domenica 20 marzo 2016

Rischi divisi e soppesati

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Superindice: le economie dell'Eurozona divergono. Peggio che a fine anni Novanta. Il fenomeno interpretato dal modello Frenkel. Risk sharing, Spread e Risk weighting. Sono i nomi dei crescenti contrasti politici. La retorica renziana alla prova dei fatti.
  • Grazie ad un suo Superindice, l'Istituto Bruno Leoni scopre l'acqua calda: le economie dei Paesi europei tendono a divergere! Le distanze tra loro sono tornate ai livelli precedenti la moneta unica.
  • Incuranti delle cause del fenomeno e degli effetti delle cure già somministrate in massicce dosi, i liberisti italiani ripropongono all'interno nazionale ciò per cui gli ordoliberisti tedeschi si battono per l'insieme europeo: il varo di nuove e più stringenti “riforme strutturali”.
  • Alla ricerca del tempo perduto, il nostro governo chiede una condivisione dei rischi (risk sharing) sulle ricadute delle decisioni condivise. Con quali possibilità di successo?
  • La retorica della “voce grossa” si ridurrà a contrattare qualche margine di flessibilità temporanea ad uso elettorale?

Sensibilità
Da quando la finanza nostrana si sente toccata sul vivo, ovvero nella tasca, unica sua parte realmente sensibile, ha scoperto una propria insospettata vocazione critica verso l'Eurozona, prima bandita nel ghetto “populista” dei soliti petulanti “euroscettici”, o, altrimenti, lasciata nei ristretti spazi mediatici delle “analisi” di qualche commentatore, tenuto come cavallo di scorta dai caporedattori (non si sa mai...).
Accade che il Corriere Economia, nello stesso supplemento del lunedì del Corriere della Sera, dia notizia di un intuitivo Superindice1 elaborato dall'Istituto Leoni di Milano, noto think tank e faro del liberismo italiano, e pubblichi, nella pagina a fianco, una “analisi” di Marcello Minenna2 sulla necessità di un risk sharing europeo, con annesso plauso alla relativa proposta del ministro Padoan.
Intuitivo, Watson!
I curatori del Superindice dell'Istituto Leoni-Osservatorio Minghetti sono gli economisti Nicola Rossi e Paolo Belardinelli.
Bruno Leoni
(1913-1967)

Riporto alcuni passi di Giuditta Marvelli che, a sua volta, cita la lettera accompagnatoria.
«Ma come viene costruito il Superindice? Nell'indicatore troviamo il tasso di crescita del Pil in termini reali, tasso di disoccupazione e tre indicatori dello stato delle finanze pubbliche a cui fanno sempre riferimento le regole fiscali europee: il rapporto tra deficit e Prodotto interno lordo e il rapporto tra debito e Pil, oltre al rapporto tra la bilancia dei conti correnti e il Pil.»
«(...) calcolando la media ponderata dei 19 Superindici dell'Unione monetaria si può avere “una misura immediata ed intuitiva dell'evoluzione dei processi di divergenza e convergenza presenti al suo interno”.»
«Nelle edizioni precedenti i numeri lasciavano aperta la porta di un miglioramento possibile nel nostro Paese, anche alla luce degli effetti delle riforme messe in campo dal governo. Adesso la situazione dell'Italia “non consente eccessive speranze – dice l'analisi -. Al contrario suggerisce che il processo riformatore possa essere stato molto più lento.” Quello che l'Italia riesce a fare, insomma, è insufficiente se viene paragonato a quanto è stato fatto in altri Paesi, spiega Rossi.»
Ridotta la distanza prima del 2008, ora sta tornando ai livelli precedenti l'introduzione della moneta unica, con un avvertimento di Rossi: «“le differenze sono simili a quelle di fine anni Novanta, ma i fattori determinanti sono molto più critici”, poiché “le tendenze centrifughe vengono da Italia e Francia, (...)”.»
Nonostante la composizione del Superindice faccia peno sulle regole fiscali europee e non misuri altro di “sgradito”, né ci si possa aspettare dal think tank milanese l'individuazione di un colpevole che non sia la “spesa pubblica” e la cinica riproposizione di già sperimentati rimedi “strutturali”, rimarchiamo che anch'esso rileva persistenti sviluppi europei divergenti e centrifughi. Non più provenienti solo da piccoli Paesi, ma da Francia ed Italia.
Ecco, non avevamo bisogno dell'Istituto Leoni per saperlo, ma se serviva una ulteriore conferma...
Tendenze centrifughe
Allorché economie disomogenee vengono costrette nell'alveo di cambi fissi, o inquadrate in una moneta unica, gli scompensi di partenza, invece di ridursi, tendono ad accentuarsi. Anche se, all'inizio di un dato ciclo economico, l'apparenza può indurre all'inganno.
In tal senso si sono espressi importanti economisti, dando luogo ad un acceso dibattito internazionale, di cui in Italia s'è persa traccia.
In controtendenza, Alberto Bagnai, ne Il tramonto dell'euro (2012), rintracciava l'origine della crisi europea negli squilibri di scambio con l'estero e nell'insolvenza dei debitori privati verso creditori esteri. Prima che essi potessero ricadere sul debito pubblico, aggravandolo, e sul rapporto Debito/Pil.
Nei particolari, la dinamica di ciclo [vedi nel riquadro “Il ciclo di Frenkel”] veniva descritta sulla scorta delle ricerche di Roberto Frenkel e Martin Rapetti dell'Università di Amherst nel Massachussets.
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Il ciclo Frenkel

registra 6 fasi e viene qui posto in relazione con l'Eurozona
Sintesi estrema dal ben argomentato testo di Bagnai* a cui rimando il lettore più interessato.
    1. L'innesco. Adozione di un tasso di cambio nominale “credibile” o “fisso” rispetto al Paese centrale; liberalizzazione dei mercati finanziari interni e dei movimenti internazionali dei capitali.
    «Questo è proprio il percorso seguito in Europa, prima con la vicenda dello Sme credibile (l'irrigidimento degli accordi di cambio a partire dal 1987), e poi con L'Eurozona. Due irrigidimenti del cambio cui seguirono due diversi cicli di turbolenza finanziaria: quello del 1992-93 e quello odierno.»
    «La liberalizzazione dei mercati finanziari interni prese le mosse in Italia dal “divorzio” tra Tesoro e Banca d'Italia nel 1981, seguita dal vincolo di portafoglio e del massimale sugli impieghi nel 1983. La liberalizzazione dei movimenti internazionali di capitali faceva parte dell'agenda dell'Unione europea, venne avviata nel 1985 e compiuta nel 1990 (…).»
    2. Esplode il debito estero.
    «(...) in periferia i tassi [ndr d'interesse] sono più alti e quindi i capitali cominciano ad affluire dal centro verso di essa.» Con riferimento all'economia italiana (2005-2008): «aumentano gli afflussi di capitale dall'estero, mentre il deficit pubblico si riduce, e quello privato aumenta. (…) i soldi che vengono dall'estero stanno andando al settore privato.»
    «Il settore pubblico invece passa addirittura in surplus, nel 2005: l'economia privata, drogata dal capitale estero, “tira”, e gli introiti fiscali aumentano.»
    3. L'economia periferica si surriscalda.
    «Gli afflussi di capitali esteri portano a un aumento della liquidità interna, e quindi del credito al settore privato, che a sua volta determina:
    - la discesa dei tassi di interesse interni (e quindi dello spread);
    - la crescita di prodotto interno e occupazione;
    - la crescita dei prezzi.
    I primi due fattori determinano un miglioramento del bilancio pubblico.»
    Sicché: «La stabilità che l'euro ci ha regalato non è quella dei prezzi, ma quella dei differenziali di inflazione, che hanno fatto peggiorare la nostra competitività.» Piccoli scarti, non compensati da variazioni di cambio, generatori in un decennio di gravi peggioramenti.
    4. La competitività peggiora, si gonfiano le bolle.
    «La crescita dei prezzi della periferia, indotta dall'inflazione creditizia (pressione della domanda finanziata a credito) determina un apprezzamento del tasso di cambio reale nella periferia. Nel caso dell'Eurozona questo fenomeno è esacerbato dal comportamento del centro, che viceversa mantiene sistematicamente la crescita dei prezzi al di sotto dell'obiettivo stabilito dalla Banca centrale (e quindi svaluta in termini reali).
    Queste due forze si sommano e avviano un processo cumulativo di indebitamento estero (della periferia) e accreditamento estero (del centro) (…).»
    « (…) in periferia il peggioramento del saldo commerciale porta a un deficit delle partite correnti e quindi a ulteriori afflussi di capitali; (…) gli afflussi di capitali sono alimentati dall'attesa di guadagni in conto capitale sulle attività interne.» Guadagni attesi nella logica finanziaria tipica delle “bolle”, di cui l'Europa non ha l'esclusiva.
    5. Arresto improvviso (sudden stop) dei finanziamenti esteri e scoppio della crisi. 
    Gli agenti economici fuggono dal rischio e riducono la propria esposizione sul mercato periferico. Ne deriva un sudden stop e addirittura un reversal, un deflusso dei flussi di capitali esteri. Come nei casi di Italia e, ancor più, della Spagna. Peraltro, la dinamica specifica europea viene ad interagire con il crack finanziario dagli Stati Uniti.
    «Il colpo di grazia, però, arriva verso la fine del 2010, quando la Commissione europea (…) definisce le linee guida di una riforma del Patto di stabilità e crescita che sarà poi incorporata a fine marzo 2011 nel cosiddetto Six Pact, e, poi, il primo marzo 2012, nel Trattato di stabilità (…).» Così viene imposta ulteriore austerità, invece del rilancio della domanda interna, nella prospettiva di un tetto del 60% al rapporto debito/Pil. Peggiora il debito pubblico ed esplode lo spread.
    6. Decollo dello spread e “pubblicizzazione” del debito.
    Mancando di una Banca centrale nazionale e di una autonoma capacità di governare i tassi d'interesse, il “rischio Paese” si scarica sullo spread, in un circuito vizioso.
    Lo Stato può intervenire solo “a valle”, ricapitalizzando le banche in crisi, assorbendo la caduta degli introiti fiscali derivanti dai fallimenti di imprese e famiglie, aumentando la spesa per sostenere redditi ed occupazione. In tal modo, il debito pubblico, che «ben poco c'entra nella genesi della crisi», finisce per “pagare” il debito privato.

    * Alberto Bagnai, Il tramonto dell'euro, Imprimatur 2012, pagg. 134-164.
    --------------------------------------------------------------------------------------Altrove ho argomentato i motivi, non solo attinenti l'economia, della crisi europea. Un impasto di volute disgregazioni (e guerre), in nome di piccole patrie etnico-confessionali, e di una espansione dell'Unione in chiave “economicista”, per affermare la supremazia, ad un tempo, di ristrette oligarchie politico-finanziarie e della Germania unificata nell'Anschluß della DDR. Il risultato è un'Europa divisa tra un Centro e differenziate Periferie, entrate o in anticamera, che non è improprio definire ad immagine e somiglianza delle più vaste dicotomie globali.
Con l'avvertenza, affatto marginale, che, nel mondo globale, tale polarizzazione è messa in discussione dal prorompere degli “emergenti”, consapevoli della traballante capacità di leadership e di dominio dei Paesi centrali (Usa, Ue e Giappone), proprio nel mentre nel vecchio continente viene riprodotta su scala interna.
In questo contesto europeo si situa la forza interpretativa del modello di Frenkel-Rapetti, elaborato per spiegare altre dinamiche “monetarie” tra Centro e Periferia nel mondo degli ultimi trent'anni.
Tra le 6 fasi in successione, particolarmente significativa è quella dell'indebitamento verso l'estero (fase 2), pure connessa all'afflusso di capitali esteri.
Giusto per ricordare che tale afflusso, tanto invocato anche dal nostro governo, non è senza costi successivi. Tanto più se, nell'analizzare i contributi alla crescita del Pil italiano nel 2015 (+0,8%), rintracciamo un incremento dell'import di +1,6% rispetto all'export di +1,3% ed un saldo negativo di -0,3%.
Il bilancio del movimento divergente è allarmante: dal 2007 in Pil italiano è diminuito dell'8,3%, mentre quello tedesco è aumentato del 7,1%.3
Buba non ama il risk sharing
Marcello Minenna non è nuovo ad esami critici della situazione europea.
Nel già citato articolo che, per inciso, riporta al suo interno un grafico sulle previsioni dei deficit pubblici europei per il 2016, dal significativo titolo “Solo la Germania sorride”, muove da una premessa sul dover essere: «Un'unione monetaria può avere una chance di funzionare solo attraverso una piena condivisione dei rischi, sia in ambito finanziario, sia sul piano delle politiche per la crescita e l'occupazione.» Ovvero con l'adozione del risk sharing, che Mario Draghi «si è limitato a definirlo “non fondamentale” e, infatti, tutta l'impalcatura del quantitative easing è stata costruita sull'idea che ogni Paese si tiene i rischi dei titoli governativi in casa propria (…).»
Jens Weidmann

Dopo aver evidenziato i limiti dell'operato della Bce, passa alla critica delle riforme di struttura della zona euro, le quali sarebbero il veicolo «di un'integrazione “per sottrazione”, tesa inesorabilmente alla sottrazione di poteri e competenze dalle autorità nazionali verso organismi sovranazionali e non rappresentativi (…).» Come nel caso della proposta di Jens Weidmann, presidente della Deutsche Bundesbank (in gergo “BuBa”), per «la ristrutturazione automatica dei titoli di Stato dei Paesi in difficoltà: un bail-in sul debito governativo insomma, dove pagano gli investitori e non il Fondo salva-Stati.»
Una riforma palesemente ostile verso la mutualizzazione a livello europeo dei rischi sui titoli di Stato, in aggiunta al bail-in sui debiti bancari. E sintetizza: «Si tratta dunque di riforme volte a consolidare lo status-quo, che vede un'Unione monetaria a trazione tedesca che trasferisce in maniera molto efficiente risorse economiche dalla periferia al centro, (…).»
Fin qui nulla di nuovo, giacché era nota l'intenzione tedesca di estendere il bail-in dalle crisi bancarie al debito governativo.4
Padoan il Temerario
La novità, se così possiamo definirla, sta tutta nella recente proposta del nostro ministro Padoan, la quale riceve il giudizio positivo di Minenna, nonostante sia sommamente tardiva, pure nel richiamo ad aspetti sociali sinora negati (ossia che la disoccupazione abbia origine nelle politiche europee e dall'Europa debba venire supportata).
Essa contiene: «Dall'idea di uno schema comunitario di assicurazione contro la disoccupazione, alla garanzia unica sui depositi fino alla temeraria richiesta di una più rigida applicazione delle procedure di infrazione nei confronti dei Paesi in surplus commerciale (…). Meritevole di menzione è anche il riferimento ad una garanzia comune per il neonato Fondo unico di risoluzione bancaria, che potrebbe trovarsi a non avere le risorse necessarie per gestire le crisi. Ipotesi non campata in aria, se si considera che alcuni analisti hanno stimato che sarebbero serviti fino a 100 miliardi per affrontare la crisi del 2008.»
Non sappiamo se Minenna avesse intenzioni ironiche o sarcastiche, ma l'effetto è questo. Dopo anni ed anni di surplus commerciali della Germania, il governo italiano “scopre” che dovrebbero essere oggetto non di immediate misure di riequilibrio, bensì di “procedure d'infrazione”!
Appare inutile soffermarci sulla probabilità che il temerario Padoan abbia successo (non è un problema di “ragioni”, ma di forza), importa piuttosto sottolineare che la crisi tuttora in corso deve generare mal di pancia inconfessati, se tanto si insiste sulle dotazioni del Fondo unico di risoluzione bancaria.
Dulcis in fundo
Almeno sullo spread5, però, dovremmo dormire sonni tranquilli... Nient'affatto: è lo stesso Minenna, una settimana dopo, a svegliarci.6 Ritorno al 2011?
«Nel 2011 lo spread raggiungeva picchi di oltre il 5%, mentre adesso ci muoviamo nell'ordine del 1,2%; all'epoca non erano attivi fondamentali strumenti di salvaguardia (…). Nel 2011 c'era quasi il 3% di inflazione; oggi siamo sotto zero. Ma, depurato lo spread dall'inflazione, si capisce che in fondo non c'è molta differenza tra il 2011 e oggi in termini di apprezzamento del rischio-Italia da parte dei mercati.»

PIL


Al diluvio di liquidità della Bce contro deflazione e credit crunch7, fanno da contraltare le misure varate sul bail-in bancario e, ora, l'applicazione del principio di “ponderazione per il rischio” (risk weighting) per cui i titoli di Stato dovrebbero essere «discriminati sulla base della salute finanziaria del Paese.»
Rischierebbe di saltare il fragile equilibrio patrimoniale delle banche italiane, da tutti i governi vantate come “molto solide”.
Altro che condivisione dei rischi: l'Europa a trazione (?) tedesca vuole andare esattamente nella direzione opposta.
«Antonio Guglielmi stima che i requisiti di capitale sarebbero così onerosi che le banche italiane sarebbero costrette a vendere 150 miliardi di Btp, mentre quelle spagnole oltre 130 miliardi di Bonos. (…) Con il risk weighting sarà in seguito molto difficile collocare a costi accessibili il proprio debito.»
Per Minenna, in definitiva:«Senza una Bce libera da condizionamenti mai come ora le chiacchiere stanno a zero.» Ma non aveva scritto, la settima prima, che per lo stesso Mario Draghi il risk sharing non era “fondamentale”?
DEFICIT

Matteo Renzi “sfida l'Europa”
Puntando a rilanciare l'economia nazionale con un abbassamento della pressione fiscale8 (diminuzione dell'Ires per le imprese e dell'Irpef per i cittadini dal 2017), deve fare i conti, letteralmente, con il triangolo Bruxelles-Francoforte-Berlino.
Forte è il sospetto che, quando addita il mancato rispetto da parte della Germania dei limiti europei sul surplus commerciale (tramite Padoan), Renzi miri in realtà a contrattare una qualche flessibilità sugli sforamenti di deficit nei bilanci annuali. Aveva promesso di chiudere il 2016 portandolo dal previsto 2,4% all'1,1%, ma sulla base di una stima di incremento del Pil dell'1,6%. Dati ottimistici, rispetto a quelli invernali resi pubblici proprio dalla Commissione Ue [vedi grafici "PIL" e "DEFICIT" 9]
Non è escluso che qualche risultato possa raggiungerlo, soprattutto spendibile nei prossimi impegni elettorali.
Tuttavia, la politica degli zero virgola, pur perseguita con la retorica della “voce grossa”, non muterà il quadro dei fondamentali e non ci tirerà fuori dai guai.


1 Giuditta Marvelli, “Ue – L'allarme rosso del Superindice: troppe divergenze, così si va indietro”, Corriere Economia , 7 marzo 2016.
2 Marcello Minenna, “Europa: solo la condivisione può fare la forza”, Corriere Economia, 7 marzo 2016.
3 Franco Mostacci, “Il Pil spiegato a tutti: cresce poco e male. E il futuro è nero”, Il Fatto Economico, 16 marzo 2016.
4 Sull'argomento vedi in questo Blog: “Si fa presto a dire bail-in”, febbraio 2016.
5 Traducibile in: differenziale di prezzo. Termine comunemente usato per indicare il differenziale tra Bund decennali tedeschi e lo stesso titolo di Stato emesso dall'Italia.
6 Marcello Minenna, “Lo spread resiste (anche con il quantitative easing)”, Corriere Economia, 14 marzo 2016.
7 Traducibile in: stretta del credito. Con questa dicitura si indica un calo significativo dell'offerta di credito. Il credit crunch è una delle tipiche conseguenze della crisi finanziaria.
8 Nel 2015 si certifica una “diminuzione” della pressione fiscale, eppure gli italiani hanno pagato 16,5 miliardi euro di tasse in più.
9 Fonte ultima: http://www.corriere.it/economia/16_febbraio_08/italia-germania-spagna-conti-deficit-debito-a0d3dd16-cea0-11e5-8ee6-9deb6cd21d82.shtml.

giovedì 25 febbraio 2016

Cul de sac

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Cul de sac

Deflazione – Burro & Cannoni – L'Europa sognata e quella che c'è – Come si è formata – Poteri oligarchici contro democrazia e sovranità in legame.
  • Tre punti di vista (De Cecco, Panebianco e Varoufakis) su aspetti diversi della crisi si offrono ad una visione critica d'insieme.
  • Colta dal “mal sottile” della deflazione, la ripresa degli zero virgola invoca un'Europa di cui non c'è traccia.
  • Servirebbe l'Europa Politica. Per farla valgono più i cannoni del burro?
  • Democratizzare l'Unione con un movimento pan-europeo transnazionale?
  • Divisioni economiche, muri e spinte disgregative esigono una risposta.
La malattia
Com'è noto negli anni successivi ai crolli in sequenza dei mutui subprime e di Lehman Brothers (2007-2008), l'Italia è andata in recessione per due volte [vedi grafico "Andamento del PIL in Italia 2007-2015"] e ha perso un quarto della sua struttura industriale.

In realtà, il crack finanziario internazionale venne ad accentuare una crisi strutturale nazionale in fase acuta, derivante in particolare dalla adozione della moneta unica e dall'impossibilità di adeguare il cambio (svalutando se necessario) alla nostra economia.
Fatto sta che, dato il ritorno di una congiuntura mondiale sfavorevole ed i limitati effetti del Quantitative easing della Banca Centrale Europea (che svaluta l'euro), l'attuale pur debole ripresa appare sotto la minaccia di una terza ricaduta. La malattia si chiama deflazione1 ed il virus imputato di causarla: “politica del credito”.
Cercando una ricostruzione storica, Marcello De Cecco2 [nella foto] dalle colonne di la Repubblica
spiega che l'adesione a patti e vincoli europei indusse le industrie e il commercio italiani allo “sciopero fiscale”, per cui allo Stato toccò di rimediare alle entrate mancanti «con l'emissione di titoli di debito pubblico per provvedere alle spese e al welfare».
Tralasciando la questione fiscale, si può osservare che l'antecedente “divorzio all'italiana” tra Tesoro e Bankitalia (1981)3 aveva posto le peggiori premesse all'esplosione del debito pubblico, prima della deriva in regime di moneta unica. Inoltre, la riduzione del debito dello Stato, a spese del welfare, fu ripetutamente praticata da diversi governi, attraverso pesanti politiche di bilancio ed avanzi primari piuttosto consistenti. All'inaugurazione dell'anno giudiziario 2016, il presidente della Corte dei Conti, Raffaele Squitieri, l'ha pubblicamente riconosciuto, mettendo in guardia dal peggioramento dei servizi.
A De Cecco, tuttavia, importa tracciare un parallelo tra la situazione di questi ultimi 25 anni e quella in cui si ritrovò il Paese a cavallo tra gli anni venti e trenta dello scorso secolo, in tempi di Gold Standard. Anche in quel frangente il vincolo monetario, della parità aurea, comportò (da parte del Mussolini di “quota 90”4) «l'imposizione di una parità elevata a una struttura industriale venuta ad essere in tempi di svalutazione.» «Con il ritorno al cambio quasi fisso, l'enorme crescita bellica dell'industria entrò in crisi.»
E qui arriva al nocciolo.
Allora la soluzione fu (tardivamente, ndr) trovata, con la riforma del sistema finanziario attuata da Alberto Beneduce, demiurgo della politica economica fascista.
«Il sistema fu messo in piedi come un insieme di banche di proprietà statale, organicamente vigilate dalla Banca d'Italia e da organi statuali. (…) Alle grandi banche fu impedito di mettersi in contatto con la raccolta del risparmio. Come negli Stati Uniti, la loro attività sul mercato delle azioni e delle obbligazioni fu severamente limitata.»
Di quel sistema si avvantaggiò pure l'Italia post-fascista. Ma, secondo De Cecco, era un sistema “chiuso”. Al contrario, negli anni ottanta e novanta, il sistema si aprì e la riforma della finanza europea ridette la stura alla speculazione finanziaria in regime di moneta unica, con la conseguente svendita delle imprese pubbliche e private. Sicché agli industriali italiani non rimase che darsi a loro volta alla finanza.
Per inciso, un esempio tra i tanti può venirci dalla storia personale di Cesare Romiti5, il quale inizialmente si oppose alla moneta unica, per poi felicemente adeguarsi al nuovo contesto di business.
Conclude De Cecco: «Nemmeno Beneduce sarebbe riuscito a salvare la struttura industriale di fronte ad una politica finanziaria europea che voleva la deflazione e la perseguiva con decisi interventi di politica monetaria e finanziaria e con misure di mutamento istituzionale.»
Alla fine della “lezione”, il professore infila una frase “sibillina”: «Si potrebbe chiedere perché nessun altro ha chiesto la fine della politica di attiva deflazione. Nemmeno di fronte al cataclisma scatenato in Siria proprio dalle potenze europee. Ci si aspetta che la deflazione sia la politica adatta al cataclisma della guerra e all'esodo biblico dei popoli.»
In evidenza una duplice connessione: tra deflazione e politica monetaria e finanziaria europea, da un lato, e guerra siriana, dall'altro.
La cura
Muovendo direttamente dalla guerra in Medio Oriente e dal pericolo del terrorismo dell'Isis in Libia, Angelo Panebianco6 [nella foto] dalla prima del Corriere della sera affronta il tema dell'Europa in rapporto all'Italia a partire dalla “sicurezza”.

Nella sua succinta disamina costata innanzitutto: «In Italia, pare, non abbiamo ancora compreso che cosa significhi, per la nostra sicurezza, il declino politico-militare degli Stati Uniti, la loro perdita di influenza in Medio Oriente (e non soltanto).»
Secondo Panebianco siamo impreparati a svolgere il ruolo di leadership in Libia contro l'Isis, a cui ci siamo candidati, e supponiamo il soccorso di un'Europa di cui non si vede traccia.
«Ciò che accade intorno a noi, dovrebbe convincerci di quanto inconsistenti siano le giaculatorie sulla necessità di una “Europa politica”, la quale, come è noto, viene sempre evocata solo quando si parla di euro e di banche. Si dimentica che le unificazioni politiche non si fanno col burro ma con i cannoni. Sono sempre state guerre e minacce geopolitiche a innescarle.»
Benché non tratti di economia, l'indicazione è chiara: si smetta di invocare inutilmente l'Unione Politica a partire dalla moneta e dalle sofferenze bancarie (il “burro”?); si privilegi, invece, il terreno della sicurezza, del militare, perché le unificazioni politiche si fanno con i cannoni o non si fanno affatto.
Un dilemma italiano ricorrente
Non è più in discussione una singola pur importante spesa, qual era quella degli F-25: qui si invita il Paese ad imboccare una soluzione politica generale. È evidente, infatti, che una Unione europea capace di farsi finalmente Politica, adottando questa priorità bellica trascinerebbe con sé, adeguandole, anche le sue sub-ordinate economiche.
Proprio l'articolo di De Cecco, citato poc'anzi, riferisce dell'“enorme crescita bellica dell'industria” dovuta all'entrata dell'Italia nel primo conflitto mondiale, sulla cui “necessità”, costata più di 600mila morti in combattimento, il professore non avanza critiche anche al fine del completamento dell'unità nazionale.7
In ogni caso, i cannoni (ai tempi coloniali si chiamavano “cannoniere”) sarebbero imburrati a dovere per le componenti economico-sociali in grado di trarne vantaggio, lasciando a tutti gli altri i disastri conseguenti. La storia d'Italia e d'Europa è, a tale proposito, assai illuminante...
Qui si fa l'Europa Politica o si muore!
La tesi è sviluppata da un'angolatura totalmente diversa da Yanis Varoufakis in un'intervista volta a presentare la sua proposta di un nuovo soggetto politico, la “Democrazia nel Movimento Europeo 2025 (Diem 2025)”.8 [Vedi “Sostiene Varoufakis”.]
Poiché singoli e non sincronizzati partiti, come Syriza e Podemos, dalle rispettive posizioni nazionali hanno mostrato di non poterla imporre e, al tempo stesso, non è possibile il ritorno alle condizioni antecedenti gli accordi di Maastricht, Varoufakis propone un movimento paneuropeo transnazionale. Ad esso il compito di democratizzare l'Ue, dall'alto verso il basso; ciò che solo dal basso non è riuscito al governo Tsipras di cui faceva parte.
Nei casi in cui prevalesse il ritorno alle monete nazionali e agli Stati-nazione, o fallisse la democratizzazione, sarebbe la catastrofe mondiale. Questo è il quadro prospettico dipinto nell'intervista.
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Sostiene Varoufakis

L'intervista rilasciata a Nick Bruxton in pillole. [Sottolineature mie.]
  • Le istituzioni dell'Unione europea a Bruxelles (la Banca centrale europea e altre) sono «state create progettualmente come zone aliene alla democrazia».
  • «(...) l’intera attività di Bruxelles è basata su un processo di depoliticizzazione della politica che consiste nel prendere quelle che sono essenzialmente decisioni profondamente e irrevocabilmente politiche e forzarle nel regno di una tecnocrazia dominata dalle regole (…).»
  • « (…) Questo è quel succede quando si abbandona un processo politico a favore di un processo dominato da norme: finiamo con un processo di depoliticizzazione che porta a politiche tossiche e ad una cattiva economia.»
  • «(...) diversamente dagli Stati statunitense, tedesco o britannico che sono emersi da secoli di evoluzione, attraverso i quali lo Stato si è evoluto come strumento funzionale per risolvere diversi generi di conflitti sociali, l’UE ha seguito una strada diversa.»
  • L'euro è stato introdotto con il Trattato di Maastricht. «Ma nel momento in cui hanno fatto ciò (senza disporre di alcun modo per gestire politicamente questa area monetaria), improvvisamente il processo di depoliticizzazione della politica (che era sempre stato parte integrante dell’Unione europea) è divenuto estremamente potente e ha cominciato a distruggere la sovranità politica.»
  • «(...) siamo riusciti a costruire un mostro in Europa, dove l’eurozona è supremamente potente come entità, ma in nessuno ha veramente il controllo. Le istituzioni e le regole che sono state poste in essere al fine di conservare l’equilibrio politico che ha avviato l’intero progetto dell’euro paralizzano qualunque attore che ha qualcosa a che fare con la legittimazione democratica.»
  • «Non c’è alcuna differenza in termini dell’importanza del settore finanziario e della sua tirannide sulla democrazia tra gli Stati Uniti e l’Europa, ma la differenza è che negli USA c’è un insieme di istituzioni che sono meglio capaci di gestire crisi come queste e di evitare che si trasformino in una crisi umanitaria. Gli statunitensi hanno appreso le loro lezioni negli anni ’30.» 
  • «(...) l’idea tornare allo Stato-nazione per creare una società migliore per me è sciocca e implausibile. (…) È vero che l’euro è stato un disastro. (…) Ma, detto questo, c’è differenza tra dire che non avremmo dovuto creare l’euro e dire che ora dovremmo uscirne. (…) uscire non ci riporterà a dove eravamo prima o a dove saremmo stati se non fossimo entrati.»
  • «Uscire dall’euro significherebbe una nuova moneta, il che richiede quasi un anno da introdurre, per poi svalutarla. (…) Sarebbe catastrofico (...) Tutte le economie ad est del Reno ed a nord delle Alpi finirebbero in depressione ed il resto dell’Europa sprofonderebbe in una stagflazione economica caratterizzata da elevata disoccupazione e inflazione. Potrebbe addirittura scoppiare una nuova guerra (…) l’Europa farebbe ancora una volta affondare l’economia mondiale. La Cina sarebbe devastata (…) e la fiacca ripresa statunitense svanirebbe. (…) Eventi di questo tipo non vanno mai a vantaggio della sinistra. Saranno sempre gli ultranazionalisti, i razzisti, i fanatici ed i nazisti a trarne profitto.»
  • «L’Europa può essere democratizzata? Sì, penso di sì. (…) Penso che il processo di democratizzazione abbia pochissime possibilità di successo. Nel qual caso avremo una disintegrazione ed un futuro molto cupo. (…) Ma quando si tratta di società e di politica abbiamo un dovere morale e politico di essere ottimisti (…).»
  • «La sovranità dei parlamenti è stata dissolta dall’eurozona e dall’Eurogruppo; (…) perciò qualsiasi manifesto rivolto ai cittadini di un particolare Stato membro diventa un esercizio teorico. (…) Così, invece di passare dal livello dello Stato-nazione a quello europeo, abbiamo pensato che dovevamo fare l’inverso; che dovevamo costruire un movimento paneuropeo transnazionale, (...)»
Da “Democrazia, potere e sovranità nell'Europa di oggi” 29 gennaio 2016
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Sarebbe scorretto ed ingeneroso attribuire a Varoufakis idee ed intenzioni che non ha.
Yanis Varoufakis
Forse la sua critica all'attuale Unione può essere ritenuta insufficiente o incompleta, quando sostiene che nessuno la controlla. Inoltre, il rischio di naufragio del Titanic-euro potrebbe non dipendere dalla saldezza del comando di cui sarebbe privo, ma dalla struttura stessa della nave e dalla rotta intrapresa.
Forse la sua disamina sulle conseguenze di un ritorno alle monete nazionali appare troppo deterministica, nonché priva di riscontri storici.9 Ed è contraddetta dai fatti l'affermazione che gli statunitensi abbiano imparato dalla lezione del '29, visto il crollo del 2008 e le successive inconsistenti limitazioni allo strapotere della finanza.
Di certo incorre in una contraddizione logica allorché sostiene che l'uscita dall'euro non riporterebbe “a dove eravamo prima”, pur riportandoci sicuramente alla stagflazione, ovvero esattamente alla stessa malattia di cui soffriva tutto il capitalismo occidentale, “prima” della mondializzazione finanziaria, dell'avvento del liberismo e della moneta unica.
Tuttavia, una riflessione s'impone attorno all'imperativo morale di fare l'Unione Politica (democratica, of course), traendola dal pantano in cui è finita.
È da capire come alla sovranità ceduta, sottratta o derubata ai popoli degli Stati-nazione, possa succedere una conquistata sovranità del popolo europeo ed in virtù di quale percorso d'identificazione politica.
Nel caso dei cannoni anteposti al burro tale percorso appare chiaro, sebbene non auspicabile né facile. Da chiarire quello indicato dal movimento paneuropeo transnazionale.
Varoufakis ci soccorre:
«Quando chiedo ai miei amici Tory: “Ma e la Scozia? Gli scozzesi non sono una nazione vera? E in tal caso non dovrebbero avere uno Stato e una moneta separate?”, la risposta che ottengo assume la forma seguente: “Naturalmente ci sono una nazione scozzese, gallese e inglese e non c’è una nazione britannica, ma c’è un’identità comune, forgiata come esito di guerre di conquista, partecipazione all’impero e via di seguito”. Se questo è vero, e può esserlo, allora è possibile dire che nazionalità diverse possono essere legate da un’identità comune in evoluzione. Dunque è così che mi piacerebbe vederla. Non avremo mai una nazione europea, ma possiamo avere un’identità europea che corrisponda ad un popolo europeo sovrano.»
Ecco, francamente, le concrete modalità sopra descritte, attraverso le quali (il “come”) il Regno Unito ha forgiato la propria comune identità, unendo inglesi, gallesi e scozzesi, non si differenziano affatto dalla Unione europea dei Cannoni e dalla prospettiva neo-coloniale in salsa anti-terrorista.
D'altro canto, se Varoufakis avesse portato l'esempio degli Stati Uniti, di come trovarono la loro identità e il loro stesso territorio nazionale, avrebbe dovuto evocare lo sterminio dei popoli indigeni che lo popolavano, lo schiavismo ed il razzismo, le successive “evoluzioni” rispetto all'America Latina e al resto del mondo, il loro preteso “eccezionalismo”, ribadito anche da Obama10...
Comunque, al fondo di ogni esperienza storica, l'ex ministro delle Finanze greco rintraccia una “evoluzione” degli Stati moderni, della loro sovranità e della loro funzione, che merita un approfondimento oltre i limiti di questo scritto.
Senza controllo
Secondo Varoufakis ci troveremmo di fronte ad una eurozona di cui nessuno ha il controllo.
All'Unione, priva di sovranità (anche intesa “in senso tradizionale”) ed in balia della tecnocrazia della “norma”, solo in apparenza depoliticizzata, corrisponderebbe la sovranità democratica depotenziata dei singoli Stati. Sicché del vuoto di comando e sovranità approfitterebbero le peggiori tendenze (ultra-nazionalismo, razzismo, nazismo), fautrici del ritorno agli Stati-nazione. Una rappresentazione incompleta.
La norma è posta al di sopra delle sovranità democratiche di ciascun Paese: non è affatto un vuoto di potere poiché regge l'esercizio concreto e “dispotico” del potere sopra quelle sovranità, da essa limitate.
Prova ne sia che i posti chiave della tecnocrazia, a rigido presidio della norma, sono saldamente in mano a soggetti agenti per conto di due padroni in stretto legame d'interesse: le oligarchie economico-finanziarie ed i governi degli Stati centrali. Infatti, la cessione di sovranità è asimmetrica, avviene a scapito del potere democratico dei popoli soprattutto (e non solo) dei Paesi periferici, mentre impera la cinghia di trasmissione tra Stati centrali e tecnocrazia della norma, per gestire regole e vincoli a scapito dei deboli.
Nel triangolo Francoforte-Bruxelles-Berlino si è formato un grumo di potere oligarchico, al quale, per tornare al discorso di De Cecco, hanno aderito anche gli ex-industriali italiani che fecero cassa vendendo le loro proprietà e utilmente dedicandosi alla finanza in tempi di moneta unica.
Per democratizzare l'Unione, elevandola ad una superiore identità Politica (si suppone federale), occorrerebbe un simultaneo dirompente moto dell'insieme dei popoli del vecchio continente, accompagnato da forti movimenti e “partiti progressisti” in ciascuno dei Paesi aderenti all'Unione.
L'Europa che c'è
L'Unione e la zona euro al suo interno non si sono costruite semplicemente nell'ambito dei patti economico-monetari o di “libera circolazione”. L'Europa attuale è frutto del modo in cui politicamente si è affermata, allargandosi dal suo nucleo iniziale.
A minarla dall'interno e dall'esterno sono le medesime forze che dal “nucleo iniziale” furono sostenute ed utilizzate per disgregare e dominare, dal Baltico al Medio Oriente, ai Balcani.
In Medio Oriente ed in Africa settentrionale le potenze europee hanno combattuto ogni anelito d'indipendenza e di autonomo sviluppo, favorendo quelle più subalterne ai propri interessi, anche le più retrive ed integraliste sul piano religioso. Insieme agli Stati Uniti non hanno risparmiato a quei popoli devastanti interventi ed invasioni militari; tuttora fanno affidamento su alleati come il Regno dell'Arabia Saudita, la Turchia di Erdogan e l'Egitto di al-Sisi.
Ad Est e nei Balcani sono stati appoggiati gli ultra-nazionalismi, incluse forze apertamente fasciste, riconoscendo le patrie etniche, sospingendole alla guerre inter-etniche, anche in nome dell'identità religiosa. Non caso dalla narrazione europea si cancella in modo sistematico ciò che accadde nella ex-Jugoslavia, fino all'epilogo dell'intervento “umanitario” (che fece migliaia di morti sotto i bombardamenti della Nato) nel Kosovo.
Di conseguenza, a seguito del cataclisma provocato in Siria-Iraq, ora quelle stesse forze erigono nuovi muri di filo spinato, disattendono i patti dell'Unione, addossandone la responsabilità a profughi e migranti, o, dal Kosovo e dalla Bosnia, forniscono foreign figthers al terrorismo dell'Isis.
In questo contesto continentale, si vada dall'alto al basso, o viceversa, poco cambia: ciascuno sta già andando per proprio conto. La prospettiva di democratizzare l'insieme simultaneamente o sincronicamente non è per niente realistica e l'imperativo morale non la rende politicamente tale.
Dulcis in fundo è arrivato l'accordo con il Regno Unito. Già estraneo all'euro, per “restare dentro” all'Unione (referendum alle porte) pattuisce per sé solo uno statuto speciale,11 mentre tutti gli altri continuano a litigare sul “burro” delle misure economiche e sulle immigrazioni.
Giaculatorie
Al di là di ogni giudizio negativo (per parte mia più che mai), anche l'appello a fare l'Europa Politica, anteponendo i cannoni al burro, rischia di essere una inutile giaculatoria.
Pur essendo una delle tre colonne, insieme a Usa e Giappone, su cui poggia la traballante supremazia occidentale sul globo, l'Europa non godrebbe di piena sovranità politico-militare, essendo costretta nelle maglie della Nato e condizionata dalle basi statunitensi disseminate sul continente.
In ogni caso, per dare vita a forze armate europee autonome, non eterodirette dagli Usa, potrebbe fare a meno del riarmo della potenza tedesca?
A tale riguardo Berlino ostenta disinteresse e, come nel caso della moneta unica, dovrebbe essere indotta, “suo malgrado”, ad accettare di riarmarsi dagli altri partners europei.
Chi è disposto a sottoscrivere una tale scelta?
Diversamente, sarebbero le stesse attuali potenze europee (per De Cecco, responsabili del cataclisma scatenato in Siria), ovvero Francia e Regno Unito, a dover reggere l'Europa Politica dei cannoni. Per la Germania una posizione non dissimile da quella che occupa nella Nato, ma che la porrebbe in posizione subalterna all'interno di una Unione di fatto ristrutturata anche sul piano economico-finanziario.
Non l'accetterebbe.

Uscire dal cul de sac
Dalla crisi economica, dalle dicotomie tra Centro e Periferie, dalle liti interne, dalla disgregazione nazionalistica, l'Europa non appare in grado di uscire, né di disporre di una adeguata strategia per farlo.
Non è detto che tutto ciò comporti a breve repentini svolgimenti catastrofici, né che siano in assoluto da escludere novità risolutrici, sulla cui natura, comunque, dovremmo misurarci.
Se, come avviene, ciascun Paese è lasciato a se stesso nel far fronte alle difficoltà generate da una costruzione comunitaria siffatta, si assuma almeno la responsabilità di farlo nel migliore dei modi, disponendo appieno delle proprie risorse.
Innanzitutto, non lasci alle forze ultra-nazionaliste, xenofobe e neo-fasciste il terreno della sovranità nazionale, ma ne affermi il carattere democratico e popolare. Difenda, come nel caso dell'Italia, la propria Costituzione da riforme autoritarie che la depotenzierebbero ulteriormente.

Non permetta a queste stesse forze di far leva sulla disoccupazione e sul disagio sociale: abbandoni in tempo con la moneta unica, l'austerità e la deflazione.
Affronti con coraggio la “parte distruttiva” della vecchia Europa, se vuole effettivamente dare vita alla “parte costruttiva” dell'Europa nuova.

1 Riduzione del livello dei prezzi, accompagnata di solito da flessione dell'attività economica e disoccupazione.
2 Marcello De Cecco, “Deflazione il mal sottile”, la Repubblica Affari & Finanza, 8 febbraio 2016.
3 In questo Blog: “La corda e il nodo scorsoio”, 2/2015.
4 In questo Blog: “Storia recente che parla al presente”, 10/2014.
5 Cesare Romiti, “Storia segreta del capitalismo italiano”, Longanesi, aprile 2012.
6 Angelo Panebianco, “Noi in Libia saremo mai pronti?”, Corriere della sera, 15 febbraio 2016.
7 Angelo Del Boca, (“Italiani, brava gente?”, Neri Pozza Editore, 2005, pagg. 129-130) sostiene che nel 1915 l'Italia, in trattative con Vienna, avrebbe potuto conseguire quel fine senza entrare in guerra, «ma le richieste italiane andavano ben oltre le “aspirazioni nazionali” e contemplavano anche obiettivi imperialistici del tutto estranei alla visione risorgimentale del conflitto.»
8 “Democrazia, potere e sovranità nell’Europa di oggi”, 29 gennaio 2016, intervista di Nick Bruxton del Transnational Institute (TNI), http://www.eunews.it/
9 La svalutazione della moneta, solo per fare un esempio, non comporta affatto una pari inflazione interna, come ha dimostrato Alberto Bagnai (Il tramonto dell'euro, Imprimatur, 2012).
10 Barack Obama, Discorso alla Nazione, 10 settembre 2013.
11 Welfare limitato per gli immigrati anche comunitari; svincolo da qualsivoglia processo di unione politica più stretta; protezione della propria finanza (City) da ogni decisione comunitaria che possa danneggiarla.