sabato 3 marzo 2018

La scomparsa dell'austerità

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L'austerità è impresentabile, benché concordata con l'Europa e più che mai vigente. In cosa consiste ed a quale futuro ci consegna. Riuscirà un nuovo inciucio governativo a confermarla? Ricatto e funzione del debito pubblico. Rinnovati congegni carolingi a danno del Paese. Miopia delle migliori liste sottoposte al voto.
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Non si sfugge
Non condivido affatto la soddisfazione con la quale Stefano Feltri su Il Fatto Economico1 constatava che in campagna elettorale Matteo Salvini era rimasto da solo a combattere l'euro. Una soddisfazione che trapelava anche da L'Economia2 del Corriere della Sera, non a caso.
Infatti, la coalizione con Forza Italia, partito messosi sotto tutela dei popolari tedeschi, annulla qualsiasi possibilità della Lega di dar seguito pratico al suo “euro-scetticismo”. Al tempo stesso l'abbandono del problema da parte di M5S, almeno limitatamente al programma immediato del candidato Presidente del Consiglio Luigi Di Maio, segna un significativo passo indietro. Non controbilanciato da altre prese di posizione.

Tra Liberi e Uguali i convincimenti in materia di moneta unica di Alfredo D'Attorre e Stefano Fassina si sono persi nell'indifferenza, se non osteggiati da quanti sostengono che aderire all'euro è stato forse un errore, ma rimediare uscendone sarebbe più penalizzante che restarci.
Più a sinistra”, benché il programma di Potere al Popolo sia comprensivo di molte buone cose, manca dell'essenziale: l'euro rimane tabù, come opportunamente sottolinea Socialismo 2017.3
Se escludiamo Lega e Fd'I, il M5S era la sola forza politica con largo seguito a non sfuggire al problema della moneta unica, per lo meno promettendo un referendum (necessariamente “consultivo”).
Rinunciarvi è stato opportuno?
Forse si suppone che solo tramite un'esperienza politica di cambiamento già avviata, nel corso della quale proposte palesemente “ragionevoli” di rifiuto dell'austerità e di condivisione europea dei rischi saranno ostinatamente rifiutate dai partners europei, la maggioranza comprenda quanto sia inevitabile lo sganciamento dall'euro.
Oppure si pensa che il dialogo con Germania, Francia ed altri Paesi, volto a modificare il Fiscal Compact, quando riuscisse a produrre qualche buon risultato, renderebbe obsoleto il problema strutturale del sistema monetario e finanziario?4
Comunque vada, l'economia è politica e non potrà sfuggirle: avere un'idea illusoria delle classi dominanti di Germania e Francia è rovinoso.
Illusione non imputabile al professor Bagnai, che ha fatto la sua scelta e si è candidato con la Lega, avendo già dato da tempo un giudizio negativo su M5S.
Tuttavia, lasciare al nuovo araldo del nazionalismo xenofobo e patriottardo (post-separatista) la difesa della sovranità economico-monetaria del Paese potrebbe rivelarsi parimenti rovinoso. Soprattutto perché è necessario affrontare la contraddizione politica rappresentata dal nazionalismo di supremazia tedesco e francese (carolingio se insieme), nascosto nelle regole economiche e nei tecnicismi del finto solidarismo dell'Unione europea.
Chi vuole l'austerità non può dire di volerla.
Chi non la vuole non può evitare a lungo di spiegarci come intende davvero soppiantarla, senza ripercorrere pericolosamente le vie del passato.
Indicibile
Da quando il governo Monti dimostrò che di austerità “espansiva” si poteva morire, le più assennate e responsabili forze di governo del Paese hanno dissociato il binomio. L'austerità è diventata parola indicibile, mentre l'espansione sarebbe dietro l'angolo, se solo si proseguisse sulla linea tracciata dal pragmatico governo Gentiloni.
Il che, politicamente, presuppone un rinnovato patto tra Pd e Forza Italia, un inciucio piuttosto allargato perché lo sciagurato Rosatellum, dicono i sondaggi, non sembra garantire alla semplice somma dei due partiti la necessaria maggioranza.

Considerata impopolare, la parola austerità è pertanto sostituita da richiami all'ingente debito pubblico (sempre dimenticando quello privato) ed ai vincoli di bilancio, ai quali dovremmo sottostare di nostra spontanea volontà anche-se-non-ce-lo-chiede-l'Europa.
Ovviamente si tace di chi il debito pubblico fu opera e perché esista, a quale uso sia stato politicamente destinato. Soprattutto si nasconde come e perché il Paese sia stato chiuso a tenaglia:
  1. dall'adozione, in cessione di sovranità politica, di un sistema europeo economico, monetario e finanziario che emargina e ci emargina in una delle sue periferie;
  2. da vincoli di bilancio, questi sì molto sovrani, chiamati a smaltire a livello nazionale le micidiali scorie azotate prodotte dal sovrastante sistema continentale, che definire “a-democratico” è un puro abbellimento accomodante.
La tenaglia “europeista”, nella quale lavoro e welfare rimangono schiacciati, è la pratica traduzione su scala continentale della globalizzazione liberista. Opporsi ad essa, trascurandone la concreta attuazione europea è un puro esercizio retorico.
Un governo di somministrazione
L'amara medicina austerità deve pur trovare un modo politico per essere somministrata al Paese e, in particolare, alle classi subalterne, in accordo con l'establishment europeo. La posologia dice che il 2018 è anno decisivo.
In un'intervista il ministro uscente dell'economia e delle finanze, Pier Carlo Padoan,5 ha sostenuto che la lotta in corso tra le varie liste era semplicemente riconducibile a “costruttori” contro “demolitori”, ben guardandosi dall'inserire Berlusconi e Forza Italia tra questi ultimi. Sicché, dalle pagine dello stesso quotidiano, Federico Geremicca poteva vedere nelle affermazioni del ministro, la proposta di una alleanza per competere nella Unione europea; poiché Germania e Francia si sono dotate o si doteranno di governi forti:
«L'Italia (…) rischierebbe moltissimo ad esser da meno: anche se questo dovesse costare un rinnovato patto Pd-Forza Italia.»6
A tal fine è stato congegnato il nuovo sistema elettorale Rosatellum che, premiando finte coalizioni, doveva, ad urne chiuse, aprire le porte alle forze moderate presenti in ogni schieramento, all'unione dei competenti, al governo europeista contro i populisti, i sovranisti, i moderni estremismi: in altri termini garantire il ritorno all'asse Renzi-Berlusconi.
Benché all'uso della parola inciucio, di derivazione fastidiosamente plebea, si preferiscano le più signorili “larghe intese” o “larghissime”, questo è il fine dell'accordo politico sulla legge elettorale, alla quale si è prestata lestamente la Lega. Nell'occasione Salvini ha manifestato le tipiche caratteristiche del nazionalismo patriottardo italiano, benché fresco reduce da separatismo: tanto xenofobo contro i più deboli, rom e migranti, quanto servile verso le oligarchie dominanti, pur di ricavarne un tornaconto (in seggi) per la ditta del nord.
Ma i conti, il 5 marzo, potrebbero non tornare...
Nel qual caso la permanenza in carica di Gentiloni o, in suo sostituzione, di un governo di scopo che emargini M5S e faccia l'ennesima legge elettorale, dovrà durare il tempo necessario per somministrare l'amara medicina europea. Forse con qualche elastica concessione, data l'imminenza elettorale.
Da osservare che, nonostante da Berlusconi a Prodi, passando per Renzi e Gentiloni, si facciano tutti fautori della stabilità “europeista” del futuro esecutivo italiano, la Kanzlerin e Monsieur le Président si preparano ad ogni evenienza, progettando misure di “disciplina fiscale” di cui dirò più avanti.
Per coloro che non vogliono l'austero inciucio è esiziale fuggire dal tema dell'Europa, come se bastasse a salvarsi dalle conseguenze dell'Europa.
Avanzi di bilancio
In un report l'Ufficio parlamentare di bilancio (Upb)7 analizza le prospettive della finanza pubblica italiana da qui al 2020, anno nel quale il governo ha programmato il pareggio di bilancio: il saldo zero tra entrate ed uscite dello Stato, corpo estraneo inserito in Costituzione.8 Per raggiungere l'obiettivo occorrerà spendere meno di quanto s'incassa e conseguire un avanzo primario che in 3 anni dovrà passare dal 1,7% al 3,3% del Pil.
Per raggiungere il pareggio di bilancio a partire dai suddetti avanzi primari, l'esborso per interessi sui titoli di Stato dovrà essere contenuto, sebbene dal 2019 sia prevista la fine Quantitative easing della Bce da cui ora calmierati. Inoltre, dovranno venire assorbiti pure i costi dei derivatives, calcolati, da qui al 2020, in circa 55 miliardi.9
Questi ultimi furono attivati proprio per “assicurarci” contro l'aumento dei tassi d'interesse sul debito, ma prima del Quantitative easing di Mario Draghi, col risultato paradossale che la diminuzione dei tassi d'interesse, prodotta proprio dal Qe, ha condannato lo Stato italiano a pagare ingenti premi a banche tipo la Morgan Stanley.
Serve sottolineare che la crescita dell'avanzo primario comporta una significativa divaricazione tra le Uscite primarie (linea rossa) e le Entrate (linea blu)
[vedi grafico “Che cos'è l'austerità”, qui sopra].
Anche supponendo che la flebile ripresa del Pil prosegua secondo le previsioni, stabilizzando il gettito fiscale, vanno trovate le risorse per scongiurare l'applicazione delle cosiddette “clausole di salvaguardia”. Esse incombono per aumenti dell'Iva di oltre 30 miliardi, con un duplice effetto perverso: spostare le entrate dalle imposte dirette a quelle indirette, avvantaggiando i redditi più elevati;10 penalizzare il mercato ed i consumi interni.
All'ordine dei disordinanti
L'applicazione dell'austerità programmata invocherà nuovi tagli alla sanità, che ha invece bisogno di spendere meglio, evitando di ingrassare quelle imprese private che godono di rimborsi assolutamente fuori mercato e lievitati nel numero a causa di interventi chirurgici non necessari o “consigliati” a danno della salute dei pazienti.11
I tagli riguarderanno la scuola ed anche le pensioni saranno oggetto di un morboso ritorno d'interesse, preannunciato dai soliti economisti12 che, per terrorizzare sul debito, non calcolano né il peso specifico dell'assistenza sui conti INPS, né il ristorno allo Stato delle imposte sui redditi pensionistici (in Germania le pensioni sono erogate al netto).
In sintesi le ipotesi di spending review salvifiche contraddicono una realtà di spesa già ai limiti, non più riducibile nel complesso, semmai da reindirizzare, riqualificare e moralizzare al suo interno.
Incuranti degli effetti dei tagli, vari rappresentanti dell'establishment italiano ripetono che il debito va ridotto secondo metodo europeo per “assicurare la stabilità finanziaria”. Tra loro il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco.13 A parer suo l'Italia non deve temere tanto la fine del Quantitative easing di Draghi, che aumenterebbe la spesa per interessi passivi sul debito, quanto il “ritardo” nella correzione dei conti pubblici.
Al festival del rigore sulla pelle altrui non potevano mancare i soliti Alesina & Giavazzi14 che invitano a rispettare il Fiscal Compact (Patto di bilancio europeo), anche perché, prendete nota:
«La grande recessione dalla quale siamo appena usciti non sarà purtroppo l'ultima.»
Sicché, per non ricadervi, invece di pensare a misure drastiche di controllo della finanza, ci propongono l'austerità per ridurre oggi il debito e poterlo, alla prossima crisi, far ricrescere senza destare preoccupazione nei mercati finanziari. Più sottomessi alla finanza di così!
Sembra che agli investitori internazionali interessi soprattutto la permanenza dell'Italia nell'euro.15 È infatti dall'Eurozona, che il Paese viene tenuto sotto lo schiaffo del loro dittatoriale giudizio. Al loro cospetto i Paesi indebitati, devono presentarsi coi “conti in ordine”, come se non fossero proprio quei mercati finanziari la radice del sistematico disordine che appesta il globo.
Cartucce bagnate
Secondo i dati del Fmi, l'Italia è terza al mondo per entità del debito pubblico, dietro a Stati Uniti e Giappone.16 Il problema del rientro dal debito sovrano non ha un'unica soluzione. Ad ogni buon conto, un Paese indebitato, per poter scegliere, deve affermare una basilare sovranità politica.
Sul caso italiano pesa la storia di come è stato accumulato ed a quali destini è stato volutamente consegnato. Aspetti che vanno capiti, in funzione delle scelte da intraprendere [vedi finestra “Un divorzio e due funerali”, qui sotto].

Un divorzio e due funerali
L'esplosione del nostro debito pubblico deriva dalla decisione della Banca d'Italia di smettere di acquistare i titoli di Stato invenduti nelle aste periodiche del Tesoro (mercato primario). Correva il 1981 e da quel “divorzio”, tra Bankitalia e Tesoro, scaturì nel decennio successivo un forte rialzo dei tassi medi d'interesse e della spesa per interessi sui titoli di debito pubblico, collocati sul mercato senza più “paracadute”. Ne derivò un accumulo eccezionale di debito, passato rapidamente dal 58% al 105% del Pil.*
Prezzo del petrolio 01/01/1966-31/12/1975
Prezzo del petrolio 01/01/1976-31/12/1986

Fonte:http:/www.money.it/Prezzo-del-petrolio-storico-WTI
Per ammissione dello stesso Beniamino Andreatta, che insieme a Carlo Azelio Ciampi, allora governatore di Bankitalia, ne fu protagonista, il bersaglio reale era costituito dalla scala mobile, ovvero dal meccanismo, poi attaccato da Craxi (1984), di adeguamento di salari e stipendi all'aumento del costo della vita. Benché fosse attivato “a valle”, cioè a posteriori, veniva indicato come colpevole dell'inflazione, perché avrebbe alimentato incrementi di prezzo “a monte” in base al gioco delle aspettative. (La scala mobile venne definitivamente abolita nel 1992).
In realtà l'inflazione interna, nonostante il solito coro di media ed esperti, derivava dal rialzo dei prezzi dovuti a due shock petroliferi (1973 e 1979) internazionali, come dimostrano i due grafici sul prezzo del petrolio nei due periodi coinvolti.
A conti fatti, il “divorzio” condusse a due “funerali”: del controllo nazionale sui tassi d'interesse e dunque sul debito pubblico; della difesa automatica dei salari dall'inflazione.

    * Sull'argomento vedi in questo Blog, “La corda e il nodo scorsoio”, febbraio 2015. Va ricordato che quando la Bce, nell'ambito del Quantitative easing, acquista (sul mercato secondario) titoli di debito pubblici e privati, produce l'effetto di calmierare i tassi d'interesse, in modo simile a quello che avveniva in Italia prima del “divorzio”.
Agli inizi del 2013 si leggeva su ilSole24ore:
«Ma come mai il Giappone - che resta la terza economia del pianeta e può esibire un tasso di disoccupazione del 4,5% contro l'11% europeo - può permettersi di far galoppare la spesa pubblica pur convivendo da tempo con parametri di indebitamento molto simili a quelli della Grecia?
(…) Perché rispetto alla Grecia, o a un qualunque Paese dell'Eurozona, ha almeno due cartucce in più da giocare: la possibilità di stampare moneta della Bank of Japan e la protezione del debito pubblico da parte dei cittadini e degli investitori interni che ne detengono la quasi totalità.»:17
Il “divorzio” contribuì a trasferire in mano estera parte del debito pubblico esploso nel decennio successivo al 1981. A fine 2016 era detenuto da investitori esteri per il 35%, di cui il 9% in capo alla Bce. Il “divorzio” doveva consegnare alla nostra Banca centrale il pieno controllo dell'offerta di moneta. Ma, come scrisse Andreatta stesso, quella scelta fu la conseguenza inevitabile della adesione italiana (1979) al Serpente monetario europeo (Sme), padre dei cambi fissi e nonno dell'euro. Sicché quel controllo fu trasferito a livello europeo.
In questo modo veniva tolta all'Italia la possibilità di avvalersi della flessibilità del cambio,18 definita dai suoi detrattori “svalutazione competitiva”, obbligandola alla deflazione interna, di prezzi e salari, per sostenere la competitività del made in Italy. Ciò ha depresso la produttività che ha sofferto anche di una caduta degli investimenti, attualmente in fase di insufficiente ripresa.
Quanto fosse falso e pretestuoso il richiamo alla pura concorrenzialità sui mercati, contro la “svalutazione competitiva” della liretta verso il marco e le altre monete forti pre-euro, lo testimonierà il Quantitative easing della Bce che svaluterà l'euro verso il dollaro, a vantaggio soprattutto della Germania, e facendo infuriare la Casa Bianca già ai tempi di Obama.
Affamare la “bestia”
Oltre ogni considerazione critica, rimane il fatto che il debito pubblico dell'Italia è stato in gran parte originato da un'atto di lotta di classe contro i lavoratori, orchestrata per via governativa ed attuata mediante strumenti monetari ed europei presentati come asetticamente “tecnici”.
Ne subirono le conseguenze le retribuzioni da lavoro sia salariato che autonomo, ed il welfare che dipende dal bilancio dello Stato. Affamare lo Stato, la “bestia” onirica che negli incubi dei liberisti alla von Hayek si tramuta in cavallo di Troia del socialismo, fu il presupposto per attaccare con le conquiste sociali la stessa sovranità nazionale democratica, nella quale le classi subalterne possono uscire dalla loro subalternità per esercitare un proprio potere politico. A differenza del processo di globalizzazione che è stato ed è funzionale all'esatto contrario: la vanificazione di questo potere.
Dal 2010, in seguito ai crolli del 2007-2008, si racconta che il debito sovrano costituisca un problema perché gli Stati, in seguito alla crisi, hanno dovuto farsi carico di un eccesso di spesa sociale. Ragione per cui i supposti beneficiari dovrebbero ora sottoporsi ad ogni sorta di sacrifici per restituire e compensare ciò che hanno ricevuto. Ecco una nuova fake story diffusa in spregio ai fatti: quell'eccesso di spesa è imputabile quasi per intero ai salvataggi del sistema bancario.19
E l'Italia, come dimostrano le recenti cronache, in quei salvataggi è rimasta ed è ancora piuttosto impegolata, giacché l'ingente debito privato20 si è tradotto in numerose insolvenze verso le banche, le quali, soccorse dallo Stato, producono a loro volta un incremento di debito pubblico, oltreché perdite secche per migliaia di piccoli risparmiatori.
Va osservato che la consegna senza “paracadute”, del debito pubblico al giudizio dei mercati finanziari globali, avvenne molti anni prima che l'Unione europea l'assumesse come regola fondante. Fece scuola.
Il giudizio ultimo
Nel 2014 Frédéric Lordon scriveva:
«Non si dirà mai abbastanza quanto – con la complicità della Francia, a metà passiva, a metà ideologicamente consenziente – la Germania abbia pesato per fare della esposizione delle politiche economiche nazionali al giudizio dei mercati finanziari la pietra angolare dell'organizzazione del sistema europeo di politica economica.»21
Poiché allora come oggi si discute di condivisione dei rischi, il problema carolingio è come riconciliare tale condivisione con la disciplina di mercato. Pressapoco il titolo del paper firmato da 14 economisti francesi e tedeschi, radunati da Merkel e Macron, affinché proponessero come riformare la governance fiscale e finanziaria dell'eurozona. Il documento evita di dare indicazioni sulla disoccupazione e si concentra sui temi dell'unione bancaria, delle regole di bilancio e del quadro istituzionale.
A giudizio del professor Cesaratto,22 le proposte ivi contenute sono volte esclusivamente a mettere l'Italia sotto scacco, consegnando al mercato la vigilanza sulla disciplina fiscale dei Paesi indebitati.
«La logica punitiva offre il massimo di sé nel principio schaubliano per cui ogni assistenza finanziaria da parte del fondo salva-Stati Esm (European Stability Mechanism), assistenza che può rendersi indispensabile nel caso che per uno Stato fosse proibitivo rifinanziarsi sul mercato a tassi accettabili, andrebbe subordinata a una ristrutturazione del debito (…). Ciò vuol dire che sotto la minaccia di una ristrutturazione dei debiti saranno i mercati a vigilare sul rigore fiscale dei Paesi ad alto debito imponendo tassi più elevati, senza più bisogno di applicare sanzioni, operazione politicamente complicata.»
Le osservazioni sul paper sono giunte qualche giorno dopo la pubblicazione di un documento della Commissione europea volto ad inserire il Fiscal compact nei trattati, legalizzando e rendendo eterna l'austerità.
Dell'auspicata condivisione dei rischi non c'è reale traccia. A fronte di una moneta unica per tutti, ciascuno è poi chiamato singolarmente a pagare un differenziato tasso d'interesse (sotto minaccia di spread) sul proprio debito sovrano. Così si accentua la divergenza tra Paesi, anziché perseguire la convergenza promessa dalla retorica europeista.

Note
1 Stefano Feltri, “Contro l'euro Matteo Salvini è rimasto solo”, Il Fatto Economico, 24 gennaio 2018.
2 Maurizio Ferrera e Giovanni Pagano, “Euro sì, euro no – Dibattito utile solo ai sociali”, Corriere della Sera L'Economia, 22 gennaio 2018.
3 http://www.socialismo2017.it/2018/01/09/potere-al-popolo-deja-vu-quasi/#more-602
4 Come lascia intendere Andrea Roventini, candidato ministro all'Economia del M5S, intervistato da Manuela Perrone, “Ecco come ridurrò il debito”, ilSole24Ore del 1° marzo 2018.
5 Intervista di Alessandro Barbera, “Padoan: 'Costruttori e demolitori, questa è la vera battaglia'”, La Stampa, 19 gennaio 2018.
6 Federico Geremicca, “Un'alleanza per competere nell'Ue”, La Stampa, 19 gennaio 2018.
7 Carlo Di Foggia, “Non si può più tagliare la spesa: lo dicono i dati”, il Fatto Quotidiano, 14 febbraio 2018.
8 Il pareggio di bilancio è stato inserito in Costituzione col voto favorevole di tutti i gruppi parlamentari e solo 11 astenuti.
9 Marco Ruffolo, “Debito, una trappola da 55 miliardi” e Walter Galbiati, “Derivati, quel 'buco nero' nel bilancio dello Stato”, la Repubblica Affari & Finanza, 22 gennaio 2018.
10 La flat tax produce effetti analoghi.
11 Ai dati di Milena Gabanelli pubblicate dal Corriere della Sera, vanno aggiunti quelli della Organizzazione mondiale della sanità sui cesarei.
12 Tra loro Federico Fubini, “Pensioni, uno squilibrio di 88 miliardi”, Corriere della Sera, 29 novembre 2017.
13 Di fronte ad una platea di banchieri ed operatori finanziari, al 24° Assiom Forex, il 10 febbraio 2018.
14 Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, “Il rigore non è un freno”, Corriere della Sera, 19 gennaio 2018.
15 Federico Fubini, “La quiete dei mercati: basta che l'Italia resti nell'area euro”, Corriere della Sera, 19 gennaio 2018.
16 Gli Stati Uniti hanno una esposizione per 18.237 mld di dollari, il Giappone a 10.557 mld e l'Italia a quasi 2.407 mld di dollari. In rapporto al Pil l'Italia è seconda solo al Giappone.
17 Vito Lops, “Perché con un rapporto debito/Pil al 236% il Giappone spende e spande mentre l'Italia va giù a colpi di austerity?”, ilSole24ore, 15 gennaio 2013.
18 Sostenere una certa elasticità dei tassi di cambio non significa aderire alla loro liberalizzazione selvaggia, a vantaggio delle attività speculative della finanza.
19 Vedi anche Luciano Gallino, “Il colpo di Stato di banche e governi”, Einaudi 2013, pagg. 180-185.
20 La crisi mondiale del 2007-2008 ebbe origine da debito privato.
21 Frédéric Lordon, “La malfaçon – Monnaie européenne et souvraineté démocratique”, Le liens qui libèrent, 2014, pag. 57. Traduzione mia.
22 Sergio Cesaratto, “L'idea franco-tedesca per ingabbiare l'Italia”, il Fatto Economico, 24 gennaio 2018.

sabato 10 febbraio 2018

Davos, solo un anno dopo

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Davos, solo un anno dopo

Prosegue lo scontro tra Stati Uniti e Paesi in surplus

esportativo. È una lotta tra protezionismo e libero

commercio, tra chiusura e sviluppo? Il sogno di Carlo

Calenda, di un surplus alla tedesca, tra velleità ed

 avventura.


Undici mesi fa prendevo spunto da un intervento del capo di Alibaba, Jack Ma, all'annuale sessione del World Economic Forum di Davos, per ragionare sulla globalizzazione: eravamo al suo epilogo?1 Per capirlo, poteva giovare l'esame critico del punto di vista “altro”, dall'Oriente estremo, di un capitalista cinese dell'@-commerce, posto a confronto con l'annunciata svolta di Trump.
Nell'occasione Jack Ma auspicava di allargare alla maggioranza della società i benefici della globalizzazione, evitando che, come in passato, finissero a Wall Street. Ma come democratizzare la distribuzione della ricchezza, in seno ad una globalizzazione dominata dalle oligarchie finanziarie?
Già nel gennaio del 2017, la danarosa platea raccolta in quel villaggio svizzero tra i monti dei Grigioni si chiedeva preoccupata cosa significasse il protezionismo del neo-eletto presidente statunitense. In larga parte arricchitasi con la globalizzazione, guardava con sospetto chi si presentava al pubblico in modo così sbrigativo, sosteneva “America first” e manifestava di volere per gli Stati Uniti un nuovo ruolo autocentrato, di battitore libero a tutto campo, senza vincoli e limiti posti al dispiego della propria rivendicata potenza.

Un rude guastatore
Di proposito the Donald ha annunciato l'introduzione dei superdazi (dal 30 fino al 50%) all'importazione dei pannelli solari cinesi e delle lavatrici prodotte in Cina, Corea del Sud, Messico e Vietnam, prima d'arrivare di fronte all'assemblea di Davos. L'ha fatto giusto per poterla poi “rassicurare” di persona: America al primo posto, ma (tranquilli) non in solitudine!2
Benché queste restrizioni ne annuncino altre dello stesso genere e la guerra commerciale e valutaria sia in pieno svolgimento, il suo sostegno al liberalismo nonché al capitale finanziario non è per nulla messo in discussione. Anzi a quest'ultimo è tolto ogni pur labile “lacciuolo”. A subire un riposizionamento è il ruolo dello Stato nordamericano.
Donald Trump
Di Trump non va sottovalutata né la strategia, né l'astuzia con cui la persegue.
Il clamore sui nuovi dazi è stato preceduto da una riforma fiscale favorevole ai profitti d'impresa e da misure atte a:
  • condizionare i vantaggi tributari alla creazione di posti di lavoro negli States, sottraendoli alla delocalizzazione;
  • incentivare il ritorno in patria dei centri decisionali e logistici di corporations quali Google, Amazon ed Apple (proprio quando l'Unione europea si era accorta che evadevano il fisco...).
L'amministrazione repubblicana cerca un compattamento della base sociale interna di consenso ed un pieno “ritorno a casa” di aziende che, dopo la iniziale fase cosmopolita, innovativa e cool non disdegnano di praticare gli stessi comportamenti rimproverati ai vecchi gruppi monopolistici, ai quali sono subentrati.
Poiché il tutto è stato accompagnato dal via libera ad ogni attività speculativa finanziaria e borsistica, almeno una parte dei presenti a Davos era accontentata. Non potevano esserlo né gli interessati al business con i Paesi emergenti, né i sostenitori del mercantilismo euro-tedesco. Da qui la difficoltà, per i principali mass-media italiani, di presentare all'opinione pubblica nazionale la nuova situazione. In particolare, volendo nascondere la debolezza del nostro europeismo, sempre più tristemente aggrappato alle virtù taumaturgiche e neo-napoleoniche del presidente francese Emmanuel Macron.
Nostalgia del 7° cavalleggeri
Quale che siano le loro preferenze partitiche, quasi tutti i commentatori rimpiangono i bei tempi che furono, quando gli Stati Uniti erano indiscusso faro occidentale nel mondo e, come scrive il professor Sapelli «pur con le inevitabili contraddizioni del capitalismo in tutte le sue forme», esportavano «sicurezza internazionale e sviluppo economico su scala globale».3
Ora, quand'anche dubitassimo fortemente della validità universale del prodotto “sicurezza” made in Usa, memori anche solo di alcune guerre, colpi di stato, torture e varie brutalità, perché negare che esportando capitali e capitalismo gli USA abbiano esportato anche sviluppo planetario?
In fondo, la narrazione del capitalismo alimenta sempre una confortante certezza morale: il peccato genera la virtù: come dall'egoismo individuale nasce il progresso economico-sociale (la ricchezza della nazione), dalla rapinante circolazione dei capitali scaturisce la crescita universale (l'emancipazione dal sottosviluppo).
Eppure, è proprio nell'indiscriminato «aumento della circolazione del capitale» che accompagnò l'inizio dell'ultima globalizzazione, l'innesco di quel processo di finanziarizzazione che sregola il mercato (deregulation anni '80), domina la cosiddetta economia reale e ci regala, dopo entusiastiche corse al rialzo, crolli tanto repentini quanto disastrosi. Come il crack del biennio 2007-2008 che, a giudicare dalle labili contromisure adottate per gli anni a venire, fu un irripetibile “cigno nero”.
Si può sostenere che intere zone del mondo se ne siano avvantaggiate, accedendo allo sviluppo. Ma, pur prescindendo da un giudizio sui costi umani ed ambientali, se sono riusciti a volgere in diversa misura a proprio favore le conseguenze della globalizzazione è proprio perché i loro governi non hanno praticato il free-trade, bensì un selettivo protezionismo. Dalla Corea del Sud alla Cina.
Di contro, in questo internazionalismo del business4 l'1% dell'umanità, così ben rappresentato a Davos, si appropria di quasi tutta la ricchezza universale prodotta e lascia percolare5 quattro gocciole di essa verso il sottostante 99%, tra cui “inaspettatamente” si ritrova la middle class di Stati Uniti ed Unione europea.6 Una asimmetria distributiva che esplicita i rapporti di produzione prevalenti, sui quali troppo spesso l'analisi tace.
Una saggia convenzionale
L'inquilino della Casa Bianca sembra trovare il suo opposto nella cancelliera tedesca. Sennonché, come osserva Federico Rampini, «Lei governa una nazione mercantilista.»7 Dunque la sua saggezza “convenzionale” non dovrebbe essere credibile, se posta in alternativa al rude guastatore.
Angela Merkel
Nella costante ricerca del surplus commerciale (tipica del mercantilismo), con un avanzo di 244,9 miliardi di euro nel 2017 e 248,9 miliardi nel 2016, comprimendo le importazioni attraverso l'indebolimento della domanda interna, non c'è una minore dose di nazionalismo rispetto all'imposizione di dazi selettivi all'importazione. Rispetto alle modalità adottate da Trump, quelle dei governi tedeschi sono meno facilmente identificabili perché si nascondo dietro il sistema euro. Ma se non sono di facile comprensione da parte della maggioranza della opinione pubblica, non possono ingannare tutti, tantomeno i funzionari di Washington.
Non si tratta solo della protervia di ingiungere ai partners il rispetto di alcune regole di bilancio, piuttosto arbitrarie, quando ci si arroga il diritto di non rispettarne un'altra, che prevede non si possa superare in Eurozona un saldo positivo commerciale superiore al 6% del Pil nella media di tre anni.
Dietro all'euro debole usato dalla Germania per raggiungere il surplus, rispetto ad un marco forte se dovesse fare a meno della moneta unica, c'è un sistema che suppone la strutturale difficoltà dei Paesi periferici, quasi tutti mediterranei. Solo se questi ultimi divergono in peggio dai Paesi centrali, l'euro rimane debole e ne facilita l'export.
Uno degli aspetti più insopportabili è dato dalla ricattabilità dei Paesi periferici, i cui debiti sono costantemente minacciati di essere mandati in pasto ai mercati finanziari ed alla loro furia speculatrice, qualora non rispettassero l'austerità imposta. Ciò accade perché ciascun Paese della zona euro deve rispondere in solitudine dei propri debiti e dei relativi tassi d'interesse, ma non può godere né degli aggiustamenti dei tassi di cambio, non disponendo più di una moneta propria, né di autonome politiche anti-cicliche basate su deficit di bilancio. Pertanto questi Paesi, tra i quali l'Italia, sono inchiodati al debito e alla spesa annuale per pagarne gli interessi e quand'anche riescano a risparmiare sul bilancio annuale, non vedono diminuire sensibilmente il debito accumulato (in Italia è cresciuto) che, invece, dovrebbe tendere al mitico 60% del Pil annuale.
Volendo semplificare: il surplus tedesco si basa su una debolezza dell'euro che suppone l'esistenza in seno all'eurozona di Paesi periferici in difficoltà, gravati da debiti e da interessi sui debiti.
Gli “europeisti” possono anche sostenere che il sistema non presupponga per forza divergenze tra centro e periferie, ma non possono negare l'evidenza, ossia che il sistema le produce quando non le accentua gravemente.
Trattandosi di due forme di nazionalismo di supremazia egemonica, l'una resa esplicita e l'altra ipocritamente nascosta dietro l'euro, non si capisce quali siano le lezioni della storia ignorate, a cent'anni dalla conclusione della Grande Guerra. A meno che Frau Merkel voglia sostenere di non essere nazionalista in proprio ed accusare viceversa Trump di esserlo a disprezzo della pace.
Si cambia gioco
Alla ricerca di oppositori contro chi “tradisce il mercato portando al declino”, a Davos non sono stati lesinati calorosi applausi al premier iper-nazionalista indiano Narendra Modi. Un anno prima era toccato al presidente cinese Xi Jinping.
Ambedue, improbabili campioni del free trade senza se e senza ma, parevano dimentichi dell'utilizzo da parte dei loro governi di rilevanti misure protezionistiche.
Non è necessario essere antimperialisti per ammettere che da alcuni secoli a questa parte i Paesi in cima allo sviluppo continuino a scalciare la scala sulla quale vorrebbero salire quelli meno sviluppati. Di conseguenza, partendo dalla condizione di Paesi del Terzo Mondo, Cina ed India hanno dovuto proteggere, sia pure in modi differenti, le loro industrie ed i loro mercati, offrendo in cambio, per venire dispensati dall'applicare tout court regole simmetriche negli scambi (convenienti solo per i Paesi più sviluppati) ampia possibilità d'investimento da parte dei loro capitali sui propri territori e di compartecipazione allo sfruttamento delle loro risorse nazionali, umane in primo luogo.
Ad avvantaggiarsene furono soprattutto le grandi imprese finanziarie ed industriali, sistematiche delocalizzatrici del lavoro nelle rinnovate catene della subfornitura. E dagli Stati Uniti fecero il pieno di profitti.
Se adesso hanno deciso di cambiare, ciò e dovuto esclusivamente ad un semplice fatto: non accettano più di giocare ad un gioco che da qualche anno li vede perdenti e si reputano sufficientemente forti da poter imporre un altro gioco, nel quale suppongono di avere la meglio.
Vasi di ferro
Posto che anche l'amministrazione Obama imponeva dazi all'importazione8 e criticava la sleale concorrenza della Germania tramite l'euro debole (invece del marco che sarebbe stato più forte), va compreso il rischio che corre il nostro Paese nell'accentuarsi dello scontro.
Gli Usa sono in grave deficit commerciale (461 miliardi), ma dispongono pur sempre di notevole forza finanziaria e produttiva, nonché, fattore da non sottovalutare, di potenza militare. Rientra nei loro obiettivi il riequilibrio dei rapporti commerciali ed economici con l'Unione europea, l'eurozona ed in particolare con la Germania. Anche il conto della spesa militare Nato rientra nel riequilibrio.
Mentre la “guerra dei diesel”9 evidenzia quanto sia fittizia la superiorità umanitaria ed ecologica europea rispetto a quella statunitense, occupano la scena le reciproche accuse di “artificioso deprezzamento” delle proprie valute, dollaro ed euro, per avvantaggiare le proprie esportazioni.
A ridosso del meeting di Davos, Mario Draghi si lamenta perché la valuta europea sale a 1,25 dollari, il massimo da tre anni. “Dimentica” che dal 2014 al 2016 l'euro si era deprezzato rispetto al dollaro del 25%, e punta il dito solo sull'inversione di tendenza (+20%) registrata dopo l'arrivo di Trump alla presidenza.
Quali sarebbero le conseguenze per l'Italia della prosecuzione dello scontro sulle valute e della guerra commerciale in atto?
Un genio nostrano
In quanto moneta unica, la normalità dell'euro consiste, tra l'altro, nel penalizzare l'export dei Paesi più deboli dell'eurozona. Di conseguenza i recenti successi italiani nell'export sono dovuti principalmente all'uso dell'unico strumento alternativo alla mancanza della fluttuazione del tasso di cambio, ossia della svalutazione esterna della moneta: la deflazione salariale e la compressione dei consumi interni, sui quali poi i governi versano lacrime di coccodrillo.
Volendo perseverare nell'adesione al sistema euro, senza neanche chiedere in modo risoluto la condivisione dei rischi indispensabile alla sua sostenibilità, i governi “europeisti” puntano sulla esplosione delle esportazioni in rapporto al PIL.
Carlo Calenda
«E sull'export, naturalmente, punta il governo Renzi, “con un piano per portare dal 30 al 50% la quota delle esportazioni sul Pil”, spiega il viceministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda (...)»10
Correva il 2015. Recentemente, a distanza di oltre 2 anni, nel corso di un talk-show televisivo, Calenda ha ripetuto gli obiettivi percentuali della sua strategia neo-mercantilista, a creativa imitazione del modello tedesco. Laddove la creatività consiste nel sostituire col “genio italico” l'assenza di solide strutture industriali e finanziarie su cui il successo teutonico ha potuto basarsi.
È assai probabile che, nel caso in cui le “larghe intese” siano possibili, su tale strategia faccia perno la politica economica del governo.
Il driver solingo
Nel periodo in esame [vedi grafico qui sotto], posto il Pil 2010 pari a 100 e quello de 2016 a 97,7, tutti i “determinanti” sono in calo, salvo l'export.
http://www.repubblica.it/economia/2017/06/21/news/sace_rapporto_export_2017-168692593/

Tra i diversi comparti in cui si suddividono i prodotti italiani esportati nel mondo, primeggia quello riguardante la meccanica, i macchinari ed i beni strumentali. Proprio in questo comparto tra il 2015 ed il 2016 le esportazioni verso gli USA hanno registrato il maggior incremento, mentre la Germania, viceversa, ha assunto un ruolo frenante [vedi grafico “Export Italia”].
Export Italia,
mercati trainanti e frenanti
meccanica strumentale
http://www.exportusa.us/dati-export-italia-america-2016.php

Futuro d'azzardo
Quand'anche la Große Koalition ed il contratto dei metalmeccanici comportassero un allagamento della domanda interna, assai difficilmente la Germania rinuncerà al suo mercantilismo, ad avvalersi del sistema euro, a farsene scudo ed a rifiutare la condivisione dei rischi in eurozona.
Sicché per contrastare la Germania, probabilmente gli USA dovranno scegliere se prendere a bersaglio l'Europa nell'insieme, e l'Eurozona in particolare, o distinguere tra i diversi Paesi europei. Potremmo così ritrovarci nella scomoda posizione o di dover subire colpi in difesa di un sistema che ci opprime ed impoverisce o di riesumare l'antico feeling con gli Stati Uniti, magari per salvare un'economia dipendente dall'export verso quel Paese. Chissà da quale parte pencoleranno gli attuali fans dell'Europa carolingia (economia a direzione tedesca, armata alla francese)!
Rimane percorribile un'altra via, di sovranità democratica nazionale basata sulla rivalutazione del lavoro, dei salari e del welfare interni, che persegua una politica commerciale di equilibrio, non di surplus e di impoverimento del vicino, capace di rifiutare le logiche d'egemonia nazionalistica e neo-imperiale per favorire con la cooperazione una politica di pace. In sintesi: la via costituzionale.
Anche perché il TTIP sul quale Carlo Calenda aveva puntato inizialmente la sua strategia, faceva parte con il TTP dei «grandi trattati neo-imperiali Usa verso il Pacifico e verso l'Europa»,11 pur sempre diretti contro la Federazione Russa e la Cina. Non proprio trattati per disinnescare i conflitti commerciali e valutari, evitando eventuali derive belliche, a cent'anni dalla fine della Grande Guerra.

Note

1 In questo Blog vedi il Post “Globalizzazione addio?”, marzo 2017.
2 “America first, not alone.”
3 Giulio Sapelli, “Il tradimento del mercato porta al declino”, Il Messaggero, 25 gennaio 2018.
4 Che vorrei distinguere dall'internazionalismo del movimento operaio e socialista, sin dalla sua nascita nell'Ottocento.
5 Secondo la teoria del trickle-down, ammassando la ricchezza nella parte più alta della piramide sociale, una parte di essa sgocciola verso il basso a beneficiare gli strati inferiori.
6 Secondo i calcoli di Branko Milanovic nel libro “Ingiustizia globale”, Luiss University Press, 2017, la “classe media” delle due aree sviluppate è stata “tradita” dalla globalizzazione.
7 Federico Rampini, “Il guastatore e i fantasmi del '900”, La Repubblica, 25 gennaio 2018.
8 Per esempio, sull'acciaio cinese.
9 Prima le industrie tedesche sono state accusate di taroccare i dati sulle emissioni delle loro auto, poi di fare esperimenti su uomini e scimmie per dimostrare che quelle emissioni non erano poi così dannose alla salute.
10 Antonio Calabrò, “La morale del tornio”, Università Bocconi ed., 2015.
11 Così definiti da Giulio Sapelli nell'articolo citato.