lunedì 18 ottobre 2021

Gli Dei di Davos

Gli Dei di Davos

Note su “IL DIO VACCINO - Il più grande e oscuro business del XXI secolo”

libro di Tiziana Alterio, 2021


 

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Tiziana Alterio

Da https://www.tizianaalterio.it/chi-sono-1/biografia/

Il giornalismo, per me, è servizio e non può che essere libero e indipendente.”

«Giornalista d'inchiesta indipendente, scrittrice e attivista.

Ferma oppositrice del pensiero unico dominante, quello neoliberista occidentale che riduce tutto ad omologazione.

Ho viaggiato come reporter in Africa, Asia, Sud-America e mondo arabo ma la mia attenzione è da sempre rivolta, soprattutto, ai Paesi Mediterranei e ho fondato e diretto per 7 anni la testata giornalistica ilmediterraneo.it. Ho lavorato in passato sia a Rai3 che a Mediaset anche come autrice e conduttrice televisiva.

Esperta di tematiche Europee con particolare attenzione per l'area del Sud-Europa e del Mediterraneo.

Nel 2017 sono stata referente per l'Italia del Nesi Forum, il Primo Forum Mondiale sulla Nuova Economia.

Sostengo la Rinascita delle Comunità e delle Economie Locali.

Ho incontrato e intervistato negli ultimi 3 anni pensatori e visionari di nuovi modelli di società, come Christian Felber (Economia dei Beni Comuni), Gunter Pauli (Blu Economy), Helena Norberg_Hodge (Economia della Felicità), Joan Melè (Fondatore Banca Etica America Latina), Serge Latouche (Movimento per la Decrescita Felice) e molti altri.

Ho scritto La Guerra Silenziosa (2016), Colpo di Stato (2018) insieme a Franco Fracassi e I Conquistatori (2019) insieme ad Elio Lannutti e Franco Fracassi.»

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Il libro di Tiziana Alterio va con coraggio controcorrente, contribuendo alla conoscenza di quando come e perché è stato eretto ad idolo il Vaccino salvifico, divenuto in pandemia rimedio unico "risolutivo", corredato dal green pass.

Anche chi si attribuisce un approccio "scientifico" non deve sdegnarlo.

Il linguaggio giornalistico dell'opera, molto vicino al parlato quotidiano, è divulgativo e più diretto di quello tipico di un saggio. A questo indubbio pregio accompagna però un difetto, allorché da alcuni fatti e documenti, senz'altro rilevanti e reali, l'Autrice deriva troppo sinteticamente tesi generali e globali che mi paiono meritevoli, perlomeno, di maggiore approfondimento. Tesi esposte nel primo capitolo, che discuterò solo dopo una rivisitazione di una buona parte del restante testo dedicato a dimostrarle.

Quando, come e perché. 

Alterio segue, sull'esempio di Falcone e Borsellino, la traccia del denaro per la sua indagine.

A partire dal secondo capitolo - “1980: quando tutto ebbe inizio” -, Alterio mostra l'esistenza di una stretta connessione tra scoperte scientifiche, loro riconoscimento tramite il conferimento dei Nobel, ed attivazione del business. La biotecnologia diventa un affare e le aziende del settore vengono quotate a Wall Street.

A facilitare l'epocale passaggio interviene il potere politico, con opportune regole, a cominciare dal presidente degli Stati Uniti, Jimmy Carter, che volle la legge Bayh-Dole sulla “liberalizzazione” dei brevetti e dei marchi.

Università ed imprese, le cui ricerche venivano sovvenzionate dal governo,

¨potevano brevettare le loro scoperte per poi concederle in licenza esclusiva alle case farmaceutiche che, a loro volta, li trasformavano in farmaci e vaccini da vendere guadagnando anche dalle royalties.¨1

Corrono gli anni '80, durante i quali si diede pratica attuazione alle teorie economiche “liberali e liberiste” di Friedrich August von Hayek e della scuola di Chicago, grazie all'iniziativa politica del duo Reagan-Tatcher.

La salute cessa di costituire il “baricentro”, sopra di essa si erge la prevalente logica del profitto. Per darle spazio i sistemi sanitari pubblici nazionali vengono via via depotenziati, mentre le multinazionali del farmaco fanno business.

Sono in tutto 15 e detengono circa la metà del mercato farmaceutico globale: 8 statunitensi, 2 britanniche, 2 svizzere, 1 francese, 1 israeliana ed 1 tedesca.

Cresce la loro finanziarizzazione.

Sono tempi in cui si afferma a livello internazionale il “partenariato pubblico-privato”, che nasconde in realtà la dipendenza del pubblico.

Big Pharma impone il proprio controllo innanzitutto sulla ricerca clinica, ovvero sulle sperimentazioni che preludono a nuovi farmaci e vaccini.

In parallelo, attraverso la pubblicità sulle riviste mediche, condiziona pesantemente la loro vita e le loro pubblicazioni scientifiche.

Il prezzo alla vendita dei farmaci è stabilito non in base al costo, bensì al ricatto del bisogno spesso vitale a cui i sistemi pubblici devono corrispondere, pagandoli.

¨Quarta tappa dell'iter del farmaco e del vaccino sono le linee guida cliniche.¨2

Big Pharma è in grado di condizionare i decisori tramite onorari per conferenze, borse di studio, consulenze. In barba al conflitto d'interesse.

Infine, interviene sui medici con il suo marketing capillare.3

FDA ed EMA sono eterodirette dalle case farmaceutiche.

¨L'industria privata finanzia l'agenzia che deve controllarla.¨4

La stessa OMS è coinvolta e subisce una trasformazione. Sulla scorta della nuova definizione di pandemia che sdogana le “false pandemie”, per dichiarare l'emergenza generale basta “pigiare il bottone”.

¨Con il cambio della definizione di “pandemia” fatta dall'OMS, da allora, non si comprende bene quale sia la differenza tra un'influenza pandemica e una stagionale.¨5

Il caso più eclatante è rappresentato dalla dichiarata pandemia da influenza suina, il cui vaccino venne acquistato in milioni di dosi dai vari governi, poi in gran parte gettate al macero.

¨Fu così per la Sars 1 del 2002, fu così per la mucca pazza, fu così per l'influenza aviaria nel 2003, fu così per quella suina del 2009. Tutte pandemie rivelatesi fasulle. E per il COVID-19 nel 2020?¨6

Quindi Alterio entra nel vivo della disputa vaccinale in corso: la “quinta pandemia”.

La macchina mediatica è messa in moto. L'OMS pigia il fatidico “bottone”. Una montagna di dati seminano paura e senso di insicurezza nel mondo. Big Pharma ne approfitta. La popolazione mondiale è “bullizzata”. Dilagano i “tamponamenti” molecolari.

¨Praticamente l'80 percento degli italiani è stato tamponato e così pure il resto del mondo. Una scienza fideistica che affida ai tamponi decisioni relative alla chiusura di interi paesi.¨7

Lo stesso Istituto Superiore di Sanità italiano rivede ciò che solo un anno prima sosteneva.

¨La macchina dei tamponi tiene in piedi l'emergenza sanitaria: fatti e persone sane, asintomatiche che se risultano positive vengono ritenute malate, perché pericolose, ingrossano i numeri che quotidianamente bullizzano i cittadini.¨8

L'Autrice contesta la gravità della situazione, confrontandola con il tasso di mortalità della Spagnola e rilevando come i decessi siano contati in modo erroneo.

¨E l'influenza stagionale quanti morti provoca ogni anno nel mondo? Secondo i dati dell'OMS dai 250 ai 500mila decessi. (…) Ma il punto cruciale è se con una percentuale di decessi pari allo 0,18 percento l'OMS possa dichiarare una pandemia.¨9

Al capitolo “Il pigia bottone dell'OMS e le false pandemie”, segue quello dedicato alla “volpe Gates” che “entra nel pollaio”.

Dagli anni '90 in poi molti Stati interruppero il regolare pagamento delle quote obbligatorie, sicché l'OMS fu costretta ad aprirsi ai “contributi volontari”, in ottemperanza al “partenariato pubblico-privato”.

La “volpe Gates” si vide schiusa la porta del “pollaio” e non esitò a varcarla.

Il Forum di Davos del 2000 imprime la svolta.

¨A Davos si traccia il percorso su cui poi tutti cammineranno condizionando milioni di persone.

A Davos si è deciso il Nuovo Ordine Mondiale.¨10

Vi partecipa il presidente Bill Clinton. Nasce la Global Alliance for Vaccines and Immunization.

¨Per l'occasione si incontrano, per la prima volta a Davos, Big Pharma, le organizzazioni no profit e le principali fondazioni con lo scopo di trovare nuovi modi per vaccinare i bambini dei paesi poveri. Da quel giorno, Bill e Melinda Gates trovarono la loro missione filantropica: sostenere con il loro immenso patrimonio le vaccinazioni lì dove ce ne fosse bisogno per salvare i bambini del mondo.¨11

¨GAVI Alliance ha, attualmente, seggi permanenti dove ci sono, oltre alla Fondazione Gates, principale investitore, anche l'UNICEF, la Banca Mondiale e l'OMS. Gli altri seggi sono, invece, a rotazione e sono di Big Pharma. (…) Funziona, praticamente, come una spa quotata in borsa.¨12

I fatti però smentiscono l'immagine filantropica che Bill vuol dare di sé.

¨(...) attualmente la Fondazione Gates è il primo finanziatore dell'OMS, il primo finanziatore di GAVI Alliance, il programma mondiale sui vaccini, e ha messo le mani in pasta anche su chi sta sviluppando e distribuendo in mezzo mondo i vaccini, come BioNTech e molte altre piccole società. Ha poi i suoi soldi in fondi di investimento collegati alle più grandi multinazionali.

La fondazione Gates ha il più grande conflitto di interessi fatto passare come qualcosa di normale che ruota intorno ad un unico business mondiale: i vaccini.¨13

Anche grazie a GAVI la “Decade dei vaccini 2011-2020” è inserita nell'agenda globale (Global Health Agenda).

¨Agenda all'interno della quale l'Italia nel 2014 fu nominata capofila, Paese sperimentale nelle vaccinazioni.¨14

¨La decade dei vaccini è terminata nel 2020 e se ne è aperta un'altra: quella che sarà ricordata nella storia come la più grande campagna mondiale di vaccinazione mai vissuta grazie alla pandemia del COVID-19.¨15

La Fondazione Gates oggi è già oltre e si concentra sull'editing del genoma del 21° secolo.

In questo contesto si colloca l'Italia, che nel 2014 l'Italia assume il ruolo non invidiabile di “paese cavia”. È un vanto della ministra della Salute Beatrice Lorenzin e del governo Renzi, che riescono ad imporre ai bambini italiani ben 10 vaccini obbligatori, dai 4 già previsti.

Misure simili potrebbero essere necessarie in una società democratica”, dichiara la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo.

Rileva Alterio:

¨Peccato che almeno 12 giudici della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo abbiano conflitti di interesse e siano legati anche alla Fondazione Open Society di George Soros .¨16

Il miliardario Soros è uno dei maggiori donatori della Corte.

La seconda parte del libro è dedicata agli “Intrecci finanziari” e al “Far West delle sperimentazioni”. Contiene i seguenti capitoli: 7° “Vaccini, Bancomat degli azionisti”; 8° “Mantieni la rotta”; 9° “Il drago a tre teste”; 10° “Le sette sorelle”; 11° “Conflitto di interesse made in Italy”; 12° “Sulla pelle dei bambini”; 13° “Il Far West delle sperimentazioni”.

Li trascuro non perché non siano assai importanti, soprattutto per la raffigurazione degli intrecci finanziari globali e l'esercizio di potere nell'ambito della sperimentazione scientifica, ma per arrivare più rapidamente al “nocciolo” del libro di Alterio.


Nelle divisioni del mondo.

Nelle pagine iniziali viene anticipato un tema che verrà svolto nella terza parte del testo.

¨La Russia e la Cina vaccinano poco al loro interno, appena l'8 percento dei russi hanno avuto una dose, ad aprile 2021, e appena il 2 percento dei cinesi e sono ritornati ad una situazione di normalità già ad inizio del 2021. Proteggono le fasce più deboli e i soggetti più vulnerabili ma lasciano che l'immunità di gregge venga raggiunta naturalmente. ¨17

Un approccio ignorato dall'Occidente, nel quale gli Stati Uniti sono leader con il maggior numero di multinazionali del farmaco.

D'altro canto Russia e Cina adottano la vecchia sperimentata tecnica, e non quella a mRNA, per la creazione di loro vaccini, impiegata invece dalle case farmaceutiche (anche se non da tutte) occidentali. Sia in Russia che in Cina la proprietà dei brevetti è nazionale e fa capo a grandi imprese sotto controllo statale.

Con il “lancio” del vaccino Sputnik si rinnova in ambito sanitario il duello sul primato spaziale con gli USA. Si scatena subito il deprezzamento mediatico dello Sputnik. Ciò nonostante a settembre 2020 la Russia riceve richieste di acquisto da oltre 20 paesi, dall'America Latina, dall'Asia e dal Medio Oriente per 1 miliardo di dosi.

Sottolinea Alterio:

¨Lo Sputnik è dei cittadini russi, il vaccino della Pfizer e di Moderna, della Johnson&Johnson e di AstraZeneca è di proprietà delle case farmaceutiche, nonostante siano stati sviluppati anche con soldi pubblici.¨18

Giocando d'anticipo sui tempi, lo Sputnik mette in difficoltà la Commissione Europea, che pone un veto politico all'adozione del vaccino russo.

¨I russi, così come i cinesi, hanno adottato una politica diversa. Conquistare posizioni di mercato all'estero e lasciare la propria popolazione che si immunizzi naturalmente. Non trovo altre spiegazioni per queste scelte così macroscopicamente distopiche rispetto all'evidenza dei fatti.¨19

Sul fronte dei vaccini è in atto uno scontro geopolitico mondiale.

¨Ciò che è sicuro è che il grande business dei vaccini farà comprendere molto presto quale potenza mondiale dominerà il mondo negli anni futuri. Saranno ancora gli Stati Uniti? O la Cina e la Russia sorpasseranno la potenza Occidentale?¨20

La Cina entra in scena con vaccini a più bassa efficacia ma, seguendo la vecchia tecnica, “usato sicuro” e “low cost”, più facilmente gestibili visto che non devono essere preservati a temperature molto basse.

I vaccini cinesi sono 4 e 3 le aziende produttrici: Sinopharm, CanSino e Sinovac.

¨Nel riposizionamento geopolitico la Cina avrebbe deciso di giocare la sua partita conquistando territori da sempre appannaggio degli Stati Uniti, come l'America Latina, insieme a molti paesi del Sud-Est asiatico, delusi da Big Pharma per non aver ricevuto in tempo le dosi promesse, soprattutto da Pfizer. Pechino aveva puntato anche ai Paesi del Medio Oriente, del Nord Africa e soprattutto dell'Africa.

Se la Russia era stata la prima nella corsa all'approvazione dei vaccini, la Cina era stata la prima nella chiusura dell'emergenza. E mentre Pechino poteva, quindi, concentrarsi nell'espandere ancora di più il suo potere in altri paesi, l'Occidente arrancava.¨21

La Cina concentra perciò la capacità produttiva nell'esportazione

¨anche offendo gratuitamente vaccini ad oltre 53 nazioni che ne avevano bisogno.¨22

¨La maggior parte delle nazioni erano paesi in via di sviluppo. Più che l'Europa questa volta l'obiettivo di Xi Jinping era infatti l'Africa e l'America Latina, terra di conquista già da diversi anni.

Puntare ai paesi poveri significava utilizzare il vaccino come leva negoziale per gli anni futuri. Significava tenerli sotto scacco.¨23

A supporto l'Autrice cita fonti occidentali avverse, le quali intravvedono nella strategia cinese un tentativo di utilizzare la “carità” a fini egemonici.

Secondo Alterio, Cina e Russia sono rivali che, pur avvicinatesi in chiave anti-americana, nutrono separate “ambizioni imperiali”.

Dopodiché menziona il caso in cui le autorità locali del partito comunista cinese stopparono una iniziativa del governo della città di Wancheng, provincia di Hainan, di forzare la popolazione a vaccinarsi.24

La Cina, capace di isolare forzatamente intere aree urbane abitate da milioni di persone, non era preoccupata né di possibili nuove ondate, né delle varianti del virus.

¨Delle due l'una o l'Occidente stava sopravvalutando il virus mentre la Cina lo stava sottovalutando, oppure era vero il contrario.¨25

Nota finale:

¨Fino ad aprile 2021 ancora nessun vaccino occidentale era stato approvato dall'Ente regolatore dei farmaci di Pechino.¨26

Quanto sin qui riportato consente ora di ritornare al capitolo primo, nel quale sono esposte tesi portanti di Alterio.

Il vaccino idolo.

Come siamo arrivati alla vaccinazione generale “obbligata”?

¨Il Dio vaccino “sperimentale” ha, dunque prevalso sopra ogni cosa, un Dio unico che non accetta concorrenze, le cure possibili, appunto, altrimenti la torre su cui è stata costruita l'intera impalcatura cadrebbe come la neve che si scioglie al sole. Per essere autorizzato in fase sperimentale e in “modo condizionato” dalle Agenzie di controllo del farmaco, quali la FDA americana (Food and Drug Administration) e l'EMA europea (European Medicines Agency), non dovevano esistere cure possibili. Lo dice il regolamento europeo n. 507/2006 della Commissione del 29 marzo 2006 relativo all'”immissione condizionata” di farmaci in commercio.¨27

Come si evince da un estratto del regolamento dell'EMA, che segue lo stesso indirizzo della FDA. Dunque, la esclusione di ogni possibile cura ed il protocollo di inerte “vigile attesa”, dal manifestarsi dei primi sintomi, sono stati dettati dalla scelta politica a priori di corrispondere alle condizioni richieste dall'EMA.

Da questa evidenza, Alterio deriva alcune tesi che dimostrerà nel libro. Ne cito alcune espresse nel primo capitolo, tralasciando quelle di ordine filosofico e morale o relative alla “Verità” della Scienza, che richiederebbero una trattazione troppo ampia per queste brevi note.

¨L'emergenza COVID-19 ha sdoganato un linguaggio militaresco come “coprifuoco” e “guerra al virus” imponendo una dittatura sanitaria alimentata dalla paura della morte. Il COVID-19 è stato il Colpo di Stato del neoliberismo dove ciò che era sopravvissuto alla crisi economico-finanziaria del 2008, piccole imprese, artigiani, partite IVA è stato messo nelle condizioni di essere un morto agonizzante, mentre chi già godeva di ottima salute come le multinazionali e le lobby finanziarie hanno potuto festeggiare la nuova era del Covid che ha fatto ingrossare enormemente i loro portafogli.

L'emergenza ha svelato però molte altre cose: la totale impreparazione del sistema sanitario occidentale sempre più nelle mani dei privati e il disastro del depotenziamento della sanità pubblica e della medicina territoriale. Ha svelato, ancora, che il concetto di libertà che pensavamo acquisito, in realtà, può essere minato molto velocemente in nome dello “stato di eccezione”. Ciò a cui stiamo assistendo è, infatti, la “securitizzazione” della salute che avviene quando lo Stato, affermando di essere di fronte ad una minaccia esistenziale, richiede che siano prese contromisure urgenti e straordinarie e persuade la popolazione che tale azione è necessaria. La securitizzazione legittima l'aggiramento delle normali regole del gioco politico come il normale processo democratico. In questo modo l'epidemia, da problema della salute e quindi regolato da autorità e professionisti della salute, diventa problema di sicurezza, e quindi regolato da autorità politiche, forza pubblica e magistratura.¨28

Nel mondo, annota Alterio, si è manifestato un dualismo tra opposte visioni sui vaccini. Da un lato gli Stati Uniti e l'Unione Europea, dall'altro la Russia e la Cina. Sui vaccini è in corso una guerra geopolitica. La ricchezza confluisce verso le multinazionali. Le piccole attività, i “piccoli”

¨ora sono costretti a cedere il passo al Grande Reset stabilito a Davos, il forum mondiale dove si decidono le sorti del mondo. (…) Solo una minoranza di cittadini resiste alla narrazione ufficiale, invocando il ripristino delle libertà fondamentali soffocate da una dittatura sanitaria che ha utilizzato il virus come cavallo di Troia per imporre un Nuovo Ordine Mondiale.¨29

Disvelamenti e teoria.

Tiziana Alterio trae forza da un alto senso morale: la difesa dell'umanità, della parte più esposta alla strategia sanitaria in atto, soprattutto dei bambini e dei poveri. Il suo lavoro è fonte di diffusione della conoscenza di molti meccanismi relativi ad un ambito, quello della salute, divenuto così importante nel mondo contemporaneo.

Dalla sequenza dei fatti, dalla esposizione dell'intreccio degli interessi planetari, dalla conferma di quanto negativo sia stato il portato del neoliberismo, tuttavia, deriva una teorizzazione che merita discussione.

La salute è sovrastata dal profitto?

Direi, piuttosto, che la salute deve essere ridotta a merce per consentire il profitto, anzi il sovra-profitto oligopolistico. La tendenza a trasformare ogni risorsa e relazione in merce è nel DNA del capitalismo. Evidente sul piano storico dal tempo delle inclosures inglesi. È proprio del liberalismo politico, non unicamente del “neoliberismo” economico, realizzare questa propensione innata del capitale. La mercificazione della salute per trarne profitto può avvenire solo alla condizione di distruggere i sistemi sanitari pubblici nazionali e rendere dipendente la salute di un Paese.

I governi italiani del biennio pandemico non potevano, in mancanza di radicali cambiamenti politici, che attestarsi sulla linea intrapresa negli anni della controrivoluzione liberale.

Perciò sono state volutamente bloccate tutte quelle iniziative che potevano essere efficaci e, quantomeno, circoscrivere e ridurre il danno. Avrebbero costituito un precedente di medicina territoriale, di prossimità e prevenzione, in opposizione alla riforma di struttura “ospedale-centrica”, avvalorando agli occhi della maggioranza la funzione centrale della sanità pubblica nazionale.

Questo è la contesa principale.

È l'avversione strategica alla sanità pubblica ad aver condotto alla scelta del vaccino arma unica “risolutiva”, dopo aver impedito tutte le altre.30

Nonostante il governo dica di uniformare la propria azione alle indicazioni della Scienza, rappresentata istituzionalmente dal CTS e da AIFA, sono queste ultime ad esserle subalterne. Con il governo Draghi potremmo dire che i “tecnici” della sanità obbediscano a quelli dell'economia. “Verità” tecnico-scientifiche in gerarchia politica di ordine liberale (al comando del Dio danaro), tanto più evidente quando viene adottato il discriminatorio ed ipocrita green pass, una misura particolarmente liberticida in Italia.

Se ne potrebbe concludere, tenendo conto del contesto internazionale, che gli unici spazi di residua sovranità italiana siano quelli “passivi”, ovvero in esecuzione del peggio che comporta la relazione di dipendenza.

Come liberarsi da tale dipendenza? Non solo opponendosi globalmente, ma sganciandosi localmente, su base democratica nazionale (da noi costituzionale) in un rinnovato internazionalismo.

Vaccino o altro, l'avversario globale è costituito sì da Big Pharma, ma come parte degli oligopoli finanziarizzati in una economia-mondo centrata sugli Stati Uniti, alleati ad Europa e Giappone, le “potenze” occidentali.

Per descrivere il sistema, forse è più calzante l'immagine del “mainstream”. Rende meglio il confluire in un alveo principale e dominante (in Occidente) di differenti apporti dai versanti ideologici e dell'informazione, del potere politico e di quello economico.

Se una “cabina di regia” occidentale esiste, essa può trovarsi, piuttosto che altrove, simbolicamente situata a Washington, negli States, che detengono l'indispensabile potere militare.

A Davos, o in altri vertici elitari , i convenuti possono disegnare scenari strategici per loro auspicabili, verso i quali convogliare il mainstream. Il che non equivale a poter decidere le sorti del mondo. Non solo perché le élites che vi si radunano sono solo una parte del potere reale, ma soprattutto perché l'Occidente ricco non è più nelle condizioni di poter governare l'intero mondo.

La globalizzazione avviata dal duo Reagan-Tatcher, sulla scia dell'affermazione egemonica del pensiero economico-politico liberale, ha instaurato una tripartizione gerarchica globale oggi traballante. Vacilla la cima riservata al primo mondo “produttore di idee”, sotto la pressione dei paesi emergenti “produttori di beni materiali”, nonché dei paesi terzi, “fornitori di materie prime e manodopera a basso costo”.

Per Alterio, le strategie geopolitiche delle emergenti Russia e Cina sono spiegate attribuendo loro mire espansionistiche neo-imperiali.

Innanzitutto i due regimi politici non sono accomunabili, se non per il fatto che esercitano una propria sovranità indipendente dall'Occidente ricco ed avversano il dominio statunitense.

Nel caso in esame, le strategie adottate da Mosca e Pechino nell'affrontare l'emergenza pandemica al loro interno sono state piuttosto differenti, sebbene poggiate su vaccini propri, di proprietà pubblica statale, prodotti in patria e secondo tecnica tradizionale (non mRNA sperimentale).

In particolare la Cina, di cui andrebbe dimostrata in cosa concretamente consista la pratica neo-imperiale – data invece per scontata dall'Autrice -, nutre un interesse politico essenziale affinché i paesi in via di sviluppo, possano sganciarsi dalla dipendenza. Ne va della sua stessa indipendenza.

Questa semplice considerazione basterebbe per non appiattirsi sulla sola opposizione “élites” contro popolo a livello mondiale, che rimane perciò l'unico orizzonte politico, piuttosto generico, nel quale si muove Alterio, perché chiuso a fare perno sulle contraddizioni che impediscono la pretesa dell'Occidente ricco e delle sue élites di ordinare e governare il mondo.

Alterio chiama in causa l'avvenuta esecuzione di un “Colpo di Stato”. Di quale Stato? Dello Stato delle Multinazionali o della Finanza mondiale?

Un colpo di Stato implica uno Stato, nonché un “complotto” ed un “retrostante”, quando invece è palese il portato delle élites transnazionali.

Il rischio di una narrazione di questo tipo è che i “disvelamenti” elevino i convenuti a Davos, o in altri convegni riservati a ristrette élites, nel cielo di un potere inattaccabile dai comuni terrestri.

Una spiegazione in chiave sistemica, cioè attinente all'assetto capitalistico mondiale, mostrerebbe, senz'altro, quanto sia a livello internazionale che nazionale le sue articolazioni presentino faglie e contraddizioni alla portata di una opposizione capace di approfittarne, incidere e non farsi sopraffare.

Il fatto che alcuni straricchi, parte dello “zero virgola dell'umanità”, godano del vigente assetto sistemico globale per ergersi a “benefattori” del mondo, dopo aver partecipato alla creazione di enormi diseguaglianze, non prova che siano a capo di tutto. È una forzatura semplificatoria.

Contestare alle fondazioni “filantropiche”, come quelle di Bill Gates, la circostanza che finiscano per lucrarci è assai limitativo. Di certo esiste l'affermazione di potere, la volontà soggettiva di decidere di una ristretta cerchia di miliardari, sopra i popoli, le nazioni, la sovranità degli Stati, ogni possibile espressione democratica.

Una supponente e smisurata arroganza: si sentono Dei dell'Olimpo.

Tuttavia, la loro azione, seppur capace di indurre una emergenza vaccinale globale, non è in grado di determinare un Nuovo Ordine Mondiale. A questo ordine mirava già la politica estera statunitense quando decise le guerre – ultima delle quali in Afghanistan - che ha poi perso. Da un tassello evincere meccanicamente la composizione dell'intero puzzle può condurre all'errore.

Opposizione.

Alterio si erge a difesa di piccole imprese, artigiani e partite IVA, già attaccati dalla crisi del 2008. Mancano gli operai, i precari, i lavoratori dipendenti, ai quali appartengono, di fatto ma in posizione debole, gran parte delle stesse partite IVA. Cresce la povertà. I penalizzati dalla crisi e dalla gestione politica dell'emergenza pandemica appartengono ad un popolo multiforme.

Cosa sta succedendo in questo ottobre 2021?

In pandemia il governo Draghi ha seguito una strategia avversa alla sanità pubblica territoriale (inerte anche di fronte al crescere delle “morti bianche”), perseverando su quella della sanità-merce, corredata dal green pass discriminatorio. Al contempo ha dato il via libera ai licenziamenti, ad ulteriori delocalizzazioni, con chiusura di interi stabilimenti, ed agli sfratti. Ha poi fatto ricorso all'uso dello squadrismo fascista per chiamare all'arroccamento interno delle istituzioni, attorno al potere liberale centrale, per reprimere l'esterno sociale che si oppone.

Mira ad impedire che la protesta di popolo e la lotta dei lavoratori convergano. Nello svolgersi del rapporto, questi ultimi possono riconoscersi in una propria identità e costruirsi politicamente classe per sé, praticando l'unione dell'insieme.

1Tiziana Alterio, “Il Dio Vaccino”, 2021, pag. 37.

2Ibidem, pag. 50.

3La denuncia di Alterio richiama alla mente il film italiano “Il venditore di medicine” (vedi su RaiPlay).

4Ibidem, pag. 52.

5Ibidem, pag. 62.

6Ibidem, pag. 63.

7Ibidem, pag. 65.

8Ibidem, pag. 66.

9Ibidem, pag. 67.

10Ibidem, pag. 73.

11Ibidem, pag. 73.

12Ibidem, pag. 74.

13Ibidem, pag. 77.

14Ibidem, pag. 78.

15Ibidem, pag. 81.

16Ibidem, pag. 100.

17Ibidem, pag. 27.

18Ibidem, pag. 200.

19Ibidem, pag. 207.

20Ibidem, pag. 221.

21Ibidem, pag. 233.

22Ibidem, pag. 234.

23Ibidem, pag. 235.

24Più recentemente saranno le autorità centrali del Pcc a porre un divieto alle iniziative di amministrazioni locali tendenti all'obbligo vaccinale.

25Ibidem, pag. 240.

26Ibidem, pag. 243.

27Ibidem, pag. 21.

28Ibidem, pag. 23.

29Ibidem, pagg. 28-29.

30AIFA, subalterna all'esecutivo, ha persino rifiutato la donazione di farmaci monoclonali, ragione per cui la Corte dei Conti la imputa di “danno erariale”.

lunedì 14 dicembre 2020

Il rovesciamento dei secondi anni '70

[Clicca sul titolo qui sotto se vuoi scaricare l'articolo in formato PDF] 

Il rovesciamento dei secondi anni '70 


Le lotte e le conquiste operaie e popolari dei decenni postbellici segnarono lo sviluppo della democrazia, in particolare sul lavoro, e raggiunsero il loro culmine tra la fine dei '60 ed i primi anni '70, grazie all'autunno caldo, ai movimenti degli studenti, delle donne per il divorzio e l'aborto, antifascisti ed antimperialisti.
Nei secondi anni Settanta si verifica il rovesciamento che spiana la strada al quarantennio inglorioso liberal liberista. In seguito alla crisi economica, in Italia venne imposta l'austerità in nome della “solidarietà nazionale” che anticipò quella “in nome dell'Europa”. Come prevalse un falso interesse nazionale ed europeo, per il quale si sacrificarono conquiste e lotte insieme alla sovranità nazionale ed al prioritario sviluppo della democrazia.

1976-1980: gli anni della sconfitta - Dall'austerità italiana a quella europea
1978: adesione allo SME - Lelio Basso ed il primo articolo - La perdita del “lavatoio pubblico”

Come in un bosco, i cammini della conoscenza politica si diramano e si incrociano l'un l'altro, talvolta sboccando in radure più soleggiate.

Sul sentiero della comprensione del portato della lotta dei riders,1 in apparenza “marginale”, abbiamo incontrato il tema del lavoro organizzato a distanza tramite piattaforme digitali governate da un centro direzionale e padronale. In questo nuovo contesto tecnologicamente organizzato, i problemi dei fattorini in bicicletta, o motorizzati per le consegne, riguarderanno sempre più la folta schiera di coloro che lavorano e lavoreranno da casa nel settore privato e pubblico.

Ci si può chiedere come tutti questi lavoratori potranno farsi valere sul piano sindacale. Ugualmente ci si deve interrogare su come essi potranno decidere insieme su contratti ed accordi che li coinvolgono e sono a loro applicati. Ciò investe la democrazia sul lavoro, ovvero la libera partecipazione all'espressione della volontà collettiva nelle vertenze sindacali, impedendo la quale si inibiscono le lotte. (Salvo quelle che scoppiano per raggiunti limiti di sopportazione, riproponendo, comunque, l'esigenza della partecipazione democratica alla loro conduzione.)

La mancanza di democrazia sul lavoro è però da tempo un tema vagante anche per coloro che non sono dispersi individualmente sul territorio, ma operativi “in necessaria presenza” nelle imprese.

Queste, seppure ridotte nelle dimensioni, con molte funzioni esternalizzate (outsourcing), poste in catene magari mondiali delle forniture (supply chain) di cui sono solo un anello, o/e collegate localmente nei distretti industriali, costituiscono una buona parte del tessuto produttivo del Paese e lo costituiranno anche nel prossimo futuro.

Si tratta di una questione politica di primaria importanza che travalica il sindacale, non fosse altro per il semplice motivo che i lavoratori sono sempre stati la parte trainante per affermare lo Stato sociale, della cui ricostruzione oggi abbiamo tutti estremo ed urgentissimo bisogno.

Risalendo il medesimo sentiero, per scoprire quando e come il binomio lotte-democrazia è stato sconfitto e con esso disgregata la socialità operaia nella quale cresceva, incontriamo le complesse vicende degli anni Settanta. Anni di svolta, in particolare nel tratto tra il 1976 ed il 1980. Ripercorrerli è indispensabile, non per reiterare vecchie polemiche e divisioni, bensì, separando “il grano dal loglio”, per ricollocare quel binomio nella possibile socialità della realtà odierna. Dal suo sviluppo dipende la vivibilità del nostro futuro.

1976-1980: gli anni della sconfitta

L'inizio della sconfitta risale all'accordo del 26 gennaio 1977 tra Confindustria e Cgil-Cisl-Uil – allora Federazione Sindacale Unitaria - noto come accordo Carli-Lama, in base al quale furono tagliate la liquidazioni (Tfr, Trattamento di fine rapporto), dal cui calcolo vennero esclusi gli scatti di scala mobile (indennità di contingenza), e soppresse 7 festività.

La lettura delle motivazioni generali per giustificare il taglio [vedi nel riquadro “Allegato C - Accordo interconfederale” - 26 gennaio 1977, a seguire] vanno ben comprese per la valenza che ebbero. In particolare non sfugga la logica politico-economica fatta propria dalle parti (poi rapidamente convalidata dal parlamento),2 per la quale l'obiettivo della competitività italiana – sempre più rivolta alle esportazioni piuttosto che alla “sostituzione delle importazioni” - veniva collegata alla difesa della moneta e questa alla riduzione del costo del lavoro, ossia alla deflazione salariale.

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ALLEGATO C

ACCORDO INTERCONFEDERALE

26 GENNAIO 1977

«La Federazione Sindacale Unitaria e la Confindustria, di fronte ai problemi della crisi economica in atto, nell’intento di accrescere la competitività del sistema produttivo sul piano interno ed internazionale;

allo scopo di contribuire: 1) alla lotta contro l’inflazione ed alla difesa della moneta mediante il contenimento della dinamica del costo globale del lavoro e l’aumento della produttività; 2) alla creazione di condizioni per nuovi investimenti e per lo sviluppo dell’occupazione specie nel Mezzogiorno;

dandosi atto che il contenuto del rapporto di lavoro è e deve restare materia di competenza esclusiva delle parti sociali e la sua definizione deve avvenire mediante l’accordo tra queste; convinte: a) di aver realizzato un progresso nello sviluppo delle relazioni industriali; b) della necessità di interventi di politica economica atti ad accrescere la competitività dei nostri prodotti;

hanno convenuto quanto segue.»

http://www.ediland.it/allegato-c-accordo-interconfederale-26-gennaio-1977/

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Un anno dopo, il 14 febbraio del 1978, i consigli generali di Cgil-Cisl-Uil riuniti al palazzo dei congressi dell'Eur a Roma sancirono una svolta storica, chiamata appunto la “svolta dell'Eur”. Con essa Cgil-Cisl-Uil posero al centro del loro operato le “compatibilità economico-sociali” ed il derivante “contenimento salariale”.

Si tratta di una traduzione pratica della politica di austerità, più esattamene della sua prima versione, introdotta in nome della “solidarietà nazionale” (alla quale seguirà quella “in nome dell'Europa”). Sempre a senso unico. Si sperimentò infatti che nella sequenza dei famigerati “due tempi”, alla certezza del “prima”, i sacrifici non solo salariali, non seguiva affatto il promesso “poi”, più occupazione, investimenti indirizzati a cambiare il “modello produttivo”.

Contro la svolta, tra il 1977 ed il 1980 era presente una diffusa opposizione operaia,3 opportunamente presentata dai media prevalenti come egemonizzata da “fiancheggiatori” del terrorismo, tra i quali veniva annoverata Autonomia Operaia.

Tale opposizione fu inizialmente raccolta dai delegati dei Consigli di fabbrica in disaccordo con la linea intrapresa dai vertici. Per comprenderne l'ampiezza basta scorrere l'elenco delle presenze all'assemblea del Lirico di Milano del 6 aprile 1977 [vedi il ritaglio di “Lotta Continua” di quel giorno, a seguire].4

Milano, 6 aprile 1977

https://fondazionerrideluca.com/web/archivio-lotta-continua/  

LOTTA-CONTINUA_1977_04_06_75_016.pdf


Nei mesi successivi si palesò l'inutilità di restare su posizioni di “sinistra sindacale”, ed a seguito dello scoppio del movimento del '77 e del convegno internazionale contro la repressione a Bologna, una cospicua parte dell'opposizione operaia fu portata ad auto-organizzarsi. Era un unirsi5 in una lotta divenuta politica, che non si proponeva la creazione di un “quarto sindacato”. Solo in seguito il sindacalismo di base, oggi diffuso nel Paese soprattutto tra i lavoratori meno protetti, nacque dal confluire delle due citate espressioni dell'opposizione operaia sconfitta.

I molti Comitati, Collettivi e Coordinamenti di zona dell'opposizione operaia, sparsi per la penisola e nelle isole maggiori, ebbero in Milano, Genova e Bologna i centri propulsivi.6 Si diffusero non solo nelle fabbriche ma pure negli ospedali, nel settore pubblico e dei servizi, con il coinvolgimento dei precari.

Per diverse ragioni, tuttavia, l'0pposizione di classe non riuscì ad emergere compiutamente e stabilizzarsi, facendo valere tutto il suo grande potenziale. Fra queste la mancanza di uno stabile collegamento organizzato tra le diverse realtà, in particolare con la Fiat di Torino - come apparirà più avanti -, peserà negativamente sull'andamento dello scontro in atto.

Alle insufficienze interne, sulle quali andrebbe fatta una ricognizione più puntuale che non si accontenti della critica allo “spontaneismo movimentista”, certamente presente, faceva da contraltare la sovrastante forza organizzata dai suoi avversari e nemici.

In presenza dell'ampio dissenso, da parte dei funzionari sindacali venivano preordinate adeguate misure di “gestione del dibattito” assembleare e, al momento del voto, si assisteva a contestabili conteggi che approfondivano le spaccature. Alla malaparata i gestori delle “consultazioni” riconoscevano le loro sconfitte, rubricandole come episodi marginali, minoritari ed ininfluenti rispetto al sostegno generale che sostenevano di avere.

Restava il fatto che l'esercizio della democrazia nei luoghi di lavoro entrava in contrasto con scelte di “sacrificio” delle conquiste ottenute, che non potevano avere il consenso dei sacrificati, dopo anni in cui essi si erano impegnati in aspre lotte per conseguirle. Inoltre, alla gran parte sfuggiva la comprensione di quale vantaggio strategico potesse provenire dall'arretramento generale, invece che, all'opposto, dal consolidamento almeno delle posizioni acquisite.

Tra gennaio e luglio del '77, si può registrare uno sfasamento tra una lotta avanzata, quella della “battaglia della mezz'ora” in Fiat,7 e l'insieme dei lavoratori del Paese posti invece nella condizione di doversi difendere dall'arretramento avviato dall'accordo interconfederale Carli-Lama.

Nel momento in cui la lotta nella più grande fabbrica del Paese contendeva il controllo sui tempi di lavoro, metteva in discussione non solo il fondamentale potere padronale di sfruttarlo, ma il potere proprietario stesso. La organizzata socialità operaia veniva così a contrapporsi alla privata logica proprietaria del capitale, il quale, disponendo dei mezzi, “doveva” padroneggiare anche il tempo totale di vita dei lavoratori, sia direttamente applicato alla produzione che “libero” da essa.

L'opposizione operaia si mosse contro l'accordo Carli-Lama, le segreterie confederali e la connessa linea di “solidarietà nazionale” sostenuta dal Pci, mentre la lotta alla Mirafiori stava vincendo la “battaglia della mezz'ora” con il positivo concorso della “mitica V Lega” della Fiom, area carrozzeria Mirafiori.

Non può sorprendere che, in piena trattativa, Luciano Lama desse ragione alla Fiat sulla necessità “tecnica” di “asciugare” i tempi di lavoro, con ciò approvando la sua organizzazione della produzione, ivi compresa la emarginazione del sapere operaio dal suo controllo. Al contrario è sorprendente che i massimi dirigenti Fiom, Bruno Trentin e Claudio Sabbatini, pensassero di stare dalla parte degli operai in lotta alla Fiat, non opponendosi alla scelta confederale attuata per tutto il Paese.8

Un'altra convergente ragione consistette nell'uso politico che il blocco dominante fece del terrorismo. Ben presto la situazione a Mirafiori ed a Torino venne “riallineata” a quella del resto d'Italia attraverso quell'uso politico per stroncare ogni opposizione dei lavoratori, sintetizzata dalla frase d'ordine: “o con lo Stato o con le BR!”. In sua sintonia la direzione della Fiat avrebbe annunciato – l'8 ottobre del 1979 - il licenziamento di 61 lavoratori, motivato con un comunicato ufficiale in cui si collegava il ristabilimento della governabilità interna alla lotta contro il terrorismo.

Pochi mesi prima, il 21 marzo, il Pci aveva ritirato l'appoggio esterno al secondo governo Andreotti di “solidarietà nazionale”. L'inserimento della retromarcia impedì al movimento d'opposizione dei lavoratori di saldarsi e stabilizzarsi al di fuori del suo controllo,9 ma non alla Fiat di sconfiggere la lotta dei “35 giorni”.

Il rovesciamento aveva preparato il terreno politico alla restaurazione liberal liberista, che nel mondo assunse i tratti distintivi di una controrivoluzione.

Dall'austerità italiana a quella europea

Rivangare la storia di quei tempi, raccontati dai media prevalenti come “anni di piombo” per sotterrare sotto il “terrorismo rosso” lo stillicidio delle aggressioni e degli assassinii fascisti, in contemporanea con quelli delle forze di polizia e le “stragi di Stato” (la più sanguinosa si perpetrò a Bologna, il 2 agosto 1980),10 è indispensabile se vogliamo trarne qualche insegnamento ed evitare di rimanere prigionieri di una sorta di “coazione a ripetere”.

Tutto il decennio dei Settanta rappresenta un “punto di svolta”,11 perché, finiti i “gloriosi trent'anni” post bellici, inizia una irrisolta crisi di lunga durata del capitalismo occidentale che riemerge ai giorni nostri.

Nel secondo quinquennio era in corso nelle fabbriche una trasformazione insieme tecnologica e di sistema manageriale, con l'introduzione di robots nelle produzioni, l'informatizzazione, l'abbandono del modello fordista e la sua sostituzione con quello neonato toyotista. Non si era ancora realizzato lo smantellamento delle grandi unità industriali, la dispersione in più piccole e controllabili entità produttive, le privatizzazioni e quant'altro... Tutto ciò si sarebbe palesato dagli anni Ottanta.

Al momento – siamo tra il 1976 ed il 1977 – la “solidarietà nazionale” ed il via libera ai “sacrifici” vengono presentati dal Pci, per bocca di Enrico Berlinguer, nel quadro di una “austerità” che doveva essere virtuosa, premessa materiale per avviare l'auspicato “cambiamento”, con il taglio degli sprechi, l'abbandono dello stile di vita consumistico ed il porsi in sintonia con il moto di liberazione del Terzo mondo.

Se, al contrario della austerità virtuosa, si affermò la sua versione depressiva, repressiva e contraria alla democrazia – come lo stesso Berlinguer paventava [vedi nella finestra “Enrico Berlinguer - Convegno degli intellettuali – Roma, 15 gennaio 1977”, a seguire] -, dipese da molteplici fattori.

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Enrico Berlinguer

Convegno degli intellettuali

Roma, 15 gennaio 1977

«Ma l’austerità, a seconda dei contenuti che ha e delle forze che ne governano l’attuazione, può essere adoperata o come strumento di depressione economica, di repressione politica, di perpetuazione delle ingiustizie sociali, oppure come occasione per uno sviluppo economico e solidale nuovo, per un rigoroso risanamento dello Stato, per una profonda trasformazione dell’assetto della società, per la difesa ed espansione della democrazia: in una parola, come mezzo di giustizia e di liberazione dell’uomo (…).»

https://www.perlaretorica.it/wp-content/uploads/2015/10/Enrico-Berlinguer-Politica-di-austerita-e-di-rigore-1977.pdf

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In primo luogo da una visione del capitalismo italiano in preda ad arretratezza, parassitismo, sottosviluppo, come se non fosse insito nel suo sviluppo il contestuale sottosviluppo, fenomeno ben visibile nel Meridione. Mancava il Pci di una reale autonomia culturale nelle questioni nodali dell'economia?

Sta di fatto che dalla “rottura dello schema” postbellico derivava un esito elementare:

«La rottura dello schema della “sostituzione delle importazioni”, e il suo avvicendamento, in seguito a una crisi di profitti e quindi di investimenti, con lo schema della “sostituzione delle esportazioni” produssero come conseguenza politica un esito elementare: dei produttori non c'era più bisogno nella qualità di consumatori e lo sfruttamento (i “sacrifici”) poteva crescere impunemente. Cadeva la base economica del “compromesso keynesiano (che “compromesso” fu sempre poco, ma cadeva in sostanza insieme alla base di forza della parte popolare) e si affermava una politica di “recessione deliberata” e di deliberata crescita della disoccupazione. Si rendeva necessaria una nuova ideologia che si presenterà a partire dalla “rivoluzione reaganiana” (e thatcheriana) come neo-liberismo nelle sue diverse forme.»12

Abbracciare una politica di deflazione salariale, di “sacrifici” in funzione della tenuta della lira e della ripresa dei processi accumulativi del capitale interno, volendone però fare base per una austerità virtuosa, era tanto idealistico quanto funzionale alla più pratica propensione opportunistica di gran parte dell'ascendente “ceto dirigente” seduto sul carro del Pci.

Idealistico perché supponeva di restringere all'ambito italiano tale politica, senza porre in essere alcuna misura di sganciamento del Paese dal sistema di dominio internazionale al quale apparteneva (e tuttora appartiene), e, per il fatto di dare in pegno i “sacrifici” operai e popolari, di indurre ad una “rigorosa” morale d'interesse nazionale una grande borghesia che, salvo poche eccezioni (Adriano Olivetti), ha dimostrato e dimostra tuttora di non averne alcuna.

Al contempo, la propensione opportunistica del “ceto dirigente” poggiava su una logica auto-referenziale, in base alla quale la garanzia di attuazione del programma di cambiamento era essenzialmente conferita alla diretta presenza del Partito (ovvero, in larga parte, allo stesso “ceto dirigente”) al governo e nella macchina dello Stato così come era, in quanto portatore ed agente non di un'altro sistema, bensì di peculiari qualità morali e tecnico-manageriali (gli “onesti e capaci”) risanatrici del medesimo.

Un inciso.

Dalla fine dei '60 ai '70, il movimento operaio si intrecciò con altri movimenti, alimentati dalla ribellione di studenti, giovani e dalle donne. Si vennero a saldare con la lotta antifascista contro lo stragismo e la “strategia della tensione” e con quella antimperialista, solidale con le lotte di liberazione nazionali del Terzo mondo (esemplare il sostegno al Vietnam). In contemporanea vi fu la conquista di basilari diritti civili, divorzio ed aborto innanzitutto, di cui si rese protagonista il movimento femminile.

Quando si discute della capacità del liberal liberalismo nei decenni successivi di inalberarsi a tutore delle libertà civili e personali, nel mentre affossava quelle sociali – il tutto ammantato dal “politicamente corretto” -, occorre indagare sui motivi per cui gli riuscì di separare i diversi fronti di lotta, contrapponendo alfine il civile al sociale e l'individuale al collettivo.


In effetti, dopo gli anni Settanta e passo dopo passo, divenuta zavorra ogni idealità comunista, il Pci sopravvisse nella sola veste di personale politico teso ad affermare se stesso e, nel 1989, alla Bolognina portò a compimento il percorso intrapreso.

La stessa vicenda che vide Aldo Moro lasciato a morire (e con lui il principale interlocutore politico del “compromesso storico”) pur di non accettare la trattativa e con ciò “riconoscere” come interlocutore le Brigate Rosse, si iscrive nella insopprimibile voglia di integrazione del “ceto dirigente” nei ranghi del potere costituito. Qualora non avesse adottato la linea della “fermezza” si pensò escluso dall'accettazione a pieno titolo al governo, nelle istituzioni nazionali e nelle alleanze internazionali, nonché alla direzione delle aziende a partecipazione statale ancora non smantellate.

Inclusione, come vedremo rispetto all'Europa, ritenuta prioritaria e dirimente rispetto allo sviluppo della lotta di classe e della democrazia nelle fabbriche e nel Paese, tanto da valerne il sacrificio.

Sennonché, impigliato nelle sue contraddizioni, il Pci si ritrovò a condividere proprio quella versione di austerità, regressiva e repressiva, antidemocratica, che inizialmente pure intendeva contrastare. Nel frattempo però si era consumata una frattura in seno alla base operaia e popolare che, volendo imporre la strategia austera (fallita), aveva compromesso sia il suo potenziale di lotta, sia il connesso sviluppo democratico. Le relazioni industriali del “magnifico strumento” sindacale si erano sganciate dalla “formazione del consenso” e dovevano passare sopra la volontà di lavoratori.

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MEMO (parzialissimo)

30 luglio 1976 – 13 marzo 1978
1° governo di solidarietà nazionale, monocolore DC guidato da Giulio Andreotti, con l'astensione del PCI.
13 marzo 1978 – 21 marzo 1979
2° governo di solidarietà nazionale guidato da Andreotti con l'astensione del PCI.
Ad eccezione degli assassini di Francesco Lorusso e di Aldo Moro e della strage di Bologna nell'elenco, assai parziale, non compaiono i numerosi fatti di sangue, dovuti a fascisti, “forze dell'ordine” (Francesco Cossiga agli Interni) e terrorismo di stampo bierrino.
15 gennaio 1977
Roma, Enrico Berlinguer lancia la politica dell'austerità.
26 gennaio 1977
Accordo interconfederale Carli-Lama.
2 Dicembre 1977
Sciopero generale proclamato dalla FLM ed imponente manifestazione a Roma di 200mila lavoratori.
17 febbraio 1977
Roma, “Cacciata di Lama” dall'Università.
11 marzo 1977
Bologna, divampa il Movimento del 1977 a seguito della uccisione di Francesco Lorusso da parte delle forze di polizia.
6 aprile 1977
Milano, assemblea al Lirico dei delegati dei Consigli di fabbrica contrari alla linea dei vertici confederali.
7 luglio 1977
Fiat, vittoria operaia nella “battaglia della mezz'ora”.
Accordo Fiat-FLM per la riduzione d'orario dei turnisti (la mezz'ora di refezione retribuita) e riapertura in Fiat delle assunzioni nel biennio 1978-1979.
23-24-25 settembre 1977
Bologna, convegno internazionale contro la repressione con l'appoggio di numerosi intellettuali.
16 marzo 1978
Roma, rapimento di Aldo Moro ed uccisione dei membri della sua scorta da parte delle Brigate Rosse.
14 febbraio 1978
Roma, svolta dell'Eur. I consigli generali di Cgil Cisl Uil pongono al centro della loro strategia le “compatibilità economico-sociali” ed il “contenimento salariale”.
9 maggio 1978
Roma, viene fatto ritrovare il cadavere di Aldo Moro.
13 dicembre 1978
Il governo ratifica l'adesione al Sistema Monetario Europeo (SME), non condivisa dal Psi e dal Pci.
8 ottobre 1979
La Fiat licenzia 61 lavoratori, collegando il ristabilimento dell'ordine interno alla lotta contro il terrorismo.
2 agosto 1980
Strage di Bologna.
11 settembre 1980
La Fiat annuncia il licenziamento di 14.469 lavoratori. In risposta l'assemblea dei delegati decide il presidio dei cancelli e lo sciopero ad oltranza.
14-15 ottobre 1980
Torino, “marcia dei quarantamila” a sostegno delle posizioni della Fiat. Nella notte tra il 14 ed il 15 di ottobre al Ministero del lavoro è raggiunto un accordo che sancisce di fatto la sconfitta della lotta dei “35 giorni”.

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1978: adesione allo SME

Quanto pesi l'affermarsi di quella prima austerità, rispetto a quella che seguirà nell'ordine europeo in costruzione, lo attesta la vicenda dell'adesione dell'Italia allo SME, il Sistema Monetario Europeo, un sistema di cambi fissi tra le monete comunitarie, babbo dell'euro.13

Il 12 dicembre 1978, in piena “solidarietà nazionale”, Andreotti annuncia l'adesione allo SME dal 1° gennaio del 1979, nonostante le perplessità “tecniche” del governatore della Banca d'Italia, Paolo Baffi, e l'avviso contrario del Pci e del Psi.

In parlamento Giorgio Napolitano, futuro presidente della Repubblica, dichiara:

«Inserendoci in quest’area, nella quale il marco e il governo tedesco hanno un peso di fondo, dovremo subire un apprezzamento della lira e un sostegno artificiale alla nostra moneta. Nonostante ci sia concesso un periodo di oscillazione al 6%, saremo costretti a intaccare l’attivo della bilancia dei pagamenti. Lo Sme determinerà una perdita di competitività dei nostri prodotti e un indebolirsi delle esportazioni. C’è un attendibile pericolo di ristagno economico.»

Detto esplicitamente con le parole dell'economista Luciano Barca, un altro dirigente apicale del Pci:

«Europa o non Europa questa resta la mascheratura di una politica di deflazione e di recessione anti operaia.»

Con l'adesione allo SME viene instaurato il famigerato “vincolo esterno”, perché si è fatta strada nel blocco dominante la convinzione che solo suo tramite, ossia rinunciando alla potestà monetaria e, conseguentemente all'autonomia nazionale nelle politiche economiche, si può tenere sotto scacco un Paese ritenuto “ingovernabile”.

Si evidenzia così una contraddizione in itinere.

La politica di deflazione salariale, esercitata nell'ambito nazionale e ritenuta necessaria per l'austerità virtuosa, diventa politica europea che, invece di favorire la “competitività dei nostri prodotti”, la indebolisce, obbligando a continuamente rincorrerla, ovvero a divenire strutturale, per servire un sistema monetario funzionale ad una gerarchica continentale in cui l'Italia è gregaria (e la nascente Unione europea coprotagonista della controrivoluzione liberal liberista su scala mondiale).

Per il ceto dirigente “onesto e capace” si prospetta dunque una scelta ineludibile: o rinunciare a venire integrato nel blocco di potere emergente a livello continentale, pur nella posizione subalterna di cui ha chiara consapevolezza, o sposare il modello di costruzione europea che deriva dall'adesione allo SME.

Nel giro di pochi anni, e prendendo a motivo la caduta del muro di Berlino, abbraccerà la prima opzione. Dati i presupposti, non poteva essere altrimenti.

Lelio Basso ed il primo articolo


O meglio, poteva essere altrimenti, qualora da un lato si fosse tenuto coniugato lo sviluppo delle lotte e delle conquiste operaie e popolari con l'allargamento della democrazia, a partire dai luoghi di lavoro e nella società – il che comportava tutt'altra politica rispetto a quella della “solidarietà nazionale” e della austerità -, e, dall'altro, si fosse affermata una diversa concezione della costruzione europea.

A ricordarci del politicamente “possibile” per sfuggire alle determinazioni dell'”inevitabile”, è Alessandro Visalli,14 quando riprende un intervento di Lelio Basso in un convegno sul Federalismo europeo tenutosi nel giugno del 1973.15

Basso ribadisce il motivo per cui, sollecitato a farlo dall'amica Ursula Colorni, non sottoscrisse il Manifesto di Ventotene.

«[...] nel Manifesto di Ventotene praticamente si diceva: “Lasciamo andare la battaglia entro i confini nazionali per la democrazia e per il socialismo e poniamo come compito prioritario quello del federalismo.”»

Al contrario Basso ritiene che la battaglia per la democrazia nei singoli paesi dovesse essere prioritaria rispetto ai fini federalisti. Per chiarire il suo punto di vista, chiama in causa l'articolo primo della Costituzione, in capo al quale situa una idea di sovranità carica di molteplici implicazioni.

Sostiene Lelio Basso:

«Nella Costituzione abbiamo scritto, nel primo articolo: “L’Italia è una Repubblica democratica”; poi abbiamo aggiunto quelle parole forse sovrabbondanti “fondata sul lavoro”; e poi abbiamo ancora affermato il concetto che la “sovranità appartiene al popolo”. Sembra una frase di stile e non lo è. Le costituzioni in genere hanno sempre detto “la sovranità emana dal popolo” “risiede nel popolo”; ma un’affermazione così rigorosa, come “la sovranità appartiene al popolo che la esercita” era una novità arditissima. Contro la concezione tedesca della “sovranità statale”, di quella francese della “sovranità nazionale”, noi abbiamo affermato la “sovranità popolare” quindi democratica. A questo tipo di sovranità io tengo. E allora, quando arrivano al parlamento i “regolamenti comunitari” e ci si dice “sono obbligatori” perché così prevede il Trattato di Roma, io reagisco.(...)»

A Basso non interessa la sovranità nazionale, ma tiene moltissimo a quella popolare, per cui “reagisce” all'assunzione obbligatoria dei regolamenti comunitari previsti dal Trattato di Roma.

È una posizione sulla quale riflettere.

Da un lato, la distinzione della concezione italiana rispetto a quelle francese e tedesca spiega il quadro concettuale in cui si muovono tuttora Francia e Germania. Ma, dall'altro e proprio a causa del predominio delle concezioni francesi e tedesche, non risolve la contraddizione tra l'invocato esercizio della sovranità popolare, dunque democratica, ed un'Europa che, procedendo nella costruzione “ademocratica”, diseguale e gerarchica - come confermeranno i successivi Trattati -, rende vieppiù necessario ricorrere alla sovranità nazionale in cui tale esercizio può concretamente avere luogo.

L'Europa attuale, retta dal governo dei governi, è tanto distante dall'affermazione della democrazia costituzionale (l'Unione neppure ha una sua Costituzione), quanto estranea alla partecipazione popolare alla sua edificazione.

Di conseguenza, quando pensiamo alla ripresa delle lotte sociali collegate allo sviluppo della democrazia – la coppia dimostratasi inseparabile -, è alla priorità della sovranità popolare, a cui subordinare quella nazionale e da cui quest'ultima trae la sua legittimità, che dobbiamo fare riferimento.

La perdita del “lavatoio pubblico”


Tra le diverse importanti osservazioni presenti in quel discorso spicca l'accenno alla “comunità”.

Secondo Basso:

«I rapporti in cui viviamo sono anonimi, ognuno è depauperato della sua personalità.»

Ed ancora, riporta il caso studiato della perdita del “lavatoio pubblico”, dove

«si scambiano le opinioni, il luogo dove la donna trovava la sua vita comunitaria. (…) L'introduzione del rubinetto nelle case e l'abolizione del lavatoio pubblico ha creato dei drammi veramente enormi nella psicologia femminile; è stato strappato un pezzo di vita comunitaria. Oggi questa vita comunitaria si è ridotta a brandelli. Allora eccoci alla ricerca di qualche elemento comunitario che ci leghi: e si ricerca nella lingua.»

Parlava del nostro Meridione come avrebbe potuto dire dei “Paesi sottosviluppati”, materia di cui fu docente all'Università di Roma. Già allora si affacciava la ricerca nella lingua di elementi comunitari.

A quali conclusioni dovremmo giungere, in presenza della colonizzazione linguistica attuale?

Di contro, quando i lavoratori trovavano nelle fabbriche il luogo fisico della socialità in cui riconoscersi nella comune esperienza di lavoro e vita, rispondevano ad una esigenza vitale, animata nella loro comunità. Essa era insieme principio di lotta e sua finalità, poiché si organizzava in opposizione al principio della proprietà, investendo l'insieme dell'assetto politico-sociale.

Oggigiorno siamo assaliti da un ulteriore processo di disgregazione sociale, sulla scorta delle nuove tecnologie di comunicazione a distanza (il nostro “rubinetto nelle case”), avendo sperimentato tutti i perniciosi effetti dell'inglorioso quarantennio liberal liberista. Ivi compresa la dura prova, ancora in corso, della pandemia che ha però ribadito il profondo nostro essere sociale, in cui vive la personalità di ciascuno.

In essa si comprende quanto le vantate “eccellenze” ospedaliere abbiano nascosto la mancanza di strutture territoriali diffuse e di base, della medicina sociale di prossimità e prevenzione. Si dovrà altresì riconoscere che nello stesso sviluppo capitalistico globalizzato, nelle sue modalità produttive, si viene a situare, a causa della distruzione della natura e dell'habitat che tutti ci congiunge nel “mosaico della vita”, la reiterata proliferazione di agenti micro-patogeni portatori di morte.

Mentre la scienza dovrà abbracciare un nuovo paradigma, se vuole combattere le malattie pandemiche guarendo dalla propria, senza una nuova socialità conflittuale saremo condannati a mille quarantene e ad altrettanti vaccini salvifici nell'illusione di poterne uscire.

Note

1 Vedi il Post “Il caso dei fattorini in bicicletta” - ottobre 2020.

2 L'accordo venne tradotto in legge (n. 91, 31 marzo 1977), dando seguito al decreto governativo del 1° febbraio.

3 Si trattava di una opposizione che, rompendo vecchi steccati, univa operai, tecnici ed impiegati amministrativi.

4 Riprodotto in dimensioni da consentire la lettura del lungo elenco dei partecipanti.

5 Parlo per esperienza diretta, da partecipante a quel movimento.

6 Anche in questo caso, per rendersi conto del fenomeno, è utile sfogliare l'archivio di “Lotta continua” messo a disposizione in rete dalla Fondazione Erri De Luca.

7 La battaglia è raccontata in una recente intervista da Luciano Pregolato. http://www.lab-lps.org/post/?p=790.

8 Le note “tribolazioni di coscienza” di Bruno Trentin non gli impedirono, in veste di segretario della Cgil, di firmare gli accordi di abolizione della scala mobile col governo Amato (luglio 1992) e con il governo Ciampi per la “politica dei redditi” (luglio 1993).

9 Nel Post “Anno austero 1977” - dicembre 2014 – racconto di una intervista rilasciata a Miriam Mafai di “La Repubblica” dal Comitato promotore dell'opposizione operaia della Sit-Siemens, alla quale partecipai. L'intervista faceva parte di una inchiesta condotta da Mafai in diverse fabbriche in cui si manifestava il “disagio della base”. Mafai fu cofondatrice di “La Repubblica” e per de- cenni compagna di Giancarlo Pajetta, storico esponente del Pci.

10 La bomba la misero i fascisti, pagati dalla P2 e con la partecipazione dei servizi segreti, ufficialmente “deviati”, ma in realtà agenti nella dinamica fascistizzante del “doppio Stato”.

Vedi anche Mimmo Porcaro, “I senza Patria”, Meltemi, 2020, da posizione 833 della edizione Kindle.

11 Vedi Alessandro Visalli, “Dipendenza – Capitalismo e transizione multipolare”, Meltemi, 2020, capitolo V (pagg. 237-306).

12 Alessandro Visalli, ibidem, pag. 277.

13 Vedi Marco Palombi,

https://www.ilfattoquotidiano.it/2014/05/19/eurozona-quando-giorgio-napolitano-era-contro-la-moneta-unica/987141/

14 Alessandro Visalli,

https://tempofertile.blogspot.it/2017/04/lelio-basso-consensi-e-riserve-sul.html]

15 http://leliobasso.it/documento.aspx?id=3eebf37bae1661-b05964469776f188016