domenica 24 settembre 2017

Minniti d'Oltremare

[Clicca sul titolo qui sotto se vuoi scaricare l'articolo in formato PDF]
(nel disordine delle cose)

Nel disordine delle cose
Per decenni ci é stato raccontato che la liberalizzazione migratoria, inizialmente soprattutto dall'Est europeo, avrebbe avuto prevalenti e generali effetti benefici: di rimediare al saldo demografico negativo; di consentire ai nuovi arrivati di occupare i posti oramai disdegnati dagli italiani e dai loro figli “schizzinosi” e “bamboccioni”; di garantire le entrate dello Stato e, con esse, il welfare, pensioni comprese.
Che le cose non stessero proprio in questo modo, o, per lo meno, che alla “generosità” dei governi non corrispondesse un vantaggio per tutti, si capì cammin facendo.
In Italia gli immigrati contribuiscono al Prodotto interno lordo per oltre 123 miliardi di euro (8,8%),1 ma, venendo pagati mediamente assai meno degli italiani per le medesime prestazioni lavorative (quando non devono accettare lavori in nero con paghe da fame) ed infoltendo le file dei disoccupati, inaspriscono la concorrenza al ribasso tra la mano d'opera meno qualificata. Nell'insieme ne derivano salari più bassi e maggiori profitti per le imprese, ma non una più elevata produttività.
Se è vero che ogni anno gli immigrati versano molto più del doppio nelle casse dell'Inps di quanto non ne percepiscano, le stesse fasce più penalizzate sul fronte lavorativo sono poi costrette a ripartirsi un welfare sempre più asfittico.
Era prevedibile che gli italiani più esposti all'impatto migratorio, abbandonati di fronte ai problemi, se ne risentissero. Com'era prevedibile che sul loro malcontento avrebbero fatto leva le forze politiche xenofobe identitarie, razziste e neofasciste contro le quali i “generosi” governi dicevano di voler combattere.
D'altronde vivevamo nell'esaltazione di una globalizzazione, la quale, per realizzarsi, invocava una “società aperta” universale, dove la libera circolazione dei capitali finanziari, gli investimenti ed il commercio senza ostacoli, implicavano, col localizzarsi funzionale ed integrato delle produzioni, ordinato da una supposta “razionalità del mercato”, una forza-lavoro che le seguisse. Ossia: lo spostamento dei lavoratori nei luoghi in cui era richiesta. Sicché, grazie a flussi migratori liberalizzati, domanda ed offerta di lavoro si sarebbero senz'altro incontrati laddove, convenendo agli investitori, sarebbe convenuto in definitiva a tutti quanti.
Questo atteso utopico “ordine”, con l'arrivo della crisi successiva al crack finanziario statunitense, si è tradotto nell'attuale “disordine delle cose”.
Benché, perseverando nell'attuale sistema economico-sociale, la sostenibilità del welfare europeo preveda entro il 2020 un “fabbisogno” di 42 milioni di immigrati entro il 2020 e di 250 entro il 2060,2 gli Stati-nazione delle aree più ricche si chiudono. Qualcosa nel calcolo economico espansivo ed in quello politico non torna più, se essi hanno iniziato a riconsiderare i confini come frontiere selettive e, nel palesarsi di logiche tanto apparentemente scomparse quanto abilmente nascoste, i muri si sono moltiplicati.
Alfine s'è scoperto che un Paese come l'Italia può accogliere solo coloro che è in grado di integrare, salvo una ridotta franchigia per chi deve essere salvato in mare, al quale però è sana prevenzione impedire d'imbarcarsi.
Se ne deduce che sviluppo e lavoro dovrebbero essere creati nei luoghi da cui partono i migranti, i quali perciò andrebbero “aiutati a casa loro”.
Ma come farlo?
Sinora le imprese ed i governi dei Paesi ricchi si sono distinti nel depredarli “a casa loro”, mentre, in parallelo, il sistema internazionale di aiuti allo sviluppo ed umanitari ha mostrato di essere inadeguato allo scopo, quando non direttamente funzionale al depredamento.
Forse perché è l'impianto generale della globalizzazione liberista a dover essere messo in discussione e rivoluzionato, a partire dagli assetti dei settori base, come quello agro-alimentare.
In queste pagine mi limiterò a considerare il portato politico del realismo pragmatico che, proponendosi di far fronte ad uno “stato di necessità” dai molteplici volti, estende la caccia ai trafficanti di esseri umani nel cuore dell'Africa. Il tutto nella reinterpretazione di una morale umanitaria “diversamente” ipocrita, lontana dagli occhi e dal cuore metropolitano.
Diffuso sentire
A luglio il tema dell'immigrazione prevaleva su tutto il resto nell'intenzione di voto.
Tra la maggioranza degli italiani si era diffusa l'opinione che l'accoglienza non spettasse solo a noi, ma a tutta l'Europa e non potesse essere, come appariva, illimitata. Con crescente ansia e preoccupazione venivano viste le immagini degli sbarchi di migranti, profughi dalle guerre, economici ed ambientali, in prevalenza provenienti dalle aree sub-sahariane, ma anche dal Corno d'Africa, via Libia.3 Le operazioni di salvataggio in mare erano approvate con minor convinzione e crescente perplessità. Spaventava un flusso in quantità ritenute non più sostenibili economicamente ed integrabili socialmente, esorbitanti rispetto alle possibilità di un Paese “lasciato solo dall'Europa” ed alle prese con la lunga coda della crisi.
Questo diffuso sentire ha travalicato ogni discussione sulla funzionalità dell'immigrazione allo sviluppo economico, ai conti pubblici ed al welfare, sull'accoglienza umanitaria, sul divenire multietnico e multiculturale della società.
A seguito delle misure intraprese sotto la regia del ministro Marco Minniti, che “in ritardo, ci dà ragione”, le forze favorevoli ai muri contro i migranti (poveri) hanno gridato vittoria, chiedendo divenissero ancora più drastiche.
Infine, con l'aiuto del presidente Mattarella, alle discordie emerse in seno alla stessa compagine governativa4 veniva messa una temporanea sordina e la strategia del ministro agli Interni diventava dottrina di Stato, a cui la Chiesa cattolica dava consacrazione. Dopodiché la legge sulla cittadinanza ius soli-ius culturae5 è stata rimandata a dopo la finanziaria. Il governo deve soppesare quanto convenga sul piano elettorale la sola buona intenzione, poiché manca una maggioranza parlamentare disposta ad approvarla.
Stato di necessità
La precedente linea tenuta da diversi governi, in particolare dal primo ministro Matteo Renzi, veniva sconfessata?
Oppure si stava semplicemente configurando uno “stato di necessità” politico, inevitabile conseguenza di decenni di liberalismo, di cui quello migratorio era componente utilissima solo per una parte sociale ed economica, eppure anche per essa non indispensabile?
Fatto sta che la retorica umanitaria governativa veniva rivoltata come un guanto: tanto si era buoni prima nel salvare ed accogliere, quanto adesso nell'impedire gli imbarchi, giacché il rischio d'annegare era annullato al suo sorgere.
Non è forse vero che, diradando gli attraversamenti dalla Libia, dal 9 agosto sono stati azzerati morti e dispersi su quella tratta?6
Dopo aver favorito le migrazioni prima da Est e poi da Sud, all'interno della globalizzazione, ora s'adotta la vecchia logica in base alla quale per resistere alle prevedibili derive anti-democratiche in modo così avventuristico ingenerate, sia necessario servirsi delle stesse misure sempre invocate da coloro contro i quali si dice di voler resistere.
In questo modo si punta a sottrarre terreno alle forze xenofobe, razziste e neofasciste, ma, così facendo, si scende sul loro terreno, innescando una gara a chi è più “coerente” nell'occuparlo.
In ogni caso sarà di conforto una ritrovata sovranità nazionale, seppur contro i deboli (a Sud), tanto da venire convalidata dai solerti partners europei che nei mesi precedenti ci avevano “lasciati soli”. Tra loro l'amica Francia che, con il beneplacito anglo-americano, volle l'aggressione alla Libia di Gheddafi, a cui una riluttante Italia finì per partecipare. Con il risultato evidente di aver precipitato il Paese africano nella disgregazione e nella guerra tra bande e, sottaciuto, di aver riportato l'orologio della storia ai tempi delle contese intra-europee per le terre d'Africa.
Anche qui è fatto valere uno “stato di necessità”: non si poteva permettere che una multinazionale made in Italy, l'Eni, perdesse le posizioni precedentemente acquisite con Gheddafi al potere, quando il Paese continua a vivere di energie fossili importate.
Esultiamo: siamo ritornati protagonisti, nostro malgrado ma coraggiosamente, sul “bel suol d'amore” e, in un contesto reso altamente instabile dall'incrocio di cento conflittuali interessi locali ed internazionali, ci esponiamo anche sul piano militare. E consoliamoci con cinico realismo: nel momento in cui scrivo è in corso un sostanziale blocco dei flussi dalla Libia, ad agosto diminuiti di oltre l'80 per cento, grazie a pragmatici filtri posti a Sud del Mediterraneo.
Filtri respingenti
Il flusso dei migranti s'è bloccato, o quasi, dopo l'ingiunzione del governo di Fayez al-Sarraj, istallato a Tripoli dalla comunità internazionale e fulcro dell'azione “stabilizzatrice” italiana, a non valicare il limite delle 97 miglia marittime (le acque territoriali sono di 12). Un'area presidiata dalla sua guardia costiera, finanziata con 46 milioni di euro dall'Unione europea ed addestrata al controllo delle frontiere, che non esita a sparare contro gli “intrusi”, ivi comprese le imbarcazioni di Médecins Sans Frontières (MSF). Data la decisione italiana di supportare, con navi militari alla fonda nel porto di Tripoli, l'azione di contrasto della marina di Sarraj alle partenze dei migranti,7 tutto si può dire, tranne che questo “autonomo” agire non sia concertato con Roma e Bruxelles.
Per i rischi connessi, la maggioranza delle organizzazioni non governative (ong), che avevano occupato un ruolo essenziale nel soccorso in mare, supplendo alle gravi carenze dell'operazione europea Triton-Sophia, ha dovuto rinunciare alla propria missione umanitaria o, dopo una temporanea sospensione, riprenderla in tono assai minore. Anche perché gran parte delle partenze sono impedite all'imbarco o poco più in là.
Ancora prima le ong erano state sottoposte ad una verifica di legalità della magistratura italiana e subito dopo, con inusuale tempestività, alle pressioni del governo Gentiloni che, avendo ereditato dal precedente governo Renzi l'obbligo di accoglienza nei soli porti italiani, ha loro chiesto di sottoscrivere il “codice Minniti” volto ufficialmente a contrastare i trafficanti, disciplinare le modalità di salvataggio e trasbordo, alla presenza di personale (armato) di polizia giudiziaria. Chi non firmava veniva “messo in coda”, se non escluso dal sistema di salvataggio facente capo alla Capitaneria di Porto di Fiumicino. [Vedi riquadro “Mare Nostrum, Triton e Sophia”].
Mare Nostrum, Triton e Sophia
Triton è un'operazione di sicurezza delle frontiere mediterranee dell'Unione europea condotta da Frontex, l'agenzia europea di controllo delle frontiere.
Subentra il 1° novembre 2014, nel presidio dei flussi di migranti, all'italiana Mare Nostrum, operazione varata nell'ottobre del 2013.
Mare Nostrum costava allo Stato italiano 9,5 milioni di euro al mese. Al momento del subentro, il bilancio di Triton è previsto a meno di 3 milioni mensili. Il passaggio a Triton comporta, per la sua inadeguatezza, un forte aumento delle vittime: da 1 persona morta su 53 migranti a 1 ogni 16.
Dopo un naufragio, avvenuto in acque territoriali italiane il 28 aprile 2015, con 58 morti accertati e 700/900 dispersi, la Commissione europea aggiunge 26,25 milioni di euro per Triton e Poseidon (missione gemella nell'Egeo) fino al termine del 2015 ed altri 38 milioni destinati solo a Triton per il 2016. Il tasso di mortalità si riduce ad 1 annegato ogni 427 migranti.
Nel giugno del 2016 Federica Mogherini (Alto Commissario Ue per gli affari esteri) lancia la missione Sophia, con un dispiego europeo di mezzi aerei e navali più ampio, il pattugliamento sino a 20-40 miglia a Nord della Libia, azioni di ostacolo ai trafficanti con azioni di intelligence e di addestramento della Guardia costiera libica, finanziata con 46 milioni di euro. Sophia conduce a buoni risultati sino all'entrata in vigore dell'accordo tra Turchia ed Ue che sancisce la chiusura della rotta balcanica. Sale, di conseguenza, il numero di coloro che sono indotti a percorrere la via libica e la media degli annegamenti: 1 migrante ogni 38.
Sia in Triton che in Sophia, il coordinamento delle operazioni di salvataggio in mare è affidato alla Capitaneria di Porto della Guardia Costiera italiana a Fiumicino, che impiega tutte le imbarcazioni rese disponibili dai diversi Paesi e, oltre a queste, dalle organizzazioni non governative (ong), senza le quali il disastro umanitario assumerebbe proporzioni ben maggiori.
Da Triton in poi, il comando italiano delle operazioni europee è ottenuto dal governo Renzi (2014) con il corrispondente impegno ad accogliere e mettere al sicuro nei porti italiani “tutte le persone intercettate nell'intera area operativa” (allegato 3 del piano).
Ora, poiché la legalità sovrana è esercitata dal governo italiano e pure dal governo Sarraj, legittimo per benedizione internazionale, l'unica situazione fuori da ogni legalità e dignità umana è restata quella in cui si trovano ingabbiati più di 400mila migranti, concentrati nei campi libici.8 La maggior parte di essi è controllata dai trafficanti e dalle varie fazioni in guerra;9 solo 34, una minima parte, è gestita dal governo Sarraj e dai 14 sindaci interlocutori del ministro Minniti, per un totale di 15mila migranti “custoditi”, e fra questi non tutti sono accessibili dalle preposte agenzie delle Nazioni Unite,10 nonché alle organizzazioni umanitarie.
Del loro destino dice di volersi occupare, in seconda battuta, l'Unione europea, in ripetizione del prototipo costituito dall'accordo con la Turchia del 18 marzo 2016, che trattiene sul proprio territorio, a pagamento comunitario, migranti e fuggitivi dalle guerre già impossibilitati a battere la via balcanica. A Nord della Grecia e della Serbia le giovani democrazie mitteleuropee avevano eretto muri anti-immigrati di filo spinato, nello spirito di Visegrad.11
Ma, a differenza della Turchia, la Libia attuale risponde almeno a “due governi, due parlamenti e 140 tribù” (Emma Bonino); diverse fazioni militari si combattono reciprocamente cambiando alleanze da un giorno all'altro, certamente invischiate nella tratta dei migranti e nei derivanti incassi mafiosi.
Corpi schiavi nel viaggio
Quando un magistrato sollevò, al cospetto di una Commissione parlamentare,12 il problema costituito dalle modalità di soccorso in mare di alcune ong, la maggioranza dei grandi organi d'informazione gridò allo scandalo: si gettava discredito su tutta un'opera umanitaria meritoria per assecondare coloro che, da casa nostra, volevano far affogare i migranti in mare. Il governo non aveva ancora cambiato verso umanitario, ma si preparava a farlo.
Successivamente, da indagini e prove emerse che almeno una delle ong, Jugend Rettet,13 aveva interpretato il proprio ruolo in modo tanto conseguenziale quanto “estremista”. Invece di seguire l'iter prescritto di intervento in caso di acclarata emergenza, pare si sia accordata “di fatto” con gli scafisti per trasbordare i migranti senza attendere che le loro imbarcazioni andassero alla deriva e rischiassero di colare a picco con il loro carico umano. In tal modo avrebbero però agevolato l'agire degli scafisti ed incentivato il traffico illegale, permettendo loro di organizzare numerosi trasporti su più brevi tragitti “concordati”, non rischiare i loro incerti gommoni motorizzati e persino di recuperarli per poi riusarli.
La magistratura siciliana ha doverosamente intravvisto in queste modalità di salvataggio il reato di “favoreggiamento dell'immigrazione clandestina”, essendo tenuta a far rispettare la legge contro i trafficanti di esseri umani e le loro associazioni mafiose, quindi ogni collaborazione con esse, seppure motivata da superiori finalità morali.
Sullo sfondo permane il fatto che, con corridoi legali assai poco capienti14 o totalmente assenti, i migranti sono costretti a rivolgersi ai trafficanti, gli unici a rispondere alla “domanda di trasporto”, ovviamente per vie illegali. Questa funzione di trasferimento, attraverso la Libia e dalla Libia, si svolge in uno spazio geografico e temporale nel quale i migranti sono in loro totale balia. Privati di ogni libertà personale, corpi schiavi nella moderna tratta, sempre sottoponibili ad ogni tipo di vessazione da parte dei loro custodi nei campi di detenzione: lavoro coatto, punizioni corporali e torture, stupri, sequestro delle donne stuprate con richiesta di riscatto alle famiglie d'origine.
Davvero una condizione abominevole ed atroce.
Trasmutazione
I migranti, quando abbandonano i loro Paesi d'origine, sono per lo più consapevoli di quanto li attende e di rischiare in ogni momento la vita. Quindi dev'essere ben grave la loro condizione, sia essa di guerra o/e di miseria-emarginazione, se ciò nonostante decidono di farlo. Nei Paesi di partenza perdere la vita per una qualsiasi ragione (guerra, scontri tra gruppi armati, bande di razziatori, malattie da noi curabilissime, ecc.) non è un evento inconsueto e straordinario, ma routine quotidiana.
Nella disperazione in cui sono stati ridotti, il fatto che l'emigrazione privi i loro Paesi delle più vitali energie per intraprendere una propria via di sviluppo e sia un effetto (il cosiddetto “svuotamento”) pianificato dal liberalismo, semmai venga considerato, è giocoforza trascurato. I migranti sperano, una volta superate le tribolazioni del viaggio, comprese le drammatiche incertezze dell'ultimo tratto marino, di raggiungere il suolo dei Paesi ricchi, di cui l'Italia nel caso è primo approdo.
La trasmutazione logistica in merce-lavoro dei migranti salvati, offerta sul libero mercato europeo della manodopera, dovrebbe avvenire per legalizzazione nei porti italiani. Solo ad essi è affidato il dovere di accoglienza, secondo accordi sottoscritti a livello europeo. La successiva identificazione è, in base alle regole stabilite a Dublino, sempre compito del primo Paese di arrivo.15
Stando alle dichiarazioni dell'ex ministra Emma Bonino [vedi riquadro “Emma ci dice”], il monopolio italiano dell'accoglienza-identificazione venne assunto dal governo Renzi “in violazione degli accordi di Dublino”. Per quale motivo tanta “disponibilità umanitaria”? Solo per ottenere il comando delle operazioni europee di Triton?

Emma ci dice

3 luglio 2017, Emma Bonino al Giornale di Brescia:
«Nel 2014-2016 che il coordinatore fosse a Roma, alla Guardia Costiera e che gli sbarchi avvenissero tutti quanti in Italia, lo abbiamo chiesto noi, l’accordo l’abbiamo fatto noi, violando di fatto Dublino.»
«All’inizio non ci siamo resi conto che era un problema strutturale e non di una sola estate. E ci siamo fatti male da soli. Un po’ ci siamo legati i piedi e un po’ francamente abbiamo sottovalutato la situazione.»
Con la Libia, «non si può fare un accordo, ammesso che sia accettabile, semplicemente perché ha due governi, due parlamenti, 140 tribù.» (...) «Una delle cose di cui sono più orgogliosa è Mare Nostrum (…) Sono convinta che sui cadaveri non si costruisce niente. Poi non l'abbiamo voluta più perché era troppo cara. Poi è intervenuta l’Ue prima con Triton e poi con l’operazione Sophia
Non senza ragione, Luigi di Maio di M5S ha avanzato l'accusa che, sottobanco, il governo Renzi abbia in realtà contrattato un occhio più benevolo, “elastico”, della Commissione di Bruxelles sui nostri sforamenti percentuali di bilancio.
Comunque sia, il cumulo degli accordi europei sottoscritti, prima a Dublino dai governi Berlusconi (2003 e 2011) e dal governo Letta (2013) e poi per Triton dal governo Renzi (2014), ha lasciato l'Italia “con il cerino in mano”, avendo messo il Paese nella condizione di unico luogo legale Ue di sbarco-accoglienza-identificazione per il flusso migratorio proveniente dalla Libia, divenuta la via obbligata pure per tutti coloro che non potevano più passare dalla Grecia e dai Balcani.
Il compito che i governanti italiani si erano assunti, per spirito gregario e per contropartite inconfessabili, è reso oltremodo complicato dalla distinzione tra “profughi aventi diritto di asilo”16 e “migranti economici” forzatamente illegali. I primi dovevano venire distribuiti nei diversi Paesi Ue, ma, pure rispondenti ai requisiti di diritto, il “sistema quote” dell'Unione non trova pratica attuazione. Mentre per i secondi siamo nella totale assenza di reali prospettive.
Ne deriva che una parte degli sbarcati si sottrae all'identificazione, poiché ciò li vincolerebbe a restare in territorio italiano nonostante sia diretta a Nord della penisola, dove ci sono più opportunità di lavoro. Essi si disperdono sul territorio alla chetichella per tentare, all'occasione, di passare oltre le sigillate frontiere settentrionali. Mentre gli “identificati” sono ospitati in un sistema di accoglienza decentrato, incontrando la resistenza non solo delle amministrazioni locali di centro-destra, ma talvolta anche di quelle di centro-sinistra.
Inconfessabili amicizie
Sul litorale tra Sabrata e Zawiya, per un centinaio di chilometri ad Ovest di Tripoli, partivano, e partono in numero ridotto, la maggior parte delle imbarcazioni di migranti dirette verso l'Italia. Lì è situato anche il terminal dell'Eni.

La guardiania del terminal e dell'annesso compound è stata appaltata alla famiglia Dabbashi (500 miliziani) dalla Mellitah Oil and Gas, società controllata in joint-venture da Eni e Noc (compagnia statale passata al governo Sarraj). Questa milizia è invischiata da anni nel traffico di migranti, insieme ad un altro contractor di Noc, la milizia di Mohammed Kashlaf, ed al comandante dei guardacoste al-Bija. Arrestati e ridotti alla fame, i migranti sono costretti a lavorare in affitto, spesso nello stesso settore petrolifero. Dopo un periodo variabile che può durare anni, essi, adeguatamente spremuti, ottengono l'agognato passaggio in mare: nel prezzo del biglietto è inclusa la mazzetta per il comandante dei guardacoste al-Bija, che seleziona ed autorizza.
Per quale motivo la guardia costiera libica è diventata d'acchito così efficiente nell'impedire il traffico?
Sono arrivati alle milizie, riferisce il britannico Middle East Eye,17 5 milioni di euro dall'Italia ed altre utilità per la milizia di Kashlaf dai servizi segreti italiani. A confermare l'accordo italiano con i trafficanti e nella sostanza quanto asserisce Middle East Eye, concorrono altre fonti: le agenzie Reuters ed Associated press,18 il Corriere della Sera.19 Secondo Ap le milizie coinvolte sono la “Brigata 48” e la “Brigata del martire Anas al-Dabashi”:
«L'integrazione ufficiale delle due milizie tra le forze di Serraj permetterebbe all'Italia di lavorare direttamente con loro visto che non sarebbero considerato come trafficanti ma parte del governo riconosciuto».
Il ministro Minniti ha chiesto alle ong di sottoscrivere un protocollo ufficiale contro i trafficanti mentre si accordava sottobanco con questi ultimi, pagandoli, per poi integrarli nella legalità di un governo messo in piedi grazie ai buoni uffici di Roma.
Sarebbe troppo accusarlo di coprire la propria strategia, avente lo scopo principale di difendere gli interessi di una multinazionale italiana (Eni) e di respingere i migranti, con la finzione della lotta ai trafficanti per evitare morti nel Mediterraneo?
Sarebbe troppo attribuirgli metodi neo-coloniali?
Umanitarismo a seguire
Non si può imputare il ministro Minniti di avere di mira le ong e la loro opera di soccorso: esse furono semplicemente utilizzate per sopperire alle carenze europee e, finito il loro uso ed abuso, sono di conseguenza messe in libertà.
D'altro canto è ipocrita anche affermare che il codice di comportamento loro sottoposto fosse finalizzato al ripristino di legalità e ad evitare tragedie, se teniamo conto degli accordi con i trafficanti (ovviamente smentiti dal governo), pagati per porre un primo filtro ai passaggi in mare, in attesa di incorporarli nell'apparato del governo di riferimento.
Cronologia di un successo
18 marzo 2016 – Il prototipo: accordo tra Unione europea e Turchia, alla quale vengono dati 6 miliardi di euro per sigillare la frontiera con la Grecia e chiudere la rotta balcanica. Il flusso migratorio si riverserà per lo più sulla rotta libico-italiana.
[30 giugno 2017 – Rispetto al 2016 viene registrato un aumento di immigrati dalla Libia nel primo semestre 2016 di +18,7%, con un totale di 83.360 sbarcati.]
21 maggio 2017 – Prima riunione del ministro Minniti con i colleghi di Libia, Niger e Ciad per la costruzione di centri di accoglienza in Niger e Ciad dei migranti irregolari conformi agli standard umanitari e per promuovere lo sviluppo di una economia legale alternativa a quella dei trafficanti. Implicito il ricorso a finanziamenti italiani e/o europei per bloccare a Sud i flussi migratori.
13 luglio 2017 – Prima riunione a Tripoli tra Minniti, 14 sindaci libici ed il governo di Fayez al-Sarraj. Informalmente coinvolto anche il governo cirenaico del generale Haftar.
26 agosto 2017 – Seconda riunione a Roma. Nella dichiarazione congiunta: “La Libia guarda con aspettativa al tempestivo sostegno dell'Italia e della Ue ai progetti già proposti e che saranno proposti in futuro, finalizzati al miglioramento delle condizioni di chi vive nelle aree colpite dai traffici.”
28 agosto 2017 – Riunione a Roma dei ministri dell'Interno di Italia, Libia, Ciad, Mali e Niger. Ribadita la cooperazione contro i trafficanti e nel rispetto dei diritti umani di rifugiati e migranti. I progetti di sviluppo potranno valersi dei finanziamenti del Trust Fund Ue per l'Africa.
28 agosto 2017 – Vertice europeo a Parigi. Germania, Spagna e Francia, grazie ad Angela Merkel, si dicono disponibili a sostenere l'approccio italiano. Non più hotspots in Italia, ma in campi Onu in Africa, dove effettuare la distinzione tra migranti economici e rifugiati. La Merkel afferma che “il sistema di Dublino va rivisto, perché sfavorisce i Paesi d'arrivo.”
Marco Minniti non è uno sprovveduto. Ha programmato la sua strategia in due tempi [vedi riquadro “Cronologia di un successo”]. Una volta posto un primo filtro sulla costa, si tratta di porne altri più a Sud, in Libia ed ai sui confini meridionali, e persino nei Paesi d'origine in Africa occidentale. Perciò occorreva coinvolgere i diversi soggetti libici, nonché i governi delle ex colonie francesi di Ciad, Mali e Niger.
Sapendo che tutto ciò avrebbe comportato un notevole costo, bisognava ottenere il consenso dei più importanti governi euro-occidentali, se l'Italia non voleva accollarsi tutti gli esborsi necessari.
Gli obiettivi dichiarati sono:
  • creare “centri di accoglienza” in Libia del tipo dei Cie italiani, nei quali separare i “profughi aventi diritto” dai migranti economici da respingere, ovvero i famosi hotspots voluti dall'Unione europea;
  • per assicurare standard umanitari minimi in questi centri, coinvolgere l'ONU, ossia OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) e UNHCR (profughi e rifugiati), nonché estendere la missione delle ong operanti in Libia negli ospedali e a protezione dell'infanzia;
  • promuovere un'economia legale alternativa a quella dei trafficanti per assorbire la manodopera da loro reclutata, anche avvalendosi dei fondi europei per lo sviluppo in Africa.
Stando alle parole dello stesso Minniti:
«sui diritti umani garantiti a chi non parte più mi gioco la faccia».20
Una faccia già rimasta imperturbabile nel sovvenzionare i trafficanti per trasformarli (quanto a lungo?) in controllori di se stessi. Una faccia che conferisce disinvoltamente patenti di legalità alle milizie artefici del traffico e che, tramite il vice-ministro degli Esteri Mario Giro,21 chiede ora alle ong operanti in Libia di aderire ad un piano di 6 milioni di euro, stanziati dalla Agenzia per la Cooperazione allo sviluppo, volti a fornire i campi libici beni di prima necessità, in attesa di affidare loro la gestione diretta dei campi medesimi.
Si corre il “rischio di strumentalizzazione dell'azione umanitaria”?22 Forse è il caso di riconsiderare il ruolo delle ong, che troppo spesso accettano di svolgere funzioni umanitarie in strategie che di umanitario hanno giusto la loro copertura.
Ministro d'Oltremare
È sintomatico che il ministro agli Interni si occupi in modo così ampio di affari internazionali e metta in secondo piano l'attività del ministero degli Esteri. Sembrerebbe un'anomalia, una indebita “invasione di campo”, ma non lo è. Egli non abbandona mai il terreno suo specifico: perseguire il traffico mafioso di esseri umani, spingendosi, come ritiene suo compito, sin nel cuore dell'Africa.
Ed è proprio in questo che si palesa l'approccio politico del suo ufficio e lo sbocco effettivo del suo pragmatismo che, da “necessariamente” cinico qual è stato sinora, vorrebbe diventare umanitario.
Il ministro degli Interni ragiona in termini di sicurezza, perché è un “tecnico della sicurezza”, “un militare”, secondo Massimo D'Alema, nel cui governo si occupava di servizi segreti. “Un'altra sua passione”, coltivata dai tempi in cui con Francesco Cossiga creò l'Icsa, Intelligence Culture and Strategic Analysis, una fondazione per studiare ed allevare lo spionaggio per conto della Nato.
Quando inoltra i poteri di polizia e di servizi di intelligence al di fuori dei propri confini, estende di fatto un fondamentale esercizio di sovranità dall'Italia a territori d'oltremare. L'etichetta “cooperativa” può bastare al governo di Tripoli, ma non a quello di Tobruk del generale Khalifa Haftar. Nell'incontro con lui avuto a Bengasi, il 5 settembre, Minniti ha esortato i libici a “non apparire come uno stato canaglia”, un invito che sa di ammonimento in stile alleanza atlantica.
Ma cosa accadrebbe, se le navi della marina militare italiana, oggi in acque libiche, venissero per qualche ragione attaccate da una qualsiasi milizia? Che ne sarebbe dei “vincoli di mandato” a cui la missione è sottoposta dal parlamento italiano?
Per evitare una pericolosa deriva bellica potrebbero non bastare le prebende erogate alle varie milizie ed ai potentati locali, visto che – è facile presumerlo – i ricattatori alzeranno la posta e la questione migratoria si è venuta ad intrecciare con un disordine libico originato sia dalle contese per accaparrarsi le fonti energetiche del “bel suol d'amore”, sia per il protagonismo di governi come quello egiziano di Al-Sisi [nella foto].

D'altro canto, l'uso della ragione umanitaria si è già prestata a tragici stravolgimenti. Assai breve è stato il passaggio tra l'esercizio del “diritto d'ingerenza umanitaria” e la “guerra umanitaria”. Ossimoro di cui si è ammantato l'espansionismo della massima potenza d'Occidente che, in quanto “poliziotto del mondo” - non a caso una estensione planetaria del criterio di sicurezza - etichetta ogni suo nemico statuale come “canaglia” per poi auto-concedersi il diritto di aggredirlo per salvare il mondo.
Non è cominciata così la sequela dei disastrosi interventi in Medio Oriente ed in Nord Africa?
Mascherature
Il problema delle migrazioni internazionali non può essere affrontato dal punto di vista prevalente della lotta ai trafficanti, quand'anche essa venga condotta con strumenti economici volti a sottrarre loro la manovalanza degli addetti, impiegandoli in attività alternative legali. Il traffico si prosciuga non già eliminando i trafficanti ma le ragioni per le quali si emigra e si fugge, ossia le radici del traffico.
È persino banale ricordarlo.
Offrire un'alternativa all'economia del traffico è un pannicello caldo,23 giacché l'entità dei disastri in tanta parte dell'Africa è di tale ampiezza e profondità che la manovalanza alle mafie che praticano il traffico assai difficilmente verrà a mancare, alimentata dalle stesse cause che spingono centinaia di migliaia di persone a fuggire.
Quanto alla creazione di centri simili ai nostri Centri di identificazione ed espulsione (Cie) in territorio africano - in Italia dalla gestione non proprio irreprensibile24 - l'intento sembra non tener conto che nella zona Ovest dell'Africa esiste un'area, somigliante alla Schengen europea, denominata Ecowas, comprendente 15 Stati membri, in cui i cittadini possono circolare liberamente.
Sul piano ufficiale il governo Gentiloni-Minniti conta, attraverso la cooperazione con i governi di Mali, Niger e Ciad, sovvenzionata dall'Ue, di bloccare i flussi ancora più a Sud, anche dalla Nigeria. Quest'ultima, primo Paese (21%) di provenienza dei migranti sbarcati, non è stata coinvolta nella “cabina di regia” italo-africana organizzata dal ministro Minniti.
In quel Paese l'attività dell'Eni, come di altre multinazionali dell'energia, concorre a generare le cause delle migrazioni. Non è privo di significato il fatto che Eni, nei suoi massimi dirigenti, sia accusata dalla magistratura milanese di “corruzione internazionale” per l'acquisizione del giacimento nigeriano Opl 245. Per analoghe ragioni altre indagini hanno riguardato il cane a sei zampe in Algeria e Congo.
Ecco una pratica dimostrazione di come i migranti vengano aiutati “a casa loro”.
Finanziare “progetti di sviluppo” alternativi all'economia del traffico, in cabina di regia con le élites africane al potere, endemicamente corrotte, che hanno dato prova di subalternità compradora verso i governi occidentali e le loro protette multinazionali, appare come una formale mascheratura del pagamento di un sostanziale servizio di respingimento dei migranti svolto sempre più a Sud.
Coloro che plaudono all'efficacia del “pacchetto Minniti” sono inebriati dalla momentanea efficienza del filtro libico e dalla ripresa di un ruolo forte dell'Italia, non più succube delle mire francesi sulla Libia e del gioco a scaricabarile dell'Unione europea. E non vedono altro. Costoro sembrano non accorgersi della precarietà dei risultati acquisiti nella esecuzione della prima fase del “pacchetto”, sia della aleatorietà delle promesse umanitarie a seguire, sia delle conseguenze di una sovranità legale sì ripristinata in patria ma estesa oltremare in un contesto di guerre intestine alimentate da mire neo-coloniali.
Scivolamenti
La cooperazione internazionale suppone l'autonomia dei Paesi partecipanti. La Libia di Gheddafi era relativamente indipendente dall'Occidente, perciò il suo regime è stato attaccato e rovesciato. Poi lui stesso assassinato, prima che potesse profferir parola davanti al mondo.
Attualmente, né il governo tripolitano di Sarraj né quello cirenaico di Haftar sono nelle condizioni di poter esercitare minimi livelli di autonomia, se non negli angusti margini concessi dai loro patrocinanti esteri. Qualora uscissero da questi margini sarebbero dichiarati “canaglia” e trattati di conseguenza come il loro predecessore.
Una volta accettato il coinvolgimento nell'aggressione, avendo da difendere posizioni d'interesse acquisite anche nell'ambito di un negoziato che andava a chiudere un lungo contenzioso post-coloniale, scivolare nella contesa neo-coloniale è stata l'ovvia conseguenza. Una contesa accettata poi per uno “stato di necessità” pre-costruito tramite la guerra, ma in completo contrasto con la nostra Costituzione che ne vieta il ricorso, concependo la cooperazione internazionale in modo opposto a quello praticato.
Sgomberi metropolitani
A metà agosto le forze dell'ordine hanno sgomberato un palazzo a Roma, tra via Curtatone e piazza Indipendenza.

La vicenda è densa di risvolti che superano le modalità dello sgombero e le polemiche del momento. È stata scoperchiata una situazione diffusa per cui in Italia coloro che non hanno un tetto, italiani ed immigrati, rifugiati e non, sono costretti ad occupare case per averlo. Costretti all'illegalità sono spesso vittime nel corso delle occupazioni dell'installarsi di sistemi illegali di gestione, quando non irretiti, sin da prima, da vere e proprie mafie, a capo del racket delle occupazioni abusive.
Secondo uno studio effettuato nel 2016,25 su un totale di 750 mila alloggi di edilizia residenziale pubblica, circa 48 mila risultano occupati, e tra essi l'81% con la forza. Tra il 2004 ed il 2013 il fenomeno è cresciuto del 20,9%, interessando il Mezzogiorno per il 53,4%, il Centro per il 36,5% e coinvolgendo anche l'area milanese.
Agenzie immobiliari criminali gestiscono il business delle occupazioni, in cui vengono coinvolti in particolare gli immigrati. Esse preferiscono, per rallentare i tempi della giustizia, dare la precedenza ai casi più bisognosi, che sono anche i più da loro ricattabili. Particolarmente odiose sono poi i casi di occupazione di alloggi già abitati che costringono gli “sloggiati”, per ritornarne in possesso, a tempi di attesa piuttosto lunghi, visto l'intasamento dei tribunali.
Alle amministrazioni locali non può essere chiesto di creare corsie privilegiate per coloro che vengono sgomberati dalle forze dell'ordine, saltando le graduatorie stabilite per le assegnazioni. D'altro canto, agli sfollati deve essere dato dalle autorità almeno un tetto in strutture adibite allo scopo, senza costringere le persone alla strada.
Ci si può chiedere: perché si è lasciato incancrenire il problema della casa, in un Paese dove sono vuote 7 milioni di abitazioni, mentre aumenta non la popolazione ma il consumo di territorio agricolo a causa dell'urbanizzazione selvaggia?
Se i vari governi hanno praticato un laissez-faire tale da consentire al racket delle occupazioni di prosperare, non è stata fatta solo una scelta di “disordine pubblico”, ma pure una politica di concorrenza e divisione tra poveri e più poveri. Ambedue le scelte convergono, salvo spendere belle parole solidali di totale ipocrisia, nel fornire una base di risentimento di cui si avvalgono coloro che seminano xenofobia e razzismo contro gli immigrati.
E qui giunge un punto di verifica dirimente dell'attivismo del ministro d'Oltremare, tanto potente in Africa nel coordinare supposte politiche umanitarie di sviluppo alternativo, quanto impotente in territorio metropolitano ad andare oltre gli sgomberi di polizia. Eppure, in questo caso, Minniti non avrebbe che da chiedere la cooperazione della cabina di regia alla quale abitualmente partecipa: il Consiglio dei Ministri. In tal caso, tuttavia, per metter mano ad un piano casa adeguato, non di nuove costruzioni ma di utilizzo degli alloggi vuoti, il governo dovrebbe aprire un capitolo per massicci nuovi investimenti sociali. Invece di procedere nello smantellamento del welfare, dovrebbe rifinanziarlo, incontrando la prevedibile opposizione di Bruxelles. E Mutti Merkel sarebbe d'accordo nel chiedere il doveroso rispetto dei vincoli di bilancio.
Va sottolineato
Delle vicende riportate sottolineo alcuni aspetti:
  1. i sepolcri imbiancati dell'umanitarismo sono passati dalla “generosità” verso l'immigrazione, sulla pelle degli strati più deboli dei Paesi d'accoglienza, alla politica dei respingimenti con filtri posti sempre più a Sud a diretto danno dei migranti;
  2. le politiche del lavoro e di spesa sociale (per la casa innanzitutto) hanno ampliato il lavoro malpagato, in nero e gli spazi offerti alle mafie, incentivando la conflittualità tra poveri e più poveri, nonché tra italiani ed immigrati;
  3. in successione sia il liberalismo migratorio che il blocco posto a Sud hanno rafforzato le forze xenofobe, razziste e neo-fasciste;
  4. le organizzazioni non governative sono strumentalmente utilizzate per coprire strategie politiche anti-umanitarie e sono di fronte alla scelta se farne parte o divincolarsi da esse e come farlo;
  5. l'affermazione della legalità e della sovranità italiane è andata oltre i propri limiti costituzionali per inoltrarsi oltremare, assumendo logiche neo-coloniali con rischi di coinvolgimenti bellici;
  6. l'impegno umanitario “a seguire” in Libia e l'idea di “aiutarli a casa loro” in Africa sono contraddetti dai fatti e dagli interessi sostenuti nella pratica di governo;
  7. la globalizzazione, sostenuta dagli internazionalisti della finanza e delle multinazionali, è in crisi e mette in questione l'umanitarismo (sistema di aiuti umanitari), tramite il quale essa pretendeva di sopperire ai disastri che generava nel suo compiersi.
Europa fortezza
Tra mille litigi, l'Europa sembra trovare un unico punto di convergenza unitaria sul fronte Sud, nella politica dei respingimenti. Negata a parole, essa si attua: alle frontiere terrestri della nostra penisola, da Ventimiglia al Brennero; a Nord della Grecia e della Serbia, con i muri di filo spinato sulla rotta dei Balcani, completati dall'accordo con la Turchia.
Ora, chiusa ad Est e, momentaneamente, al centro del Mediterraneo la pressione migratoria si accentua verso Ovest ed investe le enclavi spagnole in Marocco, cercando di valicare le barriere anche qui di filo spinato, pagate dall'Ue ed innalzate sotto l'egida di Frontex, nonché sul mar Nero a Sud-Est.
Quando si consideri l'effetto delle stragi terroristiche ad opera del fondamentalismo jihadista, tutto sembra oramai congiurare verso l'affermazione della paventata “fortezza Europa”.
Come siamo giunti a questo punto varrà lo sforzo di un'ulteriore approfondimento.

Note
1 Rapporto Caritas del 2015.
2 Rapporto di Credit Suisse del 2015.
3 Tra le circa 181mila persone sbarcate in Italia nel 2016, i Paesi di maggiore provenienza sono nell'ordine: Nigeria (21%), Eritrea (12%), Guinea, Gambia e Costa d’Avorio (7%), Senegal (6%), Sudan e Mali (5%).
4 A fine agosto il ministro Orlando si è “smarcato”, avanzando delle critiche alle affermazioni di Minniti sulla situazione di emergenza democratica in cui si sarebbe trovata l'Italia ed alla quale il suo pacchetto di misure avrebbe posto rimedio. Il ministro Del Rio, dopo alcune critiche agli inizi d'agosto, è ritornato ad esprimere il proprio dissenso a metà settembre.
5 La legge ius soli-ius culturae dal punto di vista di principio è condivisibile e doverosa. Tuttavia, nel merito, presenta alcuni punti discutibili, tra cui, ad esempio, il disallineamento rispetto ad analoghe normative adottate da altri Paesi europei.
6 Ma non all'interno delle 96 miglia marine sorvegliate esclusivamente dalla guardia costiera libica del governo Sarraj.
7 Nella sola prima decade di agosto il blocco alla partenza della Guardia costiera libica ha riguardato circa 1.300 persone.
8 400mila sono i contabilizzati dal governo di Tripoli, ma, riferisce “Avvenire” il 3/09/2017, in realtà i migranti intrappolati sarebbero quasi 1 milione.
9 Secondo UNICEF solo a Tripoli sono almeno 13.
10 Si tratta di UNHCR (United Nations High Commissioner for Refugees), l'Agenzia dell'ONU specializzata nella gestione dei rifugiati che opera in collegamento con l'Organizzazione mondiale per le migrazioni (OIM).
11 Il Gruppo di Visegrad comprende: Polonia, Ungheria, Cechia e Slovacchia.
12 A fine aprile, Carmelo Zuccaro, procuratore capo a Catania.
13 La procura di Trapani ha messo sotto sequestro la nave Iuventa di Jugend Rettet.
14 A fine agosto le persone che hanno potuto fruirne sono state circa 900.
15 Il regolamento di Dublino III (2013/604/CE) si applica a tutti gli Stati membri ad eccezione della Danimarca. È entrato in vigore il 19 luglio 2013. Si basa sullo stesso principio dei due precedenti regolamenti: il primo Stato membro in cui vengono memorizzate le impronte digitali o viene registrata una richiesta di asilo è responsabile della richiesta d'asilo di un rifugiato. Ad avallarlo per l'Italia fu il governo Letta, ma in precedenza, Dublino 2003 e Dublino 2011, furono sottoscritti da Berlusconi con la Lega Nord al governo.
16 A giugno il 58% delle richieste d'asilo sono state respinte. Poiché nel 2016 più di 46mila persone hanno fatto ricorso, il governo ha decretato misure più stringenti, ovvero di “snellimento” dell'iter processuale. Negli ultimi 4 anni solo 15mila domande di asilo sono state accolte, mentre, in deroga alla normativa sulla richiesta di soggiorno, sono stati accordati 150mila permessi di soggiorno.
17 Del reportage di Middle East Eye e di quanto contenuto nel paragrafo ha scritto Guido Rampoldi, “L'Italia blocca i migranti, ma finanzia di trafficanti”, il Fatto Quotidiano, 30 agosto 2017.
18 Vedi anche Domenico Romano, “Accordo tra l'Italia e le milizie per fermare i migranti in Libia”, il Manifesto, 31 agosto 2017.
19 Lorenzo Cremonesi, “Migranti e scafisti, cosa accade davvero in Libia – Nel covo di zio Dabbashi. Così il principe degli scafisti ha schierato le sue milizie per fermare i migranti”, Corriere della Sera, 9/09/2017. Nel reportage si conferma che il capo della brigata Ahmad Dabbashi, “collaboratore di primo piano del governo italiano”, avrebbe ricevuto 5 milioni di euro per il suo nuovo servizio.
20 Marco Minniti a Marina di Pietrasanta, alla festa de “il Fatto Quotidiano”, domenica 3 settembre 2017.
21 Francesca Schianchi, “I campi dei migranti in Libia sotto il controllo delle Ong. Il piano proposto dal viceministro degli Esteri Giro ai volontari”, La Stampa, 8/09/2017.
22 Marco Bertotto responsabile Advocacy di Medici Senza Frontiere all'Huffigton Post, “Msf al governo: 'Bandi per gestire i campi profughi in Libia? No, grazie: facciamo da soli già da un anno'”, “Non accettiamo fondi da chi crea il problema: è controsenso", 8/09/2017.
23 Il 7 settembre, Minniti ha dichiarato al britannico Guardian: “Siamo molto trasparenti, dovevamo aiutare le comunità a liberarsi dai trafficanti per produrre un reddito alternativo.”
24 Il tribunale di Bari ha qualificato il Cie di Bari, chiuso nel 2016, come un luogo assimilabile ad campo di concentramento nazista (Auschwitz) o ad una prigione di massima sicurezza statunitense (Guantanamo e Alcatraz).
25 Analisi di Federcasa, in collaborazione con Vpsitex e Nomisma.

domenica 13 agosto 2017

Sinistra liquida

[Clicca sul titolo qui sotto se vuoi scaricare l'articolo in formato PDF]

in una società che non accetta di essere liquidata

Ciò che un episodio parlamentare, la contesa con la Francia e la crisi bancaria mettono in luce - Discussioni in politichese e scelte che incombono sulla sinistra che si vuole riaggregare - Nella devertebrazione del capitalismo industriale nazionale e dello Stato, forte è il potere finanziario bancocentrico con le sue saldature europee.

Consumatori consumati
Le cronache parlamentari raccontano che a fine luglio la Commissione Industria del Senato ha dato via libera al ddl Concorrenza, passandolo all'Aula.
All'ultimo momento nel testo originario è stato inserito un emendamento riguardante le forniture elettriche: dall'attuale regime di “maggior tutela”, in forza del quale l'Acquirente unico pubblico compra energia al miglior prezzo calmierando la bolletta del 15-20%, si passerà direttamente al mercato liberalizzato. L'intervallo tra le due fasi, prima previsto per bandire gare territoriali e consentire agli utenti di scegliersi il fornitore, è scomparso.
A farlo scomparire è stato uno schieramento parlamentare comprendente PD, alfaniani, Lega e Forza Italia. Vano è stato il tentativo del sen. Massimo Mucchetti (PD), presidente di Commissione, di ripristinare il testo originario: è rimasto da solo con M5S, in quanto Art.1-Mdp, in un primo momento contrario all'emendamento, ha poi cambiato idea.1
Poiché l'abolizione di questo passaggio intermedio alla libera concorrenza favorisce palesemente Enel, facilitata a conservare l'85% delle utenze servite ora in regime tutelato, a gettare scandalo è stato il successo della sua azione di pressione (lobby) sulle rappresentanze parlamentari, mentre è passato in second'ordine il nocciolo costituito dal rapporto tra liberalizzazioni e privatizzazioni.
Le liberalizzazioni dovevano avvantaggiare i consumatori in prevalenza domestici, ma se non è lasciato loro nemmeno tempo (e modo) di scegliersi il fornitore, non di meno l'aspetto principale sta nell'essere gettati in pasto ad un mercato privato monopolistico che, tuttalpiù, si farà oligopolistico. Enel, infatti, non è un “Ente”, ma una società per azioni per oltre due terzi privatizzata.2
Come se non bastasse, nelle bollette si celano tassazioni statali “improprie”, che danno luogo a trasferimenti di costi a danno degli utenti domestici ed a favore delle imprese energivore.
In ogni caso, per la sinistra a sinistra del PD non si tratta solo di chiarire uno spiacevole episodio, quanto di come essa intenda oggi ricollocare il rapporto tra liberalizzazioni e privatizzazioni, tanto all'interno di una definita politica energetico-ambientale, quanto, più ampiamente, in presenza di una tendenza ancora forte a vendere ogni residua proprietà pubblica per abbattere il debito dello Stato. Nonostante quest'ultimo, dopo tanto salvifico privatizzare, sia invece aumentato a dismisura.
Tutti temi che, come si vedrà più avanti, coinvolgono le relazioni internazionali e la politica estera.
Se non ora, quando?
Di tutto ciò si dovrebbe discutere apertamente, non eludendo un bilancio sulle conseguenze complessive delle privatizzazioni per il tanto amato “Sistema Paese”. E non trascurando di appurare il nesso tra l'adozione di queste politiche e la partecipazione alla moneta unica europea.
Direte: ma cosa c'entra l'euro?
Facciamo un passo indietro.
Sulle garanzie ricevute dal cancelliere Kohl dal presidente Mitterrand per aderire al futuro euro, così ha scritto il giornalista della Rai (TG1) Angelo Polimeno:
«Non solo ottiene da Mitterrand la garanzia che la nuova moneta nascerà sul modello del marco e avrà la stabilità come valore portante. Ma, per quanto riguarda l'Italia – questo il sospetto che si fa strada in quei giorni e che si diffonde velocemente in molte cancellerie -, guadagna il sì francese a un progetto comune, ovviamente non reso esplicito, di deindustrializzazione del nostro Paese. Pertanto, forse è dovuto anche a questa circostanza se, nel '92, su forti pressioni estere e dopo la mini crociera del Panfilo Britannia tra le acque di Civitavecchia e dell'Argentario con a bordo uomini di Stato, capitani d'industria e rappresentanti dell'alta finanza internazionale, il governo Amato varerà un imponente piano di privatizzazioni di molti gioielli di Stato: Iri, Eni, Ina, Comit eccetera.»3
Che abbia ragione Giuliano Pisapia, quando invita Art.1-Mdp a non volgere lo sguardo all'indietro? Nella sinistra, più o meno visibilmente coinvolti nella sua riaggregazione, molti resterebbero di sale.
Di contro: può la sinistra ridarsi identità e forza senza fare i conti con un “passato che non passa”, il cui lascito, tuttora vivo ed operante, impone precise scelte?
Scavando un po'
Per comprendere l'attuale dibattito nel PD ed attorno al PD, vale la pena scavare un po'.
Il professor Giulio Sapelli, nel definire il contesto nel quale si sviluppa il “meccanismo unico” della corruzione tra economia e politica (Cleptocrazia), - tema che il presente articolo solo lambisce - va oltre e ci offre alcune tracce di lettura della realtà italiana [vedi riquadro “Campagna d'Italia”].
Campagna d'Italia

«Oggi tutto è cambiato [ndr: rispetto agli anni Novanta]. Le grandi imprese non ci sono più. I grandi partiti non ci sono più. Il potere situazionale di fatto non esiste più. Lo Stato si è devertebrato.
(…) i partiti ora sono partiti personali ossia, come li definii un tempo, gruppi neocaciquistici di fedeli riuniti attorno a un capo finanziati da imprenditori di norma piccoli e medi che sostengono capo e fedeli (…). Io sono convinto, però, che in questo processo ci sia ancora un potere vertebrato su cui bisognerebbe indagare (…).
Parlo del sistema bancario. (…)
Insomma, c'è da scavare e c'è da scavare anche su un altro aspetto che costituisce un'autocritica rispetto al libro del '94 Cleptocrazia. Allora ponevo in relazione la visibilità della corruzione con i percorsi di privatizzazione che si dovevano imporre in Italia eliminando gli ostacoli che provenivano dai grandi partiti legati alle Partecipazioni statali. In quel libro sottovalutai l'aspetto internazionale della faccenda, ossia le pressioni che venivano dal mondo anglosassone affinché si eliminassero per via giudiziaria e gogna mediatica i capi politici che detenevano l'anello di congiunzione tra grandi partiti ed economia pubblica. (…)
Oggi mi pare che un nesso tra visibilità della corruzione e nuove privatizzazioni vi sia di nuovo, ma ancora più inquietante è il fatto che la Campagna d'Italia – ossia discesa dei fondi di investimento anglosassoni su pressoché tutte le nostre banche e scontro franco-tedesco-Usa per comprare a prezzi di saldo la nostra economia – sia indiscutibilmente un elemento che va posto in relazione con l'emergere della corruzione alla visibilità.»

Da Giulio Sapelli, “Cleptocrazia” (1994), Postfazione del 2014 alla nuova edizione del 2016, Guerrini e Associati, pagg. 171-175.
Secondo Sapelli nel Paese:
  • non esistono più sia i grandi partiti di massa che le grandi imprese e lo Stato è devertebrato;
  • permane un unico potere vertebrato: il sistema bancario;
  • i partiti politici sono ridotti ad instabili gruppi di fedeli attorno ad un capo (neocaciquismo)4;
  • perdura la spinta verso nuove privatizzazioni;
  • i grandi fondi d'investimento anglosassoni sono calati per appropriarsi delle banche;
  • è in atto uno scontro franco-tedesco-Usa per comprare a prezzi di saldo la nostra economia.
Giusto per smentire i teorici di una globalizzazione che avrebbe indebolito tutti gli Stati-nazione in ugual misura, dallo svolgimento della Campagna d'Italia si evince che Usa, Germania e Francia non si sono devertebrati quanto l'Italia, sia dal punto di vista economico che statuale. Al contrario, mostrano di voler approfittare della nostra devertebrazione, alla quale hanno vigorosamente concorso.
Ogni dubbio a tal proposito è fugato dalle vicende in corso, con al centro Telecom, Fincantieri ed Eni, contrassegnate dalle mire francesi.
Di Telecom, essenziale per i futuri assetti delle nostre telecomunicazioni, una finanziaria francese (Vivendi) è diventata azionista di riferimento. Operazione di peso finanziario e strategico ben superiore alla progettata acquisizione da parte di Fincantieri di Ntx e dei cantieri navali di Saint-Nazaire.
Il napoleonico Macron ambisce ad un riequilibrio a proprio favore dello sbilanciato asse egemonico franco-tedesco in Europa e, forte della posizione militare della Francia nell'Unione (dopo la Brexit, unica potenza nucleare), punta alla supremazia nella produzione navale allargata al bellico.
Non si erano ancora spenti gli echi dei peana all'europeismo del neo-presidente francese, che egli ha trovato il modo di comunicarci come lo intenda praticare: in proprio, su base nazionalistica. Anche in Libia, per favorire Total contro Eni nella contesa per l'accaparramento di petrolio e gas del Paese africano.
In continuità con il suo predecessore Sarkozy che aveva voluto il rovesciamento di Gheddafi, sopravanza il governo italiano sul piano della mediazione diplomatica e, negando a Fincantieri l'acquisizione di Saint-Nazaire, gli tende la mano per costruire un polo europeo navale militar-civile, nel quale – è facile supporlo - la componente transalpina vorrà giocare la parte del pot de fer.
Presa in contropiede, in Italia l'estasi europeista filo-Macron è immediatamente svanita. Alla disillusione di chi mai affida a se stesso i propri destini, s'è accompagnato un rigurgito di sovranismo patriottardo smanioso di resuscitare il nazionalismo d'avventura, magari approfittando del risentimento diffuso per lo scaricabarile continentale sull'accoglienza dei migranti.
Tripoli, per loro, è sempre “bel suol d'amore”.
Improvvisamente precipitati nelle logiche che costarono due guerre mondiali, ci si poteva aspettare un'aperta presa di posizione in senso contrario della ricostruenda sinistra: nella difesa della propria sovranità nazionale dall'egemonismo altrui risiede sia l'effettivo esercizio della sovranità democratica repubblicana, sia il rifiuto di qualsiasi atto di sopraffazione proveniente dal proprio Stato-nazione.
Quale migliore occasione per la sinistra per qualificarsi? È accaduto, invece, che si sia dispersa.
Di fronte alla decisione del governo Gentiloni di varare il ritorno della marina militare italiana in acque libiche ed alla minaccia di ritorsioni di Haftar, padrone della Cirenaica “riconosciuto” dalla Francia, Art.1-Mdp annuncia il proprio assenso per poi dividersi.
Ciò avviene mentre Giorgio Napolitano, “grande vecchio” della corrente di Orlando nel PD, cerca invano di nascondere le proprie responsabilità, in quanto capo del Consiglio supremo di difesa (CdiD),5 nella decisione presa da Berlusconi di partecipare all'attacco aereo alla Libia di Gheddafi del marzo-aprile 2011, voluto da Francia ed Inghilterra e caldeggiato dal democratico Barack Obama.
Giorgio Napolitano non fu certo il primo a negare l'art. 11 della Costituzione, per omologarsi alle superiori direttive belliche degli alleati occidentali. Il governo D'Alema, com'è noto, lo anticipò in occasione della crisi del Kossovo.
Potere vertebrato, o quasi
Nel frattempo, volgendo lo sguardo alla lunga crisi bancaria italiana, provvisoriamente conclusasi con il salasso dei risparmiatori, il soccorso del pagatore di ultima istanza (lo Stato) ed il “regalino” a Banca IntesaSanPaolo,6 troviamo conferma dell'esistenza dell'unico potere nazionale rimasto vertebrato: il potere bancario. Un potere che tiene in pancia il grande risparmio accumulato dagli italiani, oggetto di concupiscenza della finanza internazionale.
Direte: e questo cosa ha a che fare con il dibattito in corso sul PD ed alla sua sinistra?
Per comprenderlo dobbiamo fare riferimento alla struttura bancaria italiana, ossia dell'unico potere vertebrato rimasto.
A differenza degli Stati Uniti e del Regno Unito, la finanza europea ed italiana è piuttosto bancocentrica.
Mentre sull'asse Milano-Torino, il già prevalente polo finanziario del Nord si è esteso e rafforzato nel tradizionale rapporto con la Germania (non a caso sostiene l'euro), principale mercato di sbocco del made in Italy, ed è ben dotato di influenza mediatica, l'altro tradizionale polo storico, romano, cattolico, legato alla rendita edilizia ed al Vaticano, vive una fase di difficoltà e stallo.
Nel mezzo, in parte anche geograficamente, ed in stretta relazione con lo sviluppo dei distretti industriali, formati da piccole-medie aziende di grande dinamicità, nonché delle produzioni agricole specializzate e del turismo delle città d'arte, si era andato consolidando una terzo polo “diffuso”, di banche locali, di casse di risparmio, di credito cooperativo e popolari. Un fenomeno particolarmente rilevante in Toscana, nella quale ha assunto via via il ruolo di campione finanziario, sul piano direttamente nazionale, il Monte dei Paschi di Siena.
Se, da un lato, il sistema di credito diffuso localmente ha contribuito al successo delle economie territoriali, in virtù di una prossimità capillare di cui non godevano molte grandi imprese del credito, dall'altro, la crisi che ha investito duramente le piccole-medie imprese ha scoperchiato anche un sistema relazionale “amicale”, clientelare e troppo facile a concedere crediti risultati poi inesigibili.
Non pare estranea a tutta questa intelaiatura la massoneria, storicamente assai presente in Toscana e di cui ha sentito l'odore, attorno al governo Renzi, l'allora direttore del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli [nella foto].
Questi, nel suo ultimo libro ha lanciato un siluro contro le false affermazioni in Parlamento della ministra Boschi e continua, dalle pagine del Corriere L'Economia,7 a denunciare un sistema in cui un autista dotato di forti relazioni personali con i poteri locali, dipendente della Cassa di Risparmio di Rieti (una delle quattro “banchette” fallite),8 possa essere in grado di “esercitare una influenza diretta ed indiretta sui membri del consiglio” e sulla fondazione che controllava il capitale dell'istituto.
Quale che sia il ruolo della massoneria e del clientelismo corruttivo, indubbiamente Renzi ed il suo “giglio magico” nutrono un intenso rapporto con le banche del terzo polo “toscano”, al quale hanno riservato le loro premure.
Scrive Aldo Giannuli:
«La legislazione in merito avanzata dal governo con il decreto salva-banche e con la riforma degli istituti popolari di credito cooperativo ha cercato di proteggere quegli istituti dalla mareggiata in corso, ma si è abbattuto su di essa il bail-in, il provvedimento europeo che proibisce i salvataggi pubblici degli istituti di credito.
Il “giglio magico” ha condotto una notevole politica di relazione (simile, del resto, a quella di altri), svolta in particolare da Marco Carrai e da Luca Lotti, con il fiancheggiamento dei “tre padri” (Boschi, Renzi e Carrai) e trovando altri importanti appoggi regionali, come quello del senatore Verdini, che ha rotto la sua pluriennale intesa con il cavalier Berlusconi per consentire la sopravvivenza del governo Renzi.»9
Poiché il PD, non da ieri, ha svolto un ruolo cardine in Monte dei Paschi e nel sistema creditizio diffuso, ed Art.1-Mdp annovera tra i suoi cofondatori il governatore della Toscana, Enrico Rossi, ecco spiegato cosa ha che fare...
Dopo il pubblico confronto sulla Costituzione scritta, la Costituzione materiale non viene altrettanto apertamente discussa.
Eppure qui stanno le scelte ineludibili.
In particolare, qual è la posizione della sinistra che si vuole riaggregare verso il potere bancocentrico, le sue interne trasformazioni e la finanza internazionale?
In politichese
Scansando ogni lettura complottistica, non si sfugge alla sensazione che De Bortoli riesca a ben interpretare il fastidio e l'avversione del primo polo finanziario, milanese e settentrionale, verso le disinvolte pratiche di quel reticolo di piccole-medie imprese bancarie, tanto sensibile ai potentati locali da compromettere l'essenziale fiducia dei risparmiatori depositanti e sottoscrittori di obbligazioni ed azioni. Una tenace avversione che, per quanto mi risulta, non è estesa ai “regalini” governativi a banca IntesaSanPaolo.
Dopodiché il problema consiste nel purificare un ambiente produttivo, ritenuto comunque sano nelle sue basi e di cui si tessono continuamente le lodi, per recuperarne il portato finanziario: gettare l'acqua sporca per salvare (per sé) il bambino. Questa è l'interessata intenzione del prevalente polo bancario settentrionale.
Non essendo politicamente fattibile, nell'immediato, estromettere il PD di Renzi, si tratta di mettere il “giglio magico” toscano in minoranza, per permettere alla più forte finanza del Nord di assorbire il terzo polo bancario diffuso ed i cospicui flussi che contiene e può contenere. Non sono sufficienti i “regalini” di Padoan. Ma non potendo e volendo strappare è d'obbligo imboccare la via del compromesso politico.
Per una simile mediazione un governo di centro-sinistra è ritenuto più affidabile di un governo di centro-destra o condizionato da Berlusconi. All'interno del PD la minoranza di Orlando-Napolitano, saldamente pro-euro come francofortese e filo-tedesca è la finanza del Nord, sembra la più adatta a raggiungere lo scopo. Tutto sta a garantirle l'appoggio di un più ampio schieramento a sinistra, convogliando nella solita catena di Sant'Antonio l'elettorato che si riconosce progressista.
Da qui la straordinaria amplificazione mediatica data a Giuliano Pisapia e l'incerta posizione di Art.1-Mdp, senza il quale mancherebbe l'anello di congiunzione tra la corrente di Orlando-Napolitano ed il restante bacino di voti a sinistra.
Non potendosi esplicitare nel suo reale entroterra sociale ed economico, inevitabilmente la discussione si svolge in politichese, ossia in un linguaggio incomprensibile ai non addetti ai lavori.
Benché ad ogni pie' sospinto non manchi chi indichi nella identificazione dei contenuti programmatici il fattore prioritario e principale, prevale il dialogo-contesa in politichese anche per via della ormai prossima verifica elettorale. Il tempo stringe. Senza una solida base di partecipazione attiva, non avendo scelto gli avversari, né con quale legame relazionale e su quali obiettivi politici distintivi collegarsi alle parti sociali di riferimento, la sinistra rimane in balia dell'ansia di una rappresentanza presa innanzitutto dall'urgenza di preservare se stessa.
Paradossalmente, mentre si critica la logica personalistica di Matteo Renzi, campeggia il problema del capo. D'Alema e Bersani hanno investito del ruolo di leader l'ex sindaco di Milano, Giuliano Pisapia. Ma egli rifugge dall'assumersi tale impegno, almeno per il momento. Dato lo scarsissimo peso del suo Campo Progressista, teme di restare in balia dei suoi benevoli king makers. Art.1-Mdp è la sola formazione di sinistra accredita dai sondaggisti di un consenso elettorale almeno capace di superare la soglia di sbarramento della legge elettorale in vigore. La schermaglia, centrata sulla prioritaria comune preoccupazione di venire eletti in Parlamento in numero tale da contare sul futuro quadro politico di governo, non rivela le sue vere motivazioni.
L'abbraccio di Pisapia alla Boschi alla festa milanese de L'Unità, non può essere interpretato come una semplice gentilezza di un uomo personalmente gentile. Pisapia non si oppone nettamente a Renzi per emarginarlo, bensì vuole solo distinguersi dalla sua politica per raggiungere con lui un compromesso?
Di certo chiede a Renzi di escludere perentoriamente ogni futuro accordo con Berlusconi, sulla scia del patto del Nazareno. Punta ad una riedizione del centro-sinistra, collegando la nascente formazione di sinistra esterna al PD all'opposizione interna, capeggiata da Orlando-Napolitano, messasi d'incanto alla sinistra di Renzi (!).
D'altro canto, ricordano i critici dell'ex sindaco meneghino, per lasciarsi le porte aperte al dialogo con Renzi, Pisapia si era espresso a favore della fallita riforma costituzionale. Insieme a Romano Prodi, col quale, assicurano i ben informati, si sente tutti i santi giorni.
Poiché la strategia di Art.1-Mdp non diverge sull'obiettivo di ridar vita al centro-sinistra, se ne dovrebbe dedurre che il vero motivo del contendere è su quali componenti prenderebbero al suo interno il sopravvento. Per fare cosa?
Rimane il fatto che, procedendo in questo modo, il dialogo-contesa tra Pisapia ed Art.1-Mdp finisce per lasciare ai margini le restanti sparse forze disposte a partecipare, tra le quali Sinistra Civica di Tomaso Montanari ed Anna Falcone, sorta sulla scia del NO referendario dello scorso dicembre e sostenitrice della reintroduzione dell'art. 18, abolito da Renzi.
Intanto, come evidenziato, in Parlamento le scelte concrete di Art.1-Mdp non lasciano presagire alcuna chiara inversione di rotta o, a voler essere positivi, rimangono in attesa di una spiegazione sui reali intendimenti.
Sinistra naturale
Se non altro, il difficile parto della nuova formazione unitaria di sinistra confluisce a dimostrare che essa in natura di per sé non esiste, come sosteneva invece Pier Luigi Bersani. Non sgorga, come acqua da un fontanile, dal seno della società per auto-rappresentarsi nelle istituzioni.
Qualora una sinistra siffatta in natura esistesse non ci sarebbe bisogno di soggettività di giudizio e scelta politica, in sé frutto culturale ed opera “artificiale”, interpretativa.
Tra la fine dell'Ottocento ed i primi decenni del Novecento i partiti operai socialisti e comunisti, per esempio, si formarono in seno al tortuoso sviluppo del movimento operaio e di liberazione nazionale. Contavano su gruppi di intellettuali che avevano voltato le spalle alle loro classi d'origine. E la presenza di una loro rappresentanza nei Parlamenti non era né automatica, né scontata nelle finalità strategiche, mentre ai funzionari toccava “camminare scalzi”.
Dagli anni sessanta del Novecento, in tempi di scolarizzazione ed acculturazione di massa, movimenti sorgenti dal seno della società e delle sue contraddizioni, si sono autonomamente dotati di forte “soggettività”, portatori di radicale cambiamento politico e culturale, spesso in dichiarata opposizione alla guerra, al duopolio USA-URSS sul mondo ed al capitalismo. Eppure, non a caso, furono per lo più osteggiati, quando non apertamente avversati, proprio da quei partiti della sinistra storica che avrebbero dovuto trarne vitale linfa “per rinnovarsi andando alle proprie radici” (Gramsci), invece di pensare unicamente a trarre dal loro voluto “riflusso” un qualche residuo e passeggero vantaggio elettorale.
Allorché si pensi, poi, alle politiche condotte dalla sinistra di governo negli ultimi decenni, rimane da chiedersi se la parola “sinistra” abbia conservato non dico un significato di radicale cambiamento, ma un qualche connotato riformista popolare. In particolare per le giovani generazioni, perché nelle vecchie perdura, nonostante tutto, un richiamo ad appartenenze, lotte e politiche oramai lontane.
Dirsi movimento
Nella società esistono componenti, gruppi, classi, peraltro in continuo mutamento d'aggregato materiale e culturale. Non basta definirsi “movimento” per esserne espressione, necessariamente di parte, seppur transitoria.
Inoltre, quando si traggono buoni auspici dai successi del new populism di Bernie Sanders negli Usa, di France Insoumise di Mélanchon in Francia, del laburismo di Corbyn nel Regno Unito e, ancora prima, per restare in ambito europeo, di Podemos in Spagna e di Syriza in Grecia, non si possono evitare più approfondite comprensioni sia dei loro portati politici, in legame con parti sociali di riferimento nelle specifiche situazioni, sia sul loro modo di relazionarsi con essi e con l'insieme sociale ed istituzionale. Nonché, almeno a partire dall'esperienza di Syriza, sulle cause di un possibile ritorno su di essi della “pasokizzazione”10 che ha colpito molti partiti socialdemocratici.
Soprattutto, nel contesto italiano, non si può evitare di fare coraggiosamente i conti con il “terzo incomodo”, il M5S, al quale se non altro va il merito di aver scompigliato il presepe delle belle statuine predisposte nell'emiciclo parlamentare. Come se bastasse mettersi geometricamente più a sinistra in quell'emiciclo per interpretare la parte del Paese impoverita anche nelle classi medie lavoratrici, penalizzata dalle politiche liberiste e di globalizzazione, condivise dai vari governi di sinistra che si sono alternati con quelli di destra nel sintonizzarsi sulle lunghezze d'onda degli interessi di una minoranza sempre più piccola, più ricca e privilegiata.
In mancanza di chiare scelte, di radicamento sociale e dell'adozione di nuove forme relazionali ed organizzative, la sinistra rimarrà liquida o, tuttalpiù, temporaneamente aggregata sulla propria ansia di rappresentanza, in sostanziale balia dei poteri vertebrati, interni ed internazionali, ai quali non riesce a contrapporsi.
Liquida in una società che non accetta di essere liquidata, come il voto referendario di giovani, di lavoratori sempre più precari e sfruttati, di strati impoveriti ed esclusi dal liberismo e dalla sua crisi, ha inequivocabilmente evidenziato.

Note
1 Sull'episodio vedasi anche Lorenzo Vendemiale, “Enel scrive l'emendamento e il Parlamento le fa un regalo”, il Fatto Quotidiano, 28/7/17.
2 Le cui quote sono così ripartite: 35,7% distribuito tra investitori individuali; 32,9% (a dicembre 2006) in mano ad investitori istituzionali, tra i quali il 2% ad Assicurazioni Generali; 31,4% insieme tra Ministero dell’Economia-Finanze e Cassa Depositi e Prestiti.
3 Angelo Polimeno, “Non chiamatelo EURO”, Mondadori, 2015, pag. 27.
4 Il caciquismo può essere definito come il potere autoritario dei signorotti, attorniato da una ristretta cerchia.
5 Tanto più perché Napolitano interpretava il ruolo del CdiD oltre le sue funzioni costituzionali consultive, come accadde nel 2013 intorno all'ignobile affare dell'acquisto degli F-35, sui quali Sel e M5S chiesero invano decidesse il Parlamento.
6 Si tratta di 20-30 miliardi di euro. Vedasi anche: http://www.huffingtonpost.it/2017/06/26/salvataggio-banche-venete-gentiloni-e-gros-pietro-negano-il-re_a_23001740/
7 Ferruccio De Bortoli, “Allo sportello solo gli amici degli amici”, Corriere L'Economia, 31 luglio 2017.
8 Insieme a CariChieti, Popolare Etruria, BancaMarche e CariFerrara.
9 Aldo Giannuli, “Da Gelli a Renzi (passando per Berlusconi)”, Ponte delle Grazie, 2016, pag. 144.
10 Nel Blog, “Jours de Gloire”, maggio 2017.