mercoledì 3 giugno 2020

Una esultanza sospetta

[Clicca sul titolo qui sotto se vuoi scaricare l'articolo in formato PDF]
- prepara l'assalto alla diligenza -

Fantastico! Meraviglioso! Il 28 maggio tutti i principali quotidiani esultano per il piano della Commissione europea che vara il Recovery Fund (Fondo europeo per la Ripresa). Nei titoloni,  soldi a palate.
I commenti trasudano soddisfazione: i sovranisti populisti anti-europeisti sono sconfitti. Smentiti anche i gufi: l'Unione europea è viva e lotta solidale insieme a noi!
Ma a quali finanziamenti siamo di fronte?
L'Unione cambia rotta?
Perché tanta esultanza?
Titoloni
La Repubblica: «All'Italia 172 euromiliardi». 
Le fa eco  La Stampa: «Scossa Ue, per l'Italia 172 miliardi»; in sommario: «Parla Conte: “Bene così, ma gli aiuti devono arrivare subito”. Meloni: primo passo, ora via i vincoli.»
Per il Sole24Ore, in prima: «Fondo Ue per la ripresa da 750 miliardi. All'Italia 173 miliardi, spread a quota 193».
Il Corriere della Sera non è da meno: «Maxi piano Ue, l'Italia in testa».
Rainews pone l'accento sul pugnace atteggiamento del PD in Europa: «La maggior parte dei fondi disponibili dal prossimo anno Ue, Recovery Fund: von der Leyen presenta il piano per la ripresa All'Italia 172,7 miliardi: 81 di aiuti e 90,9 come prestiti. Gentiloni: "Svolta senza precedenti". Il premier Conte: "L'Italia si faccia trovare pronta". Sassoli: "Recovery cambi l'Ue o Parlamento non lo sosterrà". Il piano dovrà poi essere discusso in Consiglio Europeo i prossimi 17 e 18 giugno.»
Gli articoli poi spiegano e non spiegano, perché prevale la volontà di esaltazione ed i numeri, stranamente uniformi, sono per lo più basati su supposizioni ed indiscrezioni. Il lettore ne ricava l'idea che l'Italia sia la principale beneficiaria di una enorme manovra, destinataria di prestiti a tassi molto vantaggiosi ed a finanziamenti talvolta definiti “aiuti” o “sussidi” e talaltra “trasferimenti”, sempre e comunque “a fondo perduto”. Soldi senza condizioni, sia per ottenerli sia sul come spenderli. Non come successe alla “povera Grecia”, qualche anno fa. Insomma: una svolta storica, qualora, avvertono i più, mostrandosi “misurati” e “responsabili”, il piano venisse varato così com'è stato proposto dalla Von der Leyen ed i cerberi “Paesi frugali” non riuscissero a sfigurarlo.
Facciamo un po' di conti 
Forse bisognerebbe rimandare ogni giudizio, soprattutto sui numeri, al piano nella sua versione definitiva. 
Tanto più che, come dimostra Thomas Fazi,[1] secondo i documenti ufficiali all’Italia spetterebbero non 172 miliardi ma 153, «una cifra comunque di tutto rispetto». Però «di quella cifra 96,3 miliardi dovranno essere contributi… dall’Italia, che dunque al netto riceverà la colossale somma di… 56,7 miliardi, pari al (tenetevi forte) 3,2% del PIL italiano, spalmati nel corso di quattro anni (0,8% del PIL all’anno). Senza parlare del fatto che solo una parte di quei 56,7 miliardi sarà a fondo perduto e che in ogni caso tutti i flussi che arriveranno dalla UE – sia sotto forma di prestito che di trasferimento – saranno soggetti a condizionalità e vincoli di destinazione.»
Qualora, invece, volessimo non attendere la versione del piano approvata dai capi di governo, nonché dare credito ai prevalenti mass-media, possiamo azzardare qualche conto.
Secondo il progetto presentato da Ursula von der Leyen, alle erogazioni del bilancio europeo ordinario di 1.100 mld, per l'esercizio settennale 2021-2027, verranno aggiunti 750 mld straordinari per il quadriennio 2021-2024. Questi 750 mld, raccolti dal Recovery Fund tramite la emissione di buoni europei, saranno: per un terzo (250 mld) concessi in prestito a tassi agevolati ed a medio-lunga restituzione; per gli altri due terzi (500 mld) destinati ai trasferimenti o agli aiuti, comunque “a fondo perduto”. 
In quanto Paese tra i più colpiti dalla emergenza da Covid-19, l'Italia dovrebbe ricevere 172,7 mld (il numero magico arrotondato, inalberato a simbolo di vittoria!), suddivisi in:
  • 90,9 mld di prestiti (parte dei 250 mld);
  • 81,8 mld di trasferimenti (parte dei 500 mld).
Quanti di questi ultimi 81,8 mld sarebbero effettivamente “a fondo perduto”, cioè finanziamenti senza obbligo, sotto qualsiasi forma, né di restituzione, né di pagamento degli interessi? 
Per saperlo bisogna fare un ulteriore conticino.
Le entrate del bilancio europeo sono alimentate dai Paesi membri, tramite contributi commisurati alla loro quota percentuale di Reddito nazionale lordo (Rnl) in rapporto al totale 100% del Rnl europeo. 
Qualora, per coprire la restituzione del debito aperto dal Recovery Fund, si facesse ricorso esclusivamente alla contribuzione nazionale, l'Italia dovrebbe sborsare circa 64 mld. Sicché, sottraendo ai quasi 82 mld i circa 64 di contributi dovuti, il reale trasferimento (sussidio) a fondo perduto si aggirerebbe, nella migliore delle ipotesi,[2] sui 18 mld! In definitiva, degli sbandierati 172 o 173 mld, solo 18 non costituirebbero debito, anche se il contributo dell'Italia al bilancio europeo, non viene formalmente considerato un debito. [Il conteggio è sintetizzato nella finestra a seguire.]
--------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Recovery Fund
Ai Paesi europei
In prestito: 250 mld
Trasferimenti (aiuti): 500 mld
Totale = 750 mld
All'Italia
In prestito: 90,9 mld
Trasferimenti (aiuti): 81,8 mld
Totale = 172,7
All'Italia e dall'Italia
Trasferimenti (aiuti): + 81,8 mld
Contributi al bilancio: - 64 mld
Sussidio a fondo perduto = 17,8 mld
--------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Le entrate di bilancio, costituite dai versamenti dei Paesi membri, potrebbero essere parzialmente sostituite da una estensione della imposizione fiscale a livello comunitario, oggi di entità residuale. A questo proposito, Ursula von der Leyen ha dichiarato che «la Commissione proporrà poi nuove forme per il recupero dei fondi, sul commercio delle emissioni o con una tassa sull’emissione di CO2 oppure pensiamo a una tassa sul digitale.»
Sulla vecchia rotta
Certamente, se consideriamo che negli ultimi anni il nostro Paese è stato contributore netto, cioè ha dato al bilancio europeo più di quanto abbia ricevuto, siamo al cospetto di un vantaggio, per quanto transitorio e ridotto nell'importo e non corrispondente al nostro attuale fabbisogno. Solo le ultime manovre del governo comportano una spesa di  80 mld.
Ma un vantaggio non è una svolta, un cambio di rotta dell'Unione europea. In aggiunta, l'eventuale estensione della imposizione fiscale europea conferirebbe alla Commissione – che dipende dal vertice dei capi di governo - un inedito e più ampio ruolo sovranazionale in politica economica. Al posto dei governi e dei parlamenti nazionali, essa programmerebbe come spendere un gettito derivante anche dalle tasche degli italiani.
Per gli “europeisti” ciò sarebbe comunque il segno di un avanzamento del progetto europeo, eppure tale avanzamento si situerebbe sulla vecchia rotta, lungo la quale negli anni sono venute accentuandosi le divaricazioni tra territori, Paesi e classi sociali. Benché proclamasse il contrario, il bilancio europeo ha contribuito al determinarsi di un Centro e di differenziate Periferie: l'Europa gerarchica.
Non a caso, Merkel e Macron il 18 maggio si sono accordati affinché i finanziamenti del RF siano condizionati all'impegno da parte dei percettori di «attuare politiche economiche sane e un programma di riforme ambiziose». Poiché veniamo da una lunga stagione di “politiche economiche sane” (austerity), la prospettiva che esse diventino per giunta “ambiziose” non è affatto rallegrante.
Il vicepresidente della Commissione, Valdis Dombrosgkis, ha poi precisato: «Le risorse saranno distribuite sulla base degli obiettivi raggiunti. Fisseremo tappe e pietre miliari in termini di riforme e il denaro verrà distribuito sulla base del raggiungimento degli obiettivi.» 
Cosa pensare di un piano che si propone di stabilire, tappa dopo tappa, come verranno spesi i soldi che ci daranno (per lo più nostri), non lasciandoci nemmeno un briciolo di sovrana discrezionalità? 
Non è un azzardo concludere che, in cambio di un temporaneo respiro, il Paese sarà schiavo di un duplice esercizio di dominio gerarchico, derivante: 1) a breve, dal Recovery Plan; 2) dal rientro in vigore dei meccanismi, per ora sospesi, del Fiscal compact, con connesso ricatto di innalzamento dello spread. 
Attenzione a quest'ultimo, perché il debito pubblico italiano aumenterà di molto rispetto al Pil. Inoltre, vista l'urgenza  italiana e le lungaggini europee, ritornerà in campo la richiesta di ricorso al MES, presentato come fosse “senza condizionalità”.
Il perché di tanta esultanza
La mediazione di Merkel e Macron - Berlino per conto dei “Paesi frugali” e di quelli dell'Est, Parigi per conto di quelli mediterranei -, poi fatta propria dalla Commissione, persegue l'obiettivo di consentire ai mercati delle periferie di assorbire i prodotti industriali della Germania, evitando che i Paesi mediterranei cadano in default o/e abbandonino l'euro. Eventi non certo desiderabili anche dai creditori finanziari, i quali piuttosto preferiscono mantenere in vita i debitori, per spolparli delle loro ricchezze, siano esse lavoro, aziende, risparmi o immobili (trattamento greco).
Come in passato, all'establishment economico-politico italiano, benché blateri di “futuro”, poco o niente importa di quali saranno le sorti del Paese. Reiterando la solita manfrina delle riforme necessarie di cui non saremmo capaci se non ce lo imponesse l'Europa (ma qualcuno dirà che “non le faremo perché ce lo dice l'Europa, ma perché le vogliamo noi”), puntano a mettere le mani sulla cassa in arrivo dall'Unione. 
Questo nasconde l'ideologia “europeista” e l'esaltazione degli “aiuti” dell'Unione: a lorsignori i soldi; al popolo italiano il debito, divenuto improvvisamente, da ossessione qual era, un problema trascurabile.
Per capirlo, basti guardare all'assalto di FCA (Agnelli-Elkann) e di Autostrade per l'Italia (Benetton), ai finanziamenti del recente Dl Rilancio, coperti da garanzia statale.
Il Sole24Ore[3] del 28 maggio, con un articolo di Andrea Carli, annunciava: «Turismo e automotive, i settori che puntano ai 172 miliardi del Recovery Fund. Il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha espresso l’auspicio che questi settori possano contare sulle risorse del Fondo europeo per la ripresa.»
Così è ben chiaro, se ve ne fosse bisogno, chi politicamente spalleggia i soliti noti.

Note:
[2] Marco Palombi, “Ecco (per ora) il Recovery Plan: all'Italia 82 miliardi, 60 da ridare”, il Fatto Quotidiano, 28 maggio 2020.


sabato 23 maggio 2020

Karlsruhe e dintorni



[Clicca sul titolo qui sotto se vuoi scaricare l'articolo in formato PDF]


La Corte costituzionale tedesca pone limiti all'operato della Bce, assume a criterio guida la “proporzionalità” ed antepone il diritto delle nazioni a quello europeo. Reazioni e conseguenze. Mentre avanza la mediazione di Berlino (e Parigi) sul Recovery Fund, il sociologo Wolfgang Streeck, tedesco ed europeista, va controcorrente.


Infuria lo scontro sui finanziamenti che l'Unione dovrebbe garantire ai Paesi europei più coinvolti nella crisi economica, non solo indotta dall'emergenza pandemica. Chi dovrebbe erogarli? Saranno pure iniezioni monetarie o “prestiti e sussidi”? Ed a quali condizioni immediate e future?
C'è chi auspica che sia la Bce a svolgere il ruolo principale e, imitando la Fed statunitense, “stampi” ed inietti moneta per rivitalizzare l'economia. Ma i governi dell'Unione hanno già scelto: ai soliti meccanismi di prestito, seppur temporaneamente “mitigati” come il MES, si affiancherà l'ampliamento del bilancio europeo, all'interno del quale è collocato il nuovo strumento, il Recovery Fund, in via di definizione.
Ai primi di maggio, con una sentenza da tempo programmata, nell'agone politico è di fatto scesa la Corte suprema tedesca di Karlsruhe. In punta di diritto ha contestato alla Bce di essere andata oltre i propri limiti istituzionali e di avere assunto un ruolo improprio, operando sulla moneta a fini economico-fiscali. Ha inoltre fissato il criterio guida della “proporzionalità”, denso di possibili conseguenze non solo sulla Bce.
Benché alla sentenza di Karlsruhe non faccia riferimento, in quegli stessi giorni è comparsa un'intervista al sociologo tedesco Wolfgang Streeck attorno agli stessi temi, con lo sguardo rivolto ai motivi ed ai nodi della crisi dell'Ue. Rilasciata ad uno dei più autorevoli quotidiani tedeschi, la “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, è indice di un dibattito in corso in Europa che i prevalenti media italiani troppo spesso e volutamente trascurano.
Intanto, Berlino e Parigi, rinnovando il loro asse privilegiato, hanno iniziato a delineare l'assetto del Recovery Fund, indirizzando la Commissione europea che dovrà presentare la proposta “definitiva”.
Si prospetta una soluzione di mediazione che offra un temporaneo “sollievo” ai Paesi mediterranei, riconducendo però l'insieme nell'alveo del vecchio corso e delle vecchie regole, incluso il rispetto dei Trattati. Appena superata la fase dell'emergenza.
Ho provato a mettere in relazione fatti ed idee, evidenziandone l'intreccio su alcuni punti dirimenti per le scelte politiche all'ordine del giorno.
-------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
La sentenza di Karlsruhe 

(5 maggio 2020)

La Corte costituzionale tedesca si è pronunciata sulla presunta violazione dei Trattati (nello specifico l’articolo 5 del Trattato sul funzionamento dell’Ue) da parte della Bce, quando, Mario Draghi presidente, ha varato il programma di Quantitative easing (Qe). Sotto giudizio, in particolare, il Public sector purchase programme (Pspp), l’acquisto di titoli degli Stati europei che fu lanciato nel marzo 2015 ed è tutt’ora in corso.
Secondo l'accusa, la Bce aveva abusato del potere monetario e violato il divieto di finanziamento dei disavanzi pubblici. Nel 2018 la Corte di giustizia europea (CGUE) ha escluso entrambe le violazioni.
Rispetto al pronunciamento della CGUE, la Corte suprema della RFT ha concordato sul fatto che la Bce non ha violato il divieto di finanziamento monetario, ritenendo, però, che essa non abbia rispettato il principio di “proporzionalità”[1], ossia si sia discostata dai suoi fini istituzionali di garantire la stabilità monetaria.
«(...) i giudici tedeschi ritengono possibile che la Bce abbia agito in maniera troppo libera per raggiungere l’obiettivo statutario di una inflazione al di sotto ma prossima al 2%, ignorando gli effetti di politica economica, cioè di redistribuzione. Ancora più chiaramente: i tedeschi rimproverano alla Bce di fare politica economica.» [2]
Pur non vietando alla Bce di continuare gli acquisti sul mercato secondario, si ingiunge alla stessa di giustificare, entro 3 mesi, che i suoi acquisti «non sono sproporzionati rispetto agli effetti di politica economica e fiscale derivanti». Altrimenti la Bundesbank non potrà più partecipare al programma e dovrà vendere le obbligazioni già acquistate e detenute in portafoglio.
[1] In base al criterio di proporzionalità, la Bce dovrebbe comprare titoli pubblici di un Paese nei limiti della percentuale di capitale sottoscritto dalla banca centrale di quel Paese per partecipare alla stessa Bce. Pertanto, la Bce avrebbe acquistato titoli di Italia, Francia e Spagna al di sopra di tali limiti.
-------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Proporzionalità
In buona sostanza, la Corte suprema tedesca di Karlsruhe [vedi sopra, nella finestra dedicata] reputa le azioni della Bce non pienamente corrispondenti al suo mandato costitutivo, perché:
  1. tramite il Quantitative easing, ha acquistato titoli dei singoli Stati nazionali in modo “sproporzionato”, rispetto alla quota di capitale da ciascuno di essi detenuto (capital key) nella stessa Bce, dando luogo a trasferimenti di fatto;
  2. ha provocato effetti di politica economico-fiscale, invece di attenersi alla sua finalità di garantire la stabilità monetaria, nemmeno raggiungendo l'obiettivo dichiarato e prefissato di elevare l'inflazione europea a poco meno del 2%.
Sebbene la sentenza entri in contraddizione con quella della Corte di giustizia dell'Unione europea (CGUE) del 2018 ed abbia un indubbio impatto sull'assetto europeo ed anche sul Recovery Fund, essa fa perno sull'ambito nazionale, giacché la Bundesbank (la banca centrale della RFT) al diritto costituzionale ed alla sovranità democratica tedesche deve rispondere. Infatti, alla Bce si chiedono chiarimenti, mentre per la Bundesbank si prospettano, nel caso, ingiunzioni.
Ci si può chiedere, come l'economista Sergio Cesaratto,1 se l'Ue possa essere governata contro Berlino, nondimeno la risposta, rivolta agli altri partners, è data: potete fare ciò che volete, ma, nel caso, dovrete fare a meno della Germania.
Appare evidente che, con la richiesta di spiegazioni sulle passate acquisizioni del Quantitative easing (Qe) di Mario Draghi, la Corte si predispone a contestare quelle messe in campo sotto l'attuale presidenza francese di Christine Lagarde.
Al momento, il Qe della Bce costituisce il principale freno alla esplosione del famigerato spread.2 Questo differenziale, salendo, causa l'aumento degli interessi sul debito pubblico a carico del nostro Paese, con conseguente crescita dell'ammontare complessivo del debito stesso, in rapporto ad un Pil in sicura decrescita. A determinare lo spread sono i mercati finanziari internazionali, centrati su quelli statunitensi.
Posizioni italiane
Il pronunciamento delle “toghe rosse” tedesche ha suscitato una serie di reazioni, nel nostro Paese ovviamente in grande maggioranza avverse, tuttavia in base a motivazioni differenti e non sempre apertamente espresse.
La Lega ritiene coerente l'assunzione degli interessi tedeschi da parte della Corte di Karlsruhe, ma auspica, in contraddizione, un ruolo monetario della Bce che proprio la sentenza di Karlsruhe nega.
D'altro canto, tra le fila della destra italiana è evidente la soddisfazione per una sentenza che “sdogana” chi in Italia dice di volere rendere la pariglia. Spesso queste critiche scivolano nello sciovinismo ed alimentano un risentimento nazionalistico anti-germanico che fa il paio con quello imputato alla Corte. Era prevedibile che a fronte del progressivo esplicitarsi della dominanza tedesca, non solo attribuibile alla sentenza in questione, si facesse strada anche da noi, accanto ad una presa di coscienza dell'interesse nazionale, anche “il lato cattivo del nazionalismo”. Quest'ultimo approfitta delle diseguaglianze sociali e territoriali intra-europee, riprodotte ed accentuate dalla struttura della macchina dell'Unione, per affermare posizioni che pretendono di risolvere i problemi sociali riaffermando l'ordine economico liberista.
A questo proposito, è emblematica l'accanita difesa dell'antisociale modello sanitario lombardo.
Esattamente il contrario della necessaria politica che unifichi, invece, la tutela degli interessi dei lavoratori e delle classi subalterne a quello della rinascita nazionale, all'interno della quale porre la irrimandabile soluzione della questione europea.
Anche tra le fila “europeiste” è forte la critica. Si insiste sul carattere “anti-europeo” del pronunciamento di Karlsruhe, in base ad una tendenza “egoistica” della quale, ahinoi, soffrirebbe la Germania. Si suppone, altresì, che la posizione della Corte non sia in grado di prevalere, sul piano politico, in Germania e, in definitiva, essa debba sottostare a quella “sovraordinata” della CGUE con sede in Lussemburgo.
Sottotraccia prevale tra gli “europeisti” una speranza di riserva, legata alla possibile mediazione della cancelliera Angela Merkel.
Nel complesso, raramente il quadro politico tedesco è presentato per intero e se ne deve comprendere la ragione.
La mediazione di Angela Merkel
All'interno della CDU-CSU, il partito che guida il governo federale, le posizioni non sono così nette e contrapposte come vengono solitamente raffigurate dagli “europeisti” italiani, anche se le “sfumature” sono piuttosto importanti.
Wolfgang Schäuble
Il presidente del Bundestag ed ex ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, insieme al suo candidato alla cancelleria Friedrich Merz, sostengono che la Ue detenga una sovranità limitata, subordinata alla sovranità degli Stati nazionali. Ne consegue che il parere della Corte di Karlsruhe sia da loro visto, a tutti gli effetti, come positivo e vincolante.
Dalla posizione di Schäuble si discosta quella rappresentata da Angela Merkel, dal suo candidato alla successione alla cancelleria, Norbert Röttgen, e dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.
Angela Merkel
Mutti Merkel ha dichiarato: «Il giudizio della Corte va rispettato», ma «il governo tedesco darà un contributo per dare una risposta nel senso di un'Europa forte.»
Per Ursula von del Leyen: «l'ultima parola nel diritto europeo ce l'ha la Corte europea di Lussemburgo.»
Da queste parole non si può dedurre che il giudizio della Corte costituzionale tedesca possa a Berlino venire disatteso. D'altro canto, riconoscendo alla Corte di Lussemburgo l'ultima parola sul diritto europeo si dice l'ovvio e non lo si sovra-ordina rispetto a quello degli Stati nazionali, se non in base ai Trattati. Questi, di rimando, sanciscono una gerarchia tra gli Stati dell'Unione, conferendo alla Germania quello che, eufemisticamente, viene chiamato “ruolo trainante”.
Alla gerarchia implicita nei Trattati si attiene la mediazione politica della Merkel. La cancelliera cerca una via per salvare “capre e cavoli”, ossia l'interesse a mantenere integra l'attuale macchina dell'Unione, con le sue asimmetrie a vantaggio della Germania, non venendo a meno al mandato di sovranità nazionale ribadito dai supremi giudici tedeschi, eppure, al contempo, concedere qualcosa per apparire umanamente sensibili alle “grida di dolore” provenienti dai Paesi “bisognosi”, i più colpiti dalla pandemia.
Detto altrimenti, in relazione alle odierne scelte sui vari meccanismi di “solidarietà” europea, Berlino può accettare, in deroga, parziali e straordinari sussidi, purché la macchina dell'Unione rimanga qual è, capace di imporre a ciascun Paese percettore di prestiti la loro restituzione, secondo i vincoli e le salvaguardie stabilite per i creditori, nonché accetti di attuare le “riforme strutturali” liberiste, anelate pure dalle attuali classi dirigenti di Francia ed Italia.
Benché il parlamento europeo abbia chiesto un Recovery Fund di 2.000 mld, con una quota superiore di sussidi a fondo perduto rispetto ai finanziamenti a debito, la tendenza prevalente in Germania3 è orientata acché la quota di tali sussidi sia strettamente commisurata alla convenienza tedesca a preservare le proprie esportazioni verso i Paesi mediterranei, senza però sottrarli alla gabbia del debito, al quale, se vogliono accedere al grosso dei finanziamenti europei, dovranno continuare a sottostare. Sicché in quella gabbia - sotto minaccia di venire abbandonati allo spread ed ai mercati finanziari mondiali qualora volessero uscirne - i Paesi periferici in difficoltà si ritroveranno ancor più ristretti, appena passata la fase dell'emergenza.
D'altro canto, il criterio guida della “proporzionalità”, indicato dalla sentenza di Karlsruhe, dovrà venire applicato anche al Recovery Fund, in quanto parte del bilancio europeo. In definitiva: quanti miliardi potrà incassare in reali sussidi un Paese come l'Italia, a fronte di quelli da sborsare (in proporzione al proprio Pil) per partecipare al bilancio dell'Unione?
Mentre in Italia gli “europeisti” si apprestano a salutare la mediazione tedesca, di dominanza in apparenza soft, come un seppur parziale successo o piuttosto “un'offerta che non si può rifiutare” - date le condizioni in cui versano le nostre finanze pubbliche - una voce tedesca si distingue.
Una voce tedesca ed europeista scomoda
È quella del sociologo tedesco Wolfgang Streeck, tramite un'intervista all'autorevole quotidiano Frankfurter Allgemeine, significativamente intitolata: “La bomba è l'Italia. La crisi dell'UE è imminente”. [Vedi nella finestra dedicata, a seguire.]
-----------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Wolfgang Streeck (1946) è un sociologo ed economista tedesco, direttore emerito dell'Istituto Max Planck per lo studio delle società, con sede a Colonia. È autore di numerose pubblicazioni, tra le quali: “How Will Capitalism End? - Essays on a Failing System”, Verso 2016; “Tempo guadagnato – La crisi rinviata del capitalismo democratico”, Feltrinelli 2013.

Estratto dall'intervista 
alla Frankfurter Allgemeine.*
Domanda: «Nell’attuale crisi, la Banca centrale europea fornirà 750 miliardi di euro e oltre duemila miliardi di euro acquistando obbligazioni emesse da governi nazionali. Che cosa significano queste misure?» 
Risposta: «Tutte le azioni importanti della BCE hanno conseguenze distributive asimmetriche tra i paesi che partecipano all’unione monetaria e sono anche piuttosto opache e oscure. Non esiste un Parlamento davanti al quale la Banca centrale europea deve rendere conto delle sue azioni. Gli Stati nazionali non possono mitigare la crisi creando il proprio denaro e devono raccogliere fondi sui mercati finanziari privati. 
I finanziamenti del governo – anche attraverso la BCE – sono esclusi dal trattato di Maastricht. Tuttavia, la BCE acquista obbligazioni da istituti di credito privati. Questi istituti di credito sono banche private che creano liberamente euro ottenendo un premio per quella funzione. Fondamentalmente la Banca centrale europea non fa nulla per sostituire questo denaro creato da banche private.»
D.: «Ciò significa che la BCE assumerebbe compiti politici senza controllo democratico e in contrasto con la legge della stessa UE. Perché i governi accettano questa politica monetaria?» 
R.: «Esistono molti strumenti oscuri per mantenere viva l’unione monetaria. Il governo tedesco li accetta perché il valore reale dell’euro viene svalutato a causa dell’adesione ai paesi più deboli. Questo in pratica favorisce l’esportazione di prodotti tedeschi. 
Questa politica monetaria impedisce ai paesi dell’Europa meridionale di superare le crisi. Finché la classe politica rimarrà “pro-europea”, il costo di queste crisi continuerà a essere pagato dai settori popolari. 
Quello che fa la BCE è il ruolo di una farmacia di emergenza che fornisce solo antidolorifici.»

* Per chi voglia leggere la versione integrale in italiano: https://www.sinistrainrete.info/europa/17747-wolfgang-streeck-la-bomba-e-l-italia-la-crisi-dell-ue-e-imminente.html
-----------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Nell'occasione Streeck riprende le sue note tesi sul rapporto tra globalizzazione liberista ed aumento del debito degli Stati, in crisi fiscale, sulle politiche di austerità imposte a danno della sanità, del welfare e dei ceti popolari, sulla insostenibilità di tali politiche.
Rilevante la constatazione che le politiche di “modernizzazione strutturale” (le già citate “riforme strutturali”), non potendo venire realizzate all'interno dei quadri democratici del proprio Stato nazionale, hanno indotto le élites politiche italiane e francesi ad accettare l'euro come vincolo esterno. Traduzione: a violare la sovranità democratica nazionale, pur di affermare gli interessi delle loro classi dominanti.
Acuta la critica rivolta alla Bce.
Il giudizio di Streeck può così essere sintetizzato:
  • la Bce è fuori dal controllo democratico ed opera in modo opaco ed oscuro;
  • la Bce sottostà alla creazione di denaro da parte delle banche private;
  • gli Stati nazionali, non creando denaro in proprio, devono dipendere dai mercati finanziari;
  • la politica monetaria penalizza i Paesi dell'Europa meridionale e le classi popolari;
  • la Bce non risolve i problemi.
Scelte divergenti
In mancanza della possibilità per i singoli Stati nazionali di “stampare” denaro in proprio, per garantire il flusso di finanziamenti necessari a far fronte alla situazione di crisi e sventare il pericolo della depressione (quello dell'inflazione è in questa fase inesistente), il dibattito italiano si è incentrato su due opzioni.
Una corrente ha sostenuto l'opzione Bce, che avrebbe dovuto “fare il suo mestiere”, ossia fare come la Fed, la Banca centrale degli Stati Uniti. Sennonché, non essendo previsto dai Trattati, questo mestiere la Bce non lo può svolgere. Non a caso, l'appello dei 101 economisti4 chiedeva che per farlo si dovessero, contestualmente, sospendere i Trattati europei in vigore.
L'opzione Bce è stata accantonata dal momento in cui tutte le istituzioni europee hanno cominciato a discutere e decidere sia sui vecchi meccanismi (MES in primis), sia sul nuovo Recovery Fund. Su quest'ultimo sono riposte le residue speranze “europeiste”.
Nel proseguo dell'intervista, Streeck si spinge sino a suggerire delle soluzioni alla impasse nella quale versa l'Unione. Propone che all'euro si affianchino valute nazionali, con possibili diverse modalità di fluttuazione, per dare «una pausa» ai Paesi mediterranei.
Poiché ritiene impraticabile la rinuncia alla sovranità politica della Francia (e parla della Francia per non dire della Germania), indica come via d'uscita una Unione europea limitata, organizzata per «settori ed attività selezionate congiuntamente», «piattaforma per la cooperazione orizzontale volontaria, senza una direttiva gerarchica».
Rinunciando con realismo a competere militarmente con Stati Uniti e Cina, «l'Europa potrebbe sfruttare con successo la dualità emergente nella politica internazionale. In questo modo potremmo costruire una nicchia, in modo che la civiltà europea preservi la sua diversità e viva pacificamente senza ambizioni imperiali (interne o esterne)».
Pertanto, Streeck delinea scelte divergenti: rifiuta un'Europa imperialista, gerarchica e militarizzata, sia all'interno che all'esterno; si regala il «lusso di sognare» un'Europa orizzontale che la salvi, nella quale ciascun Paese riacquisti sovranità democratica e monetaria e possa cooperare pacificamente e per la pace.
Chiarito il contesto, il portato della sentenza di Karlsruhe, forse è più chiaro.
Se, dal lato più immediato, essa si presenta come una difesa nazionalistica degli interessi e delle prerogative tedesche, dall'altro, a futura memoria, costituisce una barriera ad un ruolo debordante della Bce che conferisce una centralità al sistema finanziario privato in chiave sovranazionale, in continuità con la globalizzazione contemporanea. Ruolo che è pur sempre una farmacia di antidolorifici. La Bce è considerata parte del problema, non la sua soluzione.
Allargando ulteriormente la prospettiva, a prescindere dal ruolo della Bce, una sentenza tedesca che riafferma la priorità della propria democrazia costituzionale, non esistendone una superiore europea, ammette che altrettanto possano fare gli altri Paesi membri dell'Unione, tra cui il nostro.
Stante la situazione, l'Italia prenda atto che non corre il pericolo di “restare sola”: è già sola e deve agire di conseguenza.

Note
1 Sergio Cesaratto, “Karlsruhe e il futuro: la Ue si governa contro Berlino?”, il Fatto Quotidiano, 20 maggio 2020.
2 Lo spread misura il differenziale d'interesse tra i titoli pubblici tedeschi e quelli degli altri Paesi europei, tra cui l'Italia.
3 L'accordo franco-tedesco del 18 maggio parla di un Recovery Fund a 500 mld: circa 165 mld per 3 anni. Per accedervi bisogna attuare “politiche economiche sane e un programma di riforme ambiziose”, il nuovo nome dell'austerità e delle riforme strutturali.
4 Vedasi in questo Blog: “Coronabond o Italexit?” - Aprile 2020.