domenica 13 agosto 2017

Sinistra liquida

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in una società che non accetta di essere liquidata

Ciò che un episodio parlamentare, la contesa con la Francia e la crisi bancaria mettono in luce - Discussioni in politichese e scelte che incombono sulla sinistra che si vuole riaggregare - Nella devertebrazione del capitalismo industriale nazionale e dello Stato, forte è il potere finanziario bancocentrico con le sue saldature europee.

Consumatori consumati
Le cronache parlamentari raccontano che a fine luglio la Commissione Industria del Senato ha dato via libera al ddl Concorrenza, passandolo all'Aula.
All'ultimo momento nel testo originario è stato inserito un emendamento riguardante le forniture elettriche: dall'attuale regime di “maggior tutela”, in forza del quale l'Acquirente unico pubblico compra energia al miglior prezzo calmierando la bolletta del 15-20%, si passerà direttamente al mercato liberalizzato. L'intervallo tra le due fasi, prima previsto per bandire gare territoriali e consentire agli utenti di scegliersi il fornitore, è scomparso.
A farlo scomparire è stato uno schieramento parlamentare comprendente PD, alfaniani, Lega e Forza Italia. Vano è stato il tentativo del sen. Massimo Mucchetti (PD), presidente di Commissione, di ripristinare il testo originario: è rimasto da solo con M5S, in quanto Art.1-Mdp, in un primo momento contrario all'emendamento, ha poi cambiato idea.1
Poiché l'abolizione di questo passaggio intermedio alla libera concorrenza favorisce palesemente Enel, facilitata a conservare l'85% delle utenze servite ora in regime tutelato, a gettare scandalo è stato il successo della sua azione di pressione (lobby) sulle rappresentanze parlamentari, mentre è passato in second'ordine il nocciolo costituito dal rapporto tra liberalizzazioni e privatizzazioni.
Le liberalizzazioni dovevano avvantaggiare i consumatori in prevalenza domestici, ma se non è lasciato loro nemmeno tempo (e modo) di scegliersi il fornitore, non di meno l'aspetto principale sta nell'essere gettati in pasto ad un mercato privato monopolistico che, tuttalpiù, si farà oligopolistico. Enel, infatti, non è un “Ente”, ma una società per azioni per oltre due terzi privatizzata.2
Come se non bastasse, nelle bollette si celano tassazioni statali “improprie”, che danno luogo a trasferimenti di costi a danno degli utenti domestici ed a favore delle imprese energivore.
In ogni caso, per la sinistra a sinistra del PD non si tratta solo di chiarire uno spiacevole episodio, quanto di come essa intenda oggi ricollocare il rapporto tra liberalizzazioni e privatizzazioni, tanto all'interno di una definita politica energetico-ambientale, quanto, più ampiamente, in presenza di una tendenza ancora forte a vendere ogni residua proprietà pubblica per abbattere il debito dello Stato. Nonostante quest'ultimo, dopo tanto salvifico privatizzare, sia invece aumentato a dismisura.
Tutti temi che, come si vedrà più avanti, coinvolgono le relazioni internazionali e la politica estera.
Se non ora, quando?
Di tutto ciò si dovrebbe discutere apertamente, non eludendo un bilancio sulle conseguenze complessive delle privatizzazioni per il tanto amato “Sistema Paese”. E non trascurando di appurare il nesso tra l'adozione di queste politiche e la partecipazione alla moneta unica europea.
Direte: ma cosa c'entra l'euro?
Facciamo un passo indietro.
Sulle garanzie ricevute dal cancelliere Kohl dal presidente Mitterrand per aderire al futuro euro, così ha scritto il giornalista della Rai (TG1) Angelo Polimeno:
«Non solo ottiene da Mitterrand la garanzia che la nuova moneta nascerà sul modello del marco e avrà la stabilità come valore portante. Ma, per quanto riguarda l'Italia – questo il sospetto che si fa strada in quei giorni e che si diffonde velocemente in molte cancellerie -, guadagna il sì francese a un progetto comune, ovviamente non reso esplicito, di deindustrializzazione del nostro Paese. Pertanto, forse è dovuto anche a questa circostanza se, nel '92, su forti pressioni estere e dopo la mini crociera del Panfilo Britannia tra le acque di Civitavecchia e dell'Argentario con a bordo uomini di Stato, capitani d'industria e rappresentanti dell'alta finanza internazionale, il governo Amato varerà un imponente piano di privatizzazioni di molti gioielli di Stato: Iri, Eni, Ina, Comit eccetera.»3
Che abbia ragione Giuliano Pisapia, quando invita Art.1-Mdp a non volgere lo sguardo all'indietro? Nella sinistra, più o meno visibilmente coinvolti nella sua riaggregazione, molti resterebbero di sale.
Di contro: può la sinistra ridarsi identità e forza senza fare i conti con un “passato che non passa”, il cui lascito, tuttora vivo ed operante, impone precise scelte?
Scavando un po'
Per comprendere l'attuale dibattito nel PD ed attorno al PD, vale la pena scavare un po'.
Il professor Giulio Sapelli, nel definire il contesto nel quale si sviluppa il “meccanismo unico” della corruzione tra economia e politica (Cleptocrazia), - tema che il presente articolo solo lambisce - va oltre e ci offre alcune tracce di lettura della realtà italiana [vedi riquadro “Campagna d'Italia”].
Campagna d'Italia

«Oggi tutto è cambiato [ndr: rispetto agli anni Novanta]. Le grandi imprese non ci sono più. I grandi partiti non ci sono più. Il potere situazionale di fatto non esiste più. Lo Stato si è devertebrato.
(…) i partiti ora sono partiti personali ossia, come li definii un tempo, gruppi neocaciquistici di fedeli riuniti attorno a un capo finanziati da imprenditori di norma piccoli e medi che sostengono capo e fedeli (…). Io sono convinto, però, che in questo processo ci sia ancora un potere vertebrato su cui bisognerebbe indagare (…).
Parlo del sistema bancario. (…)
Insomma, c'è da scavare e c'è da scavare anche su un altro aspetto che costituisce un'autocritica rispetto al libro del '94 Cleptocrazia. Allora ponevo in relazione la visibilità della corruzione con i percorsi di privatizzazione che si dovevano imporre in Italia eliminando gli ostacoli che provenivano dai grandi partiti legati alle Partecipazioni statali. In quel libro sottovalutai l'aspetto internazionale della faccenda, ossia le pressioni che venivano dal mondo anglosassone affinché si eliminassero per via giudiziaria e gogna mediatica i capi politici che detenevano l'anello di congiunzione tra grandi partiti ed economia pubblica. (…)
Oggi mi pare che un nesso tra visibilità della corruzione e nuove privatizzazioni vi sia di nuovo, ma ancora più inquietante è il fatto che la Campagna d'Italia – ossia discesa dei fondi di investimento anglosassoni su pressoché tutte le nostre banche e scontro franco-tedesco-Usa per comprare a prezzi di saldo la nostra economia – sia indiscutibilmente un elemento che va posto in relazione con l'emergere della corruzione alla visibilità.»

Da Giulio Sapelli, “Cleptocrazia” (1994), Postfazione del 2014 alla nuova edizione del 2016, Guerrini e Associati, pagg. 171-175.
Secondo Sapelli nel Paese:
  • non esistono più sia i grandi partiti di massa che le grandi imprese e lo Stato è devertebrato;
  • permane un unico potere vertebrato: il sistema bancario;
  • i partiti politici sono ridotti ad instabili gruppi di fedeli attorno ad un capo (neocaciquismo)4;
  • perdura la spinta verso nuove privatizzazioni;
  • i grandi fondi d'investimento anglosassoni sono calati per appropriarsi delle banche;
  • è in atto uno scontro franco-tedesco-Usa per comprare a prezzi di saldo la nostra economia.
Giusto per smentire i teorici di una globalizzazione che avrebbe indebolito tutti gli Stati-nazione in ugual misura, dallo svolgimento della Campagna d'Italia si evince che Usa, Germania e Francia non si sono devertebrati quanto l'Italia, sia dal punto di vista economico che statuale. Al contrario, mostrano di voler approfittare della nostra devertebrazione, alla quale hanno vigorosamente concorso.
Ogni dubbio a tal proposito è fugato dalle vicende in corso, con al centro Telecom, Fincantieri ed Eni, contrassegnate dalle mire francesi.
Di Telecom, essenziale per i futuri assetti delle nostre telecomunicazioni, una finanziaria francese (Vivendi) è diventata azionista di riferimento. Operazione di peso finanziario e strategico ben superiore alla progettata acquisizione da parte di Fincantieri di Ntx e dei cantieri navali di Saint-Nazaire.
Il napoleonico Macron ambisce ad un riequilibrio a proprio favore dello sbilanciato asse egemonico franco-tedesco in Europa e, forte della posizione militare della Francia nell'Unione (dopo la Brexit, unica potenza nucleare), punta alla supremazia nella produzione navale allargata al bellico.
Non si erano ancora spenti gli echi dei peana all'europeismo del neo-presidente francese, che egli ha trovato il modo di comunicarci come lo intenda praticare: in proprio, su base nazionalistica. Anche in Libia, per favorire Total contro Eni nella contesa per l'accaparramento di petrolio e gas del Paese africano.
In continuità con il suo predecessore Sarkozy che aveva voluto il rovesciamento di Gheddafi, sopravanza il governo italiano sul piano della mediazione diplomatica e, negando a Fincantieri l'acquisizione di Saint-Nazaire, gli tende la mano per costruire un polo europeo navale militar-civile, nel quale – è facile supporlo - la componente transalpina vorrà giocare la parte del pot de fer.
Presa in contropiede, in Italia l'estasi europeista filo-Macron è immediatamente svanita. Alla disillusione di chi mai affida a se stesso i propri destini, s'è accompagnato un rigurgito di sovranismo patriottardo smanioso di resuscitare il nazionalismo d'avventura, magari approfittando del risentimento diffuso per lo scaricabarile continentale sull'accoglienza dei migranti.
Tripoli, per loro, è sempre “bel suol d'amore”.
Improvvisamente precipitati nelle logiche che costarono due guerre mondiali, ci si poteva aspettare un'aperta presa di posizione in senso contrario della ricostruenda sinistra: nella difesa della propria sovranità nazionale dall'egemonismo altrui risiede sia l'effettivo esercizio della sovranità democratica repubblicana, sia il rifiuto di qualsiasi atto di sopraffazione proveniente dal proprio Stato-nazione.
Quale migliore occasione per la sinistra per qualificarsi? È accaduto, invece, che si sia dispersa.
Di fronte alla decisione del governo Gentiloni di varare il ritorno della marina militare italiana in acque libiche ed alla minaccia di ritorsioni di Haftar, padrone della Cirenaica “riconosciuto” dalla Francia, Art.1-Mdp annuncia il proprio assenso per poi dividersi.
Ciò avviene mentre Giorgio Napolitano, “grande vecchio” della corrente di Orlando nel PD, cerca invano di nascondere le proprie responsabilità, in quanto capo del Consiglio supremo di difesa (CdiD),5 nella decisione presa da Berlusconi di partecipare all'attacco aereo alla Libia di Gheddafi del marzo-aprile 2011, voluto da Francia ed Inghilterra e caldeggiato dal democratico Barack Obama.
Giorgio Napolitano non fu certo il primo a negare l'art. 11 della Costituzione, per omologarsi alle superiori direttive belliche degli alleati occidentali. Il governo D'Alema, com'è noto, lo anticipò in occasione della crisi del Kossovo.
Potere vertebrato, o quasi
Nel frattempo, volgendo lo sguardo alla lunga crisi bancaria italiana, provvisoriamente conclusasi con il salasso dei risparmiatori, il soccorso del pagatore di ultima istanza (lo Stato) ed il “regalino” a Banca IntesaSanPaolo,6 troviamo conferma dell'esistenza dell'unico potere nazionale rimasto vertebrato: il potere bancario. Un potere che tiene in pancia il grande risparmio accumulato dagli italiani, oggetto di concupiscenza della finanza internazionale.
Direte: e questo cosa ha a che fare con il dibattito in corso sul PD ed alla sua sinistra?
Per comprenderlo dobbiamo fare riferimento alla struttura bancaria italiana, ossia dell'unico potere vertebrato rimasto.
A differenza degli Stati Uniti e del Regno Unito, la finanza europea ed italiana è piuttosto bancocentrica.
Mentre sull'asse Milano-Torino, il già prevalente polo finanziario del Nord si è esteso e rafforzato nel tradizionale rapporto con la Germania (non a caso sostiene l'euro), principale mercato di sbocco del made in Italy, ed è ben dotato di influenza mediatica, l'altro tradizionale polo storico, romano, cattolico, legato alla rendita edilizia ed al Vaticano, vive una fase di difficoltà e stallo.
Nel mezzo, in parte anche geograficamente, ed in stretta relazione con lo sviluppo dei distretti industriali, formati da piccole-medie aziende di grande dinamicità, nonché delle produzioni agricole specializzate e del turismo delle città d'arte, si era andato consolidando una terzo polo “diffuso”, di banche locali, di casse di risparmio, di credito cooperativo e popolari. Un fenomeno particolarmente rilevante in Toscana, nella quale ha assunto via via il ruolo di campione finanziario, sul piano direttamente nazionale, il Monte dei Paschi di Siena.
Se, da un lato, il sistema di credito diffuso localmente ha contribuito al successo delle economie territoriali, in virtù di una prossimità capillare di cui non godevano molte grandi imprese del credito, dall'altro, la crisi che ha investito duramente le piccole-medie imprese ha scoperchiato anche un sistema relazionale “amicale”, clientelare e troppo facile a concedere crediti risultati poi inesigibili.
Non pare estranea a tutta questa intelaiatura la massoneria, storicamente assai presente in Toscana e di cui ha sentito l'odore, attorno al governo Renzi, l'allora direttore del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli [nella foto].
Questi, nel suo ultimo libro ha lanciato un siluro contro le false affermazioni in Parlamento della ministra Boschi e continua, dalle pagine del Corriere L'Economia,7 a denunciare un sistema in cui un autista dotato di forti relazioni personali con i poteri locali, dipendente della Cassa di Risparmio di Rieti (una delle quattro “banchette” fallite),8 possa essere in grado di “esercitare una influenza diretta ed indiretta sui membri del consiglio” e sulla fondazione che controllava il capitale dell'istituto.
Quale che sia il ruolo della massoneria e del clientelismo corruttivo, indubbiamente Renzi ed il suo “giglio magico” nutrono un intenso rapporto con le banche del terzo polo “toscano”, al quale hanno riservato le loro premure.
Scrive Aldo Giannuli:
«La legislazione in merito avanzata dal governo con il decreto salva-banche e con la riforma degli istituti popolari di credito cooperativo ha cercato di proteggere quegli istituti dalla mareggiata in corso, ma si è abbattuto su di essa il bail-in, il provvedimento europeo che proibisce i salvataggi pubblici degli istituti di credito.
Il “giglio magico” ha condotto una notevole politica di relazione (simile, del resto, a quella di altri), svolta in particolare da Marco Carrai e da Luca Lotti, con il fiancheggiamento dei “tre padri” (Boschi, Renzi e Carrai) e trovando altri importanti appoggi regionali, come quello del senatore Verdini, che ha rotto la sua pluriennale intesa con il cavalier Berlusconi per consentire la sopravvivenza del governo Renzi.»9
Poiché il PD, non da ieri, ha svolto un ruolo cardine in Monte dei Paschi e nel sistema creditizio diffuso, ed Art.1-Mdp annovera tra i suoi cofondatori il governatore della Toscana, Enrico Rossi, ecco spiegato cosa ha che fare...
Dopo il pubblico confronto sulla Costituzione scritta, la Costituzione materiale non viene altrettanto apertamente discussa.
Eppure qui stanno le scelte ineludibili.
In particolare, qual è la posizione della sinistra che si vuole riaggregare verso il potere bancocentrico, le sue interne trasformazioni e la finanza internazionale?
In politichese
Scansando ogni lettura complottistica, non si sfugge alla sensazione che De Bortoli riesca a ben interpretare il fastidio e l'avversione del primo polo finanziario, milanese e settentrionale, verso le disinvolte pratiche di quel reticolo di piccole-medie imprese bancarie, tanto sensibile ai potentati locali da compromettere l'essenziale fiducia dei risparmiatori depositanti e sottoscrittori di obbligazioni ed azioni. Una tenace avversione che, per quanto mi risulta, non è estesa ai “regalini” governativi a banca IntesaSanPaolo.
Dopodiché il problema consiste nel purificare un ambiente produttivo, ritenuto comunque sano nelle sue basi e di cui si tessono continuamente le lodi, per recuperarne il portato finanziario: gettare l'acqua sporca per salvare (per sé) il bambino. Questa è l'interessata intenzione del prevalente polo bancario settentrionale.
Non essendo politicamente fattibile, nell'immediato, estromettere il PD di Renzi, si tratta di mettere il “giglio magico” toscano in minoranza, per permettere alla più forte finanza del Nord di assorbire il terzo polo bancario diffuso ed i cospicui flussi che contiene e può contenere. Non sono sufficienti i “regalini” di Padoan. Ma non potendo e volendo strappare è d'obbligo imboccare la via del compromesso politico.
Per una simile mediazione un governo di centro-sinistra è ritenuto più affidabile di un governo di centro-destra o condizionato da Berlusconi. All'interno del PD la minoranza di Orlando-Napolitano, saldamente pro-euro come francofortese e filo-tedesca è la finanza del Nord, sembra la più adatta a raggiungere lo scopo. Tutto sta a garantirle l'appoggio di un più ampio schieramento a sinistra, convogliando nella solita catena di Sant'Antonio l'elettorato che si riconosce progressista.
Da qui la straordinaria amplificazione mediatica data a Giuliano Pisapia e l'incerta posizione di Art.1-Mdp, senza il quale mancherebbe l'anello di congiunzione tra la corrente di Orlando-Napolitano ed il restante bacino di voti a sinistra.
Non potendosi esplicitare nel suo reale entroterra sociale ed economico, inevitabilmente la discussione si svolge in politichese, ossia in un linguaggio incomprensibile ai non addetti ai lavori.
Benché ad ogni pie' sospinto non manchi chi indichi nella identificazione dei contenuti programmatici il fattore prioritario e principale, prevale il dialogo-contesa in politichese anche per via della ormai prossima verifica elettorale. Il tempo stringe. Senza una solida base di partecipazione attiva, non avendo scelto gli avversari, né con quale legame relazionale e su quali obiettivi politici distintivi collegarsi alle parti sociali di riferimento, la sinistra rimane in balia dell'ansia di una rappresentanza presa innanzitutto dall'urgenza di preservare se stessa.
Paradossalmente, mentre si critica la logica personalistica di Matteo Renzi, campeggia il problema del capo. D'Alema e Bersani hanno investito del ruolo di leader l'ex sindaco di Milano, Giuliano Pisapia. Ma egli rifugge dall'assumersi tale impegno, almeno per il momento. Dato lo scarsissimo peso del suo Campo Progressista, teme di restare in balia dei suoi benevoli king makers. Art.1-Mdp è la sola formazione di sinistra accredita dai sondaggisti di un consenso elettorale almeno capace di superare la soglia di sbarramento della legge elettorale in vigore. La schermaglia, centrata sulla prioritaria comune preoccupazione di venire eletti in Parlamento in numero tale da contare sul futuro quadro politico di governo, non rivela le sue vere motivazioni.
L'abbraccio di Pisapia alla Boschi alla festa milanese de L'Unità, non può essere interpretato come una semplice gentilezza di un uomo personalmente gentile. Pisapia non si oppone nettamente a Renzi per emarginarlo, bensì vuole solo distinguersi dalla sua politica per raggiungere con lui un compromesso?
Di certo chiede a Renzi di escludere perentoriamente ogni futuro accordo con Berlusconi, sulla scia del patto del Nazareno. Punta ad una riedizione del centro-sinistra, collegando la nascente formazione di sinistra esterna al PD all'opposizione interna, capeggiata da Orlando-Napolitano, messasi d'incanto alla sinistra di Renzi (!).
D'altro canto, ricordano i critici dell'ex sindaco meneghino, per lasciarsi le porte aperte al dialogo con Renzi, Pisapia si era espresso a favore della fallita riforma costituzionale. Insieme a Romano Prodi, col quale, assicurano i ben informati, si sente tutti i santi giorni.
Poiché la strategia di Art.1-Mdp non diverge sull'obiettivo di ridar vita al centro-sinistra, se ne dovrebbe dedurre che il vero motivo del contendere è su quali componenti prenderebbero al suo interno il sopravvento. Per fare cosa?
Rimane il fatto che, procedendo in questo modo, il dialogo-contesa tra Pisapia ed Art.1-Mdp finisce per lasciare ai margini le restanti sparse forze disposte a partecipare, tra le quali Sinistra Civica di Tomaso Montanari ed Anna Falcone, sorta sulla scia del NO referendario dello scorso dicembre e sostenitrice della reintroduzione dell'art. 18, abolito da Renzi.
Intanto, come evidenziato, in Parlamento le scelte concrete di Art.1-Mdp non lasciano presagire alcuna chiara inversione di rotta o, a voler essere positivi, rimangono in attesa di una spiegazione sui reali intendimenti.
Sinistra naturale
Se non altro, il difficile parto della nuova formazione unitaria di sinistra confluisce a dimostrare che essa in natura di per sé non esiste, come sosteneva invece Pier Luigi Bersani. Non sgorga, come acqua da un fontanile, dal seno della società per auto-rappresentarsi nelle istituzioni.
Qualora una sinistra siffatta in natura esistesse non ci sarebbe bisogno di soggettività di giudizio e scelta politica, in sé frutto culturale ed opera “artificiale”, interpretativa.
Tra la fine dell'Ottocento ed i primi decenni del Novecento i partiti operai socialisti e comunisti, per esempio, si formarono in seno al tortuoso sviluppo del movimento operaio e di liberazione nazionale. Contavano su gruppi di intellettuali che avevano voltato le spalle alle loro classi d'origine. E la presenza di una loro rappresentanza nei Parlamenti non era né automatica, né scontata nelle finalità strategiche, mentre ai funzionari toccava “camminare scalzi”.
Dagli anni sessanta del Novecento, in tempi di scolarizzazione ed acculturazione di massa, movimenti sorgenti dal seno della società e delle sue contraddizioni, si sono autonomamente dotati di forte “soggettività”, portatori di radicale cambiamento politico e culturale, spesso in dichiarata opposizione alla guerra, al duopolio USA-URSS sul mondo ed al capitalismo. Eppure, non a caso, furono per lo più osteggiati, quando non apertamente avversati, proprio da quei partiti della sinistra storica che avrebbero dovuto trarne vitale linfa “per rinnovarsi andando alle proprie radici” (Gramsci), invece di pensare unicamente a trarre dal loro voluto “riflusso” un qualche residuo e passeggero vantaggio elettorale.
Allorché si pensi, poi, alle politiche condotte dalla sinistra di governo negli ultimi decenni, rimane da chiedersi se la parola “sinistra” abbia conservato non dico un significato di radicale cambiamento, ma un qualche connotato riformista popolare. In particolare per le giovani generazioni, perché nelle vecchie perdura, nonostante tutto, un richiamo ad appartenenze, lotte e politiche oramai lontane.
Dirsi movimento
Nella società esistono componenti, gruppi, classi, peraltro in continuo mutamento d'aggregato materiale e culturale. Non basta definirsi “movimento” per esserne espressione, necessariamente di parte, seppur transitoria.
Inoltre, quando si traggono buoni auspici dai successi del new populism di Bernie Sanders negli Usa, di France Insoumise di Mélanchon in Francia, del laburismo di Corbyn nel Regno Unito e, ancora prima, per restare in ambito europeo, di Podemos in Spagna e di Syriza in Grecia, non si possono evitare più approfondite comprensioni sia dei loro portati politici, in legame con parti sociali di riferimento nelle specifiche situazioni, sia sul loro modo di relazionarsi con essi e con l'insieme sociale ed istituzionale. Nonché, almeno a partire dall'esperienza di Syriza, sulle cause di un possibile ritorno su di essi della “pasokizzazione”10 che ha colpito molti partiti socialdemocratici.
Soprattutto, nel contesto italiano, non si può evitare di fare coraggiosamente i conti con il “terzo incomodo”, il M5S, al quale se non altro va il merito di aver scompigliato il presepe delle belle statuine predisposte nell'emiciclo parlamentare. Come se bastasse mettersi geometricamente più a sinistra in quell'emiciclo per interpretare la parte del Paese impoverita anche nelle classi medie lavoratrici, penalizzata dalle politiche liberiste e di globalizzazione, condivise dai vari governi di sinistra che si sono alternati con quelli di destra nel sintonizzarsi sulle lunghezze d'onda degli interessi di una minoranza sempre più piccola, più ricca e privilegiata.
In mancanza di chiare scelte, di radicamento sociale e dell'adozione di nuove forme relazionali ed organizzative, la sinistra rimarrà liquida o, tuttalpiù, temporaneamente aggregata sulla propria ansia di rappresentanza, in sostanziale balia dei poteri vertebrati, interni ed internazionali, ai quali non riesce a contrapporsi.
Liquida in una società che non accetta di essere liquidata, come il voto referendario di giovani, di lavoratori sempre più precari e sfruttati, di strati impoveriti ed esclusi dal liberismo e dalla sua crisi, ha inequivocabilmente evidenziato.

Note
1 Sull'episodio vedasi anche Lorenzo Vendemiale, “Enel scrive l'emendamento e il Parlamento le fa un regalo”, il Fatto Quotidiano, 28/7/17.
2 Le cui quote sono così ripartite: 35,7% distribuito tra investitori individuali; 32,9% (a dicembre 2006) in mano ad investitori istituzionali, tra i quali il 2% ad Assicurazioni Generali; 31,4% insieme tra Ministero dell’Economia-Finanze e Cassa Depositi e Prestiti.
3 Angelo Polimeno, “Non chiamatelo EURO”, Mondadori, 2015, pag. 27.
4 Il caciquismo può essere definito come il potere autoritario dei signorotti, attorniato da una ristretta cerchia.
5 Tanto più perché Napolitano interpretava il ruolo del CdiD oltre le sue funzioni costituzionali consultive, come accadde nel 2013 intorno all'ignobile affare dell'acquisto degli F-35, sui quali Sel e M5S chiesero invano decidesse il Parlamento.
6 Si tratta di 20-30 miliardi di euro. Vedasi anche: http://www.huffingtonpost.it/2017/06/26/salvataggio-banche-venete-gentiloni-e-gros-pietro-negano-il-re_a_23001740/
7 Ferruccio De Bortoli, “Allo sportello solo gli amici degli amici”, Corriere L'Economia, 31 luglio 2017.
8 Insieme a CariChieti, Popolare Etruria, BancaMarche e CariFerrara.
9 Aldo Giannuli, “Da Gelli a Renzi (passando per Berlusconi)”, Ponte delle Grazie, 2016, pag. 144.
10 Nel Blog, “Jours de Gloire”, maggio 2017.

mercoledì 26 luglio 2017

Willy il coyote

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Willy il coyote

corse e cadute, nei crepacci
Euforia a Wall Street. L'investimento in borsa migliore alternativa.
Supplementi informativi per dissuadere da folli corse. Basteranno?
Anche i rischi emigrano.
Sbilanci commerciali e polarizzazione dei surplus tra imprese e Paesi.
Integrazioni verticali e depressioni orizzontali, territoriali. I nostri distretti.
Dicotomie in Europa e negli USA.

Le bolle della borsa e le dinamiche interne alla finanza possono spiegare cadute e crolli. Ma ancor prima di essi sono i crepacci nella economia sottostante, a cui contribuisce la logica finanziaria, a creare le condizioni delle crisi storiche.
A poco meno di dieci anni dall'ultimo grande crack, le principali agenzie informative allontanano lo sguardo del vasto pubblico dalle dicotomie strutturali che la globalizzazione ha recato con sé e, pur piuttosto malmessa, continua a generare.
Preferiscono diffondere “fiducia”.
Nonostante le relazioni politiche tra gli Stati ne siano fortemente condizionate.
Euforia Big Five
Siamo di fronte ad una nuova bolla finanziaria, dal cui scoppio possono derivare nuove pesanti conseguenze per tutto l'andamento economico?
Al solito, a destare allarme è Wall Street.
«Anche il massimo esperto di Bolle speculative, il Nobel per l'Economia Robert Schiller, crede che i livelli attuali delle quotazioni siano molto elevati: il loro rapporto con i profitti degli ultimi dieci anni al netto dell'inflazione (Cape, cyclically adjusted price-to-earning ratio) è 29 contro la media storica di 17.»1
Al centro dell'attenzione sono i titoli tecnologici dei Big Five (Apple, Google, Microsoft, Amazon e Facebook), saliti del 21% da inizio anno contro una media dell'8%.
«Robert Schiller mette in guardia gli investitori: Apple e Google valgono 1.479 miliardi di dollari, più di tutte le banche e finanziarie europee e giapponesi, pari a 1.310 miliardi di dollari.»
Google (682 miliardi di dollari) ha raggiunto un valore azionario maggiore dell'intera economia di Chicago (581), misurata in merci e servizi prezzati in un anno. Similmente Amazon (479) supera l'area di Washington, DC (454). Sembra di rivivere l'euforia che caratterizzò i rialzi ed il successivo crollo dei dot.com, agli inizi degli anni 2000. Gli indizi sono molteplici. Colpisce tra tutti il dislivello tra l'andamento della capitalizzazione di Borsa e quello della economia reale.2
Questione di tassi?
Di fronte al pubblico del Cfa Institute a Philadelphia, tra Robert Schiller e Jeremy Siegel, altro guru nord-americano della macro-economia, si è aperta una disputa. Per Siegel l'allarme di Schiller è infondato: prendendo a riferimento un indice più ampio ed inclusivo del reddito nazionale, nonché di tutti i prodotti industriali (Nipa – National Income and Products Account), lo scostamento tra andamento dei profitti e valutazioni di Borsa è minimo. Escludendo l'imminenza dello scoppio di una bolla speculativa, l'attesa di Schiller per i prossimi 10 anni è poco meno dell'1% di guadagni al netto dell'inflazione, mentre secondo Siegel la previsione si aggira attorno al 5%.
«Entrambi sostengono, per ragioni differenti, che il futuro sarà contrassegnato da bassi tassi di interesse, bassa inflazione e moderata crescita. (…) Se questo è vero, allora l'investimento in borsa rappresenterà per anni la migliore alternativa per allocare i risparmi familiari ed aziendali.»3
In altri termini, per questi ultimi sarà più conveniente andare verso Wall Street piuttosto che verso Main Street (l'economia reale).
Borsa di Milano, scultura di Maurizio Cattelan
Cosa garantirà poi che le valutazioni di Borsa non salgano oltremisura, fino a superare “troppo” anche l'indice più rappresentativo dell'andamento economico? Cosa impedirà il dilatarsi di una bolla speculativa, sino allo scoppio?
Al contrario dell'ottimista Siegel, il pessimista Schiller avverte segnali di pericolo e pensa che, adeguatamente informati, gli investitori dovrebbero attenersi a criteri di maggiore “raziocinio”, rinunciando a folli corse. In passato, richiami in tal senso non pare abbiano sortito rimarchevoli effetti dissuasivi. Nel comportamento di gruppo, spesso vissuto come individuale, sembra prevalere immancabilmente prima l'euforia e poi il panico. I moniti lasciano il tempo che trovano, in assenza di precise norme ed istituzioni vincolanti.
Da questo lato, praticamente nulla di nuovo è comparso sotto il cielo dopo il 2007-2008. Nessuna novità perché, se Obama aveva introdotto alcune blande limitazioni4 alla finanza speculativa, Trump agisce in senso contrario per smantellarle.
Willy informato
Scarsa attenzione politica è data alla corsa finanziaria che come Willy il coyote5 del celebre cartone animato, per inseguire la preda, prende velocità sul terreno e, incurante dell'improvviso precipizio, prosegue staccato nell'aria fin quando volge lo sguardo verso il basso e si rende conto del vuoto sottostante. Solo allora precipita.
En passant, va ricordato che molta critica liberista al modello economico sovietico pianificato si basò:
a) sulla burocratica ed inadeguata informazione di cui poteva godere il pianificatore centrale, fatto che lo induceva inevitabilmente in errore;
b) sull'insuperabile sistema informativo fornito dai prezzi di un libero mercato, perciò posto in grado di autoregolarsi.
Gli indicatori di pericolo, del tipo di quelli poc'anzi citati, tutto sommato seguono questo credo auto-salvifico: mirano ad offrire una tempestiva sintesi macro-economica, capace di fornire un supplemento informativo, per orientare i comportamenti dei soggetti che agiscono nel mercato, allo scopo di indurli ad autoregolarsi senza cadere nella tentazione di facili guadagni. Ma, in assenza di una più stringente repressione finanziaria governativa ed in presenza delle convenienze immediate prospettate da Wall Street, sarà sufficiente informare Willy il Coyote dei possibili crepacci che potrebbero aprirsi sotto i suoi piedi, per dissuaderlo da intraprendere folli corse?
D'altro canto, in un sistema internazionale finanziariamente interdipendente, non proprio rassicurante è la constatazione che il sistema bancario ufficiale sia stato reso “più sicuro, snello e giusto”,6 perché i rischi possono essere migrati altrove. Nuovi pericoli nascerebbero dall'eccesso di cash in mano a nuovi attori fuori controllo, in specie dal proliferare della finanza dell'hi-tech, come avverte l'economista Mohammed El Erian.7
Benché avvisato, Willy è solo “mezzo salvato”.
Precipizi
Se spostiamo l'attenzione dalla corsa, più o meno folle, alla sottostante economia reale ed all'eventuale aprirsi di precipizi, senza disgiungere i due fenomeni possiamo ricavare un quadro più completo della situazione. Anche sul piano politico.
Significativamente, gli indicatori di Robert Schiller, allorché pongono a confronto le valorizzazioni delle Big Five in Borsa con le economie di alcune aree statunitensi, evidenziano il distacco ed il profilarsi dei vuoti.
Vuoti interni che alimentano i persistenti disavanzi commerciali esteri della superpotenza, cruccio di Donald Trump.
Barack Obama aveva elaborato una risposta strategica basata sui due trattati free-trade, il TTP transpacifico ed il TTIP transatlantico, nell'ambito di un multilateralismo imperniato su una rinnovata e benevola leadership di Washington, allo scopo di riprendere, insieme ad Unione Europea e Giappone, il controllo della globalizzazione sfuggita di mano. La riunificata Germania andava “contenuta” nella triplice maglia: UE, Nato, TTIP.
Con la presidenza Trump è stata inaugurata una strategia parzialmente alternativa, finalizzata a “rifar grande l'America” sulla base di accordi bilaterali, misure protezionistiche selettive ad hoc (in aggiunta a quelle già presenti) e mettendo sul tavolo la pistola della superpotenza militare. Un approccio che assume a bersaglio diretto non solo la Cina ad Est ma pure la Germania ad Ovest: le due maggiori economie in surplus commerciale, già oggetto di reiterate critiche da parte dell'amministrazione Obama.
Di contro, non risulta che né l'una né l'altra presidenza abbiano mai messo in discussione il ruolo dominante della finanza internazionale ed il liberalismo finanziario.
Eccedenze polarizzate
Intesa come integrazione economica, la globalizzazione ha prodotto forti squilibri nella economia reale, prima del tonfo finanziario del 2007-2008, come scrive Mervyn King [vedi riquadro “Lo squilibrio”], dall'angolo visuale di ex governatore di una banca centrale, la Bank of England.
Lo squilibrio

«La spesa desiderata è troppo bassa per assorbire la capacità produttiva delle nostre economie. I risultati sono crescita debole e disoccupazione elevata (nei paesi dell’euro), crescita a singhiozzo della produttività (negli Stati Uniti e in Gran Bretagna) e surplus commerciali potenzialmente ampi accompagnati da piena occupazione (in Germania, Giappone e Cina). (…)»
«A partire dai primi anni novanta, i tassi d’interesse reali a lungo termine sono fortemente diminuiti, e ciò ha avuto per tutte le nostre economie, come abbiamo visto, implicazioni gigantesche. Stati Uniti, Regno Unito e alcuni paesi europei si sono trovati, di fatto, ad avere un deficit commerciale strutturale. Questo deficit – che è il risultato di un’eccedenza delle importazioni sulle esportazioni – si è tradotto in un costante freno per la domanda. Perciò le banche centrali dei paesi in deficit, per allineare la domanda totale (domanda interna meno disavanzo commerciale) alla capacità produttiva dell’economia, hanno tagliato i tassi ufficiali al fine di spingere la domanda interna. Ciò ha creato uno squilibrio all’interno di quei paesi, poiché la spesa era troppo elevata rispetto ai redditi attuali e potenziali. In paesi con surplus commerciali, come Cina e Germania, la spesa era invece troppo bassa rispetto ai probabili redditi futuri. E lo squilibrio tra paesi in forte avanzo o disavanzo commerciale non si è riassorbito.»

Da Mervyn King, “La fine dell'alchimia”, il Saggiatore, 2017 (2016). Nella versione Kindle, posizioni 920-932.

Sottolineo: ancora nel 2016, «(...) lo squilibrio tra paesi in forte avanzo o disavanzo commerciale non si è riassorbito.»
Un economista inglese più noto di lui, J. M. Keynes, aveva già evidenziato che le eccedenze nell'export costituiscono un problema ancora maggiore dei deficit.8 Tali eccedenze distribuiscono disoccupazione nei Paesi in disavanzo ed accentrano occupazione in quelli in surplus. I primi si ritrovano automaticamente in carenza di domanda interna, mentre i secondi continuano a deprimerla per mantenere il primato mercantilista acquisito. Ciò spinge verso una depressione generale.
Sempre più finanziarizzata, la globalizzazione odierna può venire così descritta:
  1. alle delocalizzazioni produttive, basate sui dislivelli salariali tra Paesi a diversi gradi di sviluppo, corrispondono l'integrazione verticale delle forniture delocalizzate in funzione dei prodotti finiti delle aziende committenti e la concentrazione in capo ad una parte di esse, le grandi multinazionali finanziarizzate, dei governi di processo (progettazione, produzione, marketing) e dei profitti derivanti dalla delocalizzazione-integrazione;
  2. tutto ciò non si distribuisce in modo bilanciato su tutti i Paesi, ma produce sbilanci commerciali, sicché si verifica una polarizzazione in capo ad alcuni Paesi del vantaggio mercantile esportativo (surplus), dalla quale deriva un indebitamento privato e pubblico nei/dei Paesi in costante disavanzo.
D'altro canto, se è vero che l'integrazione permette grandi economie di scala9 e vantaggi comparati,10 il prezzo ultimo consiste nel penalizzare fortemente il resto dell'economia, soprattutto territoriale, alla quale è legata la vita della stragrande maggioranza delle popolazioni e la stessa stabilità degli Stati.
Quando consideriamo, inoltre, la tendenza a destinare gli enormi profitti11 delle principali multinazionali al circuito finanziario,piuttosto che a Main Street, come nei casi anche altrove illustrati in questo Blog, il cerchio potrebbe infaustamente chiudersi con crisi debitorie e crolli finanziari.
Sennonché il vantaggio mercantile polarizzato in alcuni Paesi non coincide con quello delle “loro” multinazionali. O meglio coincide solo per la Germania e per la Cina, a causa della loro interna strutturazione industrial-finanziaria, supportata dai rispettivi governi. Ai successi delle Big Five nordamericane non corrisponde il primato esportativo degli Stati Uniti, da anni in costante grande disavanzo. Viceversa, ai successi delle multinazionali tedesche corrisponde un enorme surplus della Germania, accompagnato però da persistenti difficoltà dei Paesi periferici della zona euro.
In due note consecutive al capitolo quarto del suo più recente libro, Joseph E. Stiglitz12 afferma sornionamente che l'avanzo commerciale della Cina nel 2014 (pari al 3,7% del Pil) è minore di quello della Germania (6,7% del Pil), mentre è tutto da dimostrare che il surplus cinese sia dovuto alla manipolazione del cambio:
«Le politiche tedesche in materia di salari e spesa pubblica sono tra i fattori che contribuiscono all'eccedenza commerciale del paese. In effetti, all'inizio del 2016, è stato grazie ad un intervento diretto del governo sul tasso di cambio che la valuta cinese non ha subito una svalutazione accentuata [ndr, che avrebbe potenziato il suo export]. Per contro, nella sua periodica verifica dell'economia tedesca (cioè le consultazioni ai sensi dell'articolo VI) del 2014, l'Fmi ha stimato che il tasso di cambio della Germania fosse sottovalutato dal 5 al 15 per cento.»
Chiarita questa non secondaria differenza tra Cina e Germania, va compreso il dilemma visto dall'Eurozona e dagli Stati Uniti.
Depressioni orizzontali
Avvalendosi di un tasso di cambio sottovalutato, dalla nascita della moneta unica in poi, la Germania ha aumentato il suo surplus commerciale, stimato complessivamente in 260 miliardi di euro nel 2016, con conseguente crescita della propria posizione creditoria. Da tale posizione è parzialmente rientrata in particolare verso i Paesi periferici europei, considerati a rischio.
Negli ultimi anni il surplus tedesco si è concentrato su Stati Uniti, Regno Unito e Francia, consolidandosi verso Spagna ed Italia.
In presenza della rigidità del cambio, data dall'euro, i tradizionali aggiustamenti degli sbilanci commerciali tra i Paesi della zona valutaria comune (eurozona) tramite svalutazioni esterne non sono più possibili. In aggiunta, ciascuno di essi ha dovuto rinunciare al controllo dei propri tassi d'interesse. Entrambi gli strumenti sono però necessari ad una politica di piena occupazione.
Impossibilitati ad usare i tassi d'interesse per incentivare consumi ed investimenti, nonché i tassi di cambio per stimolare le esportazioni, i Paesi europei periferici in difficoltà non hanno potuto nemmeno ricorrere alle politiche di bilancio, ingabbiati dalle regole del Fiscal Compact. Al contrario, il loro rispetto ha comportato la riduzione della spesa pubblica e l'aumento della pressione fiscale.
Non restava che la svalutazione interna, data dalla diminuzione dei prezzi nel proprio Paese, per rilanciare l'export e limitare l'import. In larga parte essa è stata perseguita attraverso la deflazione salariale, invariabilmente accompagnata dalla disoccupazione necessaria ad imporla. Al posto della svalutazione competitiva della moneta è stata praticata la svalutazione competitiva del lavoro.
Dopodiché l'insieme di queste misure, definite beffardamente di “austerità espansiva”, si é rivelata un flop per i cosiddetti PIIGS. Ha prodotto nuova caduta recessiva, portando con sé ulteriore deficit ed accumulo di debito pubblico.13 In Italia ciò è accaduto con il governo Monti, il “podestà straniero” da Varese insediato da Giorgio Napolitano con l'appoggio unanime di centro-sinistra e centro-destra.
Giacché fu l'aumento del disavanzo commerciale a generare debito, inizialmente in prevalenza privato, su questa “esternalità” andavano concentrate attenzione ed azione: non, sulle “riforme di struttura” interne e sui rapporti di lavoro, come richiesto dai vertici europei. L'accumulo di deficit e debito pubblici (Spagna ed Irlanda non ne avevano) era stato, infatti, conseguente all'accumulo di debito privato e non viceversa.
Ciò chiarito, importa qui mettere in rilievo un aspetto che rimanda alle iniziali considerazioni sul vuoto sottostante la corsa di Willy il coyote.
La svalutazione interna ha allargato il divario tra i due terzi dell'economia nontraded ed il restante terzo dell'economia traded [vedi riquadro “Traded e nontraded”].
Traded e nontraded

«(...) le svalutazioni interne venivano viste come un modo sia per correggere uno squilibrio esterno sia per sostenere una macroeconomia debole, perché un aumento delle esportazioni avrebbe comportato una crescita dell'economia. La Troika è stata sempre smentita (…).
Nelle loro analisi, gli esperti hanno commesso due errori sostanziali. Innanzitutto, non hanno dedicato la giusta attenzione a ciò che sarebbe successo al grande ed importante settore dei cosiddetti nontraded goods, che include le attività e le professioni più varie – dai ristoranti ai parrucchieri, dai medici agli insegnanti – e in genere rappresenta circa due terzi del Pil. (I prodotti manifatturieri, come per esempio i tessili e le automobili, sono invece definiti traded goods e formano oggetto di scambio). La contrazione della domanda e della produzione nei settori nontraded, ossia non manifatturieri, ha ampiamente superato la lenta risposta dell'export e questo spiega il calo massiccio del Pil.
Quando i paesi (o le aziende e le famiglie all'interno di un paese) contraggono debiti in euro (o in valuta estera), una svalutazione interna aumenta la leva finanziaria, vale a dire il rapporto fra i debiti delle famiglie, delle imprese e anche dei governi rispetto al loro reddito (nominale). Alla leva finanziaria molto elevata si attribuisce in parte la responsabilità della Grande recessione. La svalutazione interna aumenta la fragilità economica portando un sempre maggior numero di famiglie e imprese sull'orlo della bancarotta. Inevitabilmente, queste finiscono per tagliare la spesa su tutto. I tagli alle importazioni sono stati una delle ragioni per cui la bilancia commerciale è sembrata migliorare; i tagli alla produzione manifatturiera nazionale sono una delle ragioni per cui il Pil è diminuito in maniera così considerevole.»

Da Joseph E. Stiglitz, “L'EURO – Come una moneta comune minaccia il futuro dell'Europa”, Einaudi, 2017 (2016). Pagg. 104-105.

Nonostante le notevoli differenze tra gli USA, che è uno Stato Federale, e l'Eurozona, cuore di una Unione di più Stati, la relazione divaricante riguarda entrambi.
Distretti salvifici
I distretti produttivi italiani hanno rappresentato un esempio di come, non essendo verticalizzati, si possa sviluppare un'economia locale efficiente: piccole-medie imprese di pari forza, operanti in filiera, hanno dato luogo ad un modello orizzontale, spalmato sul territorio e pure in grado di esportare.
Corrado Passera, quand'era a capo di IntesaSanPaolo, auspicò che in ciascun distretto emergesse un “campione”, capace di leadership e più fortemente capitalizzato, sì da consolidare l'insieme attorno e dargli prospettiva.
Non pare che l'aspettativa abbia trovato riscontro pratico. Tuttavia, la stampa economica italiana ha esultato di fronte ai recenti dati sulle performances esportative dei nostri distretti industriali che, indubbiamente, danno prova di una certa vitalità. Non è mancata la solita polemica con i “gufi”.
Dallo studio annuale sui distretti di IntesaSanPaolo veniamo a conoscenza solo dei dati export e, non disponendo ancora di adeguate analisi sui mutamenti avvenuti al loro interno, sarebbe prematuro tranciare giudizi. Questo il quadro offerto al pubblico: nel primo trimestre 2017 le vendite estere dei nostri 147 distretti hanno registrato una crescita del 6,4% rispetto al primo trimestre 2016; +24,1 miliardi di euro di maggiori esportazioni e saldo commerciale a +15,6 miliardi; i distretti sono l'80% dell'avanzo commerciale dell'intera industria manifatturiera italiana.
Coinvolti nella crescita 112 distretti su 147: non succedeva dal terzo trimestre 2011.
In presenza di una modesta accelerazione degli scambi mondiali, i distretti hanno saputo reagire tempestivamente, inserendosi nelle filiere internazionali. «Non è un caso, infatti, che l'Italia sia prima per contributo al valore aggiunto della filiera francese della moda e al secondo posto come fornitore della metalmeccanica tedesca, preceduta di poco dalla Cina.»14
Dopo aver registrato il primato della pelletteria e delle calzature di Firenze (+119%) e dei metalli di Brescia (oltre il 100%), nonché di altri importanti distretti, emergono i rilevanti incrementi percentuali ottenuti verso diversi Paesi, quali Svizzera (+17,7%) e Federazione Russa (28,2%).
Il punto debole dei distretti, secondo lo studio, sarebbe rappresentato dalla mancanza di una valida rete di distribuzione autonoma, a causa, in particolare, della operatività business to business, ovvero della produzione in funzione di capi-filiera risiedenti altrove, i quali, si suppone, dispongano delle chiavi di accesso ai mercati finali di vendita.
Per parte mia, in ordine al tema qui trattato, vorrei porre l'accento su alcuni punti che rendono ancora più necessario un approfondimento:
  • tra i primi 15 distretti di maggior successo la stragrande maggioranza è situata al Nord, tra Piemonte (3) Lombardia (3) Veneto (3) ed Emilia-Romagna (2); salvo la Toscana (3) nessuno sta al Centro Italia; nel Mezzogiorno e nelle Isole si distingue 1 solo distretto (la meccanotronica barese);
  • non è ancora chiaro quale sia l'entità dello shopping effettuato dai grandi gruppi internazionali nei distretti negli anni della crisi, né quali conseguenze comporterà questa nuova verticalità;
  • l'assenza di “campioni” locali propri a ciascun distretto (auspicio di Corrado Passera) può significare una subalternità a filiere e capi-filiera esteri e la concentrazione altrove sia dei profitti che delle future decisioni produttive;
  • la vitalità dei distretti è destinata, come avvenne già dopo il terzo trimestre 2011, a venire assai smorzata, in assenza di una politica economica nazionale adeguata, sia generale che dedicata agli assetti industriali locali.
Inoltre, il pur ragguardevole incremento non mostra di poter sovvertire la gerarchia delle nostre esportazioni, principalmente rivolte, per valori e volumi, verso le destinazioni tradizionali: Germania, Francia e Stati Uniti, seguiti da Regno Unito, Svizzera e Spagna (ai primi 6 posti). Nonostante l'enfasi giornalistica, gli sbocchi orientali ed estremo orientali pesano ancora relativamente poco.
Dicotomie nord-americane
La prosperità delle multinazionali globalizzate statunitensi si erge su uno squilibrio permanente e strutturale. In altri termini viaggia su un vuoto non occasionale, dato dal disgiungimento del loro sviluppo da quello dell'economia nazionale.
Negli Stati Uniti a riempire tale vuoto dovrebbe contribuire una forte ripresa generale dell'economia che, se avvenisse rompendo la globalizzazione commerciale attuale, a seguito di misure protezionistiche volte a riattivare la propria base industriale interna, con sé trascinando la promessa occupazione, comporterebbe contromisure ritorsive da parte dei Paesi che sono anche i luoghi di destino e consumo dei prodotti di eccellenza15 della West Coast, oltreché luoghi a monte delle filiere delocalizzate.
Le Big Five rappresentano il fior fiore delle multinazionali yankee e della globalizzazione made in USA. Il loro successo dipende dal massimo grado di delocalizzazione e d'integrazione verticale raggiunto dalla catena delle forniture necessarie all'implementazione del prodotto finito. Alle case madri serve il controllo del processo di produzione e dei mercati di sbocco, che perciò devono rimanere aperti tanto agli scambi quanto ai capitali.
D'altro canto, una recente simulazione dell'economista di Harvard, Dani Rodrik [nella foto] mette in luce un passaggio nella globalizzazione odierna, riguardante il problema delle barriere doganali:
«(...) se viene rimossa una tariffa del 40 per cento c'è un crollo del 19,44% dei salari per i lavoratori non specializzati, ma un aumento dell'economia reale del 4 per cento. La variazione negativa per le vittime è 4,9 volte maggiore di quella positiva per la collettività. Se invece la tariffa iniziale è molto bassa, il 3 per cento, il guadagno in efficienza dell'economia è basso, con una crescita soltanto del 0,02 per cento, mentre il cambiamento dei salari dei lavoratori poco qualificati è meno 1,72%. Quindi le vittime subiscono un danno che è 76,6 volte maggiore del beneficio sperimentato dagli altri.»16
Se è confermato che i “vinti” restano comunque i lavoratori poco qualificati, i quali sono i primi a sprofondare nella povertà, viene in chiaro che il residuo gioco free-trade non vale più la candela.
«Una volta abbattuto il grosso delle barriere – come è successo negli ultimi 15 anni - ulteriori integrazioni generano benefici marginali ma con costi comunque rilevanti per i più esposti alla concorrenza internazionale.»
Questo aspetto va collegato sia alla dicotomia tra successo delle multinazionali della Silicon Valley e restante economia territoriale e nazionale, sia al disavanzo commerciale statunitense.
Sicché da parte governativa appare assai complicato soddisfare insieme due esigenze opposte: quella delle imprese tipo Big Five, liete di conservare lo status quo (salvo chiedere, in modo politicamente corretto, qualche regolamentazione concordata che ne consolidi l'habitat) e quella del rilancio dell'economia nazionale, della domanda interna allargata, dell'occupazione, del ripianamento del disavanzo commerciale nazionale con conseguente limitazione o fine dell'indebitamento verso l'estero.
Seppure in condizioni di grande privilegio, stante la possibilità di pagare in dollari i debiti contratti (semplicemente stampandoli), la difficoltà in cui si dibatte l'establishment USA, non solo la presidenza Trump, sono la spia di queste contraddizioni.
Riordini
È significativo che il WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio) viva una fase di stallo da prima del tonfo del 2008, a testimonianza del fatto che la crisi della globalizzazione ha preceduto il crollo finanziario, venendo da esso amplificata ed approfondita. Pertanto, la conoscenza delle cause endogene ai crolli della “economia di carta”, oggetto di appropriati studi, alcuni dei quali divenuti nel tempo dei “classici, ci aiuta a comprendere perché Willy il coyote sia spinto a correre nel vuoto, ma non ci esime affatto dall'indagare per quali ragioni venga a crearsi il vuoto medesimo.
Parimenti, ove si rivolga lo sguardo al disordine globalizzato, qualsivoglia nuovo assetto realmente multilaterale (non per rimettere in sella vecchie supremazie) che disinneschi pericolose derive belliche già in itinere, dovrà porre mano politica ad alcune delle più stridenti e congenite contraddizioni della globalizzazione reale. Dalla liberalizzazione finanziaria agli assetti valutari, dalle macro-dicotomie territoriali e tra Paesi, ivi compresi gli sbilanci commerciali, alle verticalità delle multinazionali.
La Cina continua a perseguire una strategia commerciale basata soprattutto sulle vie marittime e sui porti della “collana di perle”, benché venga enfatizzata la via terrestre della Seta.
Essa, anche in virtù di investimenti nelle nuove tecnologie di medio-lungo termine non assillata da ritorni immediati, dispone comunque di un vasto entroterra su cui poggiare un eventuale riequilibrio a trazione interna. Se saprà resistere alle sirene che vorrebbero una sua maggiore apertura alle logiche finanziarie globali.
Al momento il punto critico, oltre a quello costituito dagli USA, è rappresentato dall'Europa, più precisamente dal sistema euro a dominanza tedesca. O il governo della Germania rinuncia, magari costretto dai popoli e Paesi europei periferici, al suo ruolo di supremazia nazionalistica ed ad un sistema valutario su misura di tale supremazia, rinunciando a farsi grande nel mondo sulle spalle dell'Europa periferica, o niente potrà salvare l'Unione Europea dalla disgregazione dovuta alle sue interne divaricazioni.
Certo, come argomenta Stiglitz, esistono molteplici misure e strumenti per ovviare alla mancanza dei presupposti necessari all'adozione di una moneta unica, risalenti all'epoca in cui fu varata. Ma sia la sua successiva pratica governance, sia l'opposizione all'introduzione a posteriori anche solo di una parte di tali misure e strumenti, mostrano come il nodo politico consista nella propensione teutonica alla supremazia nazionalistica, perseguita dai diversi governi, in sintonia con un blocco finanziario-industriale di storica compattezza.
Inutilmente questa politica si ammanta di europeismo e si cela sotto il manto della condanna indistinta del “populismo”, facendovi rientrare chiunque non voglia supinamente sottostare.
L'eurozona non è un luogo win win, in cui basterebbe seguire l'esempio di Berlino perché tutti possano vincere. Non è un maiale tutto di prosciutti.
E, nel frattempo, non ci si potrà aspettare che gli Stati Uniti stiano passivamente a guardare, pur essendo (o proprio perché sono) l'altro epicentro del traballante ordine mondiale da riordinare.
Note
1 Maria Teresa Cometto, “I giganti di Wall Street gonfiano la bolla? Un Nobel svela gli indizi”, Corriere della Sera, L'Economia, 12/06/2017. Dati e citazioni nel paragrafo sono tratti dallo stesso articolo.
2 Adotto questa definizione universalmente usata, nonostante sia evidente che le attività finanziarie non siano meno ”reali” delle attività di produzione di merci e servizi. Se non bastasse l'essenziale funzione sistemica “reale” della finanza, sono le conseguenze dei crolli finanziari sull'insieme economico a dimostrare quanto la finanza appartenga alla sfera del “reale”.
3 Riccardo Viale, “Il toro americano (scatenato o drogato)”, Corriere della Sera, L'Economia, 26/06/2017. Dati e citazioni nel paragrafo sono tratti dallo stesso articolo.
4 La legge Dodd-Frank, non paragonabile alla Steagall-Glass del 1933, abrogata durante la presidenza di Bill Clinton.
5 Il momento in cui Willy il coyote precipita è stato ironicamente paragonato al “momento Minsky”. Secondo la teoria di Hyman P. Minsky il momento del crollo non richiede necessariamente il sopraggiungere di shock esterni per verificarsi, essendo il risultato di una dinamica interna (endogena) al culmine di una economia capitalistica finanziarizzata.
6 Per “proteggere i contribuenti” da “inevitabili” azioni di salvataggio, giacché, come ironicamente ricorda l'ex governatore della Banca d'Inghilterra, Mervyn King, le banche sono “internazionali in vita, ma nazionali quando muoiono.”
7 Mohammed El Erian, (Chief Economic Adviser presso Allianz), “Tre rischi per la finanza: hi-tech, liquidità e regole”, Corriere l'Economia, 17/07/2017 .
8 J. M. Keynes, “Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta”, Cap. 23, Note sul Mercantilismo, ecc., Utet, 2010 (1926-1936).
9 Giacché i costi unitari diminuiscono all'aumentare della scala produttiva.
10 Per la maggiore efficienza derivante dalla specializzazione relativa di ciascun fornitore o/e del territorio-Paese in cui opera in filiera.
11 Attratte da un indice di redditività del capitale proprio del 25%, che secondo Deutsche Bank dovrebbe essere la norma.
12 J. E. Stiglitz, “L'EURO – Come una moneta comune minaccia il futuro dell'Europa”, Einaudi, 2017 (2016). Note 39 e 40.
13 Significativo è l'andamento del rapporto tra debito pubblico e Pil nei Paesi della zona euro. Nei PIIGS (tranne l'Irlanda) è aumentato più dal 2011-2016 che non dal 2007-2010; cioè il debito è aumentato di più nella seconda recessione, accompagnata da austerità, che non nella prima, accompagnata da politiche blandamente espansive e dal salvataggio delle banche. In Germania, dal 2011, si è invece ridotto di parecchio l'aumento del debito, tornato quasi ai livelli del 2007 (solo +4 punti di Pil). Dati e grafico in la Repubblica Affari&Finanza, 26/06/2017.
14 Dario Di Vico, Corriere L'Economia, “Distretti d'Italia. Da Verona a Bari è record con l'alleanza tra piccoli e big”, 26 giugno 2017. I dati in paragrafo sono tratti dal suo articolo.
15 Spesso l'enfasi sulle “eccellenze” a livello globale tende a nascondere i vuoti nelle sottostanti economie territoriali e nazionali.
16 Le citazioni in paragrafo sono tratte da Stefano Feltri, “Perché cresce l'ostilità alla globalizzazione”, il Fatto Economico, 5 luglio 2017.