solo in conseguenza di processi di liberazione dai rapporti di subordinazione sia nazionali, sia di classe.

Ciò è vero non solo per i diritti rubricati come “del lavoro e sociali”, ma anche per quelli cosiddetti “individuali”, quali la tortura (art. 5), la libertà di espressione ed informazione (art. 19), gli arresti e trasferimenti extraterritoriali (art. 9), il diritto alla vita (art. 3). La secca bipartizione, in effetti, escludendo la relazione dialettica tra sociale ed individuale, mostra di essere alquanto forzata.

Con il prevalere del “pensiero unico” viene decretata la “fine delle ideologie” e la “fine della storia”. Ma proprio da quel momento i diritti umani (e quelli civili) assumono in realtà il ruolo di “ideologia subentrante”. Pretendendo neutralità e di non essere “ideologia” (dei dominanti), essa giustificherà l'attacco all'autodeterminazione dei popoli e le guerre d'aggressione, obnubilando la negazione dei diritti sociali e del lavoro in ossequio al neo-liberalismo imperante. 

La realizzazione dei diritti umani viene apertamente interpretata in funzione delle relazioni di dominio, rese evidenti sia nelle situazioni internazionali di conflitto, sia nel governo interno. All'apice della loro retorica affermazione nel discorso pubblico, inizia la fine della “età dei diritti”.

Una “nuova” morale di guerra

Il pensatore canadese di origine russa Michael Ignatieff (Toronto, 1947) elabora la teoria che i diritti umani proteggono le “condizioni minime per ogni genere di vita”. Da ciò che è bene distingue ciò che è intollerabilmente sbagliato, come la Shoah, assunta a paradigma del male assoluto. I diritti umani vengono ad incarnare l'individualismo morale ed una definita prospettiva etico-politica.

Sostiene Ignatieff: 

«(...) nel caso in cui l’ordine di uno stato si sia disintegrato e la popolazione sia precipitata in una guerra di tutti contro tutti, o nel caso di uno stato che stia portando avanti una violenza sistematica grave e ripetuta contro i suoi stessi cittadini, il solo modo efficace di proteggere i diritti umani è l’intervento diretto, che può andare dalle sanzioni all’uso della forza militare».5

«(...) quando le democrazie combattono il terrorismo, esse agiscono per difendere un ideale di vita politica priva di violenza. Ma sconfiggere il terrorismo richiede l’uso della violenza. Non solo, può anche comportare coercizione, inganno, segretezza e, persino, violazione di certi diritti».6

Viene così giustificata non solo la intromissione negli affari interni di ogni paese e la “guerra umanitaria”, ma pure la facoltà di uno Stato (gli USA), a suo arbitrio, di violare i diritti umani in nome degli stessi, al fine ultimo, per superiore missione morale, di affermarli.7

La gestione politica della pandemia

La difesa di un diritto umano essenziale, alla salute di ciascuno quale parte di tutta l'umanità – la pandemia è dichiarata dall'OMS -, passa attraverso la negazione di uno e più diritti civili della Costituzione italiana. 

La vaccinazione, imposta surrettiziamente tramite il pass verde, è posta come un obbligo morale “verso gli altri”, giustificato per lo più su una base etica utilitaristica, che rimanda ad inesistenti certezze scientifiche. 

La cura è di fatto sperimentale e dagli esiti incogniti. Viene inflitta anche a chi rischia più dalla vaccinazione che dal contrarre la malattia stessa (i bambini e più giovani), perché è considerato veicolo di rischio per gli altri. Deve essere sopportata ai fini di un bene superiore, affermato in base ad una sentenza di verità scientifica, emanata dalla cosiddetta “comunità scientifica”, alter ego della cosiddetta “comunità internazionale”.

Il così determinato obbligo morale è dettato in uno “stato di emergenza” pari a quello bellico, preparativo di quello bellico a venire poco dopo, che da luogo ad una forma di dittatura pro-tempore (ma le emergenze non finiscono mai) e giustifica coercizione, inganno, segretezza e violazione dei diritti civili, con sostanziale violazione ed abbandono della democrazia.

Diritti LGBTQ+ e normalità queer  

Rappresentano la “nuova frontiera” dei diritti, che possono definire e ridefinire norme attinenti:

- i rapporti tra persone dello stesso sesso, le unioni civili, il matrimonio egualitario e la famiglia;

- le adozioni, la procreazione ed il riconoscimento dei figli;

- il cambiamento di sesso, il passaggio di genere, gli interventi chirurgici e le terapie; 

- il servizio militare, la donazione di sangue;

- il riconoscimento d'identità e l'iscrizione anagrafica;

- la protezione dalle discriminazioni;

- i gruppi a sostegno dei diritti LGBT+ e le campagne pubbliche.

Va da sé che lo spettro normativo coinvolto è piuttosto ampio e complesso. Abbisogna di conoscenze specifiche e di approfondimenti, invece di definizioni sommarie a cui fare seguire soluzioni altrettanto sommarie, tanto “pragmatiche” quanto funzionali al manicheismo mediatico.

Per non esserne soggiogati, serve un metodo critico ed analitico che rifugga dal pragmatismo liberale, che sempre nasconde l'adozione di assunti ideologici, “di principio”, non esplicitati ed incontrovertibili.

In questo senso occorre fare attenzione a cosa possa sottendere l'adozione del termine onnicomprensivo “queer” e per quale ragione l'insieme LGBTQ+ [l'intero acronimo a fianco]

venga ridotto ad esso (ossia a “Q”, l'ultima iniziale inserita nel preesistente LGBT), per indicare indistintamente e confusivamente un universo di persone la cui identità sessuale corporea non corrisponde al vissuto psicologico di identità di genere maschile e femminile.

A mio avviso, lo scopo iniziale è quello di forzare ad una divaricazione tipica della semplificazione della propaganda conflittuale orchestrata dall'alto: da un lato gli eterosessuali e cisgender; dall'altra, tutti gli altri catalogati come “universo queer”, benché l'omosessualità e la bisessualità - e a ben vedere anche la transizione da un sesso all'altro - non neghino affatto l'identità corporea di genere maschile e femminile. 

Questo “riduzionismo” apre un largo spazio in cui l'identità personale non sia frutto della propria autodeterminazione socio-culturale su base biologica, bensì il risultato di una costruzione unilateralmente e tutta culturale, giacché il “vissuto psicologico” può costruirsi in base ai desideri personali soggettivi, per ciò stesso indirizzabili e manipolabili.

A questo proposito vale ricordare che in passato la “scienza ufficiale” ha abbracciato teorie unilaterali divergenti, benché basate sulla “normalità”.

La teoria del biologico come fondante assoluto ha consentito le pratiche più aberranti degli interventi d'autorità sul corpo degli “anormali”, mentre la teoria opposta ha presupposto una “normalità” da ripristinare grazie alla somministrazione forzata di trattamenti correttivi e rieducativi.

Queer, la parola e la teoria

In origine la parola inglese “queer” era un appellativo dispregiativo, tipo l'italiana “frocio”, rivolto a tutti i diversi. Oggi il termine «viene usato generalmente da una persona della comunità LGBTQ+ che non vuole dare un nome alla propria identità di genere e/o al proprio orientamento sessuale (ad esempio, se ci si sta interrogando sulla stessa), o più semplicemente non vuole precisarla, ma che sicuramente non è cisgender e/o etero.»8

La teoria queer muove le mosse dalla  (scontata) critica alla metafisica del sesso che determina il genere. Per una delle sue massime esponenti, Judith Butler (Cliveland, 1956), qualora si accetti l'idea che il sesso ha carattere mutabile, anche il costrutto detto “sesso” risulta costruito culturalmente come il genere, annullando la stessa distinzione duale tra sesso e genere.9

Non è questo il luogo per andare alla radice storica e filosofica della “riduzione ad uno”, negatrice del dualismo biologia/cultura. Appare però evidente che questa teoria, muovendo dalla critica alla posizione per cui il sesso è genere, approda ad una visione altrettanto unilaterale, per cui tutto è linguaggio, prodotto psico-culturale, dunque genere, e nulla è natura biologica, sesso.

Dalla negazione della relazione dialettica tra genere e sesso derivano due conseguenze.

Una esclude la necessità di sviluppare la conoscenza scientifica, nel prolungato contrasto al carattere di classe delle “verità” prodotte dalla “scienza ufficiale”.10 Necessità senz'altro messa all'ordine del giorno dalle vicende pandemiche, laddove una supposta e contesa verità scientifica è stata prodotta ed usata ai fini di imporre una emergenza da gestire politicamente.

L'altra, parimenti impattante ed in apparenza paradossale, è che la teoria queer, invece di mettere in discussione il concetto di “normalità” viene a riaffermarlo, liquidando la battaglia delle minoranze LGBT+ di venire riconosciute e protette in quanto tali. Disincarnando il genere dal sesso per le persone LGBT+ viene proposta in nuova forma (in quanto indefinita e labile si sottrae all'esercizio puntuale della critica) una “normalità” valida per tutti: la normalità queer.

Qualora, come sembra, prevalesse la tendenza ad assumere la determinante psico-culturale a fondamento dell'identità sessuale di tutti, si staglierebbero due prospettive eventualmente sommatorie.

La prima, universale, conduce ad una educazione generale, anche scolastica, alla “neutralità” (nessuno è maschio e femmina alla nascita), la quale, in “retroazione” sul diritto civile, renderebbe totalmente fluida l'identità sessuale di tutti i cittadini, anche degli “altri”. Sicché, al punto di partenza, per non discriminare gli uni, si toglierebbe identità a tutti gli “altri”.

La seconda, in rispetto dei desiderata individuali, per “libera scelta” della volontà soggettiva, apre al grande mercato dell'offerta farmaceutica, chirurgica, genetica e cibernetica, ovvero alla tecno-scienza degli interventi adattativi del corpo fisico all'auto-attribuzione.

Non si tratta più del riconoscimento antidiscriminatorio di pari umanità, dignità e di diritto civile delle persone omosessuali, bisessuali e transgender (LGBT+), bensì della ridefinizione della “normalità” di partenza di tutti. Un rovesciamento che porterebbe con sé un interventismo mercificante sul corpo umano.

A quale età si può decidere?

Nel 2023 in Germania entra in vigore una nuova legge chiamata “legge trans”. Dal 14mo anno di età ogni cittadino tedesco potrà recarsi all'anagrafe e cambiare sia il proprio sesso che il proprio nome di battesimo, senza dover esibire un attestato medico o una perizia psichiatrica com'era precedentemente stabilito.

Un analogo disegno di legge, che data però dal 16mo anno di età, conferisce la facoltà di mutare l'indicazione del proprio sesso nel registro dello stato civile, viene proposto in Spagna. 

Anche il parlamento scozzese si va muovendo nella stessa direzione. A differenza della Svizzera che non ritiene “maturi i tempi”, giacché si sostiene che il “binarismo dei sessi” sia un modello radicato nella società. Forse è proprio la motivazione della Confederazione elvetica ad essere più esplicativa del sottostante.

In questa direzione sembra andare il mainstream ed il sostegno privato e politico pubblico ai gruppi che si battono per i diritti LGBTQ+, trasformandoli in vere e proprie lobbies per finalità che niente hanno a che fare con i loro dichiarati scopi di difesa dalle discriminazioni di lesbiche, gay, bisessuali e transessuali. 

Senonché, mentre le peggiori tendenze passatiste guadagnano insperati spazi di manovra, assistiamo al manifestarsi dall'interno dei gruppi contro le discriminazioni a segnali ostativi di dissenso ed iniziative d'opposizione.

Milano: un caso concreto

La notizia compare su “Feministpost”, che a febbraio  2022 aveva segnalato il diffuso fenomeno dell'utero in affitto in Ucraina, ed è riportata da “LaVerità”.11

Il sindaco Sala decide di registrare gli atti di nascita dei figli di coppie omogenitoriali, compresi i nati da utero in affitto, pratica che in Italia ed in Europa sarebbe proibita. Un potere locale interviene in ambito anagrafico, attribuito dalla Costituzione soltanto allo Stato.

Femministe, lesbiche ed altre militanti presentano un esposto alla magistratura per chiedere se la registrazione all'anagrafe di bambini nati da utero in affitto costituisca reato. Esse propongono che non siano registrati due genitori (genitore 1 e genitore 2), ma soltanto il padre biologico, mentre l'altro componente la coppia potrebbe ricorrere alla “adozione speciale”, proteggendo così i diritti del minore, al quale inoltre andrebbe riconosciuto il diritto a conoscere le sue origini.

Il caso milanese sta diventando nazionale, poiché il prefetto di Milano, Renato Saccone, ha interessato della “pratica” il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi.

La iscrizione di genitore 1 e genitore 2 era stata avallata da una precedente sentenza del tribunale civile di Roma a metà novembre 2022.

In buona sostanza, per non discriminare la coppia omosessuale con figli, si arriva al riconoscimento anagrafico per tutte le coppie di un genitore 1 e di un genitore 2, che farebbe scomparire l'identità di madre e padre.

D'altro canto, va osservato che una coppia di lesbiche non può incorrere nel reato di utero in affitto, se una delle due donne è la madre naturale. Tuttavia, la madre non naturale non godrà, comunque, di posizione paritaria rispetto alla madre naturale sul piano psicologico e relazionale, e pure nel caso di eventuale separazione della coppia.

Si può certamente argomentare che una donna possa liberamente donare la propria funzione procreatrice, ma il ricorso a questa sorta di atipico “comodato d'uso” implica in sé una riduzione a cosa-mezzo (reificazione) di un organo umano vivente nella stesso corpo della persona vivente.  

Di contro, è insostenibile che, nelle presenti condizioni sociali delle donne della classe subordinata, l'utero in affitto, ossia la mercificazione della propria maternità, non costituisca il pericolo di gran lunga principale da cui strenuamente difendersi.

Identità e potere della donna

Come il neo-liberalismo si era proposto, in parte riuscendovi, di togliere senso di appartenenza ed identità sociale alla classe subordinata, così oggi il vertice elitario degli “Dei di Davos”, espressione della estrema concentrazione proprietaria capitalistica su scala mondiale, punta ad azzerare qualsiasi identità (dis-identificazione) umana, per transitare ad un mondo trans-umano.

Benché il piano di grande azzeramento, o Great reset, sia fortemente indebolito dalla crisi del mondo unipolare su cui poggiava, non va sottostimata la sua forza di imporre, soprattutto in Occidente, una società nella quale ad una ristretta cerchia di eletti, corrisponda una restante massa anonima, di para-umani, sorvegliati, controllati e piegati al loro volere. Una utopia negativa (distopia), affermata per “non alterare gli equilibri del pianeta”.12 Ragione per cui la presenza umana su di esso, ritenuta eccessiva, va salvificamente sfoltita secondo i dettami di un nuovo malthusianismo “ambientalista”.

L'ostacolo principale alla realizzazione di questo progetto può essere costituito dalle donne, giacché, a dispetto di ogni narrazione disincarnante il genere dal sesso, le donne continuano a generare la specie umana. Il principio di umanità risiede nel loro grembo. Su questo potere biologico, l'altra metà del cielo ha potuto fare affidamento per pesare nella storia dell'umanità. Una storia da chiudere.

Senza distruggere questo potere delle donne, non è possibile il nuovo ordine degli “Dei di Davos”.

Ecco perché soprattutto la maternità è sotto attacco. Ecco perché la loro tecno-scienza si adopera  per sostituire l'utero femminile con un utero biotecnologico, mirando a “brevettare” non solo ogni essere biologico come già è legittimo negli States, bensì la stragrande maggioranza dell'umanità, che, relegata nel regno di sotto degli Untermenschen, non possiederà il proprio “brevetto”e non ne sarà padrona. 


Note

1 - Senza la discussione tenutasi nel Gruppo Analisi di Nuova Direzione, e grazie al suo metodo, non avrei potuto focalizzare la problematica in alcuni dirimenti aspetti.

2 - Vedi anche Andrea Zhok,”Critica della ragione liberale”, Meltemi, 2020, in particolare il capitolo 28. Nel successivo capitolo 29, l'autore tratta del femminismo e del rapporto tra sesso e genere, argomento oggetto della presente breve disamina nelle sue parti finali.

3 - Vedi anche Aldo Schiavello, “Ripensare l'età dei diritti”, https://www.academia.edu/25488395/Ripensare_let%C3%A0_dei_diritti

4 - Vedi anche Michele Zezza, “Democrazia, diritti civili, politici e sociali nel pensiero di Norberto Bobbio”. http://www.dialetticaefilosofia.it/public/pdf/45democrazia.pdf

5 - M. Ignatieff, “Una ragionevole apologia dei diritti umani” (2001), Feltrinelli, Milano, 2003, pag. 42.

6 - M. Ignatieff, “Il male minore. L’etica politica nell’era del terrorismo globale” (2004), Vita & Pensiero, Milano, 2006, pag. 15.

7 - Gli USA si propongono come paladini dei diritti umani, ma, non aderendo al Tribunale internazionale dell'Aja per i crimini di guerra, si auto-attribuiscono una ingiudicabile e superiore “missione morale” rispetto al mondo.

8 - https://it.wikipedia.org/wiki/Queer

9 - Vedi Judith Butler, “Questione di genere – Il femminismo e la sovversione dell'identità”(1990), Laterza, 2017.

10 - Vedi anche il recente articolo di Nico Maccentelli,”Geymonat, il dito e la luna”, 31/01/ 2023. https://www.sinistrainrete.info/sinistra-radicale/24805-nico-maccentelli-geymonat-il-dito-e-la-luna.html?highlight=WyJsdWRvdmljbyIsImdleW1vbmF0IiwibWFyeGlzbW8iLCJsdWRvdmljbyBnZXltb25hdCIsImx1ZG92aWNvIGdleW1vbmF0IG1hcnhpc21vIiwiZ2V5bW9uYXQgbWFyeGlzbW8iXQ==

11 - Francesco Borgonovo, “Le femministe portano Sala dai giudici «Il Comune sdogana l'utero in affitto»”, LaVerità, 22 dicembre 2022.

12 - Vedi anche Carlo Freccero, “Caro Guerri, attenzione ad Harari. È lui l'ideologo del Grande reset”, LaVerità, 27 dicembre 2022.